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Posts Tagged ‘Confindustria’

banchieriCon la consueta schiettezza un ottimo amico, onesto, riflessivo e preparato, ha scritto due parole semplici, chiare e ricche di umanità:

«Non amo i numeri, anzi per la precisione,non credo nei numeri. Sin da bambino. Mio nonno, quando mi insegnava a giocare a carte chiudeva sempre la sua lezione dicendo “la matematica non è un’ opinione”, sancendo così la stessa come scienza esatta, nel senso che, a briscola, se lui aveva fatto 70 punti, io inevitabilmente ne avevo fatti 50. Non uno di più ne uno di meno».

Naturalmente la sua diffidenza per i numeri non si ferma al nonno e la sua spiegazione merita il massimo rispetto. La logica dei numeri, prosegue, infatti,

«quella che prevale nel mondo, è quella che fa accettare come verità inoppugnabile il fatto che a 50 anni sei già vecchio per lavorare, che a 60 una donna non può essere madre. La logica dei numeri è quella che stabilisce, per esempio, che i governi d’Europa non possono sforare il rapporto del 3% tra entrate e uscite pubbliche. E dietro quel numero, quel banalissimo numero,3%, si pongono le vite di milioni di persone».

Sulla maternità della sessantenne e su quanti anni ci occorrono per essere vecchi, nessuno eccepisce, ma poiché siamo ormai tutti economisti, sul 3 % e sui numeri in generale, apriti cielo! «Guarda che non sono uno sprovveduto» – gli fa indispettito un commentatore – «I numeri sono l’unico modo di interpretare la realtà…». Questi sono tempi in cui se ce l’hai coi numeri, ti trattano come il Santo Uffizio trattava gli eretici: ti abbrustoliscono in piazza. Io però gli do ragione al mio amico e pazienza se in piazza poi bruciano anche me. I numeri sono un modo di interpretare, non l’unico e tutte le interpretazioni hanno bisogno di parametri di riferimento. Se io non mangio nulla e un altro mangia due polli, i numeri diranno che siamo in due e abbiamo mangiato un pollo a testa. Non interpreteranno la realtà, ma la stravolgeranno. In quanto al 3 %, è stato scelto da un burocrate a cui fu detto di far presto. Nessuno verificò e tutti fecero l’elogio dei seri calcoli fatti. Lo dice il giornale della Confindustria e nessuno l’ha mai smentito, perché è vero.
Una scienza è tale se formula ipotesi, le verifica e dimostra che a condizioni date il risultato è ovunque e comunque quello ottenuto in sede sperimentale. L’economia, ripetono ossessivi i nostri politici, spalleggiati da una stampa sempre più serva, è una scienza, le leggi di mercato esistono,  hanno comportamenti prevedibili e consentono di predire il futuro. Sulla base di questa credibilità scientifica ci si racconta quotidianamente, con infinita arroganza, che sono la domanda e l’offerta a condizionare le nostre vite, non le scelte politiche effettuate in conseguenza delle predizioni degli analisti economici. Un bombardamento quotidiano di «certezze» ci presenta le leggi del mercato come «naturali» quanto la legge di gravità. Per alta che sia la soglia d’attenzione e il senso critico di un ascoltatore, è difficile impedire alla nostra mente di immaginare gli economisti come matematici in grado di elaborare dati certi, utilizzando equazioni e diagrammi da cui ricavare la predizione del futuro.
Le cose stanno davvero così? La predizione di un economista ha il grado di certezza di quelle di un fisico? La risposta a questa domanda non è banale. Se è positiva, vuol dire che gli economisti sono scienziati. Se è negativa, significa che sono poco più che astrologi, alchimisti capaci di descrivere tutt’al più in senso probabilistico una realtà sostanzialmente ignota. Per elaborare una predizione, che, essendo fondata su probabilità, retrocede subito al rango di previsione, l’economista esamina il passato – spesso filtrato attraverso la statistica – e applica teorie a variabili legate al caso e al rischio. Ne viene fuori un dato necessariamente soggettivo, frutto di esperienze diverse e  conoscenze e dottrine diverse. La previsione, pertanto, produce aspettative più o meno razionali e dati statistici da verificare, ma non ha la solennità della predizione, una parola che si riferisce a certezze, a risultati già verificati in laboratorio in ogni possibile condizione che hanno valore di dato scientifico. L’analista economico propone uno scenario, in base a un valore atteso dalla elaborazione e dalla distribuzione di probabilità scelte soggettivamente. In un quadro di crisi e di endemica incertezza non può avere alcuna pretesa di profezia o di verità perché per ottenere questo risultato occorrerebbe un veggente.
Ci parlano ogni giorno di «modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (DSGE)»; ce li presentano come certezze, ma due cose sono certe: li elaborano le banche centrali per regolare l’economia e risultano puntualmente sballati sette giorni dopo che sono stati dati per infallibili. Se glielo fai notare, gli economisti ti guardano dall’alto in basso, lasciando trapelare il disprezzo del matematico che, secondo la lezione di Galilei, interpreta la natura. Il problema è che l’economista non utilizza la matematica come fanno i fisici e sono in tanti ormai a sostenere che

«i principali “gioielli della corona” della scienza economica sono del tutto privi di riscontri empirici e non possono essere confrontati. […] con dati osservativi perché la previsione che scaturisce da una teoria e consente di verificarne gli enunciati con esperimenti cruciali è impossibile in economia».

Ogni giorno ci troviamo di fronte ad affermazioni di carattere assiomatico, certezze che non occorre dimostrare, dogmi simili a verità di fede, contro le quali è pericoloso manifestare dubbi, pena la scomunica. I politici, mai così culturalmente indigenti, fanno ormai gli aristotelici in polemica con gli anatomisti neoplatonici: «è vero sì, si vede bene che tutti i nervi portano al cervello, ma Aristotele dice che l’intelligenza è nel cuore…».
Ogni giorno una «certezza» naufraga. Ogni giorno una predizione si dimostra campata per aria e ha conseguenze tragiche sulla vita degli uomini, però nessuno ha quel tanto di umorismo necessario per ricordare ciò Nicolas Chamfort ebbe a scrivere sugli economisti: sono ottimi anatomisti, ma chirurghi scadenti: fanno meraviglie sui morti e massacrano i vivi.

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segnale-stradale-direzionale-21773234E’ un ritornello alla moda, ma pure un imbroglio: non c’è più destra e nemmeno sinistra. Al governo però c’è la destra e si chiama PD.
C’è il sindacato che s’è messo assieme a Confindustria. Una volta dicevi corporazione, ma ora non c’è più destra e non c’è più sinistra…
C’è l’opposizione e la fanno i 5Stelle, una destra-sinistra, una pantomina interclassista un po’ antagonista e un po’ liberista. Recitano in Parlamento, ma in piazza non ci vanno, sennò perdono pezzi e i rossi vanno contro i neri.
Sinistra o destra? Un premio a chi indovina! Venghino signori, venghino e fate il vostro gioco! Il trucco c’è, ma non si vede
Ci sono Bersani e D’Alema e si stanno ritrovando: nasce un nuovo partito? E’ la panacea di tutti i mali, però per favore, tenetelo a mente: meglio se dite soggetto politico e poi v’inventate un complemento oggetto. E’ un’analisi logica.
C’è la guerra infinita e il suo maremoto di migranti. Però chi se ne frega? Li affoghiamo tutti e poi diciamo messa.
Ci sono le pensioni in discussione, ma pure questa  è una guerra e si sa: si punta allo sterminio.
Ogni giorno c’è qualcosa e tutta non puoi dirla mai. Non ce la fai.
Nelle scuole semidistrutte i colpi giungono come mazzate, però stiamo calmi e abbiamo pure fede. Ci pensano i capi d’istituto. In fondo un fallimento ha un estremo bisogno di curatori.
Ci vorrebbe una grande battaglia di democrazia, ma ognuno ha il suo prezzo e siamo sul mercato.
Dove non riesce il capo, compare il kapò: ti cambia le mansioni, ti taglia lo stipendio e dopo tre anni di contratto – a tempo, s’intende, indeterminato – lui che fa? Ti licenzia.
Dirla tutta e fuori dai denti non è mai facile, però la dignità non è in vendita e non si baratta. Chi pensa che sia finita, presto vedrà che la lotta invece è appena cominciata.

Fuoriregistro, 7 settembre 2015

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30 ottobre 2010 Napoli manifestazione nazionale precari scuola 62Sono fatto a mio modo. Penso con la mia testa, dico ciò che penso, remo controcorrente e non cerco la popolarità a tutti i costi. Lo so, il mondo della scuola mostra i segni del lutto, ma ingannerei me stesso se mi accodassi al coro di “Bella ciao”, puntando ipocritamente il dito solo sul governo e su Confindustria. In questi mesi di tardivo risveglio della protesta, ho vissuto la micidiale sconfitta della scuola con un dolore lontano, anestetizzato da una duplice consapevolezza. Nel cuore e nella mente sopravvive anzitutto una certezza: ci sono momenti della storia in cui bisogna toccare il fondo, per pensare a una risalita; noi il fondo l’abbiamo toccato da tempo e l’abbiamo colpevolmente ignorato, aspettando che il Senato firmasse il certificato di morte della scuola statale. Ieri, solo ieri, ci siamo accorti della tragedia, ma il lutto giunge tardi e la rabbia esplode fuori tempo. I funerali della scuola pubblica si sono celebrati in forma strettamente privata, senza “bella ciao”, senza moti dell’animo e crisi d’isteria, più di quattro anni fa, nel dicembre del 2010, dopo la sconfitta degli studenti, in una Roma blindata, tra ambulanze e pantere lanciate a sirene spiegate, cariche violente, fumo d’incendi e lacrimogeni e il Senato difeso a mano armata come una trincea sul Piave dopo Caporetto.
Me lo ricordo come fosse oggi: da Napoli era partita una folta rappresentanza di studenti, decisi a forzare blocchi e a penetrare nell’aula del Senato abusivamente occupata da “nominati”, che si scambiavano voti e milioni per manipolare la fiducia e tenere in vita l’ennesimo governo Berlusconi. Lo striscione che aprirono nella prima linea di quella battaglia, assieme a migliaia e migliaia di loro compagni giunti da tutta Italia, recava una scritta forte e significativa: “La gioventù vi assedia”. Era mia quella dichiarazione di guerra. Mia, che giovane non ero, però c’ero. M’era venuta in mente all’ultima assemblea, prima della partenza, nell’aula di mille discussioni e iniziative. Non c’era un docente, non c’era un genitore e non c’erano sindacati. Per mesi, ragazze e ragazzi avevano riempito le piazze dello loro rabbia e per mesi, soli, in mille occupazioni, cortei e manifestazioni, avevano preso botte e denunce senza mollare. Non era Genova, non era il Sessantotto, ma da decenni non si vedevano in campo tante intelligenze che agivano assieme, tanta passione, consapevolezza e voglia di lottare. Non dimenticherò più gli incontri col mondo dello spettacolo in agitazione, i tentativi di saldare le lotte, la proposta di portare nelle fabbriche aggredite da Marchionne i temi delle lezioni che si facevano in piazza, la rabbia per il futuro rubato, gli slogan e i San Precario. Non dimenticherò la speranza e la dignità che si leggevano negli occhi di quella generazione in lotta per la vita e la risposta arrogante di un sindacalista: con gli operai i rapporti li teniamo noi.
dentro_e_fuori_111Era inevitabile. Dopo la lotta dura e il traguardo sfiorato, la sconfitta portò un riflusso micidiale. Quante ragazze e quanti ragazzi abbiamo perso per sempre in quel dicembre di speranze tradite? Quanti “adulti”, tra i tardivi manifestanti di oggi, se ne stavano a casa in quei giorni decisivi e si apprestavano a votare la pseudo sinistra “liberatrice” contro la sedicente destra berlusconiana?
Non se ne accorse praticamente nessuno, ma in quel dicembre senza fortuna morì la scuola della repubblica, nonostante la strenua battaglia di una generazione lasciata sola e abbandonata al suo destino. Tra noi, tanti non videro o non vollero vedere e molti misero a tacere la coscienza sprecando parole sulla violenza da rifiutare, sui “cattivi maestri” e sulle buone pratiche della politica.
Da allora per anni si è fatta una guerra già persa usando per armi fiori e lumini. Per anni chi ha accennato alla necessità di costruire percorsi di lotta adeguati alla sfida, si è trovato di fronte alla risposta “legalitaria”: il referendum.  Con una sfida alla logica che non lascia speranze, da mesi, mentre si canta con rabbia appassionata la canzone dei partigiani, si aprono al vento le bandiere del referendum come un’arma risolutiva. Non sai più se piangere o ridere e non puoi fare a meno di pensare che è come riunire sui monti le Brigate Garibaldi per raccogliere firme e consegnarle ai fascisti. Quando capiremo che contro un governo illegittimo, che ha fatto e farà carta straccia delle regole e dei diritti, più che cantare i canti dei partigiani, è necessario lottare come fecero loro?
Non facciamoci illusioni e smettiamola di sognare miracoli referendari. O settembre ci troverà asserragliati nelle scuole occupate assieme agli studenti, pronti ad affrontare i giudici del nuovo regime, o lacrime, lumini e inermi cortei variopinti diventeranno solo la triste prova dell’antica saggezza: ogni popolo ha il governo che si è meritato.

Agoravox, 26 giugno 2015

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hqdefaultIl caudillo vuole trattare. E si capisce: hai voglia di fare il gradasso, lo sciopero è stato un fiume in piena e i numeri in piazza fanno paura. Diciamolo chiaro: la riforma è un disastro. Presentando le sua “Buona Scuola”, Renzi parlò di opportunità per gli studenti, introdotti nel mondo del lavoro. Una menzogna pericolosa. La riforma produrrà solo sfruttamento: lavoro gratuito e nessuna garanzia di assunzione dopo il percorso formativo. I contratti di apprendistato terminano con il ciclo di studi e sono solo un regalo ai padroni: mano d’opera abbondante a costo zero e chi se frega dei disoccupati! In cambio, ragazzi derubati del tempo scuola, una preparazione peggiore e tanta rassegnazione, come da anni sogna Confindustria.
Sulle assunzioni ancora menzogne. “Assumerò 150.000 docenti!”, annunciò Renzi, ma a stento si arriva a 100.000. Il ricambio fisiologico tra generazioni, con qualche aggiunta imposta dalla mega multa europea al peggior sfruttatore di lavoratori dell’intera Europa: lo Stato italiano. Fuori comunque i 6.000 idonei dell’ultimo concorso e 30.000 docenti di scuola dell’infanzia. Qualcuno lavora da oltre 10 anni! In quanto agli “assunti”, Renzi mente di nuovo: niente lavoro stabile, solo contratti triennali col rinnovo in mano ai Dirigenti e licenziamento sicuro per chi difenderà la libertà d’insegnamento e la dignità personale. Non bastasse, il DDL prevede la mobilità anche per i docenti di ruolo, cui si minaccia la perdita della titolarità della cattedra: potranno insegnare “materie affini”, per le quali non sono abilitati. Gli Ata, infine. Assicurano l’igiene, badano alla sicurezza delle scuole, ma non avranno nemmeno un’assunzione. In compenso, Renzi introduce Il privato nella scuola pubblica e poiché nessuno ti dà soldi per nulla, il prezzo da pagare è chiaro: l’intromissione nella didattica e nella gestione finanziaria. E’ la fine degli Organi Collegiali e la nascita d’una scuola in cui chi più spende più ha. Così si uccide la democrazia.
Inutile parlare delle prove Invalsi: nei Paesi anglosassoni, chi le ha inventate è sotto accusa. La scuola si può e si deve valutare, ma prima occorre restituirle quanto le è stato rubato e metterla in condizione di funzionare. In ogni caso, fuori dai piedi Confindustria, ha già procurato troppi danni al Paese, per occuparsi di scuola.
Nota dolente: poteri ai Dirigenti, che sono accontentati: potere esclusivo e discrezionale sui soldi della scuola, che investiranno come gli pare. Come datori di lavoro, decideranno quali docenti assumere, quali mandare a casa e quali premiare e formeranno le classi come vorranno. Aspettiamoci ,quindi, abusi, discriminazioni, classi piene zeppe di studenti con bisogni educativi speciali e docenti costretti a inventarsi competenze che non hanno o a snaturare quelle acquisite. Aspettiamoci, perché è fatale, docenti di sostegno ridotti ad assistenti, impossibilitati a progettare e realizzare percorsi didattici in grado di affrontare situazioni troppo problematiche per poterle gestire.
C’è poi Il luogo comune: gli insegnanti lavorano poco. Pennivendoli e velinari insistono sul criminale slogan dei “fannulloni”, ma statistiche e studi scientifici provano che, in ambito europeo, i docenti italiani lavorano quanto gli altri (circa 40 ore settimanali) ma prendono lo stipendio peggiore. Chi governa la scuola ignora che non fai lezione frontale senza prepararla spendendo tempo, ignora che le verifiche costano tempo e fatica, che esistono – e sono lavoro – progettazione, riunioni, incontri con le famiglie. Per non parlare dell’accompagnamento nei viaggi d’istruzione. Tutto più o meno a titolo gratuito.
C’è infine uno “specifico” dell’insegnamento. La nostra classe dirigente, selezionata ormai con l’esclusivo criterio della fedeltà al capo, soffre di analfabetismo di valori e non ha strumenti culturali e spessore umano per coglierne il senso e il peso. C’è chi inforna pizze e chi insegna. Pari dignità, ma differenze profonde. I docenti investono sul futuro. Lavorano su una materia preziosa: i nostri ragazzi. E’ un lavoro appassionante e gratificante, ma anche estremamente logorante. La scuola è fortemente condizionata dall’ambiente in cui opera; la crisi economica, l’assenza di riferimenti, il pessimo esempio offerto dalle classi dirigenti, aggravano la fatica dei docenti. In un Paese malato di sessismo, razzismo, rigurgiti di fascismo, vittima di una violenza che parte soprattutto dall’alto e di una corruzione che ha reso marce le Istituzioni, la scuola è un baluardo di democrazia, un punto di riferimento etico fortissimo, ma lo è a costo di immensi sacrifici. Per quello che ricevono in cambio, in termini di retribuzione, di collocazione sociale e di considerazione per la loro funzione, i docenti fanno indiscutibilmente molto e sono di gran lunga migliori di quanti pretendono di valutarli. Essi costituiscono una delle più serie, equilibrate e dignitose risorse del Paese. Se un punto c’è a loro sfavore, beh, questo è costituito certamente dalla preparazione scadente dei dei nostri leader, che, tuttavia, non sono stati i docenti a scegliere come “capi”. La scarsa qualità della classe dirigente può essere anche parziale responsabilità dei docenti, ma non ci sono dubbi e i fatti lo dimostrano: per senso morale, spessore culturale, soprattutto per coscienza democratica, il novanta per cento dei nostri insegnati è nettamente superiore a tutti i membri di questo sciagurato governo.

Fuoriregistro e Agoravox, 6 maggio 2015

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Bomba d'acqua su Pisa (Stefano Degl'Innocenti)Il paese è migliore di quanto mostri il surreale duello quotidiano tra  «rottamatori» di Renzi e «rottamati» di Bersani. La scuola, per far riferimento a un pilastro fondante della società che Renzi crede di poter distruggere impunemente, è molto meno rassegnata di quanto si pensi. Basta conoscerla per sentire il fremito che muove l’aria nelle aule cadenti. E non è questione di precari, di sacrosanta amarezza per il lavoro promesso e negato, di salari, ferie o problemi per cui è facile tirare in ballo l’egoismo corporativo e i gufi conservatori. E’ ben altro: uno stato febbrile di coscienze allarmate, un’inquietudine profonda che coinvolge docenti «garantiti», personale amministrativo, studenti e famiglie più consapevoli. Chi ha memoria ricorda l’indignazione sorda, crescente e inascoltata che annunciò l’esplosione inattesa per il «concorsaccio da sei milioni» e segnò la fine di Luigi Berlinguer.
E’ vero, a quei tempi il governo non poteva contare sulla macchina da guerra che spiana la via a Renzi, ma non è meno vero che Berlinguer non si era spinto al punto da bocciare sprezzantemente una legge d’iniziativa popolare nata dall’impegno di intelligenze acute e dalla passione competente della scuola militante. Non c’è anestetico in grado di cancellare il dolore per la violenta coltellata inferta alla scuola e alla democrazia da un governo geneticamente debole, come quello di Renzi, sfiduciato alla nascita da una sentenza della Corte Costituzionale che delegittima politicamente e moralmente questo Parlamento di figuranti.
Le manifestazioni si annunciano a catena Gli argini reggeranno? Se il fiume carsico che diventa sempre più impetuoso troverà sbocco nello sciopero del 12 maggio, che minaccia di far saltare le prove Invalsi e mettere insieme i docenti, gli studenti, i genitori più consapevoli, la Cgil e il sindacalismo di base, gli argini salteranno e faranno strada a una bomba d’acqua simile a quella che travolse Berlinguer.
Benché blindata, la malaccorta consultazione sulla «Buona Scuola», voluta dal governo per dare una mano di vernice democratica a un’operazione profondamente reazionaria, non solo è naufragata pietosamente, ma si è trasformata in un boomerang micidiale, animando un’opposizione motivata e competente, che non lascia spazi ai twitter. E’ accaduto di tutto: più di duecento mozioni contrarie cestinate con infinita arroganza, l’inevitabile protesta repressa a colpi di polizia e soprattutto, inattesa, la resurrezione di Comitati agguerriti a sostegno di una Legge di iniziativa popolare che, sottoscritta da centomila cittadini è diventata un’alternativa concreta alle proposte inaccettabili del governo. Un’alternativa sprezzantemente respinta pochi giorni fa, in sede referente, da Commissioni Parlamentari formate da illustri sconosciuti che nessuno ha mai eletto. La sfida ha i connotati dell’oltraggio ed è resa più grave dai contenuti del disegno governativo che, tra annunci da venditori di tappeti e imbarazzanti rinvii, è più insolente e liberticida di quella «Legge Aprea», bloccata nel 2011 da una mobilitazione forte e corale.
In spregio della Costituzione, il governo stavolta va ben oltre la fallita sortita berlusconiana. Se la legge Aprea assegnava al dirigente scolastico potestà di chiamata diretta dei docenti, Renzi va oltre, attribuendo ai capi d’Istituito il potere di licenziare i docenti a proprio  esclusivo giudizio, anche per il mancato superamento dell’anno di prova. Se Aprea spalancava le porte della scuola ai privati e alle imprese, introducendoli nei consigli d’Istituto, Renzi, con scelta scellerata, assegna ai Dirigenti Scolastici il potere di gestire da soli e direttamente i rapporti con le forze economiche territoriali, pronte a condizionare la formazione e l’istruzione, a fare della Scuola un mercato che sdogani il lavoro minorile e al nero e offra alle imprese manodopera abbondante, gratuita e senza tutela. In una sorta di delirio di onnipotenza, Renzi, chiede per sé qualcosa come 13 deleghe, compresa quella di ispirazione fascista che dice di riformare – ma di fatto sopprime – gli Organi Collegiali.
Questa la portata dell’attacco, che non è rivolto ai docenti, come lascia strumentalmente credere il complice circo mediatico, dopo l’oscena campagna sui «fannulloni». E’ una sfida violenta, che mira a colpire le Istituzioni democratiche del paese, di cui, piaccia o no, la scuola è trave portante. D’altra parte, Renzi non ha scelta: nega la funzione costituzionale della Scuola perché la Costituzione è il principale ostacolo alla realizzazione del suo progetto reazionario e non basta stravolgerla nelle aule del Parlamento: va sradicata dalle aule scolastiche in cui si formano i cittadini, potenziali nemici di Renzi finché non saranno ridotti a bestiame votante. Di qui l’attacco alle pari opportunità, di qui le scuole di diverso livello e le risorse iniquamente distribuite.
In quanto ai docenti, non c’è dubbio: per piegare il Paese, occorre piegarne la resistenza, per debole che possa apparire. Si spiega così la scelta di creare albi regionali, abolire la titolarità di cattedra per gli insegnanti di ruolo, qualora siano costretti a ricorrere alla mobilità territoriale o professionale, e costringerli all’inferno del precariato; si spiegano così il lavoro decontrattualizzato, le valutazioni arbitrarie, affidate alla via scivolosa dei test Invalsi, frutto velenoso dell’intrusione di Confindustria nella didattica, e infine la soppressione della libertà d’insegnamento, che l’articolo 33 della Costituzione tutela, in quanto primo confine tra democrazia e regimi autoritari. Il ricatto ai precari, che l’Europa ci impone di immettere in ruolo e Renzi recluta solo a condizione che accettino la mobilità selvaggia e il demansionamento, insegnando materie per cui non sono abilitati, la distruzione della collegialità, con le diverse componenti della Scuola escluse dalla costruzione del progetto formativo, sono il prezzo che Renzi paga ai suoi sponsor: i padroni, che pretendono una scuola classista, che sia fabbrica di sfruttati e di rassegnati soldatini del capitale.
Se non trova un freno immediato, questa è la cifra reale della scuola di Renzi: non più la preziosa fucina socratica della coscienza critica, ma l’anticamera di un ufficio di collocamento.

Fuoriregistro, 17 aprile 2015 e Agoravox, 18 aprile 2015

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lustrascarpe-526x394«I tuoi sono i soliti argomenti degli anti renziani a prescindere», mi assale becero e tronfio il neofita del renzismo. «Vedi solo le cose brutte e gli errori (che ci sono, ovvio, ma chi non ne fa?), mandanti oscuri che lo manovrano (il grande capitale e la grande finanza, ovvio), l’attacco continuo alla Costituzione (e chi sei tu per deciderlo?), l’aver resuscitato Berlusconi (che non è mai stato così fuori dai giochi come ora). Sei tristissimo, circondato da fantasmi che ti ossessionano, sempre più rinchiuso nel tuo fortino di duro e puro. E gli altri, noi poveretti che non abbiamo capito quello che solo tu eletto, invece, sai. Noi che viviamo nella vita normale, dove si fanno cose giuste e cose sbagliate ma ci si prova. Sei tristissimo».
Non c’è lavoro? Licenziamo, come chiedono Squinzi e la Confidustria. Riduciamo in servitù il giovane disoccupato e il problema sarà risolto. Poi, però, per favore, non piantiamo grane sulla dignità calpestata: se il matrimonio è un gesto d’amore, si può andare a nozze anche coi fichi secchi.
Dietro la cieca e feroce flessibilità morale invocata da Renzi, che sorvola su tutto, in nome di una comoda quanto inesistente necessità storica, si cela la tragica complicità che accompagna di solito le avventure dei personaggi loschi e pericolosi. Così fu per il fascismo, che passò col consenso della borghesia pronta a sostenere il regime. Il peggior Crispi resuscitato, il domicilio coatto reso ben più feroce dal confino politico? Sono solo fantasmi che ossessionano i moralisti! Lo Statuto Albertino calpestato? E chi siete voi per deciderlo? Quando un fiume di sangue corse in lungo e in largo il Paese e caddero Matteotti, Amendola, Gobetti, si patteggiò con la coscienza: avrebbero fatto certamente di peggio i bolscevichi. «Sei tristissimo, vedi solo le cose brutte e gli errori», si disse a chi non stava al gioco.
Oggi sono tristissimi e sempre più colpevolmente rinchiusi nel fortino di duri e puri coloro che registrano fatti gravissimi: un presidente della Repubblica eletto due volte («che ossessione! La Costituzione non lo vieta!», Già, ma la Costituzione non vieta nemmeno l’elezione ripetuta tre, quattro e cinque volte…). Sono tristissimi quanti ricordano puntigliosamente che questo Parlamento è illegittimo, perché eletto con una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Tristissimi, perché nella loro inaccettabile smania di costituzionalità, si rifiutano di capire che esiste una «vita normale, dove si fanno cose giuste e cose sbagliate ma ci si prova».
C’è da augurarsi che stavolta, quando la folle avventura appena iniziata sarà terminata e il disastro compiuto, i «tristissimi» sappiano ricordare e trattino come meritano i ciechi gioiosi che tutto accettano e tutto lasciano correre. Ricordare e punire senza pietà. Sarebbe inaccettabile una nuova legge togliattiana sull’epurazione e una nuova amnistia.

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180_scuolaE’ un mistero glorioso: la scuola che Renzi propone, la favola bella della “svolta epocale”, attiva e innovativa, non prevede studenti. E’ una scuola che divide i docenti, fa ardite promesse – quattrini per l’edilizia scolastica, aumento dei progetti formativi pomeridiani grazie ai soldi di generosi privati, porte aperte alle aspirazioni di chi “merita” – ma gli studenti non li trovi nemmeno a pagarli. I loro bisogni, ciò che hanno proposto in anni di assemblee, occupazioni, autogestioni, lezioni in piazza, denunce, narrazione dei loro problemi e soluzioni da adottare, tutto ciò non ha voce in capitolo. Per Renzi la scuola si fa senza studenti. In loro nome, il governo s’è posto la domanda che li rappresenta e s’è dato la risposta: volete entrare nel mondo del lavoro che preferite? Ci andrete. E’ già pronto per voi un “hackathon” per suggerire app in un quadro generale di “opening up education”. Dietro l’inglese americanizzato, però, c’è solo l’armamentario ideologico di governi falliti: guerra all’istruzione pubblica, gerarchizzazione del personale e privatizzazione del sistema.
Gli studenti come soggetti pensanti, non esistono.
Eppure chi vive con loro l’esperienza scolastica e li affianca nelle lotte, sa che nei Consigli d’Istituto e negli organi accademici le loro rappresentanze non contano nulla. Devono lottare per tutto: un’aula autogestita in cui esprimersi e creare cultura, una scuola inclusiva, che privilegi il pensiero critico, un corso pomeridiano, la sostenibilità dei costi per poter studiare, la possibilità di accesso ai più alti gradi dell’istruzione . Si scontrano ogni giorno con una realtà che li chiama ad avallare ciò che altri hanno deciso per loro. A torto o a ragione , si sentono trattati come contenitori vuoti, che la scuola riempirà di nozioni e regole di comportamento “adeguato” e invano chiedono che il loro mondo trovi cittadinanza tra i banchi, che i loro problemi siano ascoltati. Di coscienza critica non si parla più e tutto ciò che conta è l’acritico rispetto verso ogni autorità. Per gli studenti, la favola non cambierà la scuola: Renzi finge di ascoltare tutti, amministrativi, presidi e docenti, ma agli studenti non promette niente. La “buona scuola” di loro non parla. E’ come un carcere senza detenuti, un ospedale senza malati, un cinema senza film. Con loro soprattutto Renzi mostra la sfida autoritaria di Renzi svela il suo valore devastante: dovete imparare a credere che la realtà coincide con le mie chiacchiere surreali. E’ questo il mondo: il vuoto dietro un tweet.
Nel trionfo virtuale dell’illusionismo, la favola è un incubo: il motore perde colpi? Lo metteremo a punto con gli attori che lo fanno funzionare: presidi, amministrativi, docenti. Nessuno meglio di loro può dire quali siano le regole inutili e le complicazioni superflue. Assieme a loro sbloccherò la scuola. E’ una gara di formula uno studiata ascoltando tutti, meno che il rombo del motore, come se a tagliare il traguardo a fine corsa dovessero essere il preside-manager, i docenti sopravvissuti alla guerra dei poveri sul “merito”, i criteri di valutazione, e le aule vuote. Svaniti gli studenti, ai quali nessuno chiede se nella corsa c’è il rischio di rompersi l’osso del collo, Renzi non dice nulla sul lavoro che si farà in classe. La sua, è la favola d’un’azienda che, ottimizzati i ritmi della produttività dei docenti, si dà una nuovo monte ore, decide le modalità di assunzione, la quantità di progetti da sfornare, i costi della pubblicità e i tagliandi per la messa a punto con la verifica dei test. Degli studenti, della loro umanità, della corrispondenza tra le loro domande e le risposte del bolide che andrà in pista, di tutto questo la favola di Renzi non parla. La “buona scuola” è pensata per una società di yesman e disciplinate carte assorbenti. Si raccontano mirabilie, ma il modello di riferimento non sono gli individui da formare.
Gli studenti non c’entrano nulla con la scuola di Renzi. La favola buona è un’impresa produttiva per padroni che intendono far profitto, investendo sulla formazione. Gli studenti, il diritto allo studio, le disparità tra condizioni economiche e sociali di partenza, sono sciolte nell’acido dei test Invalsi. Se Renzi si fosse ricordato che a scuola ci vanno gli studenti, si sarebbe accorto che c’è bisogno di una formazione che conti su laboratori attrezzati, che aprano la mente e guardino lontano fino all’accademia; c’è bisogno di maggiori scambi culturali e di momenti collettivi da vivere furori dalle aule. Di tutto questo la “buona scuola” non parla. Confindustria ha raccontato a Renzi che il mondo degli studenti vive di uno sogno solo: “la possibilità di fare percorsi di didattica in realtà lavorative aziendali, così come pubbliche e del no profit” e lui non è stato a pensarci: ha promesso che questa possibilità “sarà resa sistemica per gli studenti di tutte le scuole secondarie di secondo grado”.
Digital, appl, inglese a gogò, la fanfara suonata per musica e storia dell’arte, e poi che si fa? Senza studenti, la rivoluzione di Renzi diventa uno spot per lo sfruttamento. Altro che formazione della coscienza critica: lavoro senza retribuzione e una grande riserva di manovalanza a basso costo o gratuita, grazie ai tirocini, che manda in brodo di giuggiole i padroni. La “buona scuola” di Renzi è un elementare dettato del padronato. Mentre gli studenti, cancellati dalla scuola, raccontano di “libretti delle giustifiche”, trasformati in pubblicità del pub “Pollo Veloce” – l’impresa si sa, non fa nulla per nulla e il proprietario del locale ci ha messo quattrini – la Lockheed presto vanterà sui moduli d’iscrizione le delizie degli F35 e la Beretta ricorderà che il suo modello di mitra fa il record di morti con un solo caricatore.

Uscito su Fuoriregistro il 21 ottobre 2014

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