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Posts Tagged ‘Confindustria’

Non pensate che parli di me, ma la cosa è reale.
Immaginate una persona malata, molto malata. Non di qualcosa per cui ricorri alla frase solitamente ripetuta in questi casi: «questione di vita o di morte». Qualcosa che non ti parla di un istante, di un soccorso immediato o della inevitabile fine. No. Si può esser malati e vicini alla morte senza per questo aver bisogno del Pronto Soccorso. Un tratto dell’intestino quasi ostruito, il cibo assimilato per modo dire, il peso che cala come fosse anoressia, un dolore feroce che chiede costanti e sempre più dannosi antidolorifici e – non bastasse – un sanguinamento lentissimo, che dà segno di sé solo quando l’emoglobina giunge a valori mortalmente bassi e senza una trasfusione non c’è scampo.
Immaginate tutto questo e il rischio mortale ch’è dietro l’angolo. Immaginate i  medici che studiano i sintomi, leggono lastre e filmati di minitelecamere introdotte nel corpo sempre più dolorante e solo dopo un anno fanno la diagnosi. Cure non ce ne sono. Occorre operare e si programma l’intervento.
Questione di giorni. Gli stessi giorni che bastano a un virus per travolgere gli ospedali e condurre alla sospensione degli interventi programmati.
Inutile proseguire il racconto. Non ci vuole molto a immaginare come si possa sentire chi viene messo alla porta dall’ospedale.
La nostra classe dirigente ha fatto una scelta: prima l’economia e poi la salute.  Più forte di tutti ha strillato e ottenuto quello che voleva Vincenzo Bonomi, il leader di Confindustria. Non il virus, ma lui è il vero carnefice del mio malato e di tanti tantissimi malati come lui. Qualcuno, di fronte a tanta ferocia, ha ricordato un’antica profezia: «socialismo o barbarie». Chi l’ha pensato ha ragioni da vendere, ma i tempi che sono cambiati dovrebbero indurci a una modifica. «Socialismo o estinzione» dovremmo dire, perché, se la leggiamo con attenzione, la lezione dei terribili eventi che viviamo va ben oltre la barbarie. Ci dice anzitutto che il nostro nemico oggi non è il virus, che si difende come può dalla ferocia umana. Ci dice – ma forse non l’abbiamo capito – che il dato più preoccupante di questa terribile esperienza è che il nostro pianeta e tutto quanto ci vive non solo possono benissimo fare a meno di noi, ma sono in grado di spazzarci via molto rapidamente. E hanno ragione di farlo: siamo noi che abbiamo danneggiato e danneggiamo la salute della terra.
Il nemico vero, quindi, siamo noi. Nemici persino di noi stessi e la barbarie potrebbe essere un paradiso, se confrontata col pianeta in cui dovranno vivere – o morire? – i nostri nipoti. Quando avremo superato questa pandemia, ne verrà un’altra e poi un’altra ancora. Al presidente di Confindustria che di tutto questo pare non sappia nulla, è facilissimo leggere la mano: non c’è scritto che è un barbaro. Sarebbe un complimento. C’è scritto che è un nuovo dinosauro, l’osceno esemplare di una razza in via di estinzione.

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Contagi, tamponi, malati, quarantene, terapia intensiva, morti e ospedali in crescenti difficoltà. La rincorsa delle ordinanze pare ormai inarrestabile come la pandemia. Un principio mai scritto si legge tra le righe di decreti e comunicati governativi e regionali: avevamo da scegliere tra vita e morte, salute ed economia e ci siamo divisi. In un primo tempo l’ha spuntata di misura l’umana pietà e si è cercato di mettere avanti a tutto la vita, anche se è mancata la necessaria decisione; l’ormai famoso lokdown non è stato però mai davvero completo e soprattutto al Nord i killer della Confindustria l’hanno fatta da…  padroni. Il tesoro dei ricchi non si è toccato, l’Europa ha confermato la sua vocazione allo strozzinaggio e non s’è potuto aiutare seriamente chi rischiava di morir di fame.
Bene o male, comunque, un risultato s’era ottenuto; sarebbe bastato probabilmente tenere la barra con fermezza un po’ di tempo ancora e avremmo calato l’ancora in un porto sicuro. Non si trattava solo di speranza. Più l’aria si faceva pulita, più i delfini tornavano a farsi vedere in un mare di nuovo cristallino, più l’aria si arricchiva di ossigeno e più si capiva che il virus stava perdendo la sua feroce partita.
Giunti però alla riapertura anche un cieco l’ha visto: giorno dopo giorno l’ago della bilancia ha preso a pendere dalla parte degli interessi economici e la vita ha dovuto suo malgrado prepararsi a far posto alla morte. Quant’è durata l’estate, tanto è durato lo sperpero del capitale faticosamente e dolorosamente accumulato. Si è tornati così al punto si partenza.
Certo, le radici della tragedia sono lontane e in pochi mesi non si fanno miracoli. Scuola, Sanità e Trasporti sono stati in varia misura e da più governi distrutti mediante la cieca politica di tagli e privatizzazioni. La pandemia ci ha mostrato il re nudo, ma che si è fatto nei lunghi mesi dello scialo per affrontarne le inevitabili conseguenze? Per la Sanità, come per tutto il settore pubblico, il crollo che si prospetta oggi nasce dai problemi specifici del settore che non sono stati mai affrontati. Da marzo a oggi, però, tutto è rimasto com’era.
Qui nella Campania di De Luca, per esempio, occorrevano assunzioni e si dovevano riaprire subito gli ospedali sconsideratamente chiusi. Il settore, già disastrato, oggi è ancor più debole e minacciato dal totale disinteresse per i trasporti e per la scuola, due degli epicentri di un terremoto che favorisce i contagi e rende ingestibile la crisi. Sarebbe stato così difficile utilizzare i camion e i pullman dei militari per rinforzare i trasporti? E che fine hanno fatto i pullman privati che non portano più turisti? Quanto sarebbe costato accordarsi ed evitare che viaggiassimo su carri bestiame?  
La scuola, poi. C’era e c’è un patrimonio edilizio demaniale a disposizione. Sarebbe bastato utilizzare i lunghi mesi estivi per fare un censimento ed eventuali lavori urgenti. Quanti edifici potevano e ancora potrebbero essere usati per avere aule più numerose e meno affollate? Quanti docenti precari o sfruttati dal privato si potevano e si possono assumere? Quanti contagi in meno si sarebbero così registrati? Quanti ospedali avrebbero evitato il collasso che si annuncia? Quanta povera gente avrebbe salvato la vita?

Fuoriregistro, 29 ottobre 2020 e Agoravox, 30 ottobre 2020

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Tutte le elezioni, anche quelle amministrative in un piccolo centro, hanno significato e valore politico. Politico, a maggior ragione, è il voto in elezioni regionali che non solo coincidono con un referendum sull’ennesimo tentativo di stravolgere la Costituzione repubblicana, ma capita nel momento di un’offensiva padronale così violenta, da voler svincolare il salario dall’orario di lavoro.  Un’offensiva scandalosa, che si potrà anche leggere come prova di una forza che non teme lo scontro, a condizione però che sia valutata per quello che è: forza della disperazione, di fronte a una crisi che il capitale ha provocato e non sa come gestire, se non con la forza.
Bonomi, sa bene che la soluzione della crisi passa per una politica di programmazione pianificata e per un salario che non cala di fronte alla necessità di abbassare l’orario di lavoro per creare occupazione. Se finge di non saperlo e parte all’attacco, nonostante le crescenti diseguaglianze nate dalle recenti vittorie dei padroni – Jobs Act, Buona Scuola, legge Fornero, abolizione dell’art. 18 e chi più ne ha più ne metta – la ragione è semplice: sa che di fronte non ha forze politiche intenzionate a intimargli lo stop, né sindacati pronti a organizzare la lotta nelle piazze.
In questo senso, un esito elettorale particolarmente positivo di Potere al popolo! e l’ingresso di un’autentica sinistra di classe nei luoghi del governo della  Regione Campania, avrebbe un enorme valore politico. Per la prima volta dopo decenni, i grandi evasori fiscali, gli speculatori, i predatori dell’ambiente, i garanti dell’intreccio devastante tra politica e malavita organizzata, gli sfruttatori del lavoro umano, i creatori di precarietà, in altre parole la “forza” di Bonomi, avrebbero da fare i conti con una proposta politica alternativa che essi conoscono e della quale negano l’esistenza. Allo stesso tempo milioni di sventurati, privati di diritti e costretti a vivere in condizioni disperate – molto degli italiani che Salvini mette al “primo posto” delle sue inesistenti politiche sociali, ma nei fatti consegna a Bonomi con le mani e i piedi legati, troverebbero un riferimento e la musica cambierebbe.
La Campania è piccola ed è solo una parte del Paese? Certo, ma la vittoria avrebbe un chiaro valore nazionale e favorirebbe un processo di unificazione che spinge Bonomi impaurito ad affannarsi in una continua e dissennata corsa in avanti.
Il voto non è lontano, ma il tempo per riflettere non manca. Confindustria sa che si è aperta una nuova terribile fase della nostra storia e pensa di dominarla partendo dalla “rivoluzione “ di Bonomi, che così chiama la lotta di classe condotta dai padroni. Se sfruttati e precari coglieranno il segnale e voteranno per Giuliano Granato e i candidati di Pap! le parole torneranno ad avere il loro reale significato e tutto sarà più chiaro: Bonomi non c’entra nulla con la rivoluzione. E’ un reazionario poco intelligente e terribilmente disperato.

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Analfabeta di valori, come tutti i prepotenti impuniti, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, non conosce la storia e da quel poco che ne sa non ricava evidentemente lezioni. Ignora, per esempio, la vicenda di Luigi Bonnefon Craponne, fondatore e primo presidente di Confindustria, prepotente come lui, finché non si trovò a fare i conti con Giovani Giolitti, che non fu un bolscevico, ma ebbe il senso dello Stato. Craponne era della stessa pasta di Bonomi, che, senza nemmeno saperlo, nei suoi discorsi da guappo capitalista teorizza una strategia di totale egoismo, secondo la quale – gli metto in bocca le parole del suo predecessore – «gli industriali non debbono restringersi alla difesa dei loro interessi economici immediati nei riguardi della classe operaia, ma saper fare pressioni tali che la legislazione sociale non proceda troppo avanti e non danneggi l’industria e i suoi interessi».
Nel 1913, con questa minacciosa e a dir poco pericolosa dottrina, l’antenato di Bonomi pensò di piegare con la forza gli operai, protagonisti di uno sciopero a oltranza che aveva i crismi della santità. Facendo fuoco e fiamme Craponne, ricattò Giolitti, reo di non intervenire con la forza, minacciò il governo, facendo balenare lo spettro di licenziamenti di massa e pensò di aver chiuso la partita, intimidendo il Presidente del Consiglio dei Ministri. Fece male i suoi conti, però, perché di fronte a tanta arroganza Giolitti non ci pensò due volte: per molto meno di quanto sta combinando oggi Bonomi, espulse dall’Italia, come fosse un migrante di Salvini, l’eversivo capo dei padroni, colpevole di aver messo a rischio la pace sociale, osando «eccitare e invelenire le agitazioni degli operai, suscettibili di gravi effetti politici e sociali».
Bonomi, incarnazione della barbarie violenta e dell’arroganza ignorante dei capitalisti, vale più o meno Craponne. Conte purtroppo non vale Giolitti. Per quanto mi riguarda io starei dalla parte di quel governo capace di trasformare gli uffici delle aziende di Bonomi e soci in accampamenti della Guardia di Finanza. Non ci vorrebbe molto e per Confindustria sarebbe l’inizio della fine. Purtroppo un governo di questa pasta non c’è e io sto con chi, come Potere al Popolo!, intende organizzare uno scontro senza mezze misure e dubbi non ne ho: questa gente deve pagare e sparire.

Fuoriregistro, 15-9-2020

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96465884_656536291576022_3905418044335194112_oIl coronavirus, quello vero, quello per cui nessuno ci chiude in casa, nessuno chiama l’esercito, mette in moto i droni e dichiara la pandemia, non è nato nei segreti laboratori cinesi. Il coronavirus è figlio nostro e ce lo meritiamo. E’ la creatura mostruosa che, nonostante l’ecatombe, Confindustria ha difeso e difende a spada tratta, perché di fronte al profitto non c’è vita o salute che tenga. Chiedete una prova? Bene. Sono bastate poche ore di “fase 2” ed ecco il massacro ricominciato: dove il mare era tornato verde e cristallino, tra Mondragone e Pescopagano, ecco il condensato di veleni che ci svela qual è il vero, mortale laboratorio dei virus che ci stanno uccidendo. Ed è inutile girarci attorno, invocare interventi di Autorità inesistenti. E’ ora di chiudere la questione. Se vogliamo liberarci davvero degli assassini che ci stanno massacrando, dobbiamo rendere inoffensivi i padroni come Carlo Bonomi, la sua Confindustria e i suoi laboratori pestilenziali.

Agoravox, 8 maggio 2020

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Vincenzo Boccia non se n’è accorto. Ieri, uccisa dal Coronavirus, se n’è andata una bambina di dodici anni. L’avesse saputo, probabilmente avrebbe fatto spallucce: cosa volete che valga la vita di una bambina di fronte alla scienza del profitto?
Presidente della onorata società che risponde al nome di Confindustria, Boccia non si sente affatto responsabile del disastro che ha provocato pretendendo che tutto funzionasse come se l’epidemia fosse solo un brutto sogno. Per non smentire se stesso, in questi giorni è anzi tornato alla carica: bisogna riaprire le fabbriche. I morti aumenteranno? Se abbassiamo la guardia, sarà un’ecatombe, come ci dicono gli scienziati? Per Boccia il problema non c’è.
Nella sua scala di valori, mercato e profitto hanno la precedenza su tutto, anche sulla vita umana. Se i lavoratori riprenderanno a contagiarsi e a morire come mosche, se torneremo a numeri lombardi, pazienza. Ciò che conta davvero è che gli imprenditori non perdano milioni di euro e fette di mercato.
Bisogna riconoscerlo: il virus finora la sua parte l’ha fatta e non ci ha solo uccisi. Con scrupolo insospettato, ci ha mostrato addirittura una via: se non vi prenderete cura di voi e del pianeta, ci ha detto, non ci sarà scampo, farete la fine dei dinosauri. Ha parlato pure a Boccia che però non gli dà retta .
Come lo scienziato tomista negava la verità evidente dell’anatomista, perché – diceva – Aristotele non l’ha prevista, così l’invasato sacerdote del neoliberismo va diritto per la sua strada. La sua legge, la sua fede, la sua morale sono quelle del mercato e il suo dio è il profitto.
Purtroppo l’intelligenza di un virus è limitata. Se gli potessimo insegnare a scegliere gli obiettivi, faremmo un grande passo avanti e forse ci tireremmo fuori da questa tragedia. Poiché però non si può e Boccia continua a far guerra alla povera gente, bisogna avere fede nella natura e sperare che nasca infine un virus proletario, amico della povera gente e killer preparato e selettivo.
Quando accadrà, non produrremo vaccini. Faremo ponti d’oro a quel figlio di pipistrello che, cacciando i mercanti dal tempio, mirerà nel verso giusto e accoglieremo il crollo del mercato come il regalo celeste di un dio giusto e vendicatore.

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Forse sbaglio, ma più giorni passano, più la ferocia che ci assedia e ci tiene prigionieri degli esiti atroci della malafede di chi ci ha governato negli ultimi anni, non solo produce una sempre più intollerabile sofferenza, ma fa sì chi meno ha, più patisce. Pare di sentire – cupo per ora, in apparenza lontano, ma indubbiamente minaccioso – un urlo rabbia devastante. Una di quelle cose che girano le pagine della storia.
I quaderni delle doglianze sono stati ripetutamente presentati a chi avrebbe dovuto leggerli, ma non è servito a niente. Se non avranno pietà di se stessi, forse restare a casa per scampare al pericolo, come noi stiamo a casa per evitare contagi, non basterà a chi ci ha condotti dove siamo. Per molto meno di quanto ci hanno fatto e ci stanno facendo soffrire, si sono viste teste cadere.
Boccia, presidente di Confindustria, insiste: bisogna riaprire le fabbriche. Questi barbari, peggiori di bestie feroci, continuano a badare a se stessi e ai propri interessi eppure lo sanno – i loro professori gliel’hanno insegnato e glie’ha ricordato recentemente sul Manifesto Laura Marchetti – che, mentre Troia bruciava, Enea non cercò scampo per sé, ma portò in salvo con lui il piccolo figlio e il vecchio padre, caricato sulle sue spalle. Così, nel momento della barbarie, il guerriero salvò la civiltà.
Tra i giorni del nostro assedio e l’incendio che si annuncia c’è ancora un po’ di tempo. O chi ha appiccato il fuoco lo userà per far vivere almeno un barlume di pietas, oppure non troverà pietà.

Agoravox, 2 aprile 2020

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Costretti agli arresti domiciliari da un’epidemia che dilaga soprattutto a causa delle politiche dissennate dettate dall’UE e dalla Confindustria, che hanno distrutto la Sanità Pubblica, assistiamo impotenti alle scelte incerte d’un governo, sottoposto al ricatto dei padroni. Ieri l’ultimo atto della tragica pantomina; mentre si dà la caccia all’untore e si vieta persino la corsa innocente e solitaria nei parchi, Conte modifica il decreto di chiusura delle aziende che non servono alla vita quotidiana della popolazione duramente colpita: non chiudono, lavoreranno fino al 25.
Da noi la pandemia si può combattere con ogni arma, tranne la chiusura delle fabbriche, la più adatta a tutelare la popolazione inerme. Per Confindustria chiudere le fabbriche provocherebbe danni ai titoli quotati in Borsa e potrebbe costringere gli imprenditori a pagare penali per il lavoro non consegnato. I padroni, quindi, spudoratamente hanno chiesto tempo, ancora altro tempo e non si curano dei morti che aumentano negli ospedali disarmati e infettati.
In un Paese privo di memoria storica, in cui vive ormai un popolo ridotto a gregge, qualcuno dovrebbe ricordare al governo il caso emblematico di Luigi Bonnefon Craponne, fondatore e primo presidente di Confindustria, teorico di una strategia di puro egoismo, per la quale “gli industriali non debbono restringersi alla difesa dei loro interessi economici immediati nei riguardi della classe operaia, ma saper fare pressioni tali che la legislazione sociale non proceda troppo avanti e non danneggi l’industria e i suoi interessi”.
Con questa lucida e pericolosa dottrina, nel 1913 Confindustria affrontò le richieste degli operai, impegnati in un sacrosanto sciopero a oltranza. Di fronte a tanta arroganza, Giovanni Giolitti, che non fu certo  un pericoloso bolscevico, presidente del Consiglio come oggi Giuseppe Conte, non usò mezze misure; per molto meno di quanto sta combinando oggi Vincenzo Boccia, espulse infatti dall’Italia l’eversivo capo dei padroni, Luigi Bonnefon Craponne.
Si trattava – si badi bene – di uno scontro sindacale, ma per Giolitti, il capo degli industriali, di origine francese, non solo era venuto meno al dovere di rispettare il Paese che lo ospitava, ma aveva messo a rischio la pace sociale, osando «eccitare e invelenire le agitazioni degli operai, suscettibili di gravi effetti politici e sociali».
E’ difficile immaginare cosa avrebbe fatto Giolitti a Boccia oggi, quando si gioca con la vita dei lavoratori e con il rischio di contagiare ulteriormente una popolazione messa a durissima prova dalla religione del profitto e dalle politiche neoliberiste. In tanta confusione e vergogna, tuttavia una certezza l’abbiamo: l’epidemia sta mettendo a nudo la miseria morale della peggiore classe dirigente della nostra storia.

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banchieriCon la consueta schiettezza un ottimo amico, onesto, riflessivo e preparato, ha scritto due parole semplici, chiare e ricche di umanità:

«Non amo i numeri, anzi per la precisione,non credo nei numeri. Sin da bambino. Mio nonno, quando mi insegnava a giocare a carte chiudeva sempre la sua lezione dicendo “la matematica non è un’ opinione”, sancendo così la stessa come scienza esatta, nel senso che, a briscola, se lui aveva fatto 70 punti, io inevitabilmente ne avevo fatti 50. Non uno di più ne uno di meno».

Naturalmente la sua diffidenza per i numeri non si ferma al nonno e la sua spiegazione merita il massimo rispetto. La logica dei numeri, prosegue, infatti,

«quella che prevale nel mondo, è quella che fa accettare come verità inoppugnabile il fatto che a 50 anni sei già vecchio per lavorare, che a 60 una donna non può essere madre. La logica dei numeri è quella che stabilisce, per esempio, che i governi d’Europa non possono sforare il rapporto del 3% tra entrate e uscite pubbliche. E dietro quel numero, quel banalissimo numero,3%, si pongono le vite di milioni di persone».

Sulla maternità della sessantenne e su quanti anni ci occorrono per essere vecchi, nessuno eccepisce, ma poiché siamo ormai tutti economisti, sul 3 % e sui numeri in generale, apriti cielo! «Guarda che non sono uno sprovveduto» – gli fa indispettito un commentatore – «I numeri sono l’unico modo di interpretare la realtà…». Questi sono tempi in cui se ce l’hai coi numeri, ti trattano come il Santo Uffizio trattava gli eretici: ti abbrustoliscono in piazza. Io però gli do ragione al mio amico e pazienza se in piazza poi bruciano anche me. I numeri sono un modo di interpretare, non l’unico e tutte le interpretazioni hanno bisogno di parametri di riferimento. Se io non mangio nulla e un altro mangia due polli, i numeri diranno che siamo in due e abbiamo mangiato un pollo a testa. Non interpreteranno la realtà, ma la stravolgeranno. In quanto al 3 %, è stato scelto da un burocrate a cui fu detto di far presto. Nessuno verificò e tutti fecero l’elogio dei seri calcoli fatti. Lo dice il giornale della Confindustria e nessuno l’ha mai smentito, perché è vero.
Una scienza è tale se formula ipotesi, le verifica e dimostra che a condizioni date il risultato è ovunque e comunque quello ottenuto in sede sperimentale. L’economia, ripetono ossessivi i nostri politici, spalleggiati da una stampa sempre più serva, è una scienza, le leggi di mercato esistono,  hanno comportamenti prevedibili e consentono di predire il futuro. Sulla base di questa credibilità scientifica ci si racconta quotidianamente, con infinita arroganza, che sono la domanda e l’offerta a condizionare le nostre vite, non le scelte politiche effettuate in conseguenza delle predizioni degli analisti economici. Un bombardamento quotidiano di «certezze» ci presenta le leggi del mercato come «naturali» quanto la legge di gravità. Per alta che sia la soglia d’attenzione e il senso critico di un ascoltatore, è difficile impedire alla nostra mente di immaginare gli economisti come matematici in grado di elaborare dati certi, utilizzando equazioni e diagrammi da cui ricavare la predizione del futuro.
Le cose stanno davvero così? La predizione di un economista ha il grado di certezza di quelle di un fisico? La risposta a questa domanda non è banale. Se è positiva, vuol dire che gli economisti sono scienziati. Se è negativa, significa che sono poco più che astrologi, alchimisti capaci di descrivere tutt’al più in senso probabilistico una realtà sostanzialmente ignota. Per elaborare una predizione, che, essendo fondata su probabilità, retrocede subito al rango di previsione, l’economista esamina il passato – spesso filtrato attraverso la statistica – e applica teorie a variabili legate al caso e al rischio. Ne viene fuori un dato necessariamente soggettivo, frutto di esperienze diverse e  conoscenze e dottrine diverse. La previsione, pertanto, produce aspettative più o meno razionali e dati statistici da verificare, ma non ha la solennità della predizione, una parola che si riferisce a certezze, a risultati già verificati in laboratorio in ogni possibile condizione che hanno valore di dato scientifico. L’analista economico propone uno scenario, in base a un valore atteso dalla elaborazione e dalla distribuzione di probabilità scelte soggettivamente. In un quadro di crisi e di endemica incertezza non può avere alcuna pretesa di profezia o di verità perché per ottenere questo risultato occorrerebbe un veggente.
Ci parlano ogni giorno di «modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (DSGE)»; ce li presentano come certezze, ma due cose sono certe: li elaborano le banche centrali per regolare l’economia e risultano puntualmente sballati sette giorni dopo che sono stati dati per infallibili. Se glielo fai notare, gli economisti ti guardano dall’alto in basso, lasciando trapelare il disprezzo del matematico che, secondo la lezione di Galilei, interpreta la natura. Il problema è che l’economista non utilizza la matematica come fanno i fisici e sono in tanti ormai a sostenere che

«i principali “gioielli della corona” della scienza economica sono del tutto privi di riscontri empirici e non possono essere confrontati. […] con dati osservativi perché la previsione che scaturisce da una teoria e consente di verificarne gli enunciati con esperimenti cruciali è impossibile in economia».

Ogni giorno ci troviamo di fronte ad affermazioni di carattere assiomatico, certezze che non occorre dimostrare, dogmi simili a verità di fede, contro le quali è pericoloso manifestare dubbi, pena la scomunica. I politici, mai così culturalmente indigenti, fanno ormai gli aristotelici in polemica con gli anatomisti neoplatonici: «è vero sì, si vede bene che tutti i nervi portano al cervello, ma Aristotele dice che l’intelligenza è nel cuore…».
Ogni giorno una «certezza» naufraga. Ogni giorno una predizione si dimostra campata per aria e ha conseguenze tragiche sulla vita degli uomini, però nessuno ha quel tanto di umorismo necessario per ricordare ciò Nicolas Chamfort ebbe a scrivere sugli economisti: sono ottimi anatomisti, ma chirurghi scadenti: fanno meraviglie sui morti e massacrano i vivi.

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segnale-stradale-direzionale-21773234E’ un ritornello alla moda, ma pure un imbroglio: non c’è più destra e nemmeno sinistra. Al governo però c’è la destra e si chiama PD.
C’è il sindacato che s’è messo assieme a Confindustria. Una volta dicevi corporazione, ma ora non c’è più destra e non c’è più sinistra…
C’è l’opposizione e la fanno i 5Stelle, una destra-sinistra, una pantomina interclassista un po’ antagonista e un po’ liberista. Recitano in Parlamento, ma in piazza non ci vanno, sennò perdono pezzi e i rossi vanno contro i neri.
Sinistra o destra? Un premio a chi indovina! Venghino signori, venghino e fate il vostro gioco! Il trucco c’è, ma non si vede
Ci sono Bersani e D’Alema e si stanno ritrovando: nasce un nuovo partito? E’ la panacea di tutti i mali, però per favore, tenetelo a mente: meglio se dite soggetto politico e poi v’inventate un complemento oggetto. E’ un’analisi logica.
C’è la guerra infinita e il suo maremoto di migranti. Però chi se ne frega? Li affoghiamo tutti e poi diciamo messa.
Ci sono le pensioni in discussione, ma pure questa  è una guerra e si sa: si punta allo sterminio.
Ogni giorno c’è qualcosa e tutta non puoi dirla mai. Non ce la fai.
Nelle scuole semidistrutte i colpi giungono come mazzate, però stiamo calmi e abbiamo pure fede. Ci pensano i capi d’istituto. In fondo un fallimento ha un estremo bisogno di curatori.
Ci vorrebbe una grande battaglia di democrazia, ma ognuno ha il suo prezzo e siamo sul mercato.
Dove non riesce il capo, compare il kapò: ti cambia le mansioni, ti taglia lo stipendio e dopo tre anni di contratto – a tempo, s’intende, indeterminato – lui che fa? Ti licenzia.
Dirla tutta e fuori dai denti non è mai facile, però la dignità non è in vendita e non si baratta. Chi pensa che sia finita, presto vedrà che la lotta invece è appena cominciata.

Fuoriregistro, 7 settembre 2015

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