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Posts Tagged ‘Giorgio Cremaschi’

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Di “Potere al Popolo” vi parlerà quello che trovere in fondo a questo articolo. In quanto a me, non proverò nemmeno a raccontare le emozioni. Non avrei parole. Porterò sempre con me, nella mente e nel cuore, ciò che oggi ho provato, nella mia Napoli e con quelle splendide persone che anni fa, ai tempi dell’Onda, erano i “miei ragazzi”, quelli con cui ho condiviso riflessioni profonde, lotte durissime, cariche, manganellate e scelte coraggiose.
Oggi lo so: nulla s’è perso di quella stagione così ricca di promesse, nulla è andato perduto; da quel passato nasce il presente che oggi dà forma e sostanza a un progetto politico che pare una pazzia ed è invece una realtà e già segna – comunque vada – una di quei tornanti con i quali occorrerà confrontarsi. Chi non ha vissuto quei giorni si meraviglierà di ciò che accade, io no. Io non mi meraviglio. Lo sapevo, io lo so da anni, che qualcosa di grande e di bello, di forte e di significativo sarebbe nato da quei giorni e da questi miei giovani compagni. Mi stupisce, questo sì, mi meraviglia il fatto che giunto ormai sulla soglia dei settandue anni, io mi ritrovi candidato alla Camera dei Deputati nel Collegio uninominale Vomero_Arenella della mia città, in una lista di base che abbiamo voluto chiamare “Potere al Popolo”. Mi stupisco per la mia storia passata, ma ne sono fiero per quella presente. Fiero di aver trovato il coraggio di accettare le affettuose pressioni. Nella mia lunga vita di lotte e nella mia esperienza di insegnante ho imparato il valore immenso dell’esempio e la necessità della coerenza tra ciò che di dice e ciò che si fa.

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La cronaca della mattinata così come la trovo sul sito di “Potere al Popolo

Si sono susseguiti più di 20 interventi dei candidati e delle realtà sociali, vertenze e organizzazioni che hanno aderito all’appello dell’Ex Opg Je So Pazzo, tra cui la portavoce nazionale del progetto, Viola Carofalo, ricercatrice precaria all’università di Napoli L’Orientale.
A presentare l’iniziativa Francesca Fornario, giornalista e scrittrice che ha aderito al percorso ricordando l’importanza di avere finalmente un progetto da presentare alle tantissime persone che vivono condizioni di lavoro e di esclusione costante nelle loro vite, che continuamente le scrivono per avere una voce e finalmente potranno avere anche una prospettiva politica che li identifica e li supporta veramente, con i fatti e senza un passato di compromessi e di riforme che hanno peggiorato le loro condizioni di vita.
Napoli-presentazione-lista-Potere-al-Popolo-In-700-al-Modernissimo_I candidati sono stati scelti durante le assemblee territoriali che hanno visto un’incredibile partecipazione e sono l’espressione di anni di lotta e di costruzione di realtà sociali indipendenti. Per il collegio uninominale della Camera del Centro Storico sarà candidata Chiara Capretti, studentessa di 27 anni e espressione dell’Ex Opg Je so Pazzo; per il collegio uninominale della Camera del Vomero-Arenella sarà candidato lo storico Giuseppe Aragno,  da anni impegnato nella diffusione dei valori dell’antifascismo e a fianco dei movimenti; nel collegio uninominale di Bagnoli ci sarà la candidatura di Salvatore Cosentino, precario dello spettacolo e espressione dei comitati per la riqualificazione dell’area Ex-Ital Sider; per il Collegio Uninominale di Ponticelli-Scampia ci sarà invece la candidatura di Barbara Pierro, fondatrice dell’associazione “Chi Rom e chi No” e da sempre impegnata per l’integrazione nella periferia Nord della città.
“Abbiamo il compito di mostrare quella parte del paese che non si racconta ma che ogni giorno si organizza e costruisce reti di solidarietà, che si impegna sui territori nelle lotte sul lavoro, per la giustizia ambientale per i diritti civili e sociali. Quella parte del paese che non si arrende e a cui non andremo a chiedere semplicemente un voto, ma la diretta partecipazione al progetto per costruire insieme un’orizzonte che ci faccia diventare grandi. Infatti, proprio perchè oggi siamo piccoli dobbiamo pensare più grande degli altri. Facciamo delle nostre differenze una ricchezza e non ci potrà fermare nessuno” ha dichiarato Viola Carofalo, capo politico della lista Potere al popolo!
E’ intervenuto anche lo storico sindacalista ed ex-segretario della Fiom Giorgio Cremaschi, che ha dichiarato: “Finalmente possiamo andare a votare per qualcosa di cui siamo fieri!”

Questo è il nostro programma
https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo/programma/

“Potere al Popolo” è presente su tutto il territorio nazionale. Questa la prima uscita dei candidati di Napoli (il mio intervento comincia più o meno dopo il minuto 23):
https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/1316757588430901/

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1549497_1564135247161829_2775798583555018969_nMi inviano una petizione con la richiesta di diffonderla. Lo faccio, dopo avere firmato. Va bene sì. Petizioni, presidi e manifestazioni, occorrono e bisogna farli. Lasciatami dire, però fino in fondo qual è la mia opinione e non pensate che sia impazzito: da questa tragedia non usciremo così. La sola via possibile è la lotta dei popoli armati. Bisogna che ce lo diciamo e che lavoriamo per organizzarla. Tempo per aspettare, però, non ce n’è e le destre sono pronte a fare qui quello che stanno facendo in Ucraina. Non so lì come vada e chi lotti contro i nazifascisti finanziati dall’Europa e dagli USA. Non so se ci sia un partito, ma so che se i macellai del capitale passano in Ucraina e schiacciano la Grecia subito, tutto diventerà così difficile da essere poi quasi impossibile.
L’UE non ha una Costituzione democratica, approvata dai popoli ed è guidata da delinquenti che nessuno elegge e non rispondono al Parlamento. Quella che si è scatenata con l’unificazione della Germania è una guerra di classe dei ceti dirigenti, guerra dall’alto che non è condotta solo con le parole o le misure economiche. Le armi sparano ormai da tempo e tutto si tiene. Con la riunificazione della Germania il capitalismo ha gettato la maschera, tornando al nazifascismo. Questo è e da qui occorre partire. Cremaschi ha ragione: occorre insorgere e combattere con ogni mezzo. Cosa vuol dire insorgere? Per me significa organizzare la lotta dei popoli armati contro il capitalismo nazifascista risorto con la riunificazione tedesca. Dovrebbero muoversi anzitutto proprio i lavoratori tedeschi ai quali idealmente invio questo messaggio.

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Ecco la petizione diretta a Cittadini Europei.

“Questa petizione sarà consegnata a:Cittadini Europei
Diffondere una Campagna europea a sostegno della Grecia e del suo governo democratico nella difficile negoziazione per il ripristino dei diritti del popolo greco e dei popoli europei

E’ importantissimo far sentire in questi giorni, la voce dei cittadini europei a favore delle posizioni del legittimo e democratico governo greco che si sta battendo per una revisione e del debito. Un debito che è nato privato ed è diventato “pubblico” solo per salvare banche e istituzioni finanziarie (nord europee) che hanno speculato e giocato col fuoco dei derivati.

La battaglia della Grecia è la battaglia di tutti i cittadini europei contro le elites nazionali e internazionali dell’1-10% che negli anni della crisi si sono arricchiti oltre ogni limite a danno dei lavoratori, dei precari dei disoccupati.

L’Europa avrà un futuro solo se sarà ripristinato un equilibrio sostenibile tra paesi del nord e paesi del sud, solo se la ricchezza sarà ridistribuita all’interno dei singoli paesi, solo se le istituzioni finanziarie torneranno a rispondere ai governi democratici.

Lanciamo e diffondiamo una campagna europea a sostegno del governo greco. Dagli esiti della negoziazione in corso, dipenderà il futuro del nostro continente e delle generazioni future”.

Rodolfo Ricci

Per aderire, clicca sul link.

Uscito su Contropiano, 7 febbrai

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Ordine pubblico il problema è il governoA bocce ferme, quando la disinformazione programmata scientificamente produce frutti velenosi e l’interesse cala, è difficile tornare su una notizia «consumata». In una logica di mercato, tutto è ormai un prodotto «usa e getta»; se non «stai sul pezzo», non ti legge nessuno e il tempo per la riflessione muore d’asfissia. Inutile girarci attorno: le pistole romane che hanno cercato il morto, non spareranno più notizie e sarà forse la cronaca giudiziaria a tornarci su, coi tempi della giustizia e da un angolo visuale chiuso dall’ingombrante «verità» dei tribunali.  Sul ruolo del circo mediatico nella «creazione» di eventi fittizi  e nell’immediata «distorsione» di quelli reali, per mettere in ombra problemi scottanti o porre al centro dell’attenzione il malessere sociale, invece  delle cause che lo determinano, per imporre strette repressive, fior di studiosi ci hanno fornito efficaci strumenti di analisi che, tuttavia, non sono diventati «patrimonio collettivo».
Quando, in tema di formazione, un’impressionante schiera di sedicenti esperti, nati dal nulla, come per partenogenesi, e un improvviso fiorire di campagne di stampa ha fatto passare l’idea che il «problema dei problemi» fosse un inesistente baraccone di «fannulloni» e privilegiati, ostili alla valutazione, ci siamo trovati a fare i conti con lo smantellamento della scuola statale, le università trasformate in aziende e la ricerca asservita agli interessi delle multinazionali. L’attacco martellante alla corruzione vera e presunta del settore pubblico ha aperto un’autostrada alla svendita dei gioielli di famiglia e s’è capito tardi che il problema vero era la scialo delle «privatizzazioni». In nome dello «spreco» – era quello, no?, il problema della Sanità – si son battuti in breccia i presidi di civiltà conquistati col sangue negli anni Sessanta e Settanta; cosa non siamo stati, noi, giovani di quel tempo? Borghesucci, ragazzini viziati e soprattutto delinquenti. Poi ci si è accorti che di criminale c’era solo il ticket per il pronto soccorso e il diritto alla salute cancellato. Per l’Ucraina – ci hanno detto – il nodo reale è la tutela di una strana autodeterminazione dei popoli che, guarda caso, merita rispetto solo quando volge le vele a Occidente; lentamente si scoprono, però, milizie fasciste armate dalle «grandi democrazie» contro governi eletti e nell’indifferenza generale il nazismo fa ritorno nei Parlamenti.
Di fronte a una «crisi» che il capitale manovra come fosse una clava contro le classi subalterne, dovrebbe esserci chiaro ormai che il vero «problema di ordine pubblico» che affligge il Paese non è la protesta di chi rivendica un diritto calpestato, ma la violenza di chi lo nega, impone tagli, feroci «sacrifici» e uno spietato smantellamento dello stato sociale. Il 12 aprile scorso, a Roma, di fronte a ventimila manifestanti che ponevano domande di natura politica e chiedevano risposte alla politica, il prefetto, il questore e il ministro dell’Interno hanno militarizzato la città e un corteo, volutamente imbottigliato a Piazza Barberini, è stato violentemente caricato. Si sono viste scene cilene, ma si sono registrati anche – piaccia o meno conta poco – un lavoro di «intelligence», fermi preventivi, perquisizioni e  un addestramento «militare» brutale, ma di tutto rispetto, sia sul piano difensivo che offensivo. S’è visto chiaro, insomma, che, se si muovono i «rossi», le forze dell’ordine ci sono, sanno cosa fare e lo fanno senza esitare. Pochi giorni dopo, però, nella stessa Roma, con un movimento di ottantamila persone e un rischio di incidenti incomparabilmente più alto, come hanno poi dimostrato i fatti, lo Stato ha «disertato». E’ mancata anzitutto la prevenzione e un fanatico neonazista con la sua banda di criminali ha potuto muoversi impunemente e sparare indisturbato, mentre televisioni e  stampa ci raccontavano biancaneve e i sette nani.
Dagli scontri di Piazza Navona, con un neofascista impegnato a raccomandare i camerati a poliziotti che li trattavano coi guanti gialli, acqua n’è passata sotto i ponti, ma non s’è fatto nulla per capire e  non è cambiato niente. L’odioso principio che consente a celerini e compagni il monopolio della violenza si è esercitato e si esercita quotidianamente su studenti in lotta per il diritto allo studio, sui lavoratori che si battono per la dignità, sui precari, sui «diversi», sul disagio: i pastori sardi aggrediti a Civitavecchia, i fatti di  Basiano, i morti per polizia che non si contano più, le condanne feroci per inesistenti reati di «devastazione e saccheggio», Erri De Luca inquisito, Giorgio Cremaschi indagato, i No Tav incarcerati per lo spettro d’un inesistente terrorismo, tutto ci parla di una repressione che va sopra le righe, ma il neofascismo, coccolato dalle «destre di governo», si muove impunito.
Da Michele Santoro, il sindaco di Firenze che governa il paese per un tragicomico mistero, si è presentato come il pupo che ha gli incubi e non dorme bene, assediato com’è dai rimorsi, pallido e privo d’appetito. Chissà, s’è chiesto stupito lo spettatore: vuoi vedere che s’è pentito del colpo alla schiena vibrato al suo amico Letta? No, Letta non c’entra nulla e le cause della sofferenza le ha confessate così, senza ritegno: «Mi sento in colpa per non essermi accorto che l’ultrà del Napoli indossava quella maglietta, Speziale libero è un insulto a due ragazzi rimasti orfani».
Che avrebbe fatto, signor Presidente, qualora se ne fosse accorto? E chi le impedisce di metter fuori gioco il neofascismo che a Roma spara e a Milano sfila in piazza in ordine militare, come un incubo che torna? La domanda non è retorica e la risposta è semplice: glielo impediscono gli alleati di governo, che se li tengono buoni. A ben vedere, quindi, il vero problema d’ordine pubblico che abbiamo di fronte  non è il comprensibile malessere delle piazze, ma chi lo crea e lo sfrutta; sono le trame oscure e i fili inconfessabili che legano tra loro chi qui produce rabbia e lì la cavalca in nome del consenso. Il problema d’ordine pubblico, insomma, è il governo.

Uscito su Fuoriregistro il 10 maggio 2014

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fedeli-alla-classeSe, come vuole Croce, un saggio storico ha senso quando coglie un nodo storiografico, non c’è dubbio: mentre la Cgil firma accordi che Giorgio Cremaschi, vecchio leader della Fiom, definisce “patto corporativo”, la vicenda della rinascita del sindacato tra fascismo e repubblica offre preziose chiavi di lettura del presente. Del sindacato in Italia dopo l’armistizio, si occupa Francesco Giliani nel suo «Fedeli alla classe. La Cgl rossa tra occupazione alleata del Sud e ’svolta di Salerno’ 1943-45», A. C. Editoriale 2013, € 13,00. Studioso alla prova d’esordio, Giliani s’è formato in una università che prima l’ha mandato in giro per il mondo in cerca di fondi inesplorati poi, temendolo eretico, lo ha lasciato al suo destino; lui, in attesa del fioretto che avrà in dote dall’esperienza, mette mano all’accetta per ipotizzare difficili esiti rivoluzionari della guerra persa, ma firma un lavoro di grande interesse, che risponde a problemi storici reali.
Sono anni ormai che circola il profilo di un’Italia delle aziende e dei suoi capitani coraggiosi che nobilitano le leggi del profitto col coraggio di chi rischia del suo, investe sul merito al di là delle ideologie, ma «Ribelli alla classe», che parla di rivoluzionari e non fa l’elogio dei capitalisti, di fatto è auto pubblicato; «ciclostilato alla macchia», direbbe Gaetano Arfè con amara ironia. Per l’Anvur, quindi, che – piaccia o no – riduce la valutazione della ricerca a strumento di controllo del pensiero, il saggio non vale una cicca: non vanta citazioni anglo-sassoni e non ha editori noti, come capita di norma a chi canta fuori dal coro in tempi di «larghe intese» e pensiero unico, quando le collane di storia sono più che mai in mano a baroni e sponsor ne trova soprattutto chi flette la schiena. Eppure basta leggerlo, il saggio, per capire che la sua parte l’autore l’ha fatta. S’è messo al lavoro, ha scovato carte preziose e ricostruito con dovizia di documenti e perizia di analisi la storia della CGL «rossa» tra sbarchi alleati, svolta di Salerno e il Pci che va al governo col la Dc. La storia, in gran parte cancellata, di un pugno di azionisti e comunisti – Antonio Armino, Dino Gentili, i fratelli Villone, Antonio Cecchi – che, caduto il fascismo, riorganizzano il sindacato. Il leader del gruppo, Enrico Russo, cresciuto alla scuola di Buozzi, ha guidato la Fiom campana ai tempi di Bordiga s’è scontrato con gli stalinisti in Spagna, ha provato le delizie della democrazia in campi d’internamento in cui la Francia chiuse – e spesso lasciò morire – i combattenti sfuggiti a Franco. Tra galera e confino, ha maturato l’idea di un sindacato che non si apra ai «nemici della classe lavoratrice che rimangono sempre gli stessi, anche quando si siano decisi a buttare a mare il fascismo», perché non ha vinto la «guerra dalla quale si ripromettevano nuovi mercati, […] materie prime e, soprattutto, nuovo lavoro umano da sfruttare». Un sindacato conflittuale di classe, che dica la sua sulle politiche per il lavoro, rifiuti di far causa comune con la DC, che schiera giuristi a difesa dei fascisti da reclutare, e incarni un’idea moderna di organizzazione, fondata su un irrinunciabile principio: l’organizzazione non è cinghia di trasmissione dei partiti.
Lo scontro col Psi e soprattutto col Pci di Togliatti è nelle cose; Giliani riprende la polemica di Cortesi con una storiografia ferma al disegno di un Sud in perenne ritardo sulle dinamiche storiche, ricordando la forza del movimento operaio che si organizza attorno al nuovo sindacato, l’aspra lotta con chi vuole resuscitare la vecchia CGdL e le leghe bianche, la critica alla collaborazione di classe con Badoglio. Le carte reperite all’estero gli consentono di dubitare dello «spauracchio di una prospettiva greca» e di un maccartismo retrodatato al ’43. E’, di fatto, la messa in discussione della «vulgata» che fa della minacciosa resistenza degli Alleati all’estirpazione del fascismo l’origine della mancata epurazione e presenta gli occupanti come un maglio pronto a colpire. In questo senso, rivoluzione o no, fa impressione scoprire i Comandi alleati preoccupati per le jeep «americane e francesi che il Primo maggio del ’44 andavano in giro a Napoli con bandiere rosse sul radiatore». L’idea stessa di un’armata reazionaria, pronta a spegnere nel sangue gli aneliti di reale democrazia, vacilla di fronte ai soldati britannici che, ancora in servizio, nelle elezioni del ’45 votano laburista per il 60 %, mentre i Comandi annotano che degli americani impegnati in Europa, molti sono italo americani, figli di anarchici e socialisti e un milione e 250 mila, iscritti ai sindacati, sono reduci da scioperi e fabbriche occupate nel 1934-37. Soldati che, riferiscono le carte, hanno contatti con gli operai, conoscono la solidarietà e donano i proventi del contrabbando di sigarette ai lavoratori che organizzano il sindacato. Sconcerta scoprire che, con l’accordo di Roma, quando nasce la CGIL e i partiti rovesciano il tavolo e sconfessano Russo, a Luigi Antonini, Serafino Romualdi e Vanni Montana, i sindacalisti italo-americani giunti in Italia per indirizzare i lavoratori verso il modello anglosassone, non resta che prendere atto: «i comunisti evidenziano che sono anzitutto italiani e solo in seconda battuta comunisti». Fingono? Per gli Alleati conta poco: i democristiani, notava Romualdi sono «un cane da guardia e finché saranno nella Cgil non permetteranno ai comunisti di perpetrare inganni».
Per Spriano, ricorda Giliani, un sindacato con i «bianchi» era il corollario necessario della politica di unità nazionale e di democrazia progressiva di Togliatti. Non era così per la Dc e Russo l’aveva capito. Egli, tuttavia, uscì sconfitto per limiti organizzativi della sua CGL e per il grande prestigio di Stalin che si riverberava su Togliatti. Eliminati i «rivoluzionari» e foraggiata adeguatamente la Cgil, tutto andò bene finché, forte all’interno e in una mutata situazione internazionale, De Gasperi mise alla porta le sinistre e di lì a poco anche l’unità sindacale andò in frantumi. Da quel momento i comunisti passarono all’opposizione e vi rimasero. La democrazia, più che progressiva, risultò così incompiuta: né figlia d’una rivoluzione, né d’una rottura pacifica col lo Stato fascista.
Il libro di Giliani merita di essere letto se non altro, perché contribuisce a sollevare la pietra tombale posta su Enrico Russo e la sua CGL, E’ incredibile, ma vero, questo comunista, eretico quanto si vuole, ma di indiscutibile spessore, morì solo e dimenticato in un ospizio per i poveri, nel 1973. Per lui non s’era trovato posto nemmeno nel dizionario biografico del movimento operaio.

È possibile richiedere il volume scrivendo a: fedeliallaclasse@libero.it

Uscito su Fuoriregistro, Liberazione e Report on line il 7 novembre 2013

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Di “estremismo liberista” e dell’illusione del governo “tecnico“, scrive con accenti ormai preoccupati Lelio Demichelis, a proposito di Monti, ricordando “la grande differenza che c’è tra politiche liberiste e liberali“. E non è certo un caso isolato. “Abbiamo sentito con fastidio e anche con rabbia le ultime parole del Presidente Napolitano sulla trattativa sindacale sull’articolo 18“, scrive a sua volta Cremaschi su Micromega, ricordando a Napolitano che “l’Italia non è una monarchia“. In quanto a Matteo Pucciarelli, pacato nella forma, rischia il vilipendio per la sostanza ma trova l’animo di dirlo: “Il Presidente del Consiglio è Giorgio Napolitano” e fa apertamente cenno a una “tecnica del colpo di Stato“. E’ difficile negarlo: il centro nevralgico della vita politica della Repubblica non è più il Parlamento ma il Quirinale, promotore d’una campagna insistita e costituzionalmente discutibile a favore di un’idea di “coesione nazionale“, astratta, per certi versi astorica e per molti altri pericolosa. Il concetto chiave è semplice ed ha un forte impatto non solo mediatico: esiste un generico e tuttavia supremo “interesse di tutti“, dai connotati vaghi, ma fortemente gerarchici, che prevale sui bisogni inderogabili, vivi, concreti e palpitanti di giovani, lavoratori, e disoccupati. L’interesse di un “signor nessuno“, dietro cui si celano, però, evidentemente le banche e i ceti più abbienti, per il quale si possono e, anzi, si devono negare quelli che il Presidente definisce senza esitazioni “interessi particolari“, e sono, invece, i diritti delle classi subalterne. Per giustificare una siffatta superiorità, che pare “al di sopra delle parti” ma è profondamente di parte, c’è stato chi in passato è giunto ad affermare che “non occorre il blocco delle masse piegate“, perché “valgono assai meglio a questo fine le minoranze volitive, aristocratiche, che sono, in fondo, le antesignane di ogni battaglia. Il grosso della masse, infatti, messo in condizioni di non nuocere, è rimorchiato sempre dai migliori“. E’ una concezione “confindustriale” o, meglio, padronale della società, entro la quale il lavoro – e al suo fianco la formazione – o procedono in sincronia con le regole del “libero mercato“, perno del sistema, sole tolemaico attorno al quale tutto ruota in funzione subordinata, o si rendono colpevoli di un “tradimento”.
Spiace dirlo ma, in una Repubblica parlamentare, questa concezione della vita politica, economica e sociale, che fu di Arnaldo Mussolini, non ha o, almeno, non dovrebbe trovare cittadinanza e più che un assalto liberista alle società dei diritti, la natura “tecnica” del governo Monti, apertamente e malaccortamente sostenuto ad ogni pie’ sospinto da Napolitano, chiama alla mente le parole ciniche ma tremendamente efficaci di Malaparte, un letterato che attraversò epoche storicamente contrapposte e ci ricorda che “la questione della conquista […] dello Stato non è un problema politico, ma tecnico“. E da “tecnici“, guarda caso, ci parlano Monti e suoi ministri che, tuttavia, per molti, formano ormai soprattutto il governo politico di Napolitano.
D’altra parte, alla luce di quanto accade nella cosiddetta “trattativa” sul mercato del lavoro, escono dall’ombra e balzano in luce meridiana inquietanti punti di contatto tra la concezione ripetutamente espressa da Napolitano e alcuni dei temi classici che furono alla base della riflessione sullo Stato autoritario. Per cominciare, l’idea di Bottai che gli astratti doveri verso un’idea di Stato di natura etica precedono la concretezza dei diritti, sicché non fa scandalo che una trattativa con il padronato sul terreno dei “sacrifici” si realizzi su un piede che non può essere considerato di parità, dal momento che lo Stato, arbitro e allo stesso tempo parte in causa, si schiera e disciplina in maniera giuridica unilaterale i rapporti collettivi di lavoro, resi di fatto subalterni alle scelte degli imprenditori. E’ una concezione delle “relazioni sindacali” chiaramente corporativa, venata da una sottile, ma evidente vena mussoliniana; quella per cui in fabbrica esiste una gerarchia di natura squisitamente tecnica.
In questa logica di “militarizzazione” della politica in nome di un’equivoca union sacrée, il governo che interviene nella dialettica tra le classi, impone un’idea di solidarietà alla rovescia, che cancella i diritti dei lavoratori in nome di un “superiore interesse nazionale” dei padroni e, per dirla alla Bottai, manifesta la volontà tipica dello Stato corporativo, di eliminare dai rapporti sindacali il “ramo secco” della mediazione politica. Ne esce stravolta un’idea di democrazia che non fu di De Gasperi o Pertini, ma risale all’alba del Novecento e all’Italia liberale e prefascista. I riferimenti, per esser chiari, non sono Giolitti e Nitti, ma Rocco, il cui pensiero fu volgarizzato nella celebre formula per la quale: “tutto è nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato“. Rozza quanto si voglia, è una formula che sembra spiegare la posizione più volta assunta da Giorgio Napolitano, quando ha invitato i Presidenti delle Camere a modificare i regolamenti parlamentari, a votare rapidamente, senza troppe discussioni, una eccezionale e dolorosa legge finanziaria e – siamo a ieri – quando ha dettato le regole al sindacato, ripetendo senza la minima prudenza istituzionale che è tempo di smetterla di discutere, perché di fronte alla crisi non si possono difendere posizioni particolari. Per Napolitano, quindi, garante della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro, chi lotta per la tutela dei lavoratori difende “interessi particolari“.
A questo punto siamo, al punto che se il reazionario Sonnino ripetesse oggi il suo invito, nessuno troverebbe di che ridire: “Maestà, torniamo allo Statuto!“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 marzo 2012

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Parlare di scuola oggi è un obbligo morale e lo farò. Non avrebbe senso, però, metter mano alla penna, senza guardare al contesto storico in cui ci muoviamo, senza ribellarsi all’idea che parlare di scuola non sia anche, e forse soprattutto, partire dal significato che assume per la nostra vita e per la vita dei nostri figli la lettera della Banca Centrale Europea, di cui finalmente conosciamo le parole, i toni, gli obiettivi dichiarati. Scuola, quindi. D’accordo, ma scuola per dire che c’è bisogno di strumenti utili alla difesa. Non c’è dubbio, siamo stanchi di cattedre tagliate e diritti negati, stanchi di un ministro che, dopo aver attaccato l’istruzione pubblica, l’ha avvilita in un contesto di crescenti disagi, l’ha mortificata, inchiodandola su posizioni di ispirazione razzista e, mentre la smantella, risponde alle critiche parlando di “attacchi sovversivi“.

Tutto questo conta, ma non può bastare. Occorre una riflessione più profonda. Questo governo inesistente, fatto di scandali e repressione, questa opposizione che si schiaccia sistematicamente sulle scelte economiche di un neoliberismo senz’anima e senza rispetto di uomini e diritti, sono il braccio armato d’una dittatura, di un “golpe finanziario” attuato da gruppi di potere che hanno cancellato la democrazia.
Dopo il ricatto che ha messo in ginocchio la Grecia, tocca a noi: per la prima volta nella storia dell’Europa contemporanea un organismo economico privato, espressione di interessi del capitale, detta le condizioni di vita a Paesi sovrani. Padronale è il linguaggio di Draghi e Trichet, due privati cittadini che si arrogano il potere di indirizzare al popolo italiano una lettera ultimativa, cieca, violenta e provocatoria. Una lettera che pretende “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali […] attraverso privatizzazioni su larga scala”. Una lettere che detta una filosofia della storia e pretende di piegare la vita dei popoli alla legge del profitto. E’ tassativo, scrivono i due ragionieri, senza spiegarci con quale autorità, una “accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”, la “riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi” E su questa linea proseguono, in un documento che val la pena leggere: “C’è anche esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva”, proseguono i due, “permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane […] intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico […] rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali […]. Consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate […] siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
[…] Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)”.

C’è una guerra in atto. Guerra di aggressione, la terza dopo l’Afghanistan e la Libia. Non si combatte a Tripoli, non fa vittime in Libia, non ha cronisti sulla stampa ormai serva, non ha cittadinanza in un Parlamento delegittimato, è completamente fuori della legalità repubblicana. E’ la guerra delle banche contro la democrazia. Parlare di scuola oggi significa soprattutto dar voce alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 ottobre 2011. La foto è tratta dal blog il lavoto non è una merce.

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