Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Confindustria’

Vincenzo Boccia non se n’è accorto. Ieri, uccisa dal Coronavirus, se n’è andata una bambina di dodici anni. L’avesse saputo, probabilmente avrebbe fatto spallucce: cosa volete che valga la vita di una bambina di fronte alla scienza del profitto?
Presidente della onorata società che risponde al nome di Confindustria, Boccia non si sente affatto responsabile del disastro che ha provocato pretendendo che tutto funzionasse come se l’epidemia fosse solo un brutto sogno. Per non smentire se stesso, in questi giorni è anzi tornato alla carica: bisogna riaprire le fabbriche. I morti aumenteranno? Se abbassiamo la guardia, sarà un’ecatombe, come ci dicono gli scienziati? Per Boccia il problema non c’è.
Nella sua scala di valori, mercato e profitto hanno la precedenza su tutto, anche sulla vita umana. Se i lavoratori riprenderanno a contagiarsi e a morire come mosche, se torneremo a numeri lombardi, pazienza. Ciò che conta davvero è che gli imprenditori non perdano milioni di euro e fette di mercato.
Bisogna riconoscerlo: il virus finora la sua parte l’ha fatta e non ci ha solo uccisi. Con scrupolo insospettato, ci ha mostrato addirittura una via: se non vi prenderete cura di voi e del pianeta, ci ha detto, non ci sarà scampo, farete la fine dei dinosauri. Ha parlato pure a Boccia che però non gli dà retta .
Come lo scienziato tomista negava la verità evidente dell’anatomista, perché – diceva – Aristotele non l’ha prevista, così l’invasato sacerdote del neoliberismo va diritto per la sua strada. La sua legge, la sua fede, la sua morale sono quelle del mercato e il suo dio è il profitto.
Purtroppo l’intelligenza di un virus è limitata. Se gli potessimo insegnare a scegliere gli obiettivi, faremmo un grande passo avanti e forse ci tireremmo fuori da questa tragedia. Poiché però non si può e Boccia continua a far guerra alla povera gente, bisogna avere fede nella natura e sperare che nasca infine un virus proletario, amico della povera gente e killer preparato e selettivo.
Quando accadrà, non produrremo vaccini. Faremo ponti d’oro a quel figlio di pipistrello che, cacciando i mercanti dal tempio, mirerà nel verso giusto e accoglieremo il crollo del mercato come il regalo celeste di un dio giusto e vendicatore.

Read Full Post »

Forse sbaglio, ma più giorni passano, più la ferocia che ci assedia e ci tiene prigionieri degli esiti atroci della malafede di chi ci ha governato negli ultimi anni, non solo produce una sempre più intollerabile sofferenza, ma fa sì chi meno ha, più patisce. Pare di sentire – cupo per ora, in apparenza lontano, ma indubbiamente minaccioso – un urlo rabbia devastante. Una di quelle cose che girano le pagine della storia.
I quaderni delle doglianze sono stati ripetutamente presentati a chi avrebbe dovuto leggerli, ma non è servito a niente. Se non avranno pietà di se stessi, forse restare a casa per scampare al pericolo, come noi stiamo a casa per evitare contagi, non basterà a chi ci ha condotti dove siamo. Per molto meno di quanto ci hanno fatto e ci stanno facendo soffrire, si sono viste teste cadere.
Boccia, presidente di Confindustria, insiste: bisogna riaprire le fabbriche. Questi barbari, peggiori di bestie feroci, continuano a badare a se stessi e ai propri interessi eppure lo sanno – i loro professori gliel’hanno insegnato e glie’ha ricordato recentemente sul Manifesto Laura Marchetti – che, mentre Troia bruciava, Enea non cercò scampo per sé, ma portò in salvo con lui il piccolo figlio e il vecchio padre, caricato sulle sue spalle. Così, nel momento della barbarie, il guerriero salvò la civiltà.
Tra i giorni del nostro assedio e l’incendio che si annuncia c’è ancora un po’ di tempo. O chi ha appiccato il fuoco lo userà per far vivere almeno un barlume di pietas, oppure non troverà pietà.

Read Full Post »

Costretti agli arresti domiciliari da un’epidemia che dilaga soprattutto a causa delle politiche dissennate dettate dall’UE e dalla Confindustria, che hanno distrutto la Sanità Pubblica, assistiamo impotenti alle scelte incerte d’un governo, sottoposto al ricatto dei padroni. Ieri l’ultimo atto della tragica pantomina; mentre si dà la caccia all’untore e si vieta persino la corsa innocente e solitaria nei parchi, Conte modifica il decreto di chiusura delle aziende che non servono alla vita quotidiana della popolazione duramente colpita: non chiudono, lavoreranno fino al 25.
Da noi la pandemia si può combattere con ogni arma, tranne la chiusura delle fabbriche, la più adatta a tutelare la popolazione inerme. Per Confindustria chiudere le fabbriche provocherebbe danni ai titoli quotati in Borsa e potrebbe costringere gli imprenditori a pagare penali per il lavoro non consegnato. I padroni, quindi, spudoratamente hanno chiesto tempo, ancora altro tempo e non si curano dei morti che aumentano negli ospedali disarmati e infettati.
In un Paese privo di memoria storica, in cui vive ormai un popolo ridotto a gregge, qualcuno dovrebbe ricordare al governo il caso emblematico di Luigi Bonnefon Craponne, fondatore e primo presidente di Confindustria, teorico di una strategia di puro egoismo, per la quale “gli industriali non debbono restringersi alla difesa dei loro interessi economici immediati nei riguardi della classe operaia, ma saper fare pressioni tali che la legislazione sociale non proceda troppo avanti e non danneggi l’industria e i suoi interessi”.
Con questa lucida e pericolosa dottrina, nel 1913 Confindustria affrontò le richieste degli operai, impegnati in un sacrosanto sciopero a oltranza. Di fronte a tanta arroganza, Giovanni Giolitti, che non fu certo  un pericoloso bolscevico, presidente del Consiglio come oggi Giuseppe Conte, non usò mezze misure; per molto meno di quanto sta combinando oggi Vincenzo Boccia, espulse infatti dall’Italia l’eversivo capo dei padroni, Luigi Bonnefon Craponne.
Si trattava – si badi bene – di uno scontro sindacale, ma per Giolitti, il capo degli industriali, di origine francese, non solo era venuto meno al dovere di rispettare il Paese che lo ospitava, ma aveva messo a rischio la pace sociale, osando «eccitare e invelenire le agitazioni degli operai, suscettibili di gravi effetti politici e sociali».
E’ difficile immaginare cosa avrebbe fatto Giolitti a Boccia oggi, quando si gioca con la vita dei lavoratori e con il rischio di contagiare ulteriormente una popolazione messa a durissima prova dalla religione del profitto e dalle politiche neoliberiste. In tanta confusione e vergogna, tuttavia una certezza l’abbiamo: l’epidemia sta mettendo a nudo la miseria morale della peggiore classe dirigente della nostra storia.

classifiche

Read Full Post »

banchieriCon la consueta schiettezza un ottimo amico, onesto, riflessivo e preparato, ha scritto due parole semplici, chiare e ricche di umanità:

«Non amo i numeri, anzi per la precisione,non credo nei numeri. Sin da bambino. Mio nonno, quando mi insegnava a giocare a carte chiudeva sempre la sua lezione dicendo “la matematica non è un’ opinione”, sancendo così la stessa come scienza esatta, nel senso che, a briscola, se lui aveva fatto 70 punti, io inevitabilmente ne avevo fatti 50. Non uno di più ne uno di meno».

Naturalmente la sua diffidenza per i numeri non si ferma al nonno e la sua spiegazione merita il massimo rispetto. La logica dei numeri, prosegue, infatti,

«quella che prevale nel mondo, è quella che fa accettare come verità inoppugnabile il fatto che a 50 anni sei già vecchio per lavorare, che a 60 una donna non può essere madre. La logica dei numeri è quella che stabilisce, per esempio, che i governi d’Europa non possono sforare il rapporto del 3% tra entrate e uscite pubbliche. E dietro quel numero, quel banalissimo numero,3%, si pongono le vite di milioni di persone».

Sulla maternità della sessantenne e su quanti anni ci occorrono per essere vecchi, nessuno eccepisce, ma poiché siamo ormai tutti economisti, sul 3 % e sui numeri in generale, apriti cielo! «Guarda che non sono uno sprovveduto» – gli fa indispettito un commentatore – «I numeri sono l’unico modo di interpretare la realtà…». Questi sono tempi in cui se ce l’hai coi numeri, ti trattano come il Santo Uffizio trattava gli eretici: ti abbrustoliscono in piazza. Io però gli do ragione al mio amico e pazienza se in piazza poi bruciano anche me. I numeri sono un modo di interpretare, non l’unico e tutte le interpretazioni hanno bisogno di parametri di riferimento. Se io non mangio nulla e un altro mangia due polli, i numeri diranno che siamo in due e abbiamo mangiato un pollo a testa. Non interpreteranno la realtà, ma la stravolgeranno. In quanto al 3 %, è stato scelto da un burocrate a cui fu detto di far presto. Nessuno verificò e tutti fecero l’elogio dei seri calcoli fatti. Lo dice il giornale della Confindustria e nessuno l’ha mai smentito, perché è vero.
Una scienza è tale se formula ipotesi, le verifica e dimostra che a condizioni date il risultato è ovunque e comunque quello ottenuto in sede sperimentale. L’economia, ripetono ossessivi i nostri politici, spalleggiati da una stampa sempre più serva, è una scienza, le leggi di mercato esistono,  hanno comportamenti prevedibili e consentono di predire il futuro. Sulla base di questa credibilità scientifica ci si racconta quotidianamente, con infinita arroganza, che sono la domanda e l’offerta a condizionare le nostre vite, non le scelte politiche effettuate in conseguenza delle predizioni degli analisti economici. Un bombardamento quotidiano di «certezze» ci presenta le leggi del mercato come «naturali» quanto la legge di gravità. Per alta che sia la soglia d’attenzione e il senso critico di un ascoltatore, è difficile impedire alla nostra mente di immaginare gli economisti come matematici in grado di elaborare dati certi, utilizzando equazioni e diagrammi da cui ricavare la predizione del futuro.
Le cose stanno davvero così? La predizione di un economista ha il grado di certezza di quelle di un fisico? La risposta a questa domanda non è banale. Se è positiva, vuol dire che gli economisti sono scienziati. Se è negativa, significa che sono poco più che astrologi, alchimisti capaci di descrivere tutt’al più in senso probabilistico una realtà sostanzialmente ignota. Per elaborare una predizione, che, essendo fondata su probabilità, retrocede subito al rango di previsione, l’economista esamina il passato – spesso filtrato attraverso la statistica – e applica teorie a variabili legate al caso e al rischio. Ne viene fuori un dato necessariamente soggettivo, frutto di esperienze diverse e  conoscenze e dottrine diverse. La previsione, pertanto, produce aspettative più o meno razionali e dati statistici da verificare, ma non ha la solennità della predizione, una parola che si riferisce a certezze, a risultati già verificati in laboratorio in ogni possibile condizione che hanno valore di dato scientifico. L’analista economico propone uno scenario, in base a un valore atteso dalla elaborazione e dalla distribuzione di probabilità scelte soggettivamente. In un quadro di crisi e di endemica incertezza non può avere alcuna pretesa di profezia o di verità perché per ottenere questo risultato occorrerebbe un veggente.
Ci parlano ogni giorno di «modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (DSGE)»; ce li presentano come certezze, ma due cose sono certe: li elaborano le banche centrali per regolare l’economia e risultano puntualmente sballati sette giorni dopo che sono stati dati per infallibili. Se glielo fai notare, gli economisti ti guardano dall’alto in basso, lasciando trapelare il disprezzo del matematico che, secondo la lezione di Galilei, interpreta la natura. Il problema è che l’economista non utilizza la matematica come fanno i fisici e sono in tanti ormai a sostenere che

«i principali “gioielli della corona” della scienza economica sono del tutto privi di riscontri empirici e non possono essere confrontati. […] con dati osservativi perché la previsione che scaturisce da una teoria e consente di verificarne gli enunciati con esperimenti cruciali è impossibile in economia».

Ogni giorno ci troviamo di fronte ad affermazioni di carattere assiomatico, certezze che non occorre dimostrare, dogmi simili a verità di fede, contro le quali è pericoloso manifestare dubbi, pena la scomunica. I politici, mai così culturalmente indigenti, fanno ormai gli aristotelici in polemica con gli anatomisti neoplatonici: «è vero sì, si vede bene che tutti i nervi portano al cervello, ma Aristotele dice che l’intelligenza è nel cuore…».
Ogni giorno una «certezza» naufraga. Ogni giorno una predizione si dimostra campata per aria e ha conseguenze tragiche sulla vita degli uomini, però nessuno ha quel tanto di umorismo necessario per ricordare ciò Nicolas Chamfort ebbe a scrivere sugli economisti: sono ottimi anatomisti, ma chirurghi scadenti: fanno meraviglie sui morti e massacrano i vivi.

Read Full Post »

segnale-stradale-direzionale-21773234E’ un ritornello alla moda, ma pure un imbroglio: non c’è più destra e nemmeno sinistra. Al governo però c’è la destra e si chiama PD.
C’è il sindacato che s’è messo assieme a Confindustria. Una volta dicevi corporazione, ma ora non c’è più destra e non c’è più sinistra…
C’è l’opposizione e la fanno i 5Stelle, una destra-sinistra, una pantomina interclassista un po’ antagonista e un po’ liberista. Recitano in Parlamento, ma in piazza non ci vanno, sennò perdono pezzi e i rossi vanno contro i neri.
Sinistra o destra? Un premio a chi indovina! Venghino signori, venghino e fate il vostro gioco! Il trucco c’è, ma non si vede
Ci sono Bersani e D’Alema e si stanno ritrovando: nasce un nuovo partito? E’ la panacea di tutti i mali, però per favore, tenetelo a mente: meglio se dite soggetto politico e poi v’inventate un complemento oggetto. E’ un’analisi logica.
C’è la guerra infinita e il suo maremoto di migranti. Però chi se ne frega? Li affoghiamo tutti e poi diciamo messa.
Ci sono le pensioni in discussione, ma pure questa  è una guerra e si sa: si punta allo sterminio.
Ogni giorno c’è qualcosa e tutta non puoi dirla mai. Non ce la fai.
Nelle scuole semidistrutte i colpi giungono come mazzate, però stiamo calmi e abbiamo pure fede. Ci pensano i capi d’istituto. In fondo un fallimento ha un estremo bisogno di curatori.
Ci vorrebbe una grande battaglia di democrazia, ma ognuno ha il suo prezzo e siamo sul mercato.
Dove non riesce il capo, compare il kapò: ti cambia le mansioni, ti taglia lo stipendio e dopo tre anni di contratto – a tempo, s’intende, indeterminato – lui che fa? Ti licenzia.
Dirla tutta e fuori dai denti non è mai facile, però la dignità non è in vendita e non si baratta. Chi pensa che sia finita, presto vedrà che la lotta invece è appena cominciata.

Fuoriregistro, 7 settembre 2015

Read Full Post »

30 ottobre 2010 Napoli manifestazione nazionale precari scuola 62Sono fatto a mio modo. Penso con la mia testa, dico ciò che penso, remo controcorrente e non cerco la popolarità a tutti i costi. Lo so, il mondo della scuola mostra i segni del lutto, ma ingannerei me stesso se mi accodassi al coro di “Bella ciao”, puntando ipocritamente il dito solo sul governo e su Confindustria. In questi mesi di tardivo risveglio della protesta, ho vissuto la micidiale sconfitta della scuola con un dolore lontano, anestetizzato da una duplice consapevolezza. Nel cuore e nella mente sopravvive anzitutto una certezza: ci sono momenti della storia in cui bisogna toccare il fondo, per pensare a una risalita; noi il fondo l’abbiamo toccato da tempo e l’abbiamo colpevolmente ignorato, aspettando che il Senato firmasse il certificato di morte della scuola statale. Ieri, solo ieri, ci siamo accorti della tragedia, ma il lutto giunge tardi e la rabbia esplode fuori tempo. I funerali della scuola pubblica si sono celebrati in forma strettamente privata, senza “bella ciao”, senza moti dell’animo e crisi d’isteria, più di quattro anni fa, nel dicembre del 2010, dopo la sconfitta degli studenti, in una Roma blindata, tra ambulanze e pantere lanciate a sirene spiegate, cariche violente, fumo d’incendi e lacrimogeni e il Senato difeso a mano armata come una trincea sul Piave dopo Caporetto.
Me lo ricordo come fosse oggi: da Napoli era partita una folta rappresentanza di studenti, decisi a forzare blocchi e a penetrare nell’aula del Senato abusivamente occupata da “nominati”, che si scambiavano voti e milioni per manipolare la fiducia e tenere in vita l’ennesimo governo Berlusconi. Lo striscione che aprirono nella prima linea di quella battaglia, assieme a migliaia e migliaia di loro compagni giunti da tutta Italia, recava una scritta forte e significativa: “La gioventù vi assedia”. Era mia quella dichiarazione di guerra. Mia, che giovane non ero, però c’ero. M’era venuta in mente all’ultima assemblea, prima della partenza, nell’aula di mille discussioni e iniziative. Non c’era un docente, non c’era un genitore e non c’erano sindacati. Per mesi, ragazze e ragazzi avevano riempito le piazze dello loro rabbia e per mesi, soli, in mille occupazioni, cortei e manifestazioni, avevano preso botte e denunce senza mollare. Non era Genova, non era il Sessantotto, ma da decenni non si vedevano in campo tante intelligenze che agivano assieme, tanta passione, consapevolezza e voglia di lottare. Non dimenticherò più gli incontri col mondo dello spettacolo in agitazione, i tentativi di saldare le lotte, la proposta di portare nelle fabbriche aggredite da Marchionne i temi delle lezioni che si facevano in piazza, la rabbia per il futuro rubato, gli slogan e i San Precario. Non dimenticherò la speranza e la dignità che si leggevano negli occhi di quella generazione in lotta per la vita e la risposta arrogante di un sindacalista: con gli operai i rapporti li teniamo noi.
dentro_e_fuori_111Era inevitabile. Dopo la lotta dura e il traguardo sfiorato, la sconfitta portò un riflusso micidiale. Quante ragazze e quanti ragazzi abbiamo perso per sempre in quel dicembre di speranze tradite? Quanti “adulti”, tra i tardivi manifestanti di oggi, se ne stavano a casa in quei giorni decisivi e si apprestavano a votare la pseudo sinistra “liberatrice” contro la sedicente destra berlusconiana?
Non se ne accorse praticamente nessuno, ma in quel dicembre senza fortuna morì la scuola della repubblica, nonostante la strenua battaglia di una generazione lasciata sola e abbandonata al suo destino. Tra noi, tanti non videro o non vollero vedere e molti misero a tacere la coscienza sprecando parole sulla violenza da rifiutare, sui “cattivi maestri” e sulle buone pratiche della politica.
Da allora per anni si è fatta una guerra già persa usando per armi fiori e lumini. Per anni chi ha accennato alla necessità di costruire percorsi di lotta adeguati alla sfida, si è trovato di fronte alla risposta “legalitaria”: il referendum.  Con una sfida alla logica che non lascia speranze, da mesi, mentre si canta con rabbia appassionata la canzone dei partigiani, si aprono al vento le bandiere del referendum come un’arma risolutiva. Non sai più se piangere o ridere e non puoi fare a meno di pensare che è come riunire sui monti le Brigate Garibaldi per raccogliere firme e consegnarle ai fascisti. Quando capiremo che contro un governo illegittimo, che ha fatto e farà carta straccia delle regole e dei diritti, più che cantare i canti dei partigiani, è necessario lottare come fecero loro?
Non facciamoci illusioni e smettiamola di sognare miracoli referendari. O settembre ci troverà asserragliati nelle scuole occupate assieme agli studenti, pronti ad affrontare i giudici del nuovo regime, o lacrime, lumini e inermi cortei variopinti diventeranno solo la triste prova dell’antica saggezza: ogni popolo ha il governo che si è meritato.

Agoravox, 26 giugno 2015

Read Full Post »

hqdefaultIl caudillo vuole trattare. E si capisce: hai voglia di fare il gradasso, lo sciopero è stato un fiume in piena e i numeri in piazza fanno paura. Diciamolo chiaro: la riforma è un disastro. Presentando le sua “Buona Scuola”, Renzi parlò di opportunità per gli studenti, introdotti nel mondo del lavoro. Una menzogna pericolosa. La riforma produrrà solo sfruttamento: lavoro gratuito e nessuna garanzia di assunzione dopo il percorso formativo. I contratti di apprendistato terminano con il ciclo di studi e sono solo un regalo ai padroni: mano d’opera abbondante a costo zero e chi se frega dei disoccupati! In cambio, ragazzi derubati del tempo scuola, una preparazione peggiore e tanta rassegnazione, come da anni sogna Confindustria.
Sulle assunzioni ancora menzogne. “Assumerò 150.000 docenti!”, annunciò Renzi, ma a stento si arriva a 100.000. Il ricambio fisiologico tra generazioni, con qualche aggiunta imposta dalla mega multa europea al peggior sfruttatore di lavoratori dell’intera Europa: lo Stato italiano. Fuori comunque i 6.000 idonei dell’ultimo concorso e 30.000 docenti di scuola dell’infanzia. Qualcuno lavora da oltre 10 anni! In quanto agli “assunti”, Renzi mente di nuovo: niente lavoro stabile, solo contratti triennali col rinnovo in mano ai Dirigenti e licenziamento sicuro per chi difenderà la libertà d’insegnamento e la dignità personale. Non bastasse, il DDL prevede la mobilità anche per i docenti di ruolo, cui si minaccia la perdita della titolarità della cattedra: potranno insegnare “materie affini”, per le quali non sono abilitati. Gli Ata, infine. Assicurano l’igiene, badano alla sicurezza delle scuole, ma non avranno nemmeno un’assunzione. In compenso, Renzi introduce Il privato nella scuola pubblica e poiché nessuno ti dà soldi per nulla, il prezzo da pagare è chiaro: l’intromissione nella didattica e nella gestione finanziaria. E’ la fine degli Organi Collegiali e la nascita d’una scuola in cui chi più spende più ha. Così si uccide la democrazia.
Inutile parlare delle prove Invalsi: nei Paesi anglosassoni, chi le ha inventate è sotto accusa. La scuola si può e si deve valutare, ma prima occorre restituirle quanto le è stato rubato e metterla in condizione di funzionare. In ogni caso, fuori dai piedi Confindustria, ha già procurato troppi danni al Paese, per occuparsi di scuola.
Nota dolente: poteri ai Dirigenti, che sono accontentati: potere esclusivo e discrezionale sui soldi della scuola, che investiranno come gli pare. Come datori di lavoro, decideranno quali docenti assumere, quali mandare a casa e quali premiare e formeranno le classi come vorranno. Aspettiamoci ,quindi, abusi, discriminazioni, classi piene zeppe di studenti con bisogni educativi speciali e docenti costretti a inventarsi competenze che non hanno o a snaturare quelle acquisite. Aspettiamoci, perché è fatale, docenti di sostegno ridotti ad assistenti, impossibilitati a progettare e realizzare percorsi didattici in grado di affrontare situazioni troppo problematiche per poterle gestire.
C’è poi Il luogo comune: gli insegnanti lavorano poco. Pennivendoli e velinari insistono sul criminale slogan dei “fannulloni”, ma statistiche e studi scientifici provano che, in ambito europeo, i docenti italiani lavorano quanto gli altri (circa 40 ore settimanali) ma prendono lo stipendio peggiore. Chi governa la scuola ignora che non fai lezione frontale senza prepararla spendendo tempo, ignora che le verifiche costano tempo e fatica, che esistono – e sono lavoro – progettazione, riunioni, incontri con le famiglie. Per non parlare dell’accompagnamento nei viaggi d’istruzione. Tutto più o meno a titolo gratuito.
C’è infine uno “specifico” dell’insegnamento. La nostra classe dirigente, selezionata ormai con l’esclusivo criterio della fedeltà al capo, soffre di analfabetismo di valori e non ha strumenti culturali e spessore umano per coglierne il senso e il peso. C’è chi inforna pizze e chi insegna. Pari dignità, ma differenze profonde. I docenti investono sul futuro. Lavorano su una materia preziosa: i nostri ragazzi. E’ un lavoro appassionante e gratificante, ma anche estremamente logorante. La scuola è fortemente condizionata dall’ambiente in cui opera; la crisi economica, l’assenza di riferimenti, il pessimo esempio offerto dalle classi dirigenti, aggravano la fatica dei docenti. In un Paese malato di sessismo, razzismo, rigurgiti di fascismo, vittima di una violenza che parte soprattutto dall’alto e di una corruzione che ha reso marce le Istituzioni, la scuola è un baluardo di democrazia, un punto di riferimento etico fortissimo, ma lo è a costo di immensi sacrifici. Per quello che ricevono in cambio, in termini di retribuzione, di collocazione sociale e di considerazione per la loro funzione, i docenti fanno indiscutibilmente molto e sono di gran lunga migliori di quanti pretendono di valutarli. Essi costituiscono una delle più serie, equilibrate e dignitose risorse del Paese. Se un punto c’è a loro sfavore, beh, questo è costituito certamente dalla preparazione scadente dei dei nostri leader, che, tuttavia, non sono stati i docenti a scegliere come “capi”. La scarsa qualità della classe dirigente può essere anche parziale responsabilità dei docenti, ma non ci sono dubbi e i fatti lo dimostrano: per senso morale, spessore culturale, soprattutto per coscienza democratica, il novanta per cento dei nostri insegnati è nettamente superiore a tutti i membri di questo sciagurato governo.

Fuoriregistro e Agoravox, 6 maggio 2015

Read Full Post »

Older Posts »