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Posts Tagged ‘Renzo De Felice’

Troverò lettori?

Giannattasio Anna Diploma di Medaglia GaribaldinaPer Renzo De Felice, grande storico del fascismo, nei primi anni Trenta il regime gode di forte consenso, ma i dubbi sono legittimi. La parola «consenso», riferita a una tirannia, non è una «contraddizione in termini»? Non trasforma in sinonimi due sostantivi antitetici – imposizione e adesione – rendendo realtà una finzione? La verità è che spesso una parola non esprime compiutamente ciò che intende comunicare. Dietro un generico «consentire», trovi stati d’animo diversi tra loro e la ricchezza del latino, i meccanismi logici nella scelta dei vocaboli, il suo affidare a parole differenti situazioni diverse tra loro, avrebbe impedito a De Felice di usare in modo ambiguo la parola consenso. In latino, infatti, consentire, nel senso che lo storico dà al verbo, indica condivisione di valori, sentire comune; è sinonimo di pace sociale, presume piena libertà ed è incompatibile con la tirannide. «Opprimi», vale a dire sostegno obbligato, è la parola adatta alla tirannia, per cui il dissenso, come si manifesta é già sovversione. «Opprimi» però sta per cedimento ai colpi subiti, intollerabile pressione; indica la scelta di «piegarsi» e non significa certo aderire.
Se pensiamo, ai rapporti fra Chiesa e fascismo a Napoli nel 1929, dopo i Patti del Laterano, essi sembrano ottimi e il Cardinale Ascalesi appoggia il regime. Di lì a poco, però, Natale Schiassil il Federale, denuncia preti e «circoline», le consorelle dei giovani cattolici, per propaganda antifascista coperta da fervore religioso. La Questura riderebbe di un dissenso fatto di prediche e messe cantate, se nel 1931 volantini clandestini e incidenti coi fascisti non mostrassero la debolezza del «consenso». In realtà, dopo uno scontro sull’educazione dei giovani, la chiusura dell’Azione Cattolica è benzina sul fuoco di un conflitto per l’egemonia sull’istruzione, che a Mussolini serve per imprimere nei giovani gli ideali fascisti di forza, virilità e conquista e la Chiesa gli contende perché sa che la formazione crea legami decisivi con le masse popolari.
I cattolici, profittando della disoccupazione, replicano agli assalti quadristi, promettendo lavoro e assistenza agli operai che aderiscono ai loro circoli. La ribellione giunge inattesa. Sono le donne, le «più addolorate del provvedimento di chiusura», soprattutto le insegnanti, a cospirare nelle abitazioni private e a manovrare abilmente bambini, che lacerano le foto di Mussolini nei libri di testo. Quando un alunno fa a pezzi il ritratto del duce e lo lancia dal balcone, dichiarando di appartenere a Gesù, si giunge all’arresto delle maestre Annunziata e Anna Bonagura, per isti¬gazione e oltraggio al capo del Governo. Altro che consenso: il regime ha contro i militanti di base del mondo cattolico, parte costitutiva della cultura politica del Paese, e quantomeno azzardato.
Cessata la bufera, il dissenso sopravvive e produce i fermenti da cui nascerà la Democrazia Cristiana. Le leggi razziali del 1938, con la Chiesa che prova a tutelare gli ebrei convertiti al cattolicesimo, ma non si schiera apertamente per la dignità umana degli israeliti, e poi la guerra mondiale allontanano ulteriormente il cardinale Ascalesi dai cattolici napoletani. Una distanza di cui c’è traccia nella posizione filo-polacca dei gesuiti, nell’iniziativa del centro «Orbet», che alla fine del 1942 prepara uomini armati in vista della crisi del regime, nell’attività di una comunità di base, che pubblica «Le Orfanelle di S. Rita alla Salute», un foglio ritenuto pericoloso dalla Questura, e in quella di alcuni operai, confinati per aver fondato un «Partito cattolico dell’Umanità» contrario al regime.
Certo, a marzo 1929 i voti contrari al regime sono poco più di duemila e quattro anni dopo non giungono a cento, ma sono plebisciti con voto palese, scuola, università e mezzi d’informazione manipolano le coscienze e la repressione spaventa gli oppositori. E’ un dato di fatto: nel 1935-36, quando la guerra riempie il porto di soldati, autorità ed emigrati diretti in Africa, nascono speranze. I più ricchi inseguono sogni di gloria, la povera gente sogna un «posto al sole» riempie di labile entusiasmo Piazza Plebiscito. Dietro le terre d’oltremare e l’emigrazione in ripresa, ci sono però la propaganda che fabbrica illusioni, il partito che impone la partecipazione e la repressione che colpisce il dissenso. Per chi vuole vederli, all’orizzonte, si affacciano la delusione, l’alleanza con un nemico storico e un imperialismo straccione che vuole la guerra.
Quale rilievo abbiano i sogni che diventano incubi è impossibile dire. Conosciamo bene, invece, il valore morale di un dissenso che si fa calvario per una parola sfuggita, un segno di ostilità o la difesa cosciente dei valori delle culture politiche storiche del Paese – liberale, cattolica, anarchica, socialista e comunista – arricchite da un europeismo che conta su giovani come Antonio Ottaviano, poi partigiano delle Quattro Giornate, processato per aver fondato l’«Europa Unita», associazione clandestina, che oppone una Federazione di Stati europei all’alleanza italo-tedesca e alla guerra che essa scatenerà. E’ un filo che percorre la città per vent’anni e che il regime non riesce a spezzare.
E’ il primo maggio 1925 – Michele Castelli è pronto ad avviare le opere volute dal regime – quando il socialista Enrico Motta finisce nel girone infernale dei «sovversivi schedati». In casa gli hanno trovato una foto di Matteotti e il testo di una canzone che circola per la città e ridicolizza il fascismo. Sono i mesi, in cui il regime sequestra per ragioni politiche il libretto di navigazione al marittimo Morello Canzio, che fino alla caduta del fascismo non avrà di che vivere e non saprà come provvedere ai figli. I mesi in cui Nestore Francia, un ferroviere licenziato per vendetta politica, fugge all’estero in tempo per evitare l’arresto, ma torna in città anni dopo e vive di stenti finché dura il fascismo. I tre perseguitati non si conoscono, ma come Antonio Ottaviano saranno assieme nella rivolta del 1943.
Anche a tener contro solo degli antifascisti presenti nelle Quattro Giornate, lo stillicidio di arresti, processi e misure di polizia racconta venti anni di lotte mai davvero domate. Sono militanti noti, come Antonio Cecchi, segretario della Camera del Lavoro, che, spedito al confino nel 1926, vivrà di stenti fino al crollo del regime, o antifascisti sconosciuti persino all’onnipresente Polizia Politica. E’ il caso di Amedeo Coraggio, un muratore che paga un canto socialista scritto un muro dell’Ospizio di San Gennaro alla Sanità con la galera e una vita da «sorvegliato», vissuta da eterno disoccupato, tra miseria, arresti e perquisizioni. Un incubo da cui il Coraggio esce solo a settembre del 1943, quando affronta armi in pugno i nazifascisti e libera nello stesso tempo la città e quanto resta della sua vita.
Non sempre si tratta però di oppositori isolati. Carlo Cerasuolo, per esempio, sorpreso col comunista Espedito Ansaldo, ha contatti col PCI clandestino, sicché non a caso i due si ritrovano poi nelle Quattro Giornate. Alla famiglia di Federico Mutarelli, ex tramviere licenziato, confinato e ridotto alla fame, badano il «Soccorso Rosso» e compagni impauriti ma solidali. In Italia e all’estero vive tra soprusi e licenziamenti Tito Murolo, che guiderà la rivolta nella zona dell’Arenaccia. E’ in contatto con Ezio, il fratello, legato a sua volta agli antifascisti fuggiti in Francia, con i quali nel 1937 raccoglie fondi per i trenta volontari napoletani accorsi in difesa della Spagna assalita dai nazifascisti.
Mentre esalta le «opere del regime», la stampa ignora la repressione, di cui ci parlano oggi le carte della Questura. Nel 1927, il regime che apre la Via Litoranea toglie la gestione del Mercato agricolo di Pianura al dissidente Ruggiero Baiano, ma i figli, memori della miseria e dei soprusi patiti, dall’armistizio all’uno ottobre 1943 guidano alcuni partigiani che danno filo da torcere ai nazifascisti. Nel 1928, mentre apre il cantiere per l’Ospedale XXIII marzo – l’attuale Cardarelli – ed entra in funzione la Funicolare Centrale finisce in manette il calzolaio Salvatore Mauriello, che nel 1921, nella Russia di Lenin, ha rappresentato i lavoratori italiani al congresso dei sindacati rossi. L’uomo però non cede, frequenta un gruppo legato a Bordiga e partecipa alla rivolta. Nel 1929, quando aprono lo Stadio Littorio e il Teatro Augusteo, finisce al confino il socialista Ermanno Solimene, che resiste fino al 1943, quando fonda il partito «Social Liberale» e di lì a poco combatte in un gruppo legato al giovane Adolfo Pansini. Nel 1930, anno di nascita di Piazza Medaglie d’oro e Piazza Sanluigi, un tentativo di ricostituire il PCI costa il confino a Ciro Picardi che però nel settembre 1943 organizza gruppi comunisti armati. A Capodanno del 1931, socialisti, anarchici e comunisti, tra cui Gino Vittorio, Saverio Merola, Eduardo Corona e Alfredo Pasqua, futuri insorti delle Quattro Giornate, beffano il regime con uno striscione rosso che, appeso al ponte della Sanità, rivela l’esistenza di contatti con gruppi di altre città e invita a non cedere: «Lavoratori, imitate i compagni di Milano e Torino. Scioperate!».
Si potrebbe proseguire, perché il dissenso attraversa il Ventennio. Si prenda, ad esempio, il 1936, l’anno dell’impero che riappare «sui colli fatali di Roma», dei palazzi della Posta e della Provincia, dell’autostrada per Pompei e della Stazione Marittima. Un anno di trionfi, nel quale tuttavia c’è chi prova a riorganizzare il PCI, ci sono trenta antifascisti che vanno a difendere la Spagna dai fascisti, gli oppositori aumentano e tra loro troviamo Luigi Blundo, Salvatore, Giovanni e Alberto Angelotti, Gaetano Caso e Luigi Mazzella, tutti protagonisti del settembre 1943. Non bastasse, giunge da Barcellona, inattesa e rivelatrice, la voce di Ada Grossi, la speaker napoletana di «Radio Libertà». L’ascoltano in tanti, che, per zittirla, il regime colloca un’antenna disturbatrice sulla Prefettura.
Il dissenso c’è e va ricordato, perché la sua dignità spiega la resistenza ai tedeschi e la rivolta del 1943. Certo, per anni Napoli veste fascista e insegue sogni che saranno incubi. Eppure nella città in cui il regime affida alle «grandi opere» il mito di un impero presto distrutto dalle bombe, la polizia non smette di colpire oppositori, benché facciano i conti con la fame dei figli e la disoccupazione. Molti tra loro – più del 10 % dei combattenti – guideranno gli insorti nelle Quattro Giornate.
Dal 1938 a Napoli, come ovunque nel Paese, il «regime guerriero» prova a creare un clima di artificiosa mobilitazione; continue adunate, stretta di mano proibita, uso del voi, esami di laurea in camicia nera. E’ il ridicolo «stile fascista» della «battaglia antiborghese», della vita audace e scomoda che infastidisce un popolo ironico e scettico. Quale distanza divida la gente dai «capitan fracassa» in camicia nera, dicono con chiarezza due episodi registrati dalla polizia. Anzitutto un fascicolo intestato a ignoti, da cui emerge l’ostilità di un popolo dissacratore, che il 5 maggio 1938, gioca con le parole, fa del Führer il «furiere» e mentre il tedesco percorre la città col braccio teso nel saluto nazista, trova una voce per il commento ironico: «sta vedenno si fore chiove! (Sta vedendo se fuori piove!)». Anche questo è dissenso. Così come due anni dopo, Paola Palombo, moglie di Eugenio Furolo, antifascista e poi partigiano delle Quattro Giornate, alla notizia che l’Italia è in guerra con l’Inghilterra, dichiara in tono gelido che lei si «sente inglese». In effetti, l’antifascismo non è un dato marginale non vive nel salotto di Croce3 non fa da riferimento solo alla «dissidenza intellettuale», come la «Libreria ‘900», di Ugo Arcuno e Salvatore Mastellone, a Calata Trinità Maggiore la «libreria Detken» in Piazza Plebiscito, lo studio legale di Giovanni Benincasa a via Duomo, e finché visse, la casa di Giustino Fortunato.
Più radicale il dissenso di Roberto Bracco, grande autore teatrale imbavagliato dal regime, che apre la sua casa a esponenti dell’antifascismo popolare. Un ruolo attivo, ma breve ha l’Acquario, nella Villa Comunale, dove opera Emilio Sereni, che stampa fogli clandestini come «L’antifascista», ma nel 1930 è condannato a lunghi anni di carcere. Un gruppo di antifascisti, tra cui gli scrittori Giuseppe e Ubaldo Maestri, frequenta il «Caffè Uccello», all’angolo di via Donnaregina. Non si tratta dell’unico «bar di sovversivi». Da «Sgambati», di fronte al Tribunale, vanno infatti avvocati antifascisti come il comunista Mario Palermo e il socialista Giuseppe Giudicepietro; i bar «Perna» e «Cavour», alla Ferrovia, ospitano rispettivamente comunisti e anarchici; a via Foria, il «Caffè Napoli» di Vincenzo Pinto è un «covo di repubblicani» e al «Gambrinus», a Piazza Plebiscito, fa capo il gruppo di Eugenio Mancini, che qualcuno ironicamente chiama «i comunisti della cellula Gambrinus», e che darà invece molto insorti alle Quattro Giornate.
Porti sicuri per i militanti, sono le case di Giuseppe Imondi e Francesco Lanza, i «dentisti rossi», popolari per le cure gratuite offerte alla povera gente. Lanza, futuro segretario della sezioni del PCI di San Carlo all’Arena e Vicaria, organizza riunioni clandestine, diffonde materiale di propaganda e partecipa alle Quattro Giornate. Per la casa di Imondi, letterato e poeta, e della compagna Maria Beradi, anarchica come lui, passano, spesso come finti apprendisti, il comunista Gino Vittorio, gli anarchici Ciro Fortino e i fratelli Malagoli, che si ritrovano nelle Quattro Giornate con Alastor, figlio del dentista. Nel palazzo del cinema Augusteo, orgoglio del regime, lo studio legale di Rocco D’Ambra e Gennaro Amendola è un covo di socialisti; al Policlinico l’ortopedico Salvatore Rollo, poi dirigente del Partito d’Azione e assessore nelle prime Amministrazioni della città liberata, raccoglie prima antifascisti e poi armi; a Piazza Dante, nello studio medico di Attilio Improta, si incontrano i socialisti liberali; in via Mezzocannone, Pasquale Schiano raduna anarchici, socialisti rivoluzionari e uomini di Giustizia e Libertà; al medico Giuseppe Sersale, fa capo infine la pattuglia di «Italia Libera», che si riunisce in un «basso» nei pressi di Piazze Dante, dove il partigiano Michele Di Stadio porterà le armi trovate nelle sedi fasciste con cui si difenderanno le barricate a via Roma.
Non mancano gli artisti dissidenti. comunista e allievo di Gemito, Luigi Pepe Diaz espatria come Carlo Bernari, autore del romanzo «Tre operai», ma nel 1940, in Francia, per sfuggire ai nazisti, si consegna ai fascisti e finisce in carcere; Guglielmo Peirce paga col confino i rapporti coi comunisti. Di alto spessore l’opposizione di Eduardo Pansini, pittore e scrittore d’arte, che, nel 1921 fonda il «Cimento», una rivista che conduce una battaglia culturale col fascismo in difesa dell’arte, dell’artista, dei suoi diritti e delle sue polemiche. Quando il regime tocca la libertà di pensiero dell’artista, Pansini attacca l’arte di Stato, i soprusi, le mediocri proposte del «Sindacato Artisti» e chiede l’«abolizione dell’influenza del Governo sopra le belle arti», perché l’arte è «patrimonio spirituale e […] gli artisti non possono legarsi con lo spirito e con le azioni alla intonazione unica di un partito politico». E’ una critica inconciliabile col regime, che nel 1936 chiude la rivista.
Alla scuola di Pansini crescono i figli Enzo e Adolfo, che formano un gruppo clandestino di studenti, per i quali l’unione spirituale cui il fascismo dice di avere educato il Paese è una menzogna; la maggioranza degli italiani l’accetta per paura, ma professa in pubblico una fede fascista che in realtà detesta. Una scelta che ai giovani pare vile e li spinge alla rivolta. Tornato libero nel 1940, dopo un anno di carcere, Adolfo torna alla lotta e muore nella rivolta. Il padre non consegna le armi e divide tra la popolazione grandi quantità di cibo provenenti dal mercato nero e trovate in casa dell’ex Federale Sansanelli, futuro sindaco di Napoli. Arrestato a ottobre del 1943 inizia l’ultima battaglia politica, condotta ancora una volta dalle pagine del «Cimento» e ancora una volta chiusa dal sequestro della rivista.
Con la pace, giunta in anticipo rispetto a tanta parte del Paese, la città sogna cambiamenti, ma la realtà è terribile: la guerra continua, gli Alleati, attenti alle esigenze delle truppe, non aiutano la popolazione civile ridotta in condizioni insostenibili e governano Napoli come città occupata. Sarebbe urgente una rinascita morale oltre che materiale, ma sul conflitto tra gli interessi delle classi sociali, pesa l’influsso nefasto dei fascisti, colpevoli della tragedia e però impuniti. Mentre il baratro tra Stato e popolazione si allarga, la scelte per il futuro creano divisioni nei partiti della sinistra e una situazione che consente al Movimento dell’Uomo Qualunque il suo momentaneo ma significativo successo e spiega in parte perché al referendum del 2 giugno 1946 otto napoletani su dieci scelgono la monarchia.
Nell’analisi del voto, Pansini rifiuta i luoghi comuni sulla maturità del popolo napoletano e indica responsabilità politiche. Per conquistare alla repubblica un popolo a cui si sono «tolti i diritti del cittadino», un popolo che nutre «l’idea del re magnanimo», cui il plebeo ricorre di fronte a un’ingiustizia, ci volevano esempi e segnali di cambiamento; a sinistra si sono visti invece scissioni ed espulsioni e si è parlato molto di un’epurazione che mai iniziata. Si è lasciato così che una reazione in abito patriottico, padrona di vasti settori del potere e della stampa, instillasse un senso di frustrazione nello «spirito repubblicano» del settembre 1943. Gente che chiedeva attenzione, difesa e leggi rispettose dei Diritti umani, ha visto confermato il Codice Rocco. Sono nati così delusione e pentimento. E’ un’analisi condivisa dal Prefetto sin dalla fine del 1944 quando scrive che, nel proliferare di «Comitati sezionali d’intesa democratica» voluti dal CLN, la popolazione ricorda il «sistema di organizzazione capillare dei deprecati circoli rionali fascisti» ed e «scettica verso tutti i partiti, che ad onta della loro conclamata solidarietà, si mostrano disuniti».
Anche Giulio Schettini, partigiano repubblicano approdato al PCI, ha lottato per «un governo straordinario, dotato di tutti i poteri costituzionali dello Stato», in cui il CLN fosse l’anima di una rivoluzione democratica e intransigente; sono venuti invece compromessi che hanno creato sfiducia in «tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra», incapaci di compiere, se non altro, un’epurazione che estirpi il fascismo e colpisca i responsabili della rovina. Responsabili che tornano alla politica in questo o quel partito, mentre si tarda a riabilitare i perseguitati politici. Per il combattente, è mancato lo sforzo di rieducazione, recupero e crescita di quanti non hanno potuto formarsi una coscienza democratica. Un giudizio fondato, ripreso anni dopo da Pasquale Schiano, protagonista della resistenza nel Napoletano, per smentire chi accusa il popolo napoletano di essere stato con la «sua incoscienza politica […] la grande riserva della monarchia e del neofascismo». I responsabili del no di protesta alla repubblica uscito dalle urne nel 1946, afferma Schiano, sono stati «coloro che per debolezza o per tradimento verso lo Stato, sono venuti meno ai gravi compiti assuntisi di attuare il programma della nuova Italia».

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ImmagineNel 1965, vent’anni dopo la fine di Mussolini, Renzo De Felice, iniziando la sua nota biografia del “duce”, tiene a precisare: non può essere che politica. “Dove, ben s’intende, per «politica» non intendiamo […] «fascista» o «antifascista» che […] vorrebbe dire cercare di riportare artificiosamente in vita una realtà definitivamente morta”.
Non sarò io, più di cinquantanni dopo il mio antico maestro, a tentare di leggere un movimento politico contemporaneo secondo categorie valide per un passato storicamente concluso. Niente fascismo e antifascismo, quindi. Proverò, questo sì, a ricordare quanta sinistra ci fosse nel movimento dell’ex socialista Mussolini nel ’19. Ricordare – talvolta è necessario quasi quanto respirare – per capire in che senso e mediante quali strumenti il “duce” e i suoi interpretarono e deformarono una indistinta necessità di rinnovarsi, reagire, far qualcosa; necessità che, di fronte alla crisi del dopoguerra, spinse verso i Fasci di Combattimento la disperata insofferenza per il presente dei disoccupati, degli artigiani, dei contadini e degli operai. Gente che spesso proveniva da una sinistra che prima li aveva illusi e poi delusi. Una insofferenza che Mussolini condusse fino alle estreme conseguenze, ad un punto – per intenderci – che non aveva più nulla da spartire con i valori della sinistra che pure quelle masse si portavano dentro. Un modo di pensare che non gli apparteneva, “le tradizionali forme” che, per dirla con Cantimori, erano delle destre: “patriottiche e di odio contro qualsiasi straniero e forestiero”.
In fondo non sono meccanismi straordinari, ma le vie ordinarie di fuga, quando la disperazione incalza e la memoria storica è diventata corta. Certo, erano stati rivoluzionari, ma rinunziavano solo a un po’ della loro rivoluzione; erano stati socialisti, ma sacrificavano solo qualcosa del loro ideale per un “progresso generale” e una modernizzazione dell’antica fede. Così come inconsapevolmente si è poi passati da Marx a Keynes e si è giunti al neoliberismo. Lo specchietto per le allodole funziona bene:  basta lotte e polemiche, basta divisioni ideologiche e che mai sarà? Destra e sinistra non sono forse categorie superate dalla Storia?
Fermiamoci a riflettere, al di là della morte del fascismo storico. Da un punto di vista  “tecnico” o, se volete, “comunicativo”, nel programma di San Sepolcro non era forse questo il messaggio dell’uomo di Forlì, del rivoluzionario in cerca del reazionario? Non poté contare su una significativa presenza di socialisti, anarchici, sindacalisti e repubblicani? “Chi scorra i nomi degli intervenuti alla riunione milanese del marzo 1919 e al primo congresso dei Fasci di combattimento  dell’ottobre successivo a Firenze e li confronti con quelli che presero parte al congresso […] napoletano dell’imminente vigilia della «marcia su Roma»”, scrive non a torto De Felice, “non può non notare come il gruppo dirigente pareva si fosse trasformato radicalmente  e non […] per l’immissione di nomi nuovi […]. Nelle due serie di nomi è già sintetizzato tutta l’evoluzione – involuzione del fascismo”.
Si era partiti però da un inno alla libertà e da una presa di posizione contro l’imperialismo. Definitisi giudici nel “processo alla vita politica di questi ultimi anni” – ecco una scelta incredibilmente attuale – e rifiutato il ruolo di “parafulmini” della borghesia, gli uomini del nuovo movimento si dichiaravano favorevoli alle istanze dei lavoratori: otto ore e persino sei, pensioni di invalidità e vecchiaia, ruoli dirigenti per i lavoratori, a patto – ecco il tarlo che scaverà – di rispettare “la realtà della produzione e quella della nazione”. Via così, articolo su articolo, sino alla minaccia per gli “industriali che non si rinnovano dal punto di vista tecnico” e al rifiuto “di ogni forma di dittatura”.
Origini di sinistra e uomini di sinistra: l’ex segretario della Camera del Lavoro di Napoli, Michele Bianchi, quadrumviro della  «marcia su Roma», Edmondo Rossoni, dirigente della Camera del Lavoro di Piacenza, per l’approdo corporativo di Palazzo Vidoni e uomini come Nicola Bombacci, uno dei fondatori del PCdI, a fare da garanti. In quanti erano convinti? Tanti e a qualcuno va reso persino l’onore delle armi: Bombacci, passato da Lenin a Mussolini, non tradì e si fece ammazzare a Piazzale Loreto. E non basta. Sulla scorta di un’equivoca contiguità tra destra e sinistra, dopo la seconda guerra mondiale, i fascisti ridotti in clandestinità, si rivolsero al PCI: il fascismo ci ingannò, sostennero, noi volevamo la rivoluzione. Non commettete lo stesso errore, non respingeteci nuovamente a destra, tra liberali, qualunquisti e democristiani pronti a difendere la nostra causa. Togliatti si orientò per l’amnistia e ce li trovammo in Parlamento.
Dovremmo aver imparato la lezione. In questi giorni, invece, non si contano gli intellettuali, i militanti e i finti tonti che consegnano cambiali firmate in bianco a Casaleggio e a Luigi Di Maio: destra? Per carità, sono bravi compagni.

FuoriregistroAgoravox e Contropiano,

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sinpercabecerarticuloQuesta recensione spagnola di Rossana Rossanda non la conoscevo. L’ho scoperta per caso e mi ha fatto molto piacere.

¿Cuánto consenso tuvo en Italia el fascismo? Renzo de Felice afirma que fue vastísimo, incluso mayoritario. Giuseppe Aragno, investigador de la UniversidadFederico ll de Nápoles, ha publicado en Manifestolibri (1) una investigación que duda de esta tesis, en la que ve también uno de los orígenes de la revalorización o, al menos, de la minimización del golpe del fascismo. Aragno tiene ciertamente razón, aunque solo sea por la imposibilidad de evaluar consenso y disenso en un sistema totalitario, en el que el consenso es obligatorio y el disenso está sancionado con penas severas. Él sin embargo no se limita a este razonamiento, sino que ha realizado una investigación en los archivos de Nápoles para averiguar hasta qué extremo la misma policía y el ministerio del interior fascista se formulaban la pregunta, y ha recogido una insospechada cosecha de fichados y prácticas sobre disidentes, individuos o familias, identificados y perseguidos, con itinerarios vitales desesperantes entre vigilancia, cárcel y confinamiento. Y dejados fuera de la historia de los más conocidos. Antifascismo popular, ha titulado su trabajo, que si se hubiese extendido a otras ciudades, como sería el deber del país, habría generado muchas dudas respecto de la opinión de de Felice.
Lo que Aragno ha encontrado, también a sugerencia de Gaetano Arfé, que le ha dirigido, demuestra hasta qué punto el régimen se preocupaba de la amplitud del rechazo y con cuánta dureza lo reprimía. Cualquier idea, libro o folleto que fuese encontrado, cualquier expresión de desacuerdo, incluso aunque no estuviese seguida por acciones concretas, eran perseguidos por un policía avizor que una vez cogía a un sospechoso “subversivo”, no lo soltaba. Abría un “expediente” a su nombre y lo expedía a tribunales que condenaban a cárcel o al confinamiento. Desde 1924 en adelante los “expedientes” fueron llenando armario tras armario, y estuvieron vigentes durante mucho tiempo, al extremo de que a muchos no les fue posible hacerse restituir honor y libertad ni tan siquiera una vez terminada la guerra.

Dolorosos testimonios

La documentación recogida (el aparato de notas no es lo menos interesante aunque solo sea por el lenguaje y la argumentación de los comisarios y los prefectos) hace referencia a grupos sociales diversos, desde gentes del pueblo hasta profesionales, hombres y mujeres de diferente formación y adscripción política, a menudo sin adscripción política propiamente dicha, individuos o grupos familiares enteros que fueron perseguidos por lo que pensaban, por algún contacto que mantenían o por alguna ocurrencia que en medio de la exasperación, se les había escapado decir. Al menor motivo, le caía una “advertencia”, lo que significaba ser vigilado de por vida y prohibírsele acceder a una carrera. Quien podía trató de emigrar con diversa fortuna: en Francia la vida no era fácil, en Argentina lo era un poco más, quien marchó a España se vio envuelto en la guerra civil y se vio obligado al fin a huir perseguido por las tropas de Franco, y a penas cruzaba la frontera francesa era internado
Un hilo imaginario urde la arquitectura formal del volumen: el autor imagina encontrarse, un día de 1937 en la estación de Nápoles y divisar un grupo de personas encadenadas, los “políticos” destinados al confinamiento o a la cárcel después de larguísimos traslados. Las personas que Aragno nombra pasaron realmente por aquella estación y en aquel tiempo, y él las ha elegido entre otras muchas encontradas en el transcurso de su trabajo porque se volvieron a encontrar todos, con la excepción de un viejo anarquista muerto en 1931 en soledad (“aparente soledad” porque aquel fue un año de numerosas persecuciones) durante los Cuatro Días de Nápoles contra los alemanes en 1943. Son perfiles esbozados al aire, pero cada uno es una historia –que podría ser una novela. Tomemos aquelcon el cual comienza Aragno: la familia Grossi. La joven locutora italiana de Radio Libertad de Barcelona, Ada, es hija de un abogado de ideas socialitas que, en 1926, es vejado al extremo de verse obligado a cerrar el bufete, parte con los suyos rumbo a Argentina desde donde escribe en contra del régimen; después van a España, padre e hija trabajan en la emisora republicana, un hermano es herido en Teruel, deberán huir por separado a Francia donde serán internados también por separado; otro hermano se vuelve loco, después del armisticio tratan de regresar a Italia, son detenidos y conducidos esposados a Nápoles, y condenados al confinamiento. Tras el armisticio, insisto. Esto no es todo: padre e hija, en su momento habían sido expulsados de Radio Libertad no por Franco sino por los comunistas –los bolcheviques, como los llama Aragno-. La familia Grossi es un cristal sobre el que está tallada la tragedia de Europa. Y aún les fue bien, escribe Aragno, porque muchos de aquellos que habían regresado terminaron muertos. Y esta es al menos una familia vagamente socialista. Pero Ezio Murolo, periodista y partisano en los Cuatro Dias, es un inquieto, un rebelde, uno que incluso había participado en la aventura del Fiume de D´Anunzzio, pero duda de Mussolini. Es condenado a confinamiento por dudar, después ya no duda y se lanza de nuevo a la lucha. Y Luigi Maresca, empleado de Correos, que es despedido de allí en enero de 1928 por haber escrito un carta de admiración a Nitti, deberá huir con su mujer a Francia y después a Bélgica y vivir en la miseria, se sentirá tentado a enrolarse en la Guerra de Etiopía para salir de ella, pero se detiene antes de dar el paso y estará en las barricadas napolitanas de 1943. ¿Y todos aquellos otros que ha encontrado? Por tantísimos que quedan fuera del volumen, Aragno siente los reproches, en los últimos capítulos por haberlos omitido. Son páginas emocionantes, en las que no se oculta ya la polémica, mantenida hasta ahora en voz baja, hacia las fuerzas más grandes de la resistencia que en la postguerra confiscaron la historia oficial. Son sobre todo los comunistas, que oscurecen no solamente a sus adversarios internos, los bordiguistas, (uno de cuyos grupos permanecerá en Nápoles durante largo tiempo, obstaculizado por aquel Eugenio Reale que será posteriormente expulsado del partido por razones opuestas), sino también a los socialistas y a los anarquistas, intransigentes, irreductibles al comunismo “stalinista”.

Una guerra del pueblo

No fue el sufrimiento menor, en este antifascismo, la desconfianza e incluso el odio entre gente que estaba de la misma parte. A Togliatti, Aragno le reprochará, como se puede imaginar, la “Svolta de Salerno” (2). Los personajes que ha encontrado son, sí, también militantes comunistas, pero por lo general, gente que sigue otros ideales, a menudo personas impulsadas por una difusa “rebelión moral” que, a penas se presentan las condiciones con el desembarco y el avance de los aliados, combaten con valor -pueblo auténtico, choques durísimos, con muchas pérdidas infligidas y recibidas, un pueblo que una verdadera estrategia de clase no habría entregado en manos “del ex fascista y criminal de guerra” Badoglio, para complacer a los aliados. La opinión a la que Luigi Cortesi nunca ha renunciado a lo largo de toda su obra (véase particularmente El Sur 1943. La opción, la lucha, la esperanza, Ediciones científicas italianas a cargo de Gloria Chianese) es también la de Aragno: una línea insurreccional, más semejante a la de Tito que a los tiempos largos de Togliatti, no solo habría sido más justa, sino que era posible: lo testimonian aquellos nombres, aquellas historias. El PCI va acompañado por la sombra de la represión del POUM español, de los trotskistas, de todo lo que está a su izquierda y le parece extremista en Italia y en aquel momento; incluso cuando Aragno reconstruye las figuras de los comunistas con su habitual escrúpulo, no esconde que en su opinión las prioridades de aquellos son no las del pueblo sino las del partido y las de sus lazos con la UniónSoviética
De entre las muchas culpas de las que se acusa hoy a los comunistas italianos y que, a mi juicio no resisten un análisis, hay una que es absolutamente cierta, y sobre la cual el PCI mientras existió y sus propios enterradores después, no han hecho autocrítica: la desconfianza y a menudo el ataque a las fuerzas minoritarias que combatieron el fascismo y la resistencia. Y no tanto, por obvios motivos, los socialistas o los pocos trotskistas italianos, pronto valerosos en la resistencia, sino Justicia y Libertad. Los recientes trabajos de Giovanni de Luna, en especial en carteo entre Dante Livio BIanco y Aldo Agosti y los múltiples estudios de Mimmo Franzinelli dan testimonio de una gran realidad y de una gran ocultación. Pero no es este el núcleo del largo trabajo de Aragno: es la necesidad moral de restituir la memoria de los olvidados más de la cuenta de una insurrección, también ésta ante todo moral, de los italianos de la primera mitad del siglo XX, y la indignación por la actual desenvoltura del estado presente y de sus instituciones en lo que concierne al fascismo. Desenvoltura que no será ni la primera ni la única razón de la degradación política, pero no es con seguridad, la última.

Notas:

(1) Giuseppe Aragno, Antifascismo Popular, Ed Manifestolibri, 192 pp., 20 Euros
(2) Giro político o inflexión “basado en el apoyo del partido a las medidas democráticas necesarias para instaurar la República y el abandono de la lucha armada para alcanzar el socialismo” (Wikipedia)

Rossana Rossanda Supermiso, 6 settembre 2009.

Rossana Rossanda es una escritora y analista política italiana, cofundadora del cotidiano comunista italiano Il Manifesto. Acaba de aparecer en España la versión castellana de sus muy recomendables memorias políticas: La ragazza del secolo scorso [La muchacha del siglo pasado, Editorial Foca, Madrid, 2008]. Rossana Rossanda es miembro del Consejo Editorial de Supemiso.

 

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La memoria ritrovata di una rivolta morale
Rossana Rossanda
Il Manifesto 24.07.2009

STORIA – Giuseppe Aragno , «Antifascismo popolare», Manifestolibri

Quanto grande fu in Italia il consenso al fascismo? Renzo de Felice afferma che era grandissimo, anzi maggioritario. Giuseppe Aragno, ricercatore all’Università Federico II di Napoli, ha pubblicato presso la manifestolibri una ricerca che dubita di questa tesi, nella quale vede anche un’origine della rivalutazione o, almeno, della minimizzazione delle antifascismo-popolarecolpe del fascismo. Aragno ha certamente ragione, non fosse che per la impossibilità di valutare consenso e dissenso in un sistema totalitario, dove il consenso è obbligato e il dissenso sanzionato da pene severe. Egli però non si limita a questo ragionamento, ma ha compiuto una ricerca negli archivi di Napoli per accertare come la stessa polizia e il Ministero degli Interni fascisti si formulassero la domanda, e ha raccolto una messe insospettata di schedature e pratiche su dissenzienti, singoli o famiglie, individuati e perseguiti, con itinerari di vita disperanti fra sorveglianza, carcere e confino. E lasciati fuori dalla storia dei più noti. Antifascismo popolare ha titolato il suo lavoro, che se fosse esteso ad altre città, come sarebbe dovere del paese, fonderebbe molti dubbi sull’opinione di de Felice.
Quel che Aragno ha trovato, anche su suggerimento di Gaetano Arfè che gli è stato maestro, dimostra quanto il regime si preoccupasse dell’ampiezza del rifiuto e quanto aspramente lo reprimesse. Qualsiasi idea, libro o foglietto che venisse rintracciato, qualsiasi espressione di disaccordo, anche se non seguita da azioni specifiche, venivano perseguiti da una polizia occhiuta che, una volta afferrato un sospetto «sovversivo», non lo mollava. Istituiva un «fascicolo» a suo nome e lo spediva a tribunali che condannavano al carcere o al confino. Dal 1924 in poi i «fascicoli» hanno riempito armadi su armadi, e sono stati duri a morire se per molti non è stato agevole farsi restituire onore e libertà neanche a guerra finita.

Dolorose testimonianze 
La documentazione raccolta (l’apparato di note non è meno interessante, non fosse che per il linguaggio e l’argomentazione dei commissari e prefetti) disegna figure sociali diverse, da popolani a professionisti, uomini e donne di differente formazione e appartenenza politica, spesso senza un’appartenenza politica vera e propria, individui o interi gruppi familiari che sono perseguiti per quel che pensano, per qualche contatto che mantengono, o fin per una battuta che nell’esasperazione gli è scappato di dire. Al minimo gli capitava una «ammonizione», che significava essere sorvegliato per la vita e impedito di accedere a una carriera. Chi poteva cercò di emigrare ed ebbe sorti diverse: in Francia non ebbe vita facile, in Argentina un poco di più, chi partì in Spagna sarebbe stato coinvolto nella guerra civile e sarebbe dovuto alla fine fuggire incalzato dalle truppe di Franco, e appena passata la frontiera francese veniva internato.
Un filo immaginario costituisce l’architettura formale del volume: l’autore figura di trovarsi, in un giorno del 1937 alla stazione di Napoli e scorgervi un gruppo di persone in catene, i «politici» destinati al confino o al carcere dopo lunghissime tradotte. Da quella stazione e in quel tempo le persone che Aragno nomina passarono realmente, ed egli le ha scelte fra molti altri incontrati nel corso del suo lavoro perché si ritroveranno tutti, salvo un vecchio anarchico perito nel 1931 in solitudine – («apparente solitudine» perché fu un anno di numerose persecuzioni) – nelle Quattro giornate di Napoli contro i tedeschi del 1943.
Sono profili rapidi, ma ognuno è una storia – potrebbe essere un romanzo. Prendiamo quello dal quale Aragno comincia: la famiglia Grossi. La giovane annunciatrice italiana di Radio Libertà di Barcellona, Ada, è figlia di un avvocato di idee socialiste che nel 1926 è vessato al punto da dover chiuder lo studio, parte con i suoi in Argentina dove scrive contro il regime; poi vanno in Spagna, padre e figlia lavorano nell’emittente repubblicana, un fratello è ferito a Teruel, dovranno fuggire separatamente in Francia dove saranno separatamente internati, un altro fratello impazzisce, dopo l’armistizio cercano di rientrare in Italia, vengono arrestati e condotti in manette a Napoli e condannati al confino. Dopo l’armistizio, insisto. Non basta: padre e figlia hanno fatto in tempo a vedersi cacciare da Radio Libertà non da Franco ma dai comunisti – i bolscevichi, come li chiama Aragno. La famiglia Grossi è un cristallo sul quale si è sfaccettata la tragedia dell’Europa. E ancora gli è andata bene, scrive Aragno, perché molti di coloro che avevano incrociato sono finiti uccisi.
E questa era una famiglia sia pur vagamente socialista. Ma Ezio Murolo, giornalista e partigiano alle Quattro giornate, è un inquieto, un ribelle, uno che ha perfino partecipato all’impresa fiumana di d’Annunzio, ma dubita di Mussolini. Al confino è preso dai dubbi, poi non dubita più e si ributta nella lotta. E Luigi Maresca, commesso delle Poste, che viene licenziato dalle medesime nel gennaio 1928 per avere scritto una lettera di ammirazione a Nitti, dovrà fuggire con la moglie in Francia e poi in Belgio a vivere di stenti, sarà tentato di arruolarsi nella guerra d’Etiopia per uscirne, ma si ferma prima di compiere il passo e sarà sulle barricate napoletane nel 1943. E coloro che ha incontrato?
Dai moltissimi rimasti fuori dal volume, Aragno si sente rimproverato negli ultimi capitoli, per averli trascurati. Sono pagine emozionate, nelle quali non nasconde più la polemica, fino ad allora tenuta sotto tono, verso le forze più grosse della resistenza che nel dopoguerra hanno confiscato la storia ufficiale. Sono soprattutto i comunisti, che oscurano non soltanto gli avversari interni, i bordighiani (un gruppo dei quali resterà a Napoli a lungo, avversato da quell’Eugenio Reale che sarà poi espulso dal partito per ragioni opposte), ma i socialisti e gli anarchici, intransigenti, irriducibili al comunismo «stalinista».

Una guerra di popolo
Non è stata la sofferenza minore, in questo antifascismo, la diffidenza e fin l’odio fra gente che stava dalla stessa parte. A Togliatti Aragno rimprovera, come si può immaginare, la svolta di Salerno. Le figure che ha rintracciato sono, sì, anche di militanti comunisti, ma perlopiù gente che segue altri ideali, spesso persone mosse da una diffusa «rivolta morale» che, appena se ne presentano le condizioni con lo sbarco e l’avanzata degli alleati, si battono con coraggio – popolo autentico, scontri durissimi, con molte perdite inflitte e ricevute, un popolo che una vera strategia di classe non avrebbe consegnato «all’ex fascista e criminale di guerra» Badoglio per compiacere gli alleati. L’opinione cui Luigi Cortesi non ha mai rinunciato in tutta la sua opera (si veda specificamente Mezzogiorno 1943. La scelta, la lotta, la speranza, Edizioni Scientifiche Italiane, a cura di Gloria Chianese) è anche quella di Aragno: una linea insurrezionale, più simile a quella di Tito che ai tempi lunghi di Togliatti, non solo sarebbe stata più giusta, ma era possibile: lo testimoniano quei nomi, quelle storie. Il Pci è accompagnato dall’ombra della repressione del Poum spagnolo, dei trotzkisti, di tutto ciò che è alla sua sinistra e gli appare estremista in Italia e in quel momento; anche quando Aragno ricostruisce le figure dei comunisti con lo scrupolo di sempre, non nasconde che a suo parere le loro priorità sono non quelle del popolo ma del partito e dei suoi legami con l’Unione Sovietica.
Delle molte colpe di cui si accusano oggi i comunisti italiani e che, a mio parere, non reggono a un’analisi ce n’è una assolutamente vera, e della quale il Pci, finché è esistito e i suoi propri seppellitori poi, non hanno mai fatto l’autocritica: la diffidenza e sovente l’attacco alle forze minori che combatterono il fascismo e la resistenza. E non tanto, per ovvi motivi, i socialisti o i pochi trotzkisti italiani, presto valorosi nella resistenza, quanto Giustizia e Libertà. I recenti lavori di Giovanni de Luna, specie il carteggio fra Dante Livio Bianco e Aldo Agosti e i molti studi di Mimmo Franzinelli testimoniano d’una grande realtà e di un grande occultamento. Ma non è questo il nocciolo del lungo lavoro di Aragno: è il bisogno morale di restituire alla memoria i troppi dimenticati di una rivolta, anch’essa anzitutto morale, degli italiani della prima metà del Novecento, e lo sdegno per l’odierna disinvoltura dello stato attuale e delle sue istituzioni su quanto concerne il fascismo. Disinvoltura che non sarà la prima né l’unica ragione del degrado politico di oggi, ma non ne è sicuramente l’ultima.

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La recensione di Salvatore Prinzi uscita poi sulla “Rivista calabrese di Storia del ‘900” (n. 2 del 2012) e su “Storia e Futuro”, n. 31, marzo 2013, non è qui per fare pubblicità all’autore. Chiede solo un po’ di spazio per replicare alle incredibili ragioni con cui il giornaledistoria.net l’ha censurata. Un caso “esemplare”, che mostra fin dove siano giunti il controllo autoritario sulla ricerca e la spudorata rivalutazione del Fascismo. Ecco il breve testo della rivista:

Di seguito le considerazioni su alcuni brani estratti dalla recensione. Quando si parla di “esclusione dei cittadini dalla vita politica e culturale” aggiungendo che  “in quest’ottica il consenso mussoliniano si rivela basato sull’estorsione e la minaccia” e che “dunque non è altro che una parvenza, una conseguenza dell’oppressione” (pp.1/2) si fa un’affermazione ormai da molti anni superata (già da De Felice fino ad Emilio Gentile ed altri): le cose sembrano in realtà, soprattutto sulla base anche di una più attenta valutazione dei documenti disponibili, molto diverse. Il fascismo è stato soprattutto un regime inclusivo e questo non deve essere confuso con la forza di un presunto e da molti invocato ed enfatizzato “totalitarismo” o con l’azione della miriade di enti e simili (ONMI, OND, GIL e via dicendo). Appare poi sinceramente fuori luogo il fatto di insistere su un fantomatico “revisionismo imperante” (tra l’altro non è chiaro a cosa l’A. si riferisca). Certamente negli ultimi anni si sono dette cose nuove, ad esempio sulla cultura e sul rapporto con gli intellettuali, sulle “modernità fasciste” e si è riflettuto molto sulle evidenti aporie del regime fascista. Ma questo non ha nulla a che vedere con un “revisionismo” inteso nell’accezione negativa del termine che l’A. usa. Quanto alla “resistenza insorgente dai tanti militanti oscuri” anche in questo caso sono stati fatti passi avanti studiando le diverse componenti (cattolica e comunista in primis) ma rimane anche il fatto incontestabile (alla luce anche e soprattutto di documenti recenti) di una non trascurabile zona di “consenso” nei confronti e del regime e di Mussolini”.

La nota, rigorosamente anonima, è, nel suo genere, un vero capolavoro. Cosa significhi dittatura “inclusiva” è un mistero glorioso.  Sul piano linguistico, prima ancora che storiografico, la parola “consenso”, riferita a una dittatura, è un nonsenso. A sostegno della censura l’anonimo referee cita Renzo De Felice ed Emilio Gentile. Un maestro, il suo allievo e una “scuola”. La logica, quindi, è quella del pensiero unico, della verità per fede – ipse dixit – e fa venire in mente il celebre dialogo tra filosofi, quando l’anatomista dimostra il ruolo centrale del cervello rispetto al cuore nel sistema nervoso e il tomista risponde impassibile: ti crederei, se Aristotele non avesse detto il contrario. Per il censore, c’è una verità acquisita in eterno, che cancella storici del valore di Arfè e Cortesi e ignora il recente lavoro sul “consenso imperfetto” pubblicato due anni fa da Ferdinando Cordova, recentemente scomparso. Eppure, persino De Felice, maldestramente tirato in ballo, sentì il bisogno di chiudere in limiti temporali l’idea di “consenso”: 1929-1936. Storico vero, cedette al fascino dalla personalità del “duce”, ma fu mai così supeficiale da descrivere un ventennio di “dittatura inclusiva”. Da allievo indocile e ripudiato, sono testimone diretto: aveva una prosa noiosa, ma conosceva perfettamente il valore e il significato delle parole che usava. Ora, ecco la bella recensione di Prinzi, che non è priva di acuti spunti critici, per i quali posso solo ringraziarlo.

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Il realismo dell’impossibile di Salvatore Prinzi

Una nota sul libro “Antifascismo e potere. Storia di storie” di Giuseppe Aragno. Piccoli ritratti di sovversivi e dissidenti che combatterono il fascismo.

Antifascismo e potereI. A osservarla con attenzione, molto da vicino, senza farsi impressionare dai grandi nomi o dalle date memorabili, la Storia pullula di figure singolari. Figure che non sono per nulla ricordate, pur avendo fatto qualcosa di importante; esistenze non comuni, senza essere celebri; persone di un certo spessore umano e morale, e tuttavia esposte come tutte allo sbaglio, allo scoramento, alla stanchezza. Uomini e donne, per dirla con Gaetano Arfè, che non trionfano mai ma che non sono mai vinti. Se la vittoria non vede in prima fila a raccogliere onorificenze, la sconfitta, che pure li avvolge, non li abbatte, e quando pure li afferra non li tiene.
Sono proprio queste figure, eroiche solo in un senso molto sobrio, ad essere al centro dell’ultimo libro di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi, Foggia 2012). Un libro che tira fuori dall’oblio le vicende di otto antifascisti e le fa rivivere sotto i nostri occhi, mostrandone l’attualità, la clandestina vicinanza al nostro tempo. Un libro in cui la storia stessa si fa presente, è un altro presente. Un libro che, proprio per questo, vale la pena di prendere sul serio.

II. Aragno è uno noto studioso del movimento operaio, autore di numerose pubblicazioni che cercano di ricostruire la complessa storia del lavoro a Napoli e in Campania, e le vicende delle correnti anarchiche, socialiste, comuniste nei primi cento anni della storia d’Italia. Qualche anno fa suscitò parecchio interesse un suo libro, Antifascismo popolare (Manifestolibri, Roma 2009), che raccontava il mondo variegato e per nulla “ortodosso” dell’opposizione al regime di Mussolini. Ora di quel libro esce una sorta di sequel: Antifascismo e potere è infatti una raccolta di piccoli ritratti di sovversivi e dissidenti, principalmente napoletani o in qualche modo legati a Napoli, che combatterono, ciascuno a suo modo, il fascismo. Ma quest’ultimo libro, pur confermando l’impostazione storiografica del lavoro precedente, va oltre, perché intende mettere in questione non solo il potere fascista e le modalità feroci del suo esercizio, ma il potere tout court. Vediamo meglio.
La ricerca di Aragno muove, sin dalle sue prime pubblicazioni, dal lavoro di De Felice, assumendo come problematica quella questione del consenso che è il perno di ogni discorso revisionista. In effetti, dire che Mussolini seppe costruire consenso intorno a sé vuol dire in fondo – siccome lo scopo del politico è proprio quello di creare uno spazio e un sostegno alla sua azione – riconoscerlo come “grande statista”. Cioè come un pacificatore delle tensioni nazionali, come il costruttore e persino il modernizzatore di un’Italia uscita povera e dilaniata dalla Grande Guerra. Il problema di Aragno è appunto quello di mostrare su quale rimozione si sia fondato questo consenso e la sua narrazione: ovvero sull’asportazione, prima materiale e poi anche storiografica, della questione sociale, della vita concreta di milioni di contadini e di operai, così come sull’esclusione dei cittadini dalla vita politica e culturale. In quest’ottica il consenso mussoliniano si rivela basato sull’estorsione e la minaccia, e dunque non è altro che una parvenza, una conseguenza dell’oppressione.
Su questa via, l’impostazione di Aragno finisce però per contrapporsi anche a quell’antifascismo istituzionale che, rimuovendo anch’esso la ragione sociale del regime, sembra incolparlo unicamente della violazione dei “diritti umani” o della negazione dei “principi democratici”. Quasi come se il fascismo fosse una parentesi illiberale in una lunga storia italiana fatta di “regole chiare”, di uguaglianza e di condivisione dello stesso destino, quest’antifascismo di rito – e forse proprio per questo sempre meno sentito – presenta la Resistenza come il compimento del percorso Risorgimentale, come la riscossa nazionale di una libertà senza bandiere né colori contro una dittatura cattiva, ormai sconfitta una volta per tutte…
Sulla scia di storici come Arfè e Luigi Cortesi, Aragno contesta dunque il revisionismo imperante in questi anni ma non cade nella retorica di una Resistenza combattuta solo in nome della patria, di una Resistenza avulsa dal conflitto di classe, diretta dall’alto da integerrimi dirigenti di partito e disinteressatamente sostenuta dagli Alleati. Al contrario: Aragno mostra come ci sia una fortissima continuità fra l’antifascismo – che sorge nel momento stesso in cui nasce il movimento fascista, dato che questo è la sintesi più rigorosa e conseguente dell’attacco che le classi dominanti portavano da decenni contro il proletariato – e la Resistenza, che è sì un moto di liberazione ma anche di sovversione. Un moto che quindi non inizia il 25 luglio o l’8 settembre del 1943, ma attraversa, pur se a fatica e a caro prezzo, tutto il Ventennio. Con il suo approccio “dal basso” Aragno riesce così a mostrare le svariate forme e i diversi intenti che contraddistinguono l’opposizione al regime, mettendo in luce come la Resistenza vittoriosa abbia tratto la sua forza da questa Resistenza insorgente, da questi sacrifici quotidiani, dai tanti militanti oscuri, dai tanti “no” detti a mezza voce, dai rifiuti e dai sospiri di migliaia di reclusi, confinati, bastonati.

III. Proprio per questo, il modo migliore di leggere il libro di Aragno è partire dal suo sottotitolo, Storia di storie. Perché nel sottotitolo c’è già un’impostazione teorica, un certo sguardo. Appare subito, infatti, il motivo che sostiene tutto il testo: l’idea che la Storia sia fatta da una pluralità di voci, di vicende singolari, di percorsi individuali. E che sia il loro incontro, la loro circolazione, tutto questo vorticoso aggregarsi e scomporsi di vite, a mettere capo alla Storia, a quella totalità che sembra sempre investirci e travolgerci, e che si lascia pensare solo sulla taglia del Grande Evento. Il vestito storico, sembra dirci Aragno, è tessuto di fili sottilissimi, ma ogni filo ha il suo spessore, la sua lunghezza, il suo colore, e vale la pena di seguirlo fino in fondo. Ripercorrendo quella vita non tanto e non solo come caso eclatante o come testimonianza privilegiata, e nemmeno come scarto che andrebbe recuperato quasi per pietà, per un senso di giustizia verso chi è stato travolto, ma, più profondamente, come una vita attiva, partecipe e persino protagonista del proprio tempo. In altri termini, per capire davvero la Storia, per dirsela tutta, lo storico si deve mettere al microscopio. D’altra parte il passo fra biografia e biologia è breve: è quello che c’è fra lo scrivere, il disegnare, l’incidere i tratti di una vita, e il comprenderli, il discorrerne, il cercarne i principi.
È questa specifica scienza storica, questa comprensione del particolare per meglio arrivare alla totalità, che ci sembra essere il metodo del libro di Aragno, e anche il suo principale merito. Il lavoro rigoroso sugli archivi, la meticolosa ricerca di fonti, l’osservazione di tutte le tracce che una vita lascia, e la narrazione che mette tutto in sequenza, ci restituiscono il pensiero e l’azione di questi otto personaggi altrimenti destinati a restare ignoti. Perché chi può dire di conoscere le peripezie affascinanti e dolorose degli anarchici e socialisti Clotilde Peani, Umberto Vanguardia, Emilia Buonacosa, Giovanni Bergamasco, perseguitati prima dalla polizia “liberale” e poi da quella fascista per le loro idee di uguaglianza e per il loro impegno sindacale, per la loro voglia di sollevare i lavoratori al livello della decisione politica? Chi può dire di aver già sentito le storie di Kolia Patriarca o di Luigi Maresca, non due militanti senza macchia, ma due persone “normali”, tranquille, con l’unico torto di aver avuto delle idee e di averle manifestate, condannandosi a vagare da un paese all’altro, irrimediabilmente lontani dalle loro famiglie? E ancora, chi può immaginare che al fascismo si potesse opporre, e proprio negli anni del supposto consenso, anche un uomo di destra come Pasquale Ilaria, patriota pluridecorato della Prima Guerra Mondiale, e che il “potente” regime potesse temere anche ragazzi evidentemente spauriti, soli e traumatizzati come Renato Grossi?
Aragno è pienamente cosciente di stare compiendo un’operazione in un certo senso salvifica, di stare cioè resuscitando i morti, i sommersi, come direbbe Primo Levi. Basta prendere questa sua frase: «di ciò che siamo davvero, tutto si perde nel silenzio dei secoli e il tempo nostro “personale” raramente coincide col “tempo collettivo” di cui rimane traccia. Tutto si perde, a meno che storici o artisti non lo ricordino a chi, dopo di noi, farà la sua parte sul palcoscenico che ci vide all’opera» (p. 98). In questo senso Aragno sembra rispondere alle scomode domande di quel famoso lettore operaio di Brecht, che, imbattendosi nella Storia, si chiedeva chi la facesse per davvero: chi ci fosse dietro a Tebe, a Babilonia, a Roma, chi avesse materialmente costruito quei grandiosi monumenti, chi avesse realmente combattuto le guerre, chi fosse, insomma, il regista nascosto dai nomi, sempre troppo altisonanti, degli attori… Invece la storiografia ufficiale – affascinata dai grandi destini, dalle manovre diplomatiche, dagli intrighi di Palazzo – tende “naturalmente” a dimenticare il lavoro, la sofferenza, l’oppressione patite dagli uomini. E a maggior ragione dalle donne.

IV. E qui è di un’estrema importanza che il libro di Aragno riservi tanto spazio alla figura femminile, mettendo in apertura l’anarchica Peani e continuando subito con Varia, la coraggiosa moglie di Patriarca, per descriverci poi l’attività politica instancabile e itinerante dell’operaia Buonacosa, per chiudersi infine con le straordinarie Maria e Ada Grossi. Donne che, per quanto capaci di affrontare le peggiori avversità, non vengono mai riconosciute dai questurini capaci di una volontà indipendente, di una posizione politica. La rappresentazione della donna che emerge infatti dagli archivi delle forze dell’ordine oscilla fra quella dell’eterna tentatrice che «suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni» (p. 11), come riferisce un poliziotto romano a proposito della Peani, e quella “classica” della «donna di facili costumi» (p. 57), come scrive un comandante dei Carabinieri di Salerno a proposito della Buonacosa. Convergono qui il senso comune maschilista, che vuole perduta ogni donna che non sia santa, e quella particolare cattiveria che il servo dello stato esercita contro il militante rivoluzionario. Così sorprende solo fino a un certo punto vedere come questi burocrati si ergano anche a maestri di rettitudine e non disdegnino nelle loro note informative di ragionare sulla «cattiva condotta morale» o sulla «vita irregolare» (p. 10) delle loro vittime. E quando pure gli riconoscono un’opinione politica, questa non è mai il prodotto di un pensiero autonomo, di un percorso individuale che muove dalle ingiustizie subite per arrivare infine alla chiarezza di azione: è sempre su istigazione dell’uomo, per imitazione, per amore, che la donna si impegna – senza che questo paternalismo produca peraltro condanne più miti… Insomma: anche quando si muove, la donna è mossa. Non fatichiamo a credere che sia ancora questo il pensiero di tanti questurini d’oggi.

V. Ed è forse proprio a partire da questo riferimento al presente, da questa continuità di certe logiche coercitive, che possiamo capire fino in fondo il senso del titolo del libro, non meno eloquente del sottotitolo, Antifascismo e potere. Qui appare il collante che tiene insieme queste biografie così diverse fra loro: è la cieca ferocia della “ragion di Stato”, l’assurda razionalità dell’ordine costituito, che impone dall’alto le sue decisioni e sempre si autoassolve.
In effetti, è proprio l’opposizione al potere – di cui il fascismo è solo l’espressione più becera, più violenta, più infame – a essere all’incrocio di traiettorie politiche e umane così diverse. Innanzitutto perché alcune delle figure che Aragno ci presenta conoscono l’allontanamento, il carcere, la persecuzione giudiziaria ben prima del fascismo, sotto il governo di Giolitti, facendoci toccare con mano la continuità delle politiche repressive fra l’Italia “liberale” e quella mussoliniana (ma, si potrebbe dire, anche fra questa e quella repubblicana, vedendo come falliranno subito i processi di defascistizzazione, quale sarà l’esito dell’amnistia, quali i nomi dei giornalisti, dei giudici, dei prefetti e dei questori che saranno riciclati nelle istituzioni “democratiche” appena finita la guerra…). In questo modo Aragno mostra che il fascismo non è solo un determinato regime, sconfitto una volta per tutte, ma una logica di governo del conflitto sociale di lungo periodo, imperniata intorno alla tutela a ogni costo delle classi dominanti e dei loro profitti, al restringimento degli spazi del dissenso, e infine alla guerra (tratti che, ancora una volta, Italia liberale, fascista e repubblicana hanno in comune: basti pensare a come si chiude il cerchio della FIAT, da Giovanni Agnelli a Marchionne passando per Valletta, o all’intervento tricolore in Libia, oggi come un secolo fa).
Su questa linea, altre biografie testimoniano di un’ostilità al potere ovunque esso si manifesti, dalla Francia in cui tanti oppositori al regime si erano rifugiati, alla Spagna verso cui molti esuli, come la famiglia Grossi, si sposteranno per dare il proprio contributo alla lotta contro il fascismo. Un’ostilità al potere che Aragno sembra condividere con i suoi personaggi, anche quando – ed è il caso di Patriarca – si tratta di criticare la stessa Rivoluzione Sovietica, la cui orizzontalità, inclusività, apertura, cambiano definitivamente di segno nell’epoca staliniana, finendo per erigere un altro potere, gerarchico, paranoico, persecutorio.
Da questo punto di vista – ed è un altro motivo di interesse del libro – l’utilizzo di qualsiasi strumento, anche della scienza, per liquidare l’opposizione politica, è il migliore indicatore di come i poteri si assomiglino tutti, di come, per Aragno come per De André, non ci siano poteri buoni. Dall’epoca di Lombroso fino a oggi, sociologia, criminologia, psicologia e infine psichiatria convergono infatti nel produrre un sapere disciplinante, un sapere che autorizzi il controllo della popolazione, la reclusione dei corpi, la loro forzosa separazione dal contesto umano con la pretesa di rieducarli e la volontà di punirli. Senza scomodare Foucault, Aragno ci mostra come ad esempio la psichiatria venisse usata là dove la detenzione comune non poteva arrivare: in mancanza di evidenze per condannare subito un oppositore al carcere, una gigantesca macchina burocratico-amministrativa lo teneva sospeso sulla soglia della colpevolezza per anni, fino a farlo impazzire, o meglio, fino a poter constatare in lui quei segni sufficienti a giudicarlo pazzo, e sbarazzarsene in qualche manicomio. In questo modo non ci si liberava solo di un avversario politico, ma si screditava tutta l’opposizione, la si riduceva all’impossibilità di parlare, esibendola da subito come irrazionale solo perché in contrasto con la razionalità dominante. In effetti un detenuto politico ha delle ragioni, lo si può odiare, biasimare, non condividere, ma ha i suoi motivi, i suoi scopi, che si possono capire. Un fanatico o un pazzo no: sono brutture da cancellare, residui arcaici, devianti che ignorano gli assunti di base del vivere sociale… Qui l’accusa di utopia vale immediatamente come certificato di follia, anche se a distaccarsi un attimo dalla quotidianità appaia evidente come la sola utopia e la sola follia siano quelle che pretendono che nulla cambi mai. Ma allora, se così stanno le cose, non si tratta tanto di capire chi, fra il medico (l’apparato repressivo e disciplinare) e il malato (il rivoluzionario che ha osato sfidarlo e che non ritratta), sia il vero folle: si tratta piuttosto di capire dove passi la linea di demarcazione fra follie condotte in maniera estremamente saggia e cose sagge condotte in maniera estremamente folle, come diceva Montesquieu. Cioè fra il contenuto assurdo dell’ordine dominante, con la sua logica spietata e il suo vestito presentabile, e la ragionevolezza di chi domanda un ordine nuovo, e lo fa sfidando le convenzioni, a rischio del carcere e della morte… A ben vedere i rivoluzionari, giudicati e condannati per la loro condotta nel presente, vengono assolti dalla storia per il buon senso delle loro idee.

VI. In ogni caso, è su questo punto dell’opposizione al potere – di cosa sia il potere e di cosa voglia dire opporvisi – che il libro di Aragno apre davvero la discussione, lasciandoci anche liberi di obiettare o completarne il pensiero. Innanzitutto da un punto di vista storico. Se infatti è certamente decisivo che alle tante esperienze di opposizione al fascismo venga dato finalmente rilievo, se è importante tenere a mente ogni torto subito, è altrettanto fondamentale ricordare che la capacità degli antifascisti, e in particolare di quelli comunisti, è stata la capacità di costruire, nel contesto difficile di una dittatura, reti di contatto e di coordinamento che sono riuscite a sopravvivere alle infiltrazioni e alle retate del regime, che hanno permesso che non si spezzasse, almeno nelle fabbriche e nei quartieri popolari, il filo rosso dell’opposizione. Insomma, dietro e attorno alle vite che Aragno ci presenta, che in ultima istanza sembrano così sole, ci sono invece sindacati, partiti, culture politiche, famiglie, reti amicali, insomma, tutta una vicenda collettiva che bisogna stare attenti a non mettere troppo sullo sfondo. E questo ci porta al problema centrale del testo.
Se infatti uno dei suoi scopi è di far sì che dal passato si traggano degli insegnamenti, c’è indubbiamente un insegnamento che subito balza agli occhi: che è impossibile combattere il potere da soli, che l’attività principale della repressione è proprio quella di dividere, di isolare e semmai marchiare il soggetto, davanti al pubblico e davanti a se stesso, come folle. Molti degli esiti tragici di queste storie fanno cioè pensare che – se il “no” che si pronuncia è sempre una questione privata, è un atto di responsabilità personale, un’invenzione assolutamente singolare – l’unico modo per far durare questo “no” è quello di posizionarlo e stringerlo in una rete collettiva, che lo sostenga nei momenti di difficoltà, che lo renda più forte, in modo da non poter essere facilmente attaccato e distrutto. Ma fare questo non vuol dire appunto creare organizzazione? E l’organizzazione non è anche una forma, per quanto embrionale e relativa, di potere? E d’altronde, che cos’è il potere? È una forza che sta solo dal lato del dominio, pura coercizione, o non è anche e innanzitutto un poter fare, da cui ognuno di noi è investito? E se così è, se cioè il potere trova anche in noi il suo momento iniziale o terminale, mettersi insieme e produrre effetti non vuol dire già contrastare il potere, praticando forme di contropotere? Forme che sappiano ostacolare quella temporalità lunga del potere costituito, quel suo perenne poter aspettare, con una temporalità rivoluzionaria, quella che riesca a mantenere il “no” pronunciato un giorno, a sedimentare le esperienze, a far durare l’insorgenza… D’altra parte, se il libro di Aragno vuole appunto fare presente un’altra storia, oggi non facciamo proprio esperienza dell’assenza radicale di questa organizzazione e di quest’altro potere? Dai singoli militanti alle piazze “indignate”, non circola ossessivamente la domanda – dopo trent’anni di smantellamento di contenitori collettivi, di istituzioni che potessero tenere insieme e dar conto delle diverse volontà – di programmi e strumenti che possano imporre, alle logiche di potere della borghesia, l’altra logica del potere popolare? Da questo punto di vista, denunciare il «pragmatismo politico» come «tecnica di dominio» tout court (p. 7), come a volte sembra fare Aragno, non rischia piuttosto di condannarci all’impotenza? La “ragion di Stato” ha il suo più tremendo avversario nell’autenticità e nelle moralità individuali, o nel contropotere effettivo che pone già nell’ordine esistente un’altra moralità, collettiva e niente affatto individuale? Insomma, fra il realismo senza scrupoli del potere e un’utopia incantata quanto inefficace, non c’è forse lo spazio, risicato ma certificato storicamente, di un altro realismo, che ha di mira qualcosa che ancora non si vede, ma può essere qui? C’è forse da scegliere fra purezza dei mezzi e pragmatico perseguimento dei fini o il movimento è lo stesso? Fra eroismo e rinuncia, fra il non venire mai a patti e l’esserci già venuti, non si apre forse una strada, quella che è stata percorsa – e ancora oggi, se abbiamo il coraggio di allargare lo sguardo oltre la provinciale Europa, viene percorsa – dai movimenti rivoluzionari, quella che Che Guevara indicava con il celebre motto: siamo realisti, vogliamo l’impossibile?
Certo, non sono domande a cui questo libro può rispondere. Ma di sicuro, ponendole, facendoci riflettere a partire dalla concretezza storica, Aragno dà un contributo importante a questo realismo dell’impossibile oggi ancora tutto da pensare e da praticare. A patto che il lettore voglia davvero ricominciare le sforzo di questi antifascisti, e magari portarlo fino in fondo, verso un esito – anche solo un poco – più felice.

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Ferdinando Cordova, fino a novembre scorso ordinario di Storia Contemporanea alla Sapienza, era nato a Reggio Calabria nel 1938 e se n’è andato nelle prime ore del mattino di lunedì 11 luglio. L’ha portato via, in poco più d’un mese, un male che non perdona e che aveva affrontato così come ha vissuto: da uomo schivo e gentile, col coraggio sereno e consapevole di chi è in pace con se stesso. La notizia dolorosa si è materializzata improvvisa sul pc, come capita in questo tempo nostro di veloci vie tecnologiche: “lutto“, la parola in oggetto, secca, tagliente e irrimediabile. Sapevo che sarebbe giunta, ma non credevo così terribilmente presto e non immaginavo quanto amara e difficile da accettare. Nando, così ero abituato a chiamarlo, era un uomo al quale non potevi che voler bene. E me ne accorgo oggi, come mai l’avevo sentito prima, perché è così, perché è il fatto compiuto e senza rimedio quello che ti pone davanti a te stesso e ti parla come non sa fare nessun altro momento della vita. L’avevo sentito a telefono, ora non ricordo più bene se venerdì o sabato. Stava malissimo, era consapevole ma anche sereno e ancora capace di far cenno agli “amici affettuosissimi“, con quel tratto umano inconfondibile, che la sofferenza devastante non aveva potuto e non poteva cancellare. Era stato lui stesso a dirmi della sua malattia il 3 luglio scorso. “Farò di tutto per uscirne, – mi aveva scritto – ma, se dovesse andare male, ricordami ad amici e studiosi“.
Cordova è stato allo stesso tempo studioso serio e valoroso e uomo onesto e geloso della sua autonomia di pensiero. Dopo quarant’anni d’amicizia, me lo ricordo così, rigoroso nella ricerca, pronto e acuto nella “battaglia delle idee“, netto, se necessario, ma pacato, sereno e mai fazioso. A leggere oggi i suoi molti saggi, non è difficile riconoscere i tratti migliori della scuola di Renzo De Felice, che ci fu maestro comune e di cui egli fu allievo degnissimo, sebbene indocile e soprattutto indipendente. L’ho conosciuto ch’ero ancora uno studente-lavoratore, nella fertile confusione che fu la mia vita negli ultimi anni Sessanta. Il primo ricordo è un esame di storia, dopo la prova scritta, i suoi generosi complimenti e le parole che segnano una vita: “Renzo, questo è Aragno…“. L’inizio d’una intensa e lunga collaborazione negli ormai lontanissimi anni Settanta, vissuti in una Salerno che non c’è più, in un edificio di via Irno, dov’eravamo distaccati e dove il caso e il magistero di De Felice ci avevano messi assieme. Si occupava, in quegli anni, degli arditi e dei legionari dannunziani e aveva appena pubblicato un saggio ancora oggi utile a chi voglia capire la cause della crisi del mondo liberale. Così valido e “anticipatore“, che nel 2007, quasi quarant’anni dopo, il Manifestolibri l’ha potuto riproporre com’era uscito nel 1969. I ricordi sono mille: i pranzi frugali, da giovani più o meno spiantati – l’accademia non è stata mai ricca – in una sorta di taverna a ridosso del Corso Italia, le lunghe, formative e appassionate discussioni con De Felice, che andava pubblicando la sua monumentale biografia di Mussolini, un anno drammatico, non saprei dire con certezza, ma credo il 1974, con le polemiche sugli “anni del consenso” che investirono anche noi e giunsero a separare i due allievi dal maestro che, intanto, era approdato a Roma. Abbiamo poi preso strade diverse, ma non ci siamo mai persi di vista e, nonostante il trascorrere degli anni, il posto in cui era più probabile incontrarlo era ancora l’Archivio Centrale dello Stato, a Roma. Lì ha trascorso tanta parte della sua vita di ricercatore. Lì aveva proficuamente studiato la Massoneria e il sindacato fascista e, ormai vecchio, ancora studiava da maestro il fascismo, lo Stato totalitario la storia e la cultura del nostro Paese dall’Unità alla Repubblica. Ha scritto saggi pregevoli che lasciano un segno. L’ultimo – Il ‘consenso imperfetto’ quattro capitoli sul Fascismo – cui tanto teneva, quasi presagisse la fine, aveva pagine e spunti davvero illuminanti. La cultura del nostro Paese perde un protagonista serio, coerente, capace di assumersi la responsabilità del rischio, senza inseguire mode, con la fermezza di chi sa di essere un riferimento. Non è perdita lieve. Mancheranno il suo contributo autorevole, il senso della misura e la capacità di cogliere il significato profondo degli eventi storici. Personalmente gli devo molto e sempre, quando avevo un dubbio o sentivo il bisogno di andare a fondo in una ricerca, lo trovavo disponibile, aperto, pronto a dare una mano, a dire la sua con intuizioni sempre felici, idee chiare e una cultura fine e ricca di umanità. L’anno scorso, dopo aver pubblicato due mie biografie di antifascisti sul suo “Giornale di Storia Contemporanea“, con affettuosa insistenza, mi aveva convinto a mettere assieme alcune biografie di sconosciuti antifascisti per farne un “Quaderno” della sua rivista. L’introduzione sarebbe stata sua, se la morte non se lo fosse portato via, ma terminerò il lavoro e troverò modo di farlo uscire ugualmente. Glielo devo, come gli dovevo questo tentativo di ricordarlo e rispondere a quel suo invito del 3 luglio scorso, quando lottava per la sopravvivenza e mi chiedeva di ricordarlo alla comunità degli studiosi.
Degli storici parlano soprattutto le mille ricerche e i saggi prodotti. Quelli di Ferdinando Cordova lo faranno a lungo: hanno a buon diritto il loro posto tra quelli degli studiosi che la morte non cancella.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 luglio 2011 e su “il Manifesto” il 14 luglio 2011 

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L’Italia “imperiale” del 1939 ha i lineamenti del capitalismo straccione di retroguardia: è cinica, cieca e degenerata. L’alleato nazista fa paura e la retorica sulla missione di “Roma universale” smorza i toni eroici del nazionalismo italico, ma il ritorno all’irredentismo radicale di Timeus ha aperto la via all’odio razziale “che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di […] un nemico che si deve odiare e combattere senza quartiere”[1]. All’ordine del giorno c’è il delirio del “goliardo dalmato oppresso” che, minaccia: “Io ringhio e il ringhiare mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia”[2]. Nelle strade complici e indifferenti manifesti ignobili mettono insieme sprezzanti “il nero, l’ebreo e il comunista” e Visco, Pende e Cipriani, esempi di morale e di scienza fascista, in genti dai mille semi, vedono campioni ariani, purissimi e guerrieri[3]. Pronto al cimento, nei popolari disegni di Beltrame e sulle colonne della “Domenica del Corriere”, il legionario fascista, nato “corsaro e distruttor di navi”, è ormai il dannunziano “protagonista di folgoranti imprese” e l’invincibile eroe che “osa l’inosato”. E’ l’ora del “milite glorioso”. In Aragona e Catalogna, “le avanguardie della divisione Littorio” non mancano mai d’un “arditissimo sottotenente” che si impadronisce “di un autocarro carico di dinamite e, sventolando il tricolore” insegue il nemico fatalmente “in rotta”[4]. Quale sia stata poi la sorte degli immancabili ufficiali, la “Domenica del Corriere” e Beltrame non dicono e poco se n’è parlato in seguito, quando di quel tempo s’è intuita la vergogna. In realtà, gli eroi di tutte le guerre hanno la vita breve d’un istante di gloria sanguinosa e li ricorda il marmo d’una piazza indifferente. L’eroismo dell’Italia “imperiale” del ’39, come accadrà per quella che oggi esporta la pace a colpi di cannone, non si legge nei disegni del “Corriere” di turno o sui cippi dei caduti. Occorre cercarla nelle pieghe oscure d’una verità che nessuno racconta: la sorte dell’eroe sopravvissuto. Si scopre così quanto passato vive ancora nel nostro presente che, non a caso, è il passato dei nostri figli.

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Sopracciglia grigie, baffi brizzolati, […] statura alta, corporatura media […], viso poligonale”… In una nota informativa asciutta fino allo schematismo e, per molti versi gelida, Pasquale Ilaria, ormai cinquantenne, mostra sul volto “bruno e rugoso” la trama delle “cicatrici alla regione sopraccigliare sinistra, conseguenti a ferite di pallottole di shrapnel”. Sono segni evidenti del comportamento eroico nell’inferno delle trincee e, ad un tempo, il debito che la patria ha contratto con un suo figlio valoroso negli anni lontani della giovinezza[5].
Geometra di Caposele, “ex capitano del Regio Esercito, volontario della guerra libica ed invalido di guerra nella conflagrazione del 1915-1918, decorato al valor militare”, l’Ilaria è sopravvissuto al suo eroismo e, come accade assai spesso ai reduci, tornato in abiti borghesi, non si fida più molto dei “capi”, discute gli ordini e giunge a disobbedire[6]. Ilaria non ama il fascismo e diffida del suo tentativo di costruire sulla “Grande guerra” il mito di un eroismo che supera se stesso, che è

qualcosa di più: é una milizia, é una religione, una passione che infiamma tutti i giovani generosi italiani e con i giovani gli adolescenti ed i vecchi che non si sentono tali e che hanno raccolta la face viva riaccesa dei morti della grande guerra”[7].

Ilaria, che non si riconosce in questo “eroismo”, si defila, “chiamandosi fuori” ed “esce” dal mito. C’è, in questo suo comportamento, un che di volontario, un rifiuto istintivo, ma non del tutto inconsapevole, della funzione omologante assegnata a un eroismo “mummificato” dagli stereotipi di una società gerarchizzata. Contro questa società, scriverà anni dopo, egli si schiera quasi naturalmente, “per amor di verità, di moralità, di legalità, cioè di ordine, e per carità di patria”[8].
Per il regime di Mussolini Ilaria è inizialmente un enigma. Uomo d’ordine per sua stessa ammissione, ma incompatibile con l’ordine fascista fondato sull’etica del manganello, il capitano che, nell’orrore del fronte, ha imparato a conoscere e rispettare l’umanità, il coraggio e la sofferenza della povera gente mandata al macello, pensa a un Paese che, senza rinunciare alla tutela della proprietà e della gerarchia, ritenga sacri i diritti civili e la dignità dell’uomo. Un uomo così, uno che non ha un partito, non è un attivista e non si propone di fare carriera politica, potrebbe apparire tutto sommato innocuo – e in fondo lo è – ma il fascismo diffida e sente di doverlo temere. Il fatto è che, senza nemmeno volerlo, semplicemente per ciò che rappresenta con la sua storia e la sua posizione sociale, l’ex ufficiale e le sue convinzioni costituiscono di fatto, per l’ordine in camicia nera, una sfida insidiosa e per certi versi intollerabile. E non si tratta solo, come potrebbe apparire, del fatto che l’uomo si colloca a destra, in un terreno politico che il regime tende per sua natura a monopolizzare. C’è dell’altro. Così com’è, vestita dei panni di un soldato valoroso, la sua idea di patria, lontana e sostanzialmente diversa da quella fascista, potrebbe trovare facilmente consensi tra ceti sociali che concorrono a formare la base di consenso del regime. In questo senso, essa non solo è alternativa ma, a ben vedere, costituisce una sorta di anomalia, una vera e propria “diversità” e, in quanto tale, fatalmente “sovversiva”.
Com’è naturale, la replica è dura e immediata. Subito dopo le leggi “fascistissime”, infatti, ai primi del 1927, il regime, che pure s’atteggia a patrono di invalidi e combattenti, getta la maschera e inserisce l’ufficiale decorato nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare in determinate occasioni[9]. L’inevitabile conflitto è immediatamente duro e così difficile da gestire, che stavolta le autorità di pubblica sicurezza ricorrono subito alle maniere forti. Nel 1928, quando Ilaria è sorpreso a distribuire volantini ostili al regime, pronta e implacabile giunge la denuncia all’Autorità Giudiziaria, cui fanno da contorno la sorveglianza asfissiante, la schedatura e la minaccia di un rapido ricorso alla legge contro i “sovversivi”[10].
Il coraggio della trincea non sempre basta ad affrontare, in tempo di pace, la guerra della vita e Ilaria, messo spalle al muro, cede e finisce col chiudersi in un silenzio sprezzante, ma del tutto inoffensivo. Con la resa umiliante al regime, la vicenda sembra esaurire definitivamente la protesta antifascista dell’ex capitano del genio, ma le cose non stanno così. Nel 1939 Mussolini sente che l’alleanza con Hitler e l’antisemitismo inquietano piccoli e medi borghesi come Ilaria. Da anni il regime va avanti senza una filosofia della politica; tutto trasuda retorica e dietro le formule di rito e il dinamismo pseudo futurista dei gerarchi, fanno capolino una preoccupante frattura con la cultura, le tradizioni e le abitudini dei ceti popolari e un vuoto di valori coperto a malapena dagli slogan d’una incessante propaganda. Mentre l’anticapitalismo di facciata non può nascondere la corruzione e i cedimenti agli interessi della borghesia capitalista, Mussolini sente istintivamente che il fascismo non fa più presa; l’alleanza con Hitler e gli eccessi dell’antisemitismo inquietano la piccola e media borghesia da cui proviene Ilaria ma, piuttosto che provare a capire, inasprisce la polemica ideologica, aggiungendo al danno la beffa. Ilaria e quanti come lui manifestano resistenze democratizzanti, sono investiti così dalla strumentale “polemica antiborghese” del duce, in cui trovano spazio Rossoni, Olivetti, Malusardi, Chilanti, Orano, De Ambris, esponenti della cosiddetta “sinistra fascista”, gente passata per lo più dalla militanza nelle organizzazioni o nella stampa socialista e anarchica alle strutture politiche e sindacali del regime, che trova naturalmente comodo attaccare il “vecchio fascismo”[11].
E’ il momento dei “poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana”[12], il trionfo delle chiacchiere e dei formalismi, mentre gli avvenimenti corrono veloci e sempre più incontrollabili. “Chi si ferma è perduto”, recita uno slogan che annuncia la disperazione di chi corre senza avere una meta, e il vuoto si riempie di vuoto. Nascono il passo romano di parata, l’abolizione del lei, l’uniforme per gli impiegati civili e la militarizzazione della società. “Dobbiamo liberarci della borghesia” dichiara il duce, di fronte al naufragio dell’anima sindacale del corporativismo, ma intuisce che un filo si spezza, che gli Ilaria si moltiplicano, e si volge tardivamente ai “ceti proletari”. Dopo aver negato i più elementari diritti e cancellato ogni autonomia delle masse lavoratrici, c’è chi, nel regime, orchestra una strumentale babele socialistoide per accreditare un “nuovo fascismo”, che di fatto ignora i bisogni veri delle classi subalterne, ma dichiara genericamente di voler porre i ceti proletari sullo stesso livello delle classi padronali[13]. In un crescendo di menzogne che non conquistano l’operaio e disgustano sempre più i borghesi come Ilaria, al mito del soldato, prudentemente “ingessato” negli anni Venti, si affianca ora quello di lavoratori sempre più piegati ai voleri dei padroni, per i quali, promette la “sinistra”, il regime prepara un futuro in cui non saranno più “merce”[14].
Nella primavera del 1939, l’approvazione del testo unico sulle acque –e le occasioni di speculazioni più o meno lecite che la legge offre a chi è pronto a profittarne – pongono l’Ilaria di fronte all’arroganza del potere fascista[15]. L’occasione dello scontro è la cessione di alcune sorgenti del Sele all’Ente Acquedotto Pugliese da parte dell’amministrazione comunale di Caposele, coperta dalla nuova legge. Per tutelare l’antico “uso civico” delle acque da quella che si profila come una vera e propria “privatizzazione ante litteram” di un bene comune, con tutto quanto queste operazioni possono comportare in termini di torbidi interessi e rischi ambientali, Ilaria stavolta non fa calcoli, rompe il lungo silenzio e, senza badare ai rischi di un’aperta contestazione, prende una posizione dura e coraggiosa e coinvolge senza fatica la popolazione del piccolo centro. Margini di mediazione però non ce ne sono e, a meno di non volersi tirare nuovamente indietro, la rottura con l’amministrazione fascista è inevitabile. Ilaria non si ferma, incontra popolani, li organizza. Gli eventi precipitano in un baleno e l’ex ufficiale finisce col trovarsi alla testa di una manifestazione pubblica che assume per il regime i connotati di una vera e propria rivolta. La misura è colma[16].
Arrestato il 19 giugno del 1939 “per avere sobillato la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile all’Amministrazione comunale”, il 30 giugno l’ex ufficiale del Genio finisce davanti alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia[17]. Una formalità che non può riservare sorprese e non lascia speranze. La Commissione, infatti,

esaminati gli atti annessi alla denunzia ed i precedenti morali e penali […], ritenuto […] che lo Ilaria Pasquale è individuo pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale”, lo assegna “al confino di polizia per un periodo di anni cinque”[18].

Come a voler riscattare il lungo e probabilmente doloroso decennio di silenzi e di sostanziale rinuncia a lottare, l’Ilaria contesta la decisione in un dettagliato ricorso, in cui denuncia il clima di illegalità che ha caratterizzato la vicenda, la violazione dei suoi diritti di imputato e, soprattutto, “gli atti di violenza che avevano preceduto, accompagnato e seguito la sentenza della Commissione”[19]. Tremiti, dove il regime lo seppellisce, riesce inizialmente ad atterrirlo e, per sfuggire alla pena, l’uomo si affida al suo passato di soldato, presentando una domanda di arruolamento, che non viene nemmeno presa in considerazione[20].
La condanna al confino e il successivo rifiuto di sperimentare la via di un onorevole compromesso, accettando un ritorno alla vita militare, segnano l’inevitabile epilogo d’una vicenda che va ben oltre la questione dell’ordine pubblico e il caso personale dell’Ilaria. Accecato dal delirio di onnipotenza del suo “duce”, il regime non coglie il significato profondo e, per molti versi emblematico, della rottura irrimediabile che si va consumando. Eppure, alla vigilia di un cimento militare che si rivelerà decisivo per le sorti del fascismo, l’opposizione aperta dell’ex ufficiale, un eroe di guerra decorato al valor militare, che non ha un definito “colore politico”, non può ricondursi ai temi del dissenso “rosso”, ma ha messo insieme contro il regime artigiani e contadini, è la spia d’un malessere profondo, dal quale nasce – ed è destinato ad assumere una preoccupante consistenza – un antifascismo collocato nel campo moderato, monarchico e cattolico: l’antifascismo degli “uomini d’ordine”, dell’amor patrio e del senso dello Stato, la cui coscienza morale e giuridica è sempre più incompatibile con quanto rimane vivo del mondo liberale, col disprezzo delle fondamentali libertà civili, col dichiarato “razzismo” e con una politica estera di isolamento, che lega il Paese alle sorti della Germania nazista. E’ una crepa ben più profonda di quanto possa apparire, che ha radici lontane e, nel momento della crisi del regime e del tradimento dei Savoia, produrrà una “resistenza di destra”, minoritaria, ma non per questo priva di un suo peso specifico nelle vicende che condurranno alla nascita della repubblica[21].
Se sul piano personale la rottura col regime segna per l’Ilaria una irrimediabile sconfitta, il suo caso costituisce, tuttavia, una testimonianza emblematica del lento ma inesorabile distacco del fascismo dalla sensibilità politica e dai principi morali di una borghesia cattolica che sa parlare alla gente e, dopo anni di consenso ambiguo e precario, matura un dissenso che, se si manifesta pubblicamente in maniera solo sporadica, preannuncia, tuttavia, l’isolamento e la crisi del regime, incapace di sopravvivere alle conseguenze della tragica avventura bellica.
Il 27 ottobre 1939, pochi giorni prima che la Commissione d’appello rigetti il suo ricorso, l’Ilaria invia “a S. M. Vittorio Emanuele Terzo, Re d’Italia e d’Albania ed Imperatore d’Etiopia” una breve lettera, in cui supplica il sovrano

di convertire l’arbitraria e provocatoria tortura del suo confino con la pena, più umana e più vantaggiosa per l’erario, della fucilazione che egli dichiara di preferire”[22].

Da Tremiti, intanto, superato l’iniziale avvilimento, l’ex ufficiale invia a Roma un esposto durissimo ed esprime come può la sua crescente distanza dal fascismo, rivolgendo continue critiche ai rappresentanti di quelle autorità verso le quali, scrive con lucido puntiglio, “nell’attuale periodo di emergenza della nazione”, non può che nutrire “per principio e per convinzione […] il massimo rispetto”[23]. L’occasione per un giudizio definitivo e irrevocabile sul regime giunge nell’autunno del 1941, quando l’Ilaria rifiuta una “sanatoria” offerta in cambio di un gesto di sottomissione e, dopo aver brevemente accennato al suo passato di soldato che, puntualizza, “è costretto a mettere in evidenza in sua legittima difesa contro l’accusa di antinazionalità”, ricorda a Mussolini che gli uomini veri riconoscono un solo padrone: la coscienza. Essa, prosegue,

sua tiranna e sua consigliera implacabile, non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, qual egli, con gravi sacrifizi, ha cercato di essere”[24].

Se l’idea fascista di patria, conclude lucidamente l’Ilaria, produce un regime che perseguita ingiustamente un patriota e tenta di corromperne la coscienza, quella non è, non può essere la

Nazione alle cui fortune anch’egli, modestamente, con la sua opera e il suo sangue, seguendo l’esempio dei Maggiori, ha cercato di dare il suo contributo disinteressatamente”[25].

Alla patria per cui ha combattuto, un soldato può domandare “giustizia, non clemenza […], giustizia formale ed effettiva” che “non può non attendere con serena fiducia”[26].
Si consuma così, col richiamo a una giustizia che certamente verrà, sia pure a conclusione d’una tragedia, il divorzio del regime da quei patrioti che ha esaltato e tradito e non ci sono dubbi, si può riconoscerlo onestamente: qui muore davvero la patria fascista. Prima, molto prima della sconfitta militare e dell’armistizio[27]. Una morte per cui non occorre autopsia: il regime affonda nel fango prodotto in vent’anni. Quei vent’anni in cui la vita di Ilaria e dei suoi mille sconosciuti compagni di lotta assume quasi il valore una risposta al pessimismo di Gobetti: il fascismo, ci dice la storia del geometra, non fu l’autobiografia di un popolo[28].

Note

1] Ruggero Timeus, Trieste, Gaetano Garzoni Provenzali, Roma, 1914, pag. 9.

2] Sul “fascismo universale” e sull’Internazionale fascista le pubblicazioni risalgono in gran parte agli anni del regime. Tra gli studi successivi, si possono vedere Marco Cruzzi, L’Internazionale delle camicie nere. I Caur 1933-1939, presentazione di Michael A. Leden, Mursia, Milano, 2005, e Giuseppe Aragno, Dall’irredentismo al fascismo, in Idem (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, presentazione di Spartaco Capogreco, La Città del Sole, Napoli, 2008. Su Eugenio Coselschi, cenni significativi in Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Manifesto libri, Roma, 2007, passim, (ristampa dell’omonimo saggio pubblicato da Marsilio nel 1969), e Marco Cruzzi, L’irredentismo dalmata di Eugenio Coselschi, in “Centro di Ricerche Storiche, Rovigno”, Quaderni, vol. XIX, Unione Italiana, Fiume, Università Popolare, Rovigno, 2008, pp. 187-208.

3] Sabato Visco, Nicola Pende e Lidio Cipriani, docenti universitari, firmarono coi colleghi Leone Franzi, Lino Businco, Arturo Donaggio, Guido Landra, Marcello Ricci, Edoardo Zavattari e Franco Savorgnan, il Manifesto degli scienziati razzisti. Nato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare e intitolato Il Fascismo e i problemi della razza, il Manifesto uscì il 15 luglio 1938 sul “Giornale d’Italia” firmato da un non meglio identificato “gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane”; il 5 agosto 1938, però, fu pubblicato di nuovo dalla rivista “La difesa della razza” che rendeva note le firme degli autori. Per quel che riguarda la “classificazione” delle razze, Sarfatti ricorda due riepiloghi parziali, che non riguardavano gli ebrei, elaborati dalla Direzione generale demografia e razza, istituita da Mussolini presso il ministero dell’interno di cui era titolare. Un elenco dell’estate 1938 definiva non ariani arabo-berberi, armeni, indiani, mongoli, negri, palestinesi, turchi e yemeniti. Nel 1939 una circolare, che vietava i matrimoni misti, aggiungeva all’elenco cinesi, libanesi e meticci e definiva ariani gli albanesi cristiani o musulmani, gli armeni, gli indiani e gli iraniani; per gli egiziani permanevano ridicole incertezze, dovute soprattutto a considerazioni geo-politiche, che rivelano la sostanza criminale dei provvedimenti. Sul tema, si vedano Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2003; Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2007; Tommaso Dell’Era, Il manifesto della razza, Utet, Torino, 2008.

4] Eroismo italiano in Catalogna, “Domenica del Corriere”, 17-4-1938.

5] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”, giugno 1939, foto segnaletiche e connotati.

6] Ivi, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., pp. 268-269.

7] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, Hoepli, Milano, 1934, II, pp. 207-08 riportato da Elisa Martinez Garrido ne Il primo discorso fascista di Mussolini: la traccia dannunziana, in Cuadernos de Filología Italiana, 5. 213-229. Servicio de Publicaciones UCM. Madrid, 1998 p. 225.

8] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., lettera del 19-10-1941, cit. Sulla retorica dell’eroe fascista si veda Enzo Nizza, Autobiografia del Fascismo, note storiche di Eugenio Zangrandi, La Pietra, Sesto San Giovanni, 1994.

9] Ivi, profilo biografico e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

10] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti del 1927-1928 e copia della denuncia del 1928.

11] Edgardo Sulis (a cura di), Processo alla borghesia, Edizioni Roma, Roma, 1939; Giuseppe Parlato, La Sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna, 2000. A certificare le origini socialiste e anarco-sindacaliste di alcuni di questi fascisti, c’è l’eloquente testimonianza dei fascicoli personali della polizia politica che non furono mai distrutti. Si vedano in proposito ACS, CPC, b. 1304, f. “Felice Chilanti”; b. 1633, f. “Amilcare De Ambris”; b. 1803, f. Ottavio Dinale; b. 2964, f. “Edoardo Malusardi”; b. 3586, f. “Angiolo Oliviero Olivetti”; b. 3597, f. “Paolo Orano” e b. 4466, f. “Edmondo Rossoni”. Sul Rossoni si veda anche Ferdinando Cordova, Verso lo Stato totalitario, Sindacati, società, fascismo, Rubettino, Soveria Mandelli, 2005; su Malusardi c’è ora la bella biografia di Alessandro Luparini nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, II, pp. 69-70.

12] La legge sulle acque è la 1497 del 29 giugno 1939.

13] Felice Chilanti, Ettore Soave, Dominare i prezzi e superare il salario, Il lavoro fascista, Roma, 1938.

14] Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Vallecchi, Firenze, 1939.

15] Riportato da Enzo Santarelli, Storia del fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1973 (II ediz.), III, pp. 113-115. Sul tema si veda anche Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p.100-101.

16 La vicenda ebbe tra i suoi protagonisti i coniugi il calzolaio Pasquale Sturchio e la moglie Ersilia, il calzolaio Antonio Ferina e i contadini Rocco Iannuzzi e Vito Russomanno, che furono poi tutti ammoniti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti della primavera 1939. e verbale d’arresto e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., p. 269.

17] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit. Verbale della Commissione provinciale del 30 giugno 1939 e nota senza n . del 14-6-1929 da Questore a Prefetto.

18] Ivi.

19] Ibidem, ricorso alla Commissione d’appello presso il Ministero dell’Interno.

20] Ibidem, domanda di arruolamento dell’agosto 1939.

21] Sull’antifascismo di destra si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.

22] Il ricorso fu ufficialmente respinto il 7-11-1939. Ibidem, lettera al re del 27-10-1939.

23] Ibidem, esposto al Ministero dell’Interno del 15-10-1941.

24] Ibidem.

25] Ibidem.

26] Ibidem.

27] Sulla tesi che vede nell’8 settembre la “morte della patria”, si veda Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996. Per una confutazione dello strumentale “teorema” revisionista di Galli della Loggia, val la pena di leggere l’ineccepibile risposta di Gaetano Arfè, che ha osservato: “Chi vede in quella data la morte della patria e ne nega la resurrezione non è interprete di storia, è strumento di una offensiva ideologica che ha la Costituzione come bersaglio, nei valori cui essa si ispira, nei principii che essa afferma, nell’ethos politico che la pervade. Gaetano Arfè, Dall’8 settembre rinasce la patria, “Lettere ai Compagni”, a. XXXII, n. 4, settembre 2002, ora in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 351-355.
Ilaria, trasferito da Tremiti ad Avigliano, in provincia di Potenza, fu liberato il 31 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo. La ferma e coraggiosa resistenza opposta al regime in più di quattro anni di confino gli costò trenta giorni di consegna e tre mesi di carcere. In memoria della sua battaglia a difesa dell’ambiente esiste oggi un’associazione ambientalista che porta il suo nome e si è costituita come comitato di difesa del territorio di Caposele del suo fiume e delle sue sorgenti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

28] Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La rivoluzione liberale”, n. 34/1922.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 agosto 2010

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