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Posts Tagged ‘Nazismo’

11002489_829853037087655_7039141093663539571_nQuando si parla di scuola del futuro, bisognerebbe tornare al passato e ricordare almeno ciò che scrissero ai primi del ‘45 su un foglio stampato alla macchia i docenti che, saliti in armi sui monti partigiani per abbattere il nazifascismo, si costituirono in Comitato di Liberazione Nazionale Scuola e affidarono al futuro le speranze della generazione da cui nacquero la repubblica, la Costituzione oggi stravolta e un’idea di scuola che Renzi attacca alla radice.
La carta è povera, sottile, trasparente come un velo, ma contiene i principi fondanti della scuola repubblicana: «L’istruzione è la vera liberatrice dell’uomo», spiegano i docenti; «chi teme il popolo, vuole il gregge, la folla da sfruttare; […] tarpa le ali al libero insegnamento, lo soggioga, lo vuole dominare e produce perciò una costituzione sociale, fondata solo sulla potenza del denaro». E’ una «condanna postuma» dei tempi che viviamo. Durante il fascismo ricorda il giornale, il docente «fu asservito colla miseria; ridotto a una vita stentata, che mortifica e, alla fine, immiserisce anche i più arditi: la professione fu angustia, conformismo e rinuncia. E l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva; la gioventù crebbe, informata a principi falsi a ideologie assurde e funeste […] e l’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato». A che fu ridotto l’insegnamento? – si chiedono i partigiani – e ancora una volta la risposta conduce al presente: «a strettezze mortificanti, alla lezione privata e, con essa, alla triste rete di transazioni, di mercimonio, che avvilì insegnanti ed insegnamento: come si desiderava». E’ una profetica descrizione della condizione docente nella scuola di Renzi, ma sarebbe sterile, se gli insegnanti non disegnassero la scuola per cui rischiano la vita: «Nell’ordinamento sociale che sta sorgendo, l’insegnante dovrà rivestire l’autorità e la dignità più alta; sarà il maestro di vita e d’umanità. E la condizione sociale ed economica dovrà rendere possibile questa funzione, dovrà essere tale da permettere libero svolgimento, indipendenza, possibilità di coltivarsi, di procedere, di essere tramite di idee, di pensiero, di progresso per elevare noi stessi e i giovani a noi affidati verso mete sempre più alte di progresso, di libertà, di umanità».
E’ questa la scuola che Renzi distrugge. A difenderla si muovono, però, minoranze che ne fanno parte, bersaglio facile dei «riformatori»: forze conservatrici, timore del cambiamento, interessi corporativi. E intanto, sul web, le scaramucce tra bande di tifosi, gli eserciti di poveri in guerra tra loro e il vento del qualunquismo che, seminato per anni a piene mani, scatena tempeste in un mondo che sarà pure «globalizzato», ma soffoca nei rapporti autistici della pagine facebook.
Mentre la nascita di un fronte unico appare impossibile e non è facile cogliere l’intento di attacco generalizzato alle classi subalterne celato dietro la distruzione della scuola pubblica. Finché non inseriremo le decisioni dei proconsoli di Bruxelles nella cornice ideologica che li tiene uniti, non cancelleremo la sensazione di colpi menati alla cieca o di decisioni errate su problemi reali, che reali non sono: oggi il debito, domani gli sprechi, poi il «merito» e via così.
Eppure le tessere spaiate si unirebbero in un mosaico logico e conseguente, se solo provassimo a leggerle per ciò che di fatto sono ovunque, in fabbrica come a scuola: strumenti di fascistizzazione della società. E’ questo il filo rosso che unisce l’insieme dei provvedimenti pensati da chi governa l’Europa, dopo averne svuotato le Istituzioni di ogni carattere democratico. Anni fa, quando la popolazione era ancora abituata a riflettere, studiare e a far tesoro dell’esperienza, l’avremmo capito: il fascismo è il regime politico del capitale finanziario. Pietro Grifone scrisse in proposito un saggio illuminate, mentre era al confino politico e sin dai primi anni della Repubblica, Calamandrei individuò nella scuola pubblica il bersaglio privilegiato di un attacco del Capitale rivolto non al diritto allo studio, ma all’impianto complessivo della Costituzione: colpire la scuola, per colpire l’intelligenza critica delle masse, anima di una battaglia per la democrazia. Prima ancora che l’Europa pensasse di unirsi, del resto, nel Manifesto di Ventotene, Rossi, Colorni e Spinelli lo videro chiaro: i rischi per l’«Europa dei popoli» non venivano solo dai nazionalismi, ma dagli uomini del grande capitale, pronti a presentarsi come europeisti convinti ma decisi, in realtà, a governare a proprio favore e con ogni mezzo il processo di unificazione.
E’ quanto accade sotto i nostri occhi impotenti, dopo che il filo della memoria storica è stato spezzato e la vicenda del Novecento stravolta, per imporre un anticomunismo acritico e viscerale, con gli strumenti di quel revisionismo maligno che, con precoce e lucida «intelligenza» dei suoi fini reali, Gaetano Arfè definì «sovversivismo storiografico». In questo clima, chi prova a resistere giunge allo scontro in condizioni di forte isolamento. Isolata è la lotta per la scuola, isolati e divisi sono nel Paese i sindacati conflittuali, divisi e isolati si sta rispetto agli altri Paesi. Sola è la Grecia, soli i lavoratori, soli i precari, soli, solissimi i giovani.
La fascistizzazione di Istituzioni e società avanza, invece, spedita, capitalizzando una sconfitta della sinistra che, prima di essere politica, è culturale. Ci sono mille ragioni per diffidare dei 5 Stelle, ma occorre prendere atto: sono loro, i cosiddetti «grillini», a parlare di Europa nazista. Esagerano? Sia allora la sinistra a spiegare in modo convincente il processo di imbarbarimento di una Europa in cui un mostro che genericamente chiamiamo «postdemocrazia», impone una dottrina economica che è l’equivalente europeo dell’integralismo assassino. Non sarà nazismo, ma di ferocia nazista sanno le stragi nel Mediterraneo, l’altissima mortalità infantile che rende la Grecia colonia, la riduzione in servitù di lavoratori e precari, la precarizzazione scientificamente pianificata del futuro di intere generazioni. A tutto questo è estraneo l’attacco alla scuola? Non è così. Ce l’hanno spiegato sin dal ‘45 i docenti in armi, mentre combattevano una barbarie partita non a caso dall’asservimento della scuola.

Fuoriregistro” 14 marzo 2015, Agoravox, 16 marzo 2015

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Senza aggiungere una parola:

Stimata Frau Merkel!

Nell’anno del 70° anniversario della vittoria sul nazismo, noi, i reduci di quella terribile guerra ed i partecipanti alla sua battaglia più terribile rileviamo come in Europa ancora una volta vaghi uno spettro

– lo spettro della peste bruna. In questo momento un focolaio del nazismo è diventata l’Ucraina, dove dall’ideologia ultranazionalista, antisemita e dell’odio del genere umano si è passati alla loro pratica – alla violenza fisica, all’eliminazione dei dissidenti, all’omicidio delle persone motivato da odio etnico, dalla negazione della cultura diversa.

Russland, Kesselschlacht StalingradDi fronte a noi immagini note: sfilate di fiaccole, giovani in divisa con distintivi nazisti che alzano il braccio nel saluto nazista, parate fasciste protette dalla polizia statale nel centro di Kiev, dichiarazioni sull’inferiorità di alcuni popoli. Tutto questo lo abbiamo già visto e sappiamo dove ci conduce.
In Ucraina la peste bruna , rinfocolata e riscaldata negli ultimi decenni, è straripata ed ha portato ad una sanguinosa guerra civile. Le formazioni naziste, come “Settore destro”, la cosiddetta “Guardia Nazionale”, numerosi battaglioni informali ma ben armati, tipo “Azov”, con l’appoggio dell’aviazione e dell’artiglieria pesante dell’esercito ucraino sistematicamente sterminano la popolazione dell’Est dell’Ucraina. I civili vengono uccisi solamente perché vogliono parlare la loro lingua madre, perché hanno una diversa opinione sul futuro del loro paese, perché non vogliono vivere in un paese dove governano i sostenitori di Bandera.
Questi ultimi sono i seguaci del cosiddetto “Esercito di liberazione ucraino”, che Le ricordiamo Frau Merkel, combatteva durante la Seconda Guerra Mondiale incluso nella Wehrmacht, così come della Divisione SS “Galizia” partecipando, in particolare, ai massacri degli ebrei sovietici, raggiungendo l’esaltazione dei loro padri e nonni. Con i nomi dei criminali nazisti denominano le strade delle città ucraine! La storia del 20° secolo in Ucraina viene riscritta davanti i nostri occhi! C’è da meravigliarsi come gli attuali sostenitori di Bandera abbiano la luce fanatica negli occhi conosciuta personalmente da noi, veterani sui fronti della Seconda Guerra Mondiale durante la battaglia di Stalingrado, accecati dall’odio chiedono di distruggere il Donbass, bruciare con il napalm l’est del paese. Ci sono le prove documentali che delle persone siano state assassinate solamente perché portavano il nastro di San Giorgio – il simbolo della vittoria sul fascismo.
La verita è, Frau Merkel, che in Ucraina si sta verificando il dilagare su vasta scala del nazismo. Non sono singoli commenti antisemiti nel Parlamento o articoli di ignoranti sulla superiorità di una razza rispetto ad un’altra. Sono crimini sanguinosi, su vasta scala, le cui vittime si contano a centinaia e migliaia. Ma l’Occidente ha una posizione molto strana e noi non la capiamo. Potrebbe essere interpretata come apologia del nazismo ucraino. E’ proprio così che interpretano la posizione dell’Europa in Ucraina ed è così che inizia a percepirlo il popolo russo. E noi vorremmo conoscere che cosa dice il popolo tedesco dall’alto della propria esperienza storica.
Per noi è importante conoscere la Sua opinione, il pensiero di un leader di una grande nazione che si ammalò della malattia bruna una volta ed a costo di orribili perdite riuscì a guarire. Sappiamo come nel vostro paese lottano contro qualsiasi manifestazione del nazismo. E, ci creda, lo apprezziamo. Soprattutto è più difficile per noi capire il motivo ripulendo accuratamente ogni eventuale germe del nazismo nel Suo paese, perché Voi consentiate manifestarlo su larga scala in altre parti d’Europa?
Perché i leader europei marciano a sostegno dei disegnatori francesi uccisi dai terroristi islamici ma non contro il fascismo in Ucraina? Perché a queste marce partecipa il capo dello Stato che ha dato l’ordine di uccidere il proprio popolo? Perché 12 vittime francesi meritano attenzione e le migliaia di russi ed ucraini uccisi no? Sa quanti bambini sono stati uccisi nell’est dell’Ucraina dai teppisti con la svastica nazista sulla divisa? Lo vuole sapere? Le forniremo quest’informazione qualora Le mancasse. Perché i popoli europei osservano serenamente la violenza di massa in Ucraina? O perché di tutto questo semplicemente non parla la Vostra stampa? Dov’è dunque la loro famosa indipendenza? Indipendenza dai fatti? Dalla verità? Qual’é il vero scopo delle Vostre sanzioni economiche? Indebolire la Russia come potenza ? Sostenere il nazismo in Ucraina? O semplicemente svalutare le nostre pensioni che percepiamo come partecipanti alla Seconda Guerra Mondiale?
Stimata Frau Merkel, la storia triste del 20° secolo ci ha insegnato qualche lezione:

1. Riscrivere la storia è una strada diretta verso il nazismo
Con questo sono iniziati tutti i regimi fascisti europei degli anni 20 e 30. Il medesimo percorso è stato intrapreso dall’Ucraina: dalla reiscrizione dei libri scolastici sulla storia alla demolizione dei monumenti sovietici. Il vertice della menzogna è stato raggiunto dalla dichiarazione di Jazenjuk alla stampa tedesca sull’invasione della Germania e dell’Ucraina da parte dell’Unione Sovietica! Vorremmo conoscere la Sua opinione su questo, il parere di un leader di un paese dove per la negazione dell’Olocausto è previsto il carcere.
2. La ricerca dei colpevoli – una manifestazione del nazismo
I regimi fascisti incolpano per il fallimento del proprio paese diversi gruppi: etnici, sociali, religiosi. Negli anni passati in questa veste finirono ebrei e comunisti. Nell’Ucraina attuale la colpa è data ai russi, a tutta la Russia, alla popolazione dell’est del paese.
3. Se il nazismo emerge in un paese, la peste fa il giro del mondo
Non si può promuovere il nazismo in un paese e pensare che rimanga nei suoi confini. L’onda del nazismo arriverà dappertutto scavalcando qualsiasi frontiera. Perciò’ il nazismo è chiamato «la peste bruna». Il nazismo va fermato lontano, in caso contrario arriva anche a casa tua.
4. Il Nazismo non può essere ignorato, può essere solo combattuto
Se qualcuno pensa che dal nazismo ucraino ci si può semplicemente allontanare, ignorarlo, si sbaglia fortemente La natura del nazismo è che persino il trascurarlo lo percepisce come una promozione, una manifestazione della sua potenza. Il nazismo non è locale, può solo crescere e svilupparsi! Per questo l’unica strada per opporsi al nazismo è una lotta brutale ed attiva contro di esso.
5. La più importante arma nella lotta contro il nazismo nelle sue fasi iniziali è la verità
E’ esattamente la verità ciò che sconfigge davvero il nazismo. Mostrando l’essenza del nazismo – l’odio verso il genere umano – espressione della sua ideologia contenuta nelle dichiarazioni dei suoi sostenitori, in particolare la violenza contro la gente, stiamo combattendo contro il nazismo in quanto tale. La verità storica è il migliore mezzo di profilassi contro il nazismo. Se ai giovani ucraini il loro governo non nascondesse la storia reale del loro paese e del loro popolo, i sostenitori del nazismo in Ucraina sarebbero molti di meno. I moderni mass media hanno un ruolo importante: possono sia plasmare il nazismo sia opporsi ad esso.

Stimata Frau Merkel!
La Russia come successore dell’Unione Sovietica ha una speciale missione storica. 70 anni fa abbiamo eliminato il nazismo dall’Europa subendo le peggiori vittime della guerra. Noi, personalmente, gli abitanti di Stalingrado con sforzi sovrumani abbiamo cambiato il corso della storia. Non solo della nostra storia, ma anche di quella europea e mondiale. Non possiamo ammettere un ripetersi del nazismo. Soprattutto sulla soglia di casa. Abbiamo lottato e lotteremo contro questo male. E Vi invitiamo a combatterlo assieme.
Un personaggio di un film leggendario e da noi amato, che rappresenta il prototipo del capo nazista esistente nella vita reale, secondo la sceneggiatura dice: «Da qualche parte invece di dire “Ciao” diranno “Heil” sapete … lì ci aspettano e da lì inizieremo la nostra grande rinascita».
Frau Merkel, in Ucraina “Heil” si sente dappertutto. Apertamente e quasi con il supporto delle autorità. E’ ora di fermare il male assieme a tutto il mondo europeo! Ci auguriamo che il popolo tedesco, come tutti gli altri popoli dell’Europa, insieme con il popolo russo schiacci il rettile sul nascere! Il fascismo non passerà ! Viva la pace!

Zagorul’ko Maksim Maksimovich
Veterano della Grande Guerra Patriottica. Cittadino onorario della città eroe Volgograd
Kolotushkin Aleksander Ivanovich
Veterano della Grande Guerra Patriottica. Partecipante della parata di Vittoria del 1945
Sokolova Marija Vasil’evna
Veterana della battaglia di Stalingrado. Infermiera dell’ospedale 4423
Tereschenco Michail Vasil’evich
Veterano della Grande Guerra Patriottica. Cinque volte decorato con l’Ordine della Stella Rossa, Partecipante alla Parata della Vittoria del 1945
Rogov Egor Fiodorovich
Veterano della Grande Guerra Patriottica. Veterano della battaglia di Stalingrado. Partecipante alla liberazione della Crimea e dell’Ucraina
Sirotenco Aleksander Jakovlevich
Veterano della Grande Guerra Patriottica. Veterano dello sfondamento dell’Assedio di Leningrado

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2014_11_07_bagnoliLeggo un articolo dei miei giovani amici del Collettivo Autorganizzato Universitario e lo trovo ineccepibile. Ci accusano di essere conservatori e pensano così di intimidirci, metterci in difficoltà, confonderci e chiuderci in un angolo. E’ gente che vale poco, come poco o nulla vale Renzi, che gli fa da battistrada. Oggi mi sento sinceramente conservatore e non faccio fatica a dirlo: io sono fermamente deciso a conservare quel tanto di diritti che ancora sopravvivono, deciso a conservare il mio odio di classe, deciso a conservare intatta la mia onestà intellettuale contro la disonestà culturale e morale del progressismo che è la quintessenza dell’astrazione.
Progredire di per sé non significa andare verso scelte positive. Quello che conta non è la direzione di marcia, ma il sistema di valori di riferimento. Se la civiltà arretra di fronte alla barbarie, si progredisce solo arretrando. Chi assume i valori liberali e liberisti, va nella stessa direzione dei massacratori della Comune, degli spettri del ’98, dei modernizzatori alla Mussolini e dei cialtroni che lasciarono crescere il nazismo, per scagliarlo contro i bolscevichi. Per Mussolini e i suoi squadristi, Gramsci era un conservatore. Lo scrissero e Io sostennero in mille articoli e, a dar retta ai benpensanti borghesi, il progresso riposava nelle Corporazioni e la conservazione era rappresentata – proprio come oggi – dal sindacato di classe conflittuale. Io sono apertamente sovversivo, come lo erano Gramsci e gli antifascisti. In un regime che rinnega addirittura i valori borghesi affermati nella Costituzione e cancella dal suo panorama culturale persino Montesquieu, io sono bandito come i partigiani. Il progressismo di Marchionne lo lascio agli analfabeti travestiti da storici, ai ladri di cattedre, ai mercanti di carriere, a chi ha moltiplicato i posti del ruolo ordinario nelle università come fossero pani e pesci. Ladri travestiti da intellettuali, miserabili, che ci fanno la morale con la destra, mentre con la sinistra riscuotono la paga dai padroni sfruttatori. 
Io sono sovversivo perché non c’è altro modo che la violenza dichiarata e di massa per mettere al muro i responsabili della tragedia di un’intera generazione. A me le parole non fanno paura: se il progressismo è quello di Cesare, io sono Bruto; se il progressismo è quello delle brioches di Maria Antonietta, io ricorro alla ghigliottina; se il progressismo si nutre dei valori della Belle Epoque, prepara una guerra feroce e si ritiene al sicuro, arroccato com’è nel Palazzo d’Inverno, io sono così conservatore, che mi schiero con i giacobini e i bolscevichi e sono deciso a diroccare la Bastiglia e a portare il ferro e il fuoco negli stucchi e negli ori di Pietroburgo. Io odio la violenza, ma non accetto di subirla inerte. Perciò oggi sono orgogliosamente conservatore. Conservo il mio diritto alla legittima difesa.

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www.el pergamino.org

http://www.el pergamino.org

Mi dicono di un nuovo suicidio e nell’inevitabile dolore tutto pare più chiaro. Quando piangi i tuoi morti, non è difficile capire che stai combattendo una guerra. Purtroppo è così: siamo in guerra. In gergo militare si direbbe che ci stiamo difendendo da una proditoria aggressione. Inutile girarci intorno, di questo si tratta: di una difesa estrema, di una lotta “pro aris et focis” contro un’aggressione che non riguarda più solo la scuola o la formazione, ma la civiltà minacciata dalla barbarie.
C’è un disegno feroce del capitalismo che si mostra sempre più chiaro nei tratti nazisti: almeno metà della popolazione mondiale è un intralcio per le logiche del profitto. Lo stato sociale ha dei costi e pagare per la sopravvivenza dei poveri non è un “investimento produttivo”. Meglio, molto meglio, lasciarli morire. Dai milioni di “bambini di strada” esposti al tiro micidiale degli squadroni della morte”, agli immigrati che quotidianamente affogano nel Mediterraneo, alla Grecia martoriata dalla mortalità infantile, alla nuova schiavitù, tutto dimostra che l’esperimento hitleriano fu poca cosa, rispetto al macello programmato che si sta realizzando sotto i nostri occhi.
Ci stanno massacrando e i morti non si contano più. Abbiamo subito, subiamo e subiremo perdite atroci, ci sono stati, ci sono e ci saranno compagni lasciati per strada, che portiamo nel cuore. Prendiamone atto: o affrontiamo la guerra, rispondiamo colpo su colpo, con tutti i mezzi e le armi possibili e sconfiggiamo il nazismo che si cela dietro l’etichetta di neoliberismo, o ci faranno a pezzi senza nessuna pietà.

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Ordine pubblico il problema è il governoA bocce ferme, quando la disinformazione programmata scientificamente produce frutti velenosi e l’interesse cala, è difficile tornare su una notizia «consumata». In una logica di mercato, tutto è ormai un prodotto «usa e getta»; se non «stai sul pezzo», non ti legge nessuno e il tempo per la riflessione muore d’asfissia. Inutile girarci attorno: le pistole romane che hanno cercato il morto, non spareranno più notizie e sarà forse la cronaca giudiziaria a tornarci su, coi tempi della giustizia e da un angolo visuale chiuso dall’ingombrante «verità» dei tribunali.  Sul ruolo del circo mediatico nella «creazione» di eventi fittizi  e nell’immediata «distorsione» di quelli reali, per mettere in ombra problemi scottanti o porre al centro dell’attenzione il malessere sociale, invece  delle cause che lo determinano, per imporre strette repressive, fior di studiosi ci hanno fornito efficaci strumenti di analisi che, tuttavia, non sono diventati «patrimonio collettivo».
Quando, in tema di formazione, un’impressionante schiera di sedicenti esperti, nati dal nulla, come per partenogenesi, e un improvviso fiorire di campagne di stampa ha fatto passare l’idea che il «problema dei problemi» fosse un inesistente baraccone di «fannulloni» e privilegiati, ostili alla valutazione, ci siamo trovati a fare i conti con lo smantellamento della scuola statale, le università trasformate in aziende e la ricerca asservita agli interessi delle multinazionali. L’attacco martellante alla corruzione vera e presunta del settore pubblico ha aperto un’autostrada alla svendita dei gioielli di famiglia e s’è capito tardi che il problema vero era la scialo delle «privatizzazioni». In nome dello «spreco» – era quello, no?, il problema della Sanità – si son battuti in breccia i presidi di civiltà conquistati col sangue negli anni Sessanta e Settanta; cosa non siamo stati, noi, giovani di quel tempo? Borghesucci, ragazzini viziati e soprattutto delinquenti. Poi ci si è accorti che di criminale c’era solo il ticket per il pronto soccorso e il diritto alla salute cancellato. Per l’Ucraina – ci hanno detto – il nodo reale è la tutela di una strana autodeterminazione dei popoli che, guarda caso, merita rispetto solo quando volge le vele a Occidente; lentamente si scoprono, però, milizie fasciste armate dalle «grandi democrazie» contro governi eletti e nell’indifferenza generale il nazismo fa ritorno nei Parlamenti.
Di fronte a una «crisi» che il capitale manovra come fosse una clava contro le classi subalterne, dovrebbe esserci chiaro ormai che il vero «problema di ordine pubblico» che affligge il Paese non è la protesta di chi rivendica un diritto calpestato, ma la violenza di chi lo nega, impone tagli, feroci «sacrifici» e uno spietato smantellamento dello stato sociale. Il 12 aprile scorso, a Roma, di fronte a ventimila manifestanti che ponevano domande di natura politica e chiedevano risposte alla politica, il prefetto, il questore e il ministro dell’Interno hanno militarizzato la città e un corteo, volutamente imbottigliato a Piazza Barberini, è stato violentemente caricato. Si sono viste scene cilene, ma si sono registrati anche – piaccia o meno conta poco – un lavoro di «intelligence», fermi preventivi, perquisizioni e  un addestramento «militare» brutale, ma di tutto rispetto, sia sul piano difensivo che offensivo. S’è visto chiaro, insomma, che, se si muovono i «rossi», le forze dell’ordine ci sono, sanno cosa fare e lo fanno senza esitare. Pochi giorni dopo, però, nella stessa Roma, con un movimento di ottantamila persone e un rischio di incidenti incomparabilmente più alto, come hanno poi dimostrato i fatti, lo Stato ha «disertato». E’ mancata anzitutto la prevenzione e un fanatico neonazista con la sua banda di criminali ha potuto muoversi impunemente e sparare indisturbato, mentre televisioni e  stampa ci raccontavano biancaneve e i sette nani.
Dagli scontri di Piazza Navona, con un neofascista impegnato a raccomandare i camerati a poliziotti che li trattavano coi guanti gialli, acqua n’è passata sotto i ponti, ma non s’è fatto nulla per capire e  non è cambiato niente. L’odioso principio che consente a celerini e compagni il monopolio della violenza si è esercitato e si esercita quotidianamente su studenti in lotta per il diritto allo studio, sui lavoratori che si battono per la dignità, sui precari, sui «diversi», sul disagio: i pastori sardi aggrediti a Civitavecchia, i fatti di  Basiano, i morti per polizia che non si contano più, le condanne feroci per inesistenti reati di «devastazione e saccheggio», Erri De Luca inquisito, Giorgio Cremaschi indagato, i No Tav incarcerati per lo spettro d’un inesistente terrorismo, tutto ci parla di una repressione che va sopra le righe, ma il neofascismo, coccolato dalle «destre di governo», si muove impunito.
Da Michele Santoro, il sindaco di Firenze che governa il paese per un tragicomico mistero, si è presentato come il pupo che ha gli incubi e non dorme bene, assediato com’è dai rimorsi, pallido e privo d’appetito. Chissà, s’è chiesto stupito lo spettatore: vuoi vedere che s’è pentito del colpo alla schiena vibrato al suo amico Letta? No, Letta non c’entra nulla e le cause della sofferenza le ha confessate così, senza ritegno: «Mi sento in colpa per non essermi accorto che l’ultrà del Napoli indossava quella maglietta, Speziale libero è un insulto a due ragazzi rimasti orfani».
Che avrebbe fatto, signor Presidente, qualora se ne fosse accorto? E chi le impedisce di metter fuori gioco il neofascismo che a Roma spara e a Milano sfila in piazza in ordine militare, come un incubo che torna? La domanda non è retorica e la risposta è semplice: glielo impediscono gli alleati di governo, che se li tengono buoni. A ben vedere, quindi, il vero problema d’ordine pubblico che abbiamo di fronte  non è il comprensibile malessere delle piazze, ma chi lo crea e lo sfrutta; sono le trame oscure e i fili inconfessabili che legano tra loro chi qui produce rabbia e lì la cavalca in nome del consenso. Il problema d’ordine pubblico, insomma, è il governo.

Uscito su Fuoriregistro il 10 maggio 2014

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L’Italia “imperiale” del 1939 ha i lineamenti del capitalismo straccione di retroguardia: è cinica, cieca e degenerata. L’alleato nazista fa paura e la retorica sulla missione di “Roma universale” smorza i toni eroici del nazionalismo italico, ma il ritorno all’irredentismo radicale di Timeus ha aperto la via all’odio razziale “che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di […] un nemico che si deve odiare e combattere senza quartiere”[1]. All’ordine del giorno c’è il delirio del “goliardo dalmato oppresso” che, minaccia: “Io ringhio e il ringhiare mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia”[2]. Nelle strade complici e indifferenti manifesti ignobili mettono insieme sprezzanti “il nero, l’ebreo e il comunista” e Visco, Pende e Cipriani, esempi di morale e di scienza fascista, in genti dai mille semi, vedono campioni ariani, purissimi e guerrieri[3]. Pronto al cimento, nei popolari disegni di Beltrame e sulle colonne della “Domenica del Corriere”, il legionario fascista, nato “corsaro e distruttor di navi”, è ormai il dannunziano “protagonista di folgoranti imprese” e l’invincibile eroe che “osa l’inosato”. E’ l’ora del “milite glorioso”. In Aragona e Catalogna, “le avanguardie della divisione Littorio” non mancano mai d’un “arditissimo sottotenente” che si impadronisce “di un autocarro carico di dinamite e, sventolando il tricolore” insegue il nemico fatalmente “in rotta”[4]. Quale sia stata poi la sorte degli immancabili ufficiali, la “Domenica del Corriere” e Beltrame non dicono e poco se n’è parlato in seguito, quando di quel tempo s’è intuita la vergogna. In realtà, gli eroi di tutte le guerre hanno la vita breve d’un istante di gloria sanguinosa e li ricorda il marmo d’una piazza indifferente. L’eroismo dell’Italia “imperiale” del ’39, come accadrà per quella che oggi esporta la pace a colpi di cannone, non si legge nei disegni del “Corriere” di turno o sui cippi dei caduti. Occorre cercarla nelle pieghe oscure d’una verità che nessuno racconta: la sorte dell’eroe sopravvissuto. Si scopre così quanto passato vive ancora nel nostro presente che, non a caso, è il passato dei nostri figli.

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Sopracciglia grigie, baffi brizzolati, […] statura alta, corporatura media […], viso poligonale”… In una nota informativa asciutta fino allo schematismo e, per molti versi gelida, Pasquale Ilaria, ormai cinquantenne, mostra sul volto “bruno e rugoso” la trama delle “cicatrici alla regione sopraccigliare sinistra, conseguenti a ferite di pallottole di shrapnel”. Sono segni evidenti del comportamento eroico nell’inferno delle trincee e, ad un tempo, il debito che la patria ha contratto con un suo figlio valoroso negli anni lontani della giovinezza[5].
Geometra di Caposele, “ex capitano del Regio Esercito, volontario della guerra libica ed invalido di guerra nella conflagrazione del 1915-1918, decorato al valor militare”, l’Ilaria è sopravvissuto al suo eroismo e, come accade assai spesso ai reduci, tornato in abiti borghesi, non si fida più molto dei “capi”, discute gli ordini e giunge a disobbedire[6]. Ilaria non ama il fascismo e diffida del suo tentativo di costruire sulla “Grande guerra” il mito di un eroismo che supera se stesso, che è

qualcosa di più: é una milizia, é una religione, una passione che infiamma tutti i giovani generosi italiani e con i giovani gli adolescenti ed i vecchi che non si sentono tali e che hanno raccolta la face viva riaccesa dei morti della grande guerra”[7].

Ilaria, che non si riconosce in questo “eroismo”, si defila, “chiamandosi fuori” ed “esce” dal mito. C’è, in questo suo comportamento, un che di volontario, un rifiuto istintivo, ma non del tutto inconsapevole, della funzione omologante assegnata a un eroismo “mummificato” dagli stereotipi di una società gerarchizzata. Contro questa società, scriverà anni dopo, egli si schiera quasi naturalmente, “per amor di verità, di moralità, di legalità, cioè di ordine, e per carità di patria”[8].
Per il regime di Mussolini Ilaria è inizialmente un enigma. Uomo d’ordine per sua stessa ammissione, ma incompatibile con l’ordine fascista fondato sull’etica del manganello, il capitano che, nell’orrore del fronte, ha imparato a conoscere e rispettare l’umanità, il coraggio e la sofferenza della povera gente mandata al macello, pensa a un Paese che, senza rinunciare alla tutela della proprietà e della gerarchia, ritenga sacri i diritti civili e la dignità dell’uomo. Un uomo così, uno che non ha un partito, non è un attivista e non si propone di fare carriera politica, potrebbe apparire tutto sommato innocuo – e in fondo lo è – ma il fascismo diffida e sente di doverlo temere. Il fatto è che, senza nemmeno volerlo, semplicemente per ciò che rappresenta con la sua storia e la sua posizione sociale, l’ex ufficiale e le sue convinzioni costituiscono di fatto, per l’ordine in camicia nera, una sfida insidiosa e per certi versi intollerabile. E non si tratta solo, come potrebbe apparire, del fatto che l’uomo si colloca a destra, in un terreno politico che il regime tende per sua natura a monopolizzare. C’è dell’altro. Così com’è, vestita dei panni di un soldato valoroso, la sua idea di patria, lontana e sostanzialmente diversa da quella fascista, potrebbe trovare facilmente consensi tra ceti sociali che concorrono a formare la base di consenso del regime. In questo senso, essa non solo è alternativa ma, a ben vedere, costituisce una sorta di anomalia, una vera e propria “diversità” e, in quanto tale, fatalmente “sovversiva”.
Com’è naturale, la replica è dura e immediata. Subito dopo le leggi “fascistissime”, infatti, ai primi del 1927, il regime, che pure s’atteggia a patrono di invalidi e combattenti, getta la maschera e inserisce l’ufficiale decorato nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare in determinate occasioni[9]. L’inevitabile conflitto è immediatamente duro e così difficile da gestire, che stavolta le autorità di pubblica sicurezza ricorrono subito alle maniere forti. Nel 1928, quando Ilaria è sorpreso a distribuire volantini ostili al regime, pronta e implacabile giunge la denuncia all’Autorità Giudiziaria, cui fanno da contorno la sorveglianza asfissiante, la schedatura e la minaccia di un rapido ricorso alla legge contro i “sovversivi”[10].
Il coraggio della trincea non sempre basta ad affrontare, in tempo di pace, la guerra della vita e Ilaria, messo spalle al muro, cede e finisce col chiudersi in un silenzio sprezzante, ma del tutto inoffensivo. Con la resa umiliante al regime, la vicenda sembra esaurire definitivamente la protesta antifascista dell’ex capitano del genio, ma le cose non stanno così. Nel 1939 Mussolini sente che l’alleanza con Hitler e l’antisemitismo inquietano piccoli e medi borghesi come Ilaria. Da anni il regime va avanti senza una filosofia della politica; tutto trasuda retorica e dietro le formule di rito e il dinamismo pseudo futurista dei gerarchi, fanno capolino una preoccupante frattura con la cultura, le tradizioni e le abitudini dei ceti popolari e un vuoto di valori coperto a malapena dagli slogan d’una incessante propaganda. Mentre l’anticapitalismo di facciata non può nascondere la corruzione e i cedimenti agli interessi della borghesia capitalista, Mussolini sente istintivamente che il fascismo non fa più presa; l’alleanza con Hitler e gli eccessi dell’antisemitismo inquietano la piccola e media borghesia da cui proviene Ilaria ma, piuttosto che provare a capire, inasprisce la polemica ideologica, aggiungendo al danno la beffa. Ilaria e quanti come lui manifestano resistenze democratizzanti, sono investiti così dalla strumentale “polemica antiborghese” del duce, in cui trovano spazio Rossoni, Olivetti, Malusardi, Chilanti, Orano, De Ambris, esponenti della cosiddetta “sinistra fascista”, gente passata per lo più dalla militanza nelle organizzazioni o nella stampa socialista e anarchica alle strutture politiche e sindacali del regime, che trova naturalmente comodo attaccare il “vecchio fascismo”[11].
E’ il momento dei “poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana”[12], il trionfo delle chiacchiere e dei formalismi, mentre gli avvenimenti corrono veloci e sempre più incontrollabili. “Chi si ferma è perduto”, recita uno slogan che annuncia la disperazione di chi corre senza avere una meta, e il vuoto si riempie di vuoto. Nascono il passo romano di parata, l’abolizione del lei, l’uniforme per gli impiegati civili e la militarizzazione della società. “Dobbiamo liberarci della borghesia” dichiara il duce, di fronte al naufragio dell’anima sindacale del corporativismo, ma intuisce che un filo si spezza, che gli Ilaria si moltiplicano, e si volge tardivamente ai “ceti proletari”. Dopo aver negato i più elementari diritti e cancellato ogni autonomia delle masse lavoratrici, c’è chi, nel regime, orchestra una strumentale babele socialistoide per accreditare un “nuovo fascismo”, che di fatto ignora i bisogni veri delle classi subalterne, ma dichiara genericamente di voler porre i ceti proletari sullo stesso livello delle classi padronali[13]. In un crescendo di menzogne che non conquistano l’operaio e disgustano sempre più i borghesi come Ilaria, al mito del soldato, prudentemente “ingessato” negli anni Venti, si affianca ora quello di lavoratori sempre più piegati ai voleri dei padroni, per i quali, promette la “sinistra”, il regime prepara un futuro in cui non saranno più “merce”[14].
Nella primavera del 1939, l’approvazione del testo unico sulle acque –e le occasioni di speculazioni più o meno lecite che la legge offre a chi è pronto a profittarne – pongono l’Ilaria di fronte all’arroganza del potere fascista[15]. L’occasione dello scontro è la cessione di alcune sorgenti del Sele all’Ente Acquedotto Pugliese da parte dell’amministrazione comunale di Caposele, coperta dalla nuova legge. Per tutelare l’antico “uso civico” delle acque da quella che si profila come una vera e propria “privatizzazione ante litteram” di un bene comune, con tutto quanto queste operazioni possono comportare in termini di torbidi interessi e rischi ambientali, Ilaria stavolta non fa calcoli, rompe il lungo silenzio e, senza badare ai rischi di un’aperta contestazione, prende una posizione dura e coraggiosa e coinvolge senza fatica la popolazione del piccolo centro. Margini di mediazione però non ce ne sono e, a meno di non volersi tirare nuovamente indietro, la rottura con l’amministrazione fascista è inevitabile. Ilaria non si ferma, incontra popolani, li organizza. Gli eventi precipitano in un baleno e l’ex ufficiale finisce col trovarsi alla testa di una manifestazione pubblica che assume per il regime i connotati di una vera e propria rivolta. La misura è colma[16].
Arrestato il 19 giugno del 1939 “per avere sobillato la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile all’Amministrazione comunale”, il 30 giugno l’ex ufficiale del Genio finisce davanti alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia[17]. Una formalità che non può riservare sorprese e non lascia speranze. La Commissione, infatti,

esaminati gli atti annessi alla denunzia ed i precedenti morali e penali […], ritenuto […] che lo Ilaria Pasquale è individuo pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale”, lo assegna “al confino di polizia per un periodo di anni cinque”[18].

Come a voler riscattare il lungo e probabilmente doloroso decennio di silenzi e di sostanziale rinuncia a lottare, l’Ilaria contesta la decisione in un dettagliato ricorso, in cui denuncia il clima di illegalità che ha caratterizzato la vicenda, la violazione dei suoi diritti di imputato e, soprattutto, “gli atti di violenza che avevano preceduto, accompagnato e seguito la sentenza della Commissione”[19]. Tremiti, dove il regime lo seppellisce, riesce inizialmente ad atterrirlo e, per sfuggire alla pena, l’uomo si affida al suo passato di soldato, presentando una domanda di arruolamento, che non viene nemmeno presa in considerazione[20].
La condanna al confino e il successivo rifiuto di sperimentare la via di un onorevole compromesso, accettando un ritorno alla vita militare, segnano l’inevitabile epilogo d’una vicenda che va ben oltre la questione dell’ordine pubblico e il caso personale dell’Ilaria. Accecato dal delirio di onnipotenza del suo “duce”, il regime non coglie il significato profondo e, per molti versi emblematico, della rottura irrimediabile che si va consumando. Eppure, alla vigilia di un cimento militare che si rivelerà decisivo per le sorti del fascismo, l’opposizione aperta dell’ex ufficiale, un eroe di guerra decorato al valor militare, che non ha un definito “colore politico”, non può ricondursi ai temi del dissenso “rosso”, ma ha messo insieme contro il regime artigiani e contadini, è la spia d’un malessere profondo, dal quale nasce – ed è destinato ad assumere una preoccupante consistenza – un antifascismo collocato nel campo moderato, monarchico e cattolico: l’antifascismo degli “uomini d’ordine”, dell’amor patrio e del senso dello Stato, la cui coscienza morale e giuridica è sempre più incompatibile con quanto rimane vivo del mondo liberale, col disprezzo delle fondamentali libertà civili, col dichiarato “razzismo” e con una politica estera di isolamento, che lega il Paese alle sorti della Germania nazista. E’ una crepa ben più profonda di quanto possa apparire, che ha radici lontane e, nel momento della crisi del regime e del tradimento dei Savoia, produrrà una “resistenza di destra”, minoritaria, ma non per questo priva di un suo peso specifico nelle vicende che condurranno alla nascita della repubblica[21].
Se sul piano personale la rottura col regime segna per l’Ilaria una irrimediabile sconfitta, il suo caso costituisce, tuttavia, una testimonianza emblematica del lento ma inesorabile distacco del fascismo dalla sensibilità politica e dai principi morali di una borghesia cattolica che sa parlare alla gente e, dopo anni di consenso ambiguo e precario, matura un dissenso che, se si manifesta pubblicamente in maniera solo sporadica, preannuncia, tuttavia, l’isolamento e la crisi del regime, incapace di sopravvivere alle conseguenze della tragica avventura bellica.
Il 27 ottobre 1939, pochi giorni prima che la Commissione d’appello rigetti il suo ricorso, l’Ilaria invia “a S. M. Vittorio Emanuele Terzo, Re d’Italia e d’Albania ed Imperatore d’Etiopia” una breve lettera, in cui supplica il sovrano

di convertire l’arbitraria e provocatoria tortura del suo confino con la pena, più umana e più vantaggiosa per l’erario, della fucilazione che egli dichiara di preferire”[22].

Da Tremiti, intanto, superato l’iniziale avvilimento, l’ex ufficiale invia a Roma un esposto durissimo ed esprime come può la sua crescente distanza dal fascismo, rivolgendo continue critiche ai rappresentanti di quelle autorità verso le quali, scrive con lucido puntiglio, “nell’attuale periodo di emergenza della nazione”, non può che nutrire “per principio e per convinzione […] il massimo rispetto”[23]. L’occasione per un giudizio definitivo e irrevocabile sul regime giunge nell’autunno del 1941, quando l’Ilaria rifiuta una “sanatoria” offerta in cambio di un gesto di sottomissione e, dopo aver brevemente accennato al suo passato di soldato che, puntualizza, “è costretto a mettere in evidenza in sua legittima difesa contro l’accusa di antinazionalità”, ricorda a Mussolini che gli uomini veri riconoscono un solo padrone: la coscienza. Essa, prosegue,

sua tiranna e sua consigliera implacabile, non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, qual egli, con gravi sacrifizi, ha cercato di essere”[24].

Se l’idea fascista di patria, conclude lucidamente l’Ilaria, produce un regime che perseguita ingiustamente un patriota e tenta di corromperne la coscienza, quella non è, non può essere la

Nazione alle cui fortune anch’egli, modestamente, con la sua opera e il suo sangue, seguendo l’esempio dei Maggiori, ha cercato di dare il suo contributo disinteressatamente”[25].

Alla patria per cui ha combattuto, un soldato può domandare “giustizia, non clemenza […], giustizia formale ed effettiva” che “non può non attendere con serena fiducia”[26].
Si consuma così, col richiamo a una giustizia che certamente verrà, sia pure a conclusione d’una tragedia, il divorzio del regime da quei patrioti che ha esaltato e tradito e non ci sono dubbi, si può riconoscerlo onestamente: qui muore davvero la patria fascista. Prima, molto prima della sconfitta militare e dell’armistizio[27]. Una morte per cui non occorre autopsia: il regime affonda nel fango prodotto in vent’anni. Quei vent’anni in cui la vita di Ilaria e dei suoi mille sconosciuti compagni di lotta assume quasi il valore una risposta al pessimismo di Gobetti: il fascismo, ci dice la storia del geometra, non fu l’autobiografia di un popolo[28].

Note

1] Ruggero Timeus, Trieste, Gaetano Garzoni Provenzali, Roma, 1914, pag. 9.

2] Sul “fascismo universale” e sull’Internazionale fascista le pubblicazioni risalgono in gran parte agli anni del regime. Tra gli studi successivi, si possono vedere Marco Cruzzi, L’Internazionale delle camicie nere. I Caur 1933-1939, presentazione di Michael A. Leden, Mursia, Milano, 2005, e Giuseppe Aragno, Dall’irredentismo al fascismo, in Idem (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, presentazione di Spartaco Capogreco, La Città del Sole, Napoli, 2008. Su Eugenio Coselschi, cenni significativi in Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Manifesto libri, Roma, 2007, passim, (ristampa dell’omonimo saggio pubblicato da Marsilio nel 1969), e Marco Cruzzi, L’irredentismo dalmata di Eugenio Coselschi, in “Centro di Ricerche Storiche, Rovigno”, Quaderni, vol. XIX, Unione Italiana, Fiume, Università Popolare, Rovigno, 2008, pp. 187-208.

3] Sabato Visco, Nicola Pende e Lidio Cipriani, docenti universitari, firmarono coi colleghi Leone Franzi, Lino Businco, Arturo Donaggio, Guido Landra, Marcello Ricci, Edoardo Zavattari e Franco Savorgnan, il Manifesto degli scienziati razzisti. Nato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare e intitolato Il Fascismo e i problemi della razza, il Manifesto uscì il 15 luglio 1938 sul “Giornale d’Italia” firmato da un non meglio identificato “gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane”; il 5 agosto 1938, però, fu pubblicato di nuovo dalla rivista “La difesa della razza” che rendeva note le firme degli autori. Per quel che riguarda la “classificazione” delle razze, Sarfatti ricorda due riepiloghi parziali, che non riguardavano gli ebrei, elaborati dalla Direzione generale demografia e razza, istituita da Mussolini presso il ministero dell’interno di cui era titolare. Un elenco dell’estate 1938 definiva non ariani arabo-berberi, armeni, indiani, mongoli, negri, palestinesi, turchi e yemeniti. Nel 1939 una circolare, che vietava i matrimoni misti, aggiungeva all’elenco cinesi, libanesi e meticci e definiva ariani gli albanesi cristiani o musulmani, gli armeni, gli indiani e gli iraniani; per gli egiziani permanevano ridicole incertezze, dovute soprattutto a considerazioni geo-politiche, che rivelano la sostanza criminale dei provvedimenti. Sul tema, si vedano Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2003; Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2007; Tommaso Dell’Era, Il manifesto della razza, Utet, Torino, 2008.

4] Eroismo italiano in Catalogna, “Domenica del Corriere”, 17-4-1938.

5] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”, giugno 1939, foto segnaletiche e connotati.

6] Ivi, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., pp. 268-269.

7] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, Hoepli, Milano, 1934, II, pp. 207-08 riportato da Elisa Martinez Garrido ne Il primo discorso fascista di Mussolini: la traccia dannunziana, in Cuadernos de Filología Italiana, 5. 213-229. Servicio de Publicaciones UCM. Madrid, 1998 p. 225.

8] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., lettera del 19-10-1941, cit. Sulla retorica dell’eroe fascista si veda Enzo Nizza, Autobiografia del Fascismo, note storiche di Eugenio Zangrandi, La Pietra, Sesto San Giovanni, 1994.

9] Ivi, profilo biografico e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

10] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti del 1927-1928 e copia della denuncia del 1928.

11] Edgardo Sulis (a cura di), Processo alla borghesia, Edizioni Roma, Roma, 1939; Giuseppe Parlato, La Sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna, 2000. A certificare le origini socialiste e anarco-sindacaliste di alcuni di questi fascisti, c’è l’eloquente testimonianza dei fascicoli personali della polizia politica che non furono mai distrutti. Si vedano in proposito ACS, CPC, b. 1304, f. “Felice Chilanti”; b. 1633, f. “Amilcare De Ambris”; b. 1803, f. Ottavio Dinale; b. 2964, f. “Edoardo Malusardi”; b. 3586, f. “Angiolo Oliviero Olivetti”; b. 3597, f. “Paolo Orano” e b. 4466, f. “Edmondo Rossoni”. Sul Rossoni si veda anche Ferdinando Cordova, Verso lo Stato totalitario, Sindacati, società, fascismo, Rubettino, Soveria Mandelli, 2005; su Malusardi c’è ora la bella biografia di Alessandro Luparini nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, II, pp. 69-70.

12] La legge sulle acque è la 1497 del 29 giugno 1939.

13] Felice Chilanti, Ettore Soave, Dominare i prezzi e superare il salario, Il lavoro fascista, Roma, 1938.

14] Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Vallecchi, Firenze, 1939.

15] Riportato da Enzo Santarelli, Storia del fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1973 (II ediz.), III, pp. 113-115. Sul tema si veda anche Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p.100-101.

16 La vicenda ebbe tra i suoi protagonisti i coniugi il calzolaio Pasquale Sturchio e la moglie Ersilia, il calzolaio Antonio Ferina e i contadini Rocco Iannuzzi e Vito Russomanno, che furono poi tutti ammoniti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti della primavera 1939. e verbale d’arresto e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., p. 269.

17] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit. Verbale della Commissione provinciale del 30 giugno 1939 e nota senza n . del 14-6-1929 da Questore a Prefetto.

18] Ivi.

19] Ibidem, ricorso alla Commissione d’appello presso il Ministero dell’Interno.

20] Ibidem, domanda di arruolamento dell’agosto 1939.

21] Sull’antifascismo di destra si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.

22] Il ricorso fu ufficialmente respinto il 7-11-1939. Ibidem, lettera al re del 27-10-1939.

23] Ibidem, esposto al Ministero dell’Interno del 15-10-1941.

24] Ibidem.

25] Ibidem.

26] Ibidem.

27] Sulla tesi che vede nell’8 settembre la “morte della patria”, si veda Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996. Per una confutazione dello strumentale “teorema” revisionista di Galli della Loggia, val la pena di leggere l’ineccepibile risposta di Gaetano Arfè, che ha osservato: “Chi vede in quella data la morte della patria e ne nega la resurrezione non è interprete di storia, è strumento di una offensiva ideologica che ha la Costituzione come bersaglio, nei valori cui essa si ispira, nei principii che essa afferma, nell’ethos politico che la pervade. Gaetano Arfè, Dall’8 settembre rinasce la patria, “Lettere ai Compagni”, a. XXXII, n. 4, settembre 2002, ora in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 351-355.
Ilaria, trasferito da Tremiti ad Avigliano, in provincia di Potenza, fu liberato il 31 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo. La ferma e coraggiosa resistenza opposta al regime in più di quattro anni di confino gli costò trenta giorni di consegna e tre mesi di carcere. In memoria della sua battaglia a difesa dell’ambiente esiste oggi un’associazione ambientalista che porta il suo nome e si è costituita come comitato di difesa del territorio di Caposele del suo fiume e delle sue sorgenti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

28] Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La rivoluzione liberale”, n. 34/1922.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 agosto 2010

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