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Posts Tagged ‘Grillo’

IlFa_SiamotuttiNon è facile stare appresso a tutte le notizie e spesso, poi, ti rifiuti di leggere le dichiarazioni scandalose di esponenti di partiti che il problema l’hanno creato. Può darsi perciò che mi sbagli e la presa di posizione mi sia sfuggita, ma sulla questione del debito e sull’indecente attacco alla città di Napoli, non mi pare che il M5S abbia fatto finora sentire la sua voce. E’ come se nel suo assieme il Movimento di Grillo non avesse capito o – peggio ancora – fingesse di non capire che in discussione oggi non sono un sindaco o un’Amministrazione, ma la sorte di una popolazione alla quale, in nome dell’austerity – insaziabile divoratore di diritti costituzionali – si chiede di pagare i costi di una tragedia: il terribile terremoto del 1981.
Napoli si va mobilitando e il 14 aprile sarà in piazza per difendere la sua dignità. Il Movimento 5 Stelle, che tantissimi cittadini napoletani il 4 marzo hanno votato, pieni di speranze e fiducia, sarà in piazza? Sarebbe veramente amaro – e forse rivelatore – se di qui a pochi giorni la gente fosse costretta a prendere atto: i problemi della città e il grande tema del cambiamento sono stati solo  propaganda elettorale e come i vecchi, vituperati partiti, il Movimento di Grillo sta facendo i suoi conti e aspetta gli eventi.
Spero che non sia così, ma soprattutto spero che la gente che ha votato Fico e compagni si prepari a fare la sua parte.
Checché ne pensi Di Maio.

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raggi-675-2-675x275Premetto che il movimento di Grillo non è in cima ai miei sogni e aggiungo, però, che non sono scemo e trovo che il baraccone mediatico costituisca ormai un problema da codice penale. Se il Corsera, Repubblica e compagnia cantante domattina uscissero assieme con titoli a tutta pagina e la notizia certa –  gli asini volano! – non mi scandalizzerei. Cercherei, questo sì, di capire “cui prodest” e mi preparerei alla battaglia.

E’ sotto gli occhi di tutti ormai: il tiro a segno sull’Amministrazione romana non conosce soste. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole. Il caso Marino dovrebbe averci insegnato qualcosa e non mi importa nulla se in tanti gongolano soddisfatti: chi di spada ferisce, di spada perisce… Non m’importa, perché, parliamoci chiaro, qui non stanno infilzando solo i grillini. Stanno praticando in maniera modernissima il metodo squadrista e ogni giorno è una purga. Fissato il principio e collaudata la medicina, prima o poi la manganellata toccherà a chiunque si azzardi a mettersi di traverso. Mi pare di sentire la replica auto-tranquillizzante: Ma dai! E che sono la Raggio io? Ok, non sei la Raggi, ma un eccesso di sicurezza potrebbe costarci caro.

In un “Paese normale” – e qui sotto il sole le novità ci sono e non sono buone – in un Paese civile, al di là di quello che vale davvero la giovane sindaca, la maggior parte dei colpi che le stanno sparando si sarebbe rivelato un autentico boomerang. Anche un deficiente matricolato si sarebbe indignato per l’indecente faccia tosta del PD e avrebbe avuto ragionevoli e fondatissimi dubbi. Cose da pazzi! – avresti sentito dire per strada dalla gente – Ma questi pensano proprio che siamo tutti completamente scemi? Possibile che dopo una vittoria così schiacciante, dopo una campagna elettorale in cui s’è vista all’opera e pareva un’intelligenza media, se non altro un po’ più capace del compagno “faccia di culo Giachetti”, questa non muove un passo, se non succede un casino? Possibile che sono mesi che sbagliano tutto, lei e i suoi, e non gliene va bene una nemmeno per caso? Possibile che il meglio del peggio grillino sia concentrato tutto a Roma e tutto attorno alla Raggi?

Non è possibile, non è normale, non è credibile e – ciò che più conta – è evidentemente costruito a tavolino dai camerati che bivaccano nel PD. L’ultima in ordine di tempo è la faccenda del bilancio bocciato. Ma chi l’ha bocciato? L’Oref, l’ha bocciato, non lo sai? Ma che domande fai?
Domando, perché mi pare chiaro che l’Oref sia formato da una banda di tecnocrati armati di tutto punto e pronti a far rispettare il patto di stabilità. Chi ha voluto tutto questo ha le idee chiare: vuole privatizzare le aziende pubbliche comunali, dirette o partecipate, e allo stesso tempo far credere alla gente che Raggi e soci non valgono niente. Uno può dire che è vero, un altro che non ce ne importa, ma qui casca l’asino.

Il bilancio bocciato non è solo un problema dell’Amministrazione romana e nel mirino, al di là dell’apparenza, non c’è solo la Raggi. Su questo scoglio, senza una risposta comune delle città in cui si prova a sconfiggere la ricetta neoliberista, finiranno progressivamente molte navicelle che oggi navigano in ordine sparso. Checché se ne dica, io penso che su questa rotta le nostre navi debbano mettersi in formazione, “fare flotta” e puntare assieme i cannoni su un solo bersaglio: le regole del neoliberismo. Non parlo di alleanze politiche, ma – mi si passi il termine – “militari”.  E lo dico, perché, se ancora non si è capito, questa è una guerra e più numerosi saranno i sindaci che la combatteranno, più unite le armi che abbiamo e più speranze avremo di avviare o consolidare un cambiamento reale.

Contropiano e Facciamosinistra, 22 dicembre 2016; L’Onesto, Rassegna Stampa Indipendente, 24 dicembre 2016

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ASSEMBLEA PUBBLICA: DOPO LA VITTORIA DEL NO? COSTRUIAMO IL POTERE POPOLARE!
SABATO 10 DICEMBRE – ORE 17.30 – EX OPG Occupato – Je so’ pazzo

2016_12_10_potere_popolare3Dopo mesi di campagna pancia a terra, e dopo la schiacciante vittoria del NO, promuoviamo un momento di dibattito insieme a tutte le realtà, i comitati, i singoli, con cui in questi mesi abbiamo portato avanti la campagna popolare! Per analizzare insieme il risultato, e per trovare insieme le migliori modalità per proseguire la battaglia! Questa non è la vittoria di Grillo o di Salvini, è la vittoria di un popolo che chiede potere, redistribuzione della ricchezza, giustizia sociale. Cerchiamo di organizzare, a partire dai territori e dalle lotte, questa richiesta!

Interverranno: Giuseppe Aragno, Francesca Fornario, Mimmo Mignano, esponenti di associazioni e comitati…
Ci saranno: collegamenti da Bergamo, Mantova e altre parti d’Italia dove il ruolo della sinistra è stato determinante.

A SEGUIRE APERITIVO E FESTICCIOLA!

L’esito del referendum del 4 dicembre ha parlato chiarissimo: oltre 19 milioni di italiani, il 70% dei votanti complessivi, non ha semplicemente bocciato la riforma costituzionale, ma ha mandato un messaggio netto al governo Renzi.

Le classi popolari di questo paese hanno espresso la necessità di una trasformazione radicale delle loro condizioni materiali e delle loro prospettive di vita. Tra tutti un dato, spicca un dato: in nessuna regione del mezzogiorno italiano, di questo Sud bistrattato e utilizzato da sempre come bacino reazionario e volutamente arretrato dai padroni, la percentuale del NO è andata sotto il 60%. A Napoli, dove tra mille difficoltà e scarsissimi mezzi, dalla scorsa estate si è dato vita a un lavoro intenso e partecipato sui territori, il NO ha vinto con il 70% dei voti.

La vittoria del NO, che qualche commentatore da talk show potrebbe facilmente liquidare come semplice “voto di protesta” è tanto altro. È uno schiaffo alle misure d’austerità, alle controriforme renziane, allo smantellamento della sanità e dell’istruzione pubblica, alle guerre mai terminate, alla povertà dilagante, alla disoccupazione. Rappresenta, un’occasione ricompositiva importante per chi negli anni è rimasto ai margini e ha pagato le conseguenze di una crisi economica causata dalla grande impresa, da banche e finanza.
Così anche se Renzi si è dimesso, non ci basta. Non possiamo permettere che il protagonismo che spontaneamente si è attivato e si è articolato in comitati e assemblee popolari, che si è battuto nei luoghi di lavoro e della formazione, vada disperso o frustrato.

Non possiamo permettere che lo straordinario patrimonio di relazioni, capacità organizzative di autogestione e cooperazione sfumino nella “classica” depressione e nell’incertezza del post voto.
Non siamo disposti a regalare questa vittoria alle destre reazionarie o ai populismi beceri, pericolosi, che sbraitano contro i più deboli della società, che ci mettono l’uno contro l’altro, che predicano razzismo e tutelano gli interessi dei più ricchi, e che ci trascinerebbero in un abisso…

Saremo pazzi, ma siamo certi che sia questo il momento in cui la rabbia si debba trasformare in progetto, speranza, soluzioni concrete e percorribili che parlino di diritti per tutti, di redistribuzione della ricchezza, di giustizia sociale, di potere al popolo, di democrazia reale.

Per farlo non conosciamo altro modo che confrontarci e coordinarci, in una grande assemblea pubblica, con tutte e tutti quelli che hanno animato questa campagna popolare, le voci che hanno attraversato piazze e vicoli, a cui il furgoncino poderoso ha dato forza una tappa alla volta. Studenti, operai, artisti, disoccupati, comunità immigrate: l’alternativa riparte dai nostri bisogni, dal nostro desiderio di scrollarci di dosso un potere ingiusto e opprimente!

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elezioniDomenica prossima si vota in sei capoluoghi regionali – Roma, Torino, Napoli, Milano, Bologna e Trieste – quattordici capoluoghi di quelle che un tempo erano Provincie e un centinaio di città e cittadine. Basta un piccolo calcolo per misurare il valore politico dei ballottaggi.
Un equivoco ingombra il campo e bisogna liberare la via. Qualcuno dice: non sarà il mio voto a far vincere i razzisti. Giusto. E qualche altro aggiunge: a me Grillo non piace. Va bene. Pochi pensano, però, che basterà un voto a far vincere la prima battaglia a golpisti e killer della Costituzione, che intendono cancellare quanto resta dei diritti che essa sancisce. No al razzismo, quindi, ma no anche a candidati dei golpisti.

Socialismo o barbarie si diceva un tempo. Oggi non si dice più. Abbiamo cancellato l’idea socialista e s’è presentata la barbarie. D’accordo, se hai da fare con cervelli educati dalla televisione commerciale è forse meglio lasciare momentaneamente da parte il primo corno del dilemma. Resta il fatto, però, che il dilemma esiste e sta lì ad indicare una battaglia da ultima spiaggia. Da un lato la civiltà, dall’altro il neoliberismo, che è sinonimo di barbarie, come dimostrano le condizioni della sacra Grecia e  il Mediterraneo ridotto a un equivalente liquido dei camini di Auschwitz .

Se ragioniamo come si fa quando si sceglie tra i partiti e i loro gruppi dirigenti, non c’è via di uscita. I partiti, se così si possono chiamare comitati d’affari, lobby e gruppi d’interesse privato che si nascondono dietro Renzi, Berlusconi e Salvini, i partiti non c’entrano nulla con i ballottaggi e meno che mai c’entrano i loro sedicenti dirigenti, pupi in mano a invisibili e pericolosi pupari. In campo ci sta la gente; due schieramenti ben diversi tra loro e un tema che nello stesso tempo aggrega forze dal basso e segna con chiarezza il confine tra i due campi contrapposti. Il primo è quello di quanti, cittadini comuni, lavoratori, precari e disoccupati, sono così accecati da venticinque anni di manipolazione della realtà, che pensano di appoggiare sindaci favorevoli al sì ai referendum, i quali non ti dicono che poi ti massacreranno con la cieca ubbidienza al neoliberismo. Chi ha intenzione di votarli, ci pensi: fiancheggerà, senza rendersene conto, un golpe strisciante e si porterà in casa il boia che gli stringerà un cappio alla gola. L’altro schieramento è formato da quanti invece pensano che dietro le sedicenti riforme si nascondano un nuovo feroce autoritarismo, una filosofia del potere di ispirazione totalitaria che, nei confronti degli immigrati, degli anziani, dei deboli e dei Paesi in difficoltà giunge al genocidio ed evoca lo spettro del nazismo. Un mondo che va ben oltre il terrificante «1984» immaginato da Orwell.

In questo contesto, l’idea che attorno a un sindaco democratico il 5 giugno si sia raccolta la borghesia, oppure la plebe, serve solo a confondere gli elettori per dividerli. Il 19 i candidati sindaci vanno scelti avendo presente un dato di fondo: non bastano un programma di buone intenzioni e la capacità di amministrare. Occorre valutare anche – e alla fine soprattutto – le posizioni che i candidati hanno assunto rispetto ai referendum. Ognuno nella sua città, tutti dovremo appoggiare i sindaci del no, a meno che non siamo dichiaratamente razzisti, per dare all’esito delle elezioni il doppio significato di voto amministrativo per le città e voto politico per il no. Al referendum si potrà giungere così con pezzi significativi delle Istituzioni, legalmente eletti, uniti e in campo contro un governo mai eletto e contro parlamentari nominati e illegittimi che hanno fatto carta straccia della sovranità popolare. Un fronte del no, ampio, ampiamente legittimo e deciso a impedire una vergogna che, si badi bene, dovesse vincere il sì, cancellerebbe il voto popolare, come – tranne a Napoli – è già accaduto con l’acqua. Il PD, Forza Italia e la Lega di Salvini sono il cancro che minaccia il Paese. I loro elettori ci pensino.

Il 19 non voteremo solo per i sindaci, ma impugneremo un bisturi per cominciare a estirpare il tumore, prima che sia troppo tardi. Dopo, solo dopo, quando avremo debellato la malattia, ci divideremo in base alle nostre convinzioni politiche e si deciderà con un voto democratico, chi governa e chi va all’opposizione.

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Matteo BrambillaMolto sinteticamente, perché mi costa lasciare il libro che sto scrivendo.
Les jeux sont faits, la rete ha fatto la sua scelta ed è quantomeno bislacca; poco più di 250 voti, che non sono il paradiso terreste della democrazia partecipata, ma di buono c’è questo: nessuna compravendita stile primarie dei democratici all’italiana.
Il Movimento di Grillo e Casaleggio ha presentato a Napoli  il suo prodotto originale con marchio d’origine controllata. C’è un candidato sindaco finalmente. Non è napoletano, però, e questo non è un dato confortante e nemmeno un messaggio di fiducia indirizzato alla città. Prendiamo atto: a Napoli non c’è nessuno che vada meglio di Matteo Brambilla, ingegnere, 46 anni, cittadino di Monza e un handicap decisamente serio, che ne riduce più o meno a zero la capacità di entrare in sintonia con l’ambiente sociale della città partenopea. Brambilla vuol governare Napoli, però non è napoletano e tifa per la Juve…
La prima sortita – serve dirlo? – l’ha dedicata a Luigi De Magistris. La solita cantilena diffamatoria: «ha lasciato a metà il mandato di eurodeputato e la sua Rivoluzione arancione è fallita».
Domanda: un monzese che tifa Juve, può amare sinceramente Napoli?
Beh, è un po’ difficile e dietro in fondo c’è un tradimento, ma può essere, sì, tutto è possibile e poi, si sa, Napoli incanta. Il monzese Brambilla può amare Napoli, certo. Impossibile però è che Napoli possa amare Brambilla, monzese pentito e un po’ infiltrato, che tifa Juve, non ama il Napoli e – non bastasse – ripete i soliti luoghi comuni sul suo primo cittadino.
Se la sparuta pattuglia che rappresenta il movimento di Grillo non fosse da tempo alle prese con una grave crisi d’identità e non versasse in uno stato più o meno confusionale, l’avrebbe capito subito: un Brambilla juventino, uno che si occupa di rifiuti, cala da Monza a Napoli come un commissario prefettizio, vede, o vuole vedere, le pagliuzze negli occhi del sindaco uscente, fingendo di non accorgersi delle travi in quelli di Pizzarotti e compagni, beh, un Brambilla come questo è troppo settentrionale per fare il sindaco di Napoli.
Sarebbe stato un po’ più credibile a Monza o a Milano.

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Metto le mani avanti e lo dico subito: non sogno un rinnovamento “a tutti i costi”, ma non mi rassegno all’idea che nulla possa cambiare perché alla fine “sono tutti eguali” e se gli metti un cappello da caporale, gli uomini diventano tutti generali”. Più semplicemente, senza immaginare proclami rivoluzionari, prendo atto di quello che accade e non sto a guardare.
parlamento_illegittimoC’è chi crede che una nullità come Renzi e la sua banda di voltagabbana e oche giulive siano i “grandi” ostacoli che stanno di traverso sulla via del cambiamento possibile e delle speranze di chi paga i costi di una crisi di valori ben più devastante di quella economica. Io non credo che il problema siano Renzi e il pattume pittoresco che lo accompagna; lascio a Grillo e ai suoi soci questa concezione moralistica della tragedia che viviamo. A me, che di storia un po’ mi intendo, non sfugge che Croce, proprio come i parlamentari pentastellati, dopo il golpe regio del luglio 1943, si disgustava molto per la sopravvivenza del “lurido” Senato regio, ch’era un covo di fascisti, ma fingeva di non ricordare che per il capo di quel marciume aveva chiesto e votato la fiducia nel 1925, dopo l’assassinio di Matteotti. Né, poi, dal regio Senato s’era dimesso.
Sono ormai due anni che la vita politica italiana è paralizzata da un impasse che ricorda anni di grandi speranze e atroci delusioni. il Parlamento, di fatto, è fuorilegge, quanto e forse più del “lurido” Senato di Croce nell’estate del 1943. Lo sanno tutti: è stata la Consulta a sancirlo senza appello e con inconsueta baldanza. Subito dopo, però – ed ecco l’impasse –impaurita dal suo coraggio, la Corte Costituzionale è rientrata nei ranghi e, fedele a una storia in cui trova posto persino Azzariti, il capo del fascistissimo Tribunale della razza, ha spiegato che sì, c’è stata una inaccettabile violazione della sovranità popolare, ma non ci si può far nulla, perché  più della colpa gravissima, conta il principio inviolabile della “continuità dello Stato”.
Senza scomodare Toqueville, sarebbe facile dimostrare che storicamente, quando un sistema di potere, per garantire se stesso e gli interessi che rappresenta, ha usato violenza alle regole che si era dato, la continuità non si è potuta imporre in forza di un ragionamento teorico tra giuristi, ma ha dovuto fare i conti con la forza della risposta di chi rappresentava gli interessi colpiti e i diritti negati.
In casi come questi molti parlano enfaticamente di “crisi rivoluzionaria”, ma non è detto che la rivoluzione sia lo sbocco obbligato. La sola certezza è che l’esito del conflitto tra interessi contrapposti non può nascere dal Parlamento e sarà determinata soprattutto dalla necessità degli elementi di discontinuità, dalla volontà effettiva di rottura e dalla capacità di aggregare consensi fuori dalle Istituzioni violate che dimostreranno le forze del cambiamento.
La storia non è un processo rettilineo verso il “progresso” e non a torto Vico ne leggeva il cammino, individuando avanzate verso la crescita civile e ritorni al passato più oscuro. Sbagliava, però, quando affidava alla Provvidenza la regia dei “corsi” e dei “ricorsi”. La Provvidenza siamo noi, donne e uomini colpiti barbaramente da una reazione di classe che ha tutti i caratteri della regressione, di una operazione di “repressione preventiva” e di “eversione dall’alto”. In questo contesto, Renzi è solo un uomo di paglia sostituibile. I nemici veri sono il passato che Renzi incarna, la reazione che torna, gli sta dietro e lo sostiene. Per continuare a massacrare i diritti, potranno tenerlo in piedi, sostituirlo e, in ultima analisi, imporci gli effetti della “continuità dello Stato”, solo se lo slancio necessario alla lotta non troverà dalla sua l’impeto delle immense forze che possono esprimere gli sfruttati. La vittoria sul passato è in mano nostra.
In questo senso, la lezione della guerra di Liberazione e la nascita di una repubblica zoppa, figlia dell’antifascismo, ma più fascista che mai, può essere preziosa. Fare i conti col passato per liquidarlo non significa solo batterlo militarmente. Sui monti la partita era vinta, ma non bastò. Dove andò a finire, allora, il sogno di un mondo migliore, cosa spense quella sensazione  di libertà, quella visione del futuro a cui fece da presidio una visione del mondo, che Calvino descrisse con parole immortali? Il “senso della vita come qualcosa che può ricominciare da capo” fu spento da un errore che non va ripetuto: credere che si possa costruire il futuro, riconoscendo dignità di interlocutori agli uomini che rappresentano il passato.
Qui non si tratta di fare il processo alla “continuità” in quanto tale, che è caratteristica naturale della vita politica, finché non si giunge a un disastro. Il fatto è che la catastrofe c’è e i ceti dominanti lo sanno così bene, che ancora una volta intendono dare alla continuità i connotati dell’eversione dall’alto, ancora una volta trasformano in reazione ciò che per decenni è stata “conservazione”. Quando questo accade, la rottura è nei fatti. Nel dopoguerra mancò il coraggio di andare a uno scontro che non doveva essere a tutti i costi rivoluzione e il fascismo cambiò semplicemente camicia.
L’Italia vera, quella che non vota più per delusione, che non lotta perché non vede uomini nuovi e onesti e non ascolta più parole d’ordine mobilitanti, questa Italia non sogna l’impossibile, ma non intende patire nuove delusioni. Nessuno resterebbe a casa tra gli sfruttati e tutti sentirebbero il bisogno di scendere in piazza e lottare fino alla fine, se finalmente qualcuno chiamasse alla lotta, affermando un principio sacrosanto: questo Parlamento peggiore di quello fascista, questo governo di passacarte per conto d’altri, questo Presidente della Repubblica che non scioglie le Camere illegali che lo hanno eletto, non hanno più alcuna legittimità politica e morale. Noi non daremo più, perciò, né soldi, né rispetto, né obbedienza a gente che occupa abusivamente ruoli a cui nessuno li ha designati, finché elezioni politiche legali non ci restituiranno una vita politica costituzionalmente corretta.
Di qui occorre partire per ricominciare e su questo preambolo va costruito un programma di totale autonomia. Ciò che accadrà dopo dipenderà dai padroni di Renzi, ma non può impedire la rottura. Perciò, cominciamo.

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verso-la-democrazia-10-638Quando fu sancita l’incostituzionalità della legge elettorale da cui nasce l’attuale Parlamento, un moderato come Zagebrelsky non usò mezzi termini: la Consulta aveva assestato un ceffone alle Camere. Erano giorni di caos. Grillo chiedeva la cacciata degli «abusivi» e c’era chi, non a torto, si interrogava sulla legittimità costituzionale e giuridica di gente che nessuno aveva eletto. Un dato di fatto feriva le coscienze democratiche: dopo aver tenuto in vita il Codice Rocco di mussoliniana memoria, la Repubblica antifascista assisteva ora alla macabra riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, col rischio paradossale che fossero proprio loro a mettere mano alla Costituzione antifascista.
La ferita era profondissima: Il colpo infatti era stato portato direttamente al rapporto tra il «potere delegato» e il «delegante», vale a dire al fondamento della sovranità e alla sua fonte, il popolo cioè, cui essa appartiene per dettato costituzionale. Per uscire dal vicolo cieco in cui ci avevano cacciato l’indigenza culturale, la miseria morale e una buona dose di malafede dei sedicenti «grandi partiti di governo», si cercarono punti fermi ai quali ancorarsi, per evitare un penoso naufragio. Per il «principio di continuità dello Stato» – si disse – la legge elettorale non potrà più essere applicata, ma le leggi volute nel frattempo dagli «abusivi» conservano la loro legittimità. La sopravvivenza dello Stato come Ente necessario sembrò l’unico possibile baluardo contro il caos e si accettò un principio giuridico indiscusso, ma non privo di paradossi: per evitare il caos, era necessario lasciare al loro posto tutti, anche chi l’aveva causato.
Si fece buon viso a cattivo gioco e si prese atto: una sentenza non retroattiva, in una condizione di agonia di quelle Istituzioni, che – osservarono i costituzionalisti d’ogni parte politica e scuola di pensiero – risultavano totalmente discreditate sia sul versante etico, che politico e democratico. Il triste «pannicello caldo» che settant’anni prima, sommandosi a una scellerata amnistia, aveva consentito alla classe dirigente fascista di rifarsi una verginità – la «continuità dello Stato» – poteva e doveva salvarci nell’immediato. Fu subito chiaro, però, che quella soluzione comportava rischi molto seri e poteva diventare addirittura un colpo mortale per la democrazia, se non si fosse poi giunti al rapido scioglimento delle Camere e ad elezioni non solo immediatamente possibili, ma indiscutibilmente doverose. Anche su questo tema non ci furono divisioni tra i costituzionalisti. La legge c’era – si disse – era la proporzionale come veniva fuori chiara dalla sentenza della Consulta e non c’era alcun bisogno che il Parlamento discreditato intervenisse per farne un’altra. Bastava sciogliere le Camere, che rappresentavano solo se stesse, e tornare a votare, anche perché la famigerata «continuità dello Stato», applicata a scelte pregresse, costituiva di fatto una «ferita necessaria» ma, trasformata in passaporto per una «legislatura costituzionale», sarebbe diventata uno strumento di distruzione della legalità repubblicana e un’arma pronta a colpire a tradimento la Costituzione. D’altro canto, se si fosse giunti a tal punto alla nascita della repubblica, i membri dei Fasci e delle Corporazioni, di fatto, avrebbero conservato il loro seggio in Parlamento.
Sembrava impossibile che accadesse, ma è andata invece proprio così. I «nominati», moralmente discreditati e politicamente delegittimati, stanno cambiando la Costituzione e – tutelati da una «continuità dello Stato» trasformata in oscena ipoteca sul futuro – i sedicenti «grandi elettori», che nessuno ha mai eletto, si sono scelti persino un Presidente della Repubblica, la cui legittimità politica e democratica, al di là del valore personale, è pari a quella di chi lo ha mandato al Quirinale.
Dopo Crispi, gli stati d’assedio illegittimi e la tragedia di Adua il tentativo golpista di Rudinì e Pelloux cozzò contro il muro dell’ostruzionismo parlamentare attuato d’intesa dai socialisti e dai «liberali di sinistra» guidati da Zanardelli e Giolitti. Una via parlamentare, quindi, è storicamente esistita, ma l’anemia perniciosa che affligge la rantolante democrazia ha fatto sì che nemmeno l’ostruzionismo fosse più consentito. Il secondo esperimento autoritario della nostra storia, quello fascista, finì come si sa: liquidato da una terribile guerra partigiana. Cosa accadrà stavolta non è facile dire ma, chiusa definitivamente la via parlamentare, la violenza del colpo assestato ai diritti metterebbe i nostri giovani davanti a una tragico dilemma: o una servitù rassegnata o una durissima e orgogliosa disobbedienza. La via d’uscita c’è: sciogliere le Camere, restituire la delega al delegante e consentirgli di esercitare la sovranità nelle forme prescritte dalla Costituzione. Mattarella ha un’occasione irripetibile per tornare alla legalità repubblicana e conquistare una legittimità che questo Parlamento non poteva e non può dargli.

Da Fuoriregistro, 19 febbraio 2015 e Agoravox, 20 febbraio 2015

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