Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Reich’

downloadLa Grecia nel cuore, come in altri cuori trovò posto la Spagna.
La Grecia nel cuore e nella mente col rischio consapevole di prender cantonate, con il bisogno di fare spazio ai sogni per non subire passivamente. Di attesa si muore dentro, ma lo scontro Bruxelles-Atene è tutto, meno che attesa. E’ palestra di rischi, progetto in corso d’opera e reazione all’idea ossessiva – o, se vi pare, alla «follia normale» di una società psichiatrizzata – che tende a convincerci dell’impossibilità del cambiamento. Stiamo zitti e ascoltiamo:

«Il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…».

Cos’è questo delirio che ripete fino all’ossessione un inganno e lo leva alla gloria degli altari come una verità assoluta? Sia quel che sia, per quanto si venda ogni giorno come «salute mentale», è questa l’autentica follia: questa versione popolare della morte della storia e della paralisi del conflitto che spaccia il capitalismo per la forma primigenia di ogni meccanismo economico. Tutto, anche il capitalismo, invece, nasce, cresce e muore. E intanto si lotta, perché è la lotta al fondo delle cose, l’antitesi tra opposti, e tutto cambia a tal punto che, non a torto, Eraclito osservò: «il sole è sempre nuovo di continuo» e «di tutte le cose è padre il conflitto, di tutte è re».
Sia come sia, non ci saremo dannati all’inerzia. La Grecia, così come ce la raccontano Mentana e soci, è una tempesta omerica subita passivamente, è il mare delle sirene che chiama verso gli scogli. Avanti, quindi, cera nelle orecchie e mani ai remi.
Se, come ha dichiarato, il governo greco intende uscire dalla Nato, perché non porre subito il problema che può modificare i rapporti di forza tra il governo eletto e i kapò del nuovo Reich?

«Voi insistete con la troika? Ok. Intanto fate le valigie e smammate. La Baia di Suda è territorio greco e ci faremo entrare chi ci pare. Così per il resto. Basta missili da testare, basi da cui puntare sul Nord Africa, minacce dirette ad Est. Per ora non stiamo con nessuno: chiudiamo con la Nato e aspettiamo. Poi, se il cappio non s’allenta, apriamo a Est. Ne abbiamo pieno e incontestabile diritto. La sovranità di un popolo vale almeno quanto la libertà di satira e sono scelte che non vi riguardano. Non farete cortei a Parigi: sareste così guitti nella tragedia, da far ridere persino gli islamisti».

La risposta giungerebbe durissima, non c’è dubbio, ma probabilmente più isolati di come sono i greci non si troverebbero e guai seri li avrebbero comunque anche gli alfieri delle «democratiche libertà». La Grecia fuori dalla Nato creerebbe gravi problemi strategici e militari e peserebbe in maniera tremenda sugli equilibri geopolitici. La patria di Omero è un Paese economicamente insignificante, ma ha un ruolo di primo piano nello scacchiere militare mediterraneo. Ci sono greci in Afghanistan e nei Balcani e il loro ritiro porrebbe il problema della sostituzione. E’ vero, il cappio già stretto diventerebbe strettissimo, ma chi dice che non servirebbe a nulla far notare quanto costi non solo economicamente la cooperazione militare con Israele e minacciare di abolirla? E, per concludere, quanto ossigeno porterebbe alla Grecia strangolata dalla ferocia neonazista della Troika un’apertura autentica verso Est?
Le conseguenze? Nascerebbe probabilmente una nuova Cuba ma, mentre l’originale ha dimostrato che non sempre il capitalismo è onnipotente, a chi converrebbe crearne una fotocopia in piena Europa? Quanto spazio ci sarebbe per «Alba Dorata» e quanta somiglianza con la Spagna del 1936? Quanto peserebbe una Cuba egea simile alla «Spagna rossa»? Quanto inciderebbe tutto questo sulla politica di aggressione occidentale verso est e quanta divisione seminerebbe?
E’ probabile che non si possa uscire da questo scontro economico senza sfiorare il confronto militare tra potenze di prima grandezza. La guerra, anzi, è già nei fatti e una Grecia assediata agevolerebbe processi di radicalizzazione dell’inevitabile conflitto tra sfruttatori e sfruttati. Guerra e rivoluzione, però, sono spesso parenti e una guerra civile in Grecia rafforzerebbe la resistenza popolare entro e fuori la madre della nostra civiltà, rimanderebbe all’esperienza spagnola e offrirebbe alle minoranze più consapevoli dell’intero Reich – da Lisbona a Madrid – l’opportunità di giocare un ruolo attivo.
Qui da noi, col naturale venir meno dei nonni, la condizione dei giovani sarà presto insostenibile e se ci sono in giro ragazzi di casa nostra che, armi in pugno, lottano per l’Islam, perché non dovrebbero essercene molti di più disposti ad andare a combattere il neonazismo che li affama là dove le contraddizioni esplodono e il ricatto economico del capitale finanziario non lascia scelta tra servitù e conflitto armato?

Agoravox, 26 febbraio 2105

Annunci

Read Full Post »

Nei documenti di archivio i fatti del settembre ’43 sono diversi da quelli che racconta il rituale delle commemorazioni; l’armistizio non è la «morte della patria» e le Quattro Giornate non le ha fatte una città di lazzari e scugnizzi. Mentre osservo avvilito carte preziose, minacciate dai tagli alle spese e dalle ingiurie del tempo, mi assale l’angoscia. Il mio sogno è un settembre senza retorica.
Adolfo Pansini nel carcere di Sant'Eframo 1940Dei tragici giorni in cui i «compiti a casa» li assegnava la storia, vorrei parlare alla Merkell per raccontarle di soldati tedeschi pallidi come cenci – la paura non è un’esclusiva dei PIGS – con un fazzoletto bianco stretto al braccio in segno d’una pace che non verrà. Era il 9 settembre e quegli uomini conoscevano i buoni motivi per cui la gente li stimava poco. Non era questione di un banale dissidio tra presunte cicale e sedicenti formiche. Nonostante la scuola prussiana, per troppo tempo si erano dovute difendere le donne da militari «alleati» che non confermavano la favola tradizionale della galanteria teutonica; per troppo tempo s’era lottato coi depositi di munizioni celati dai «furbi» soldati del Reich in condomini esposti a bombe angloamericane. Nemmeno la furbizia è merce tutta mediterranea. In quanto al mito della «corretta amministrazione», il contrabbando di carne, messo su dal Comando Aeronautico tedesco, aveva arricchito la mensa ufficiali e «privatizzato» i velivoli della  Luftwaffe, per portare la merce nel Reich e farci affari d’oro.
Nessuno dei nostri politici, dopo l’anticamera col cappello in mano, ha ricordato alla Merkell che ognuno ha la sua storia e meglio sarebbe non salire in cattedra. Nessuno ha mostrato alla «maestra» tedesca gli ordini dei Comandi della Wermacht che autorizzavano furti e rapine. Eppure anche questo è amministrare. Per il buon esito della guerra, Kesserling e i suoi incorruttibili ufficiali non si limitarono a requisire armi, automobili e autocarri; arraffarono anche «apparecchi radio, strumenti musicali, orologi da polso e da tasca, macchine fotografiche e strumenti ottici». E poiché, come vuole la dottrina Merkell, anzitutto si bada al bilancio, l’ordine era chiaro: «il controvalore degli oggetti è da mettere in conto alla Prefettura». Gli italiani derubati pagarono così il debito tedesco.
Fa pena al cuore un settembre che tornerà sugli scugnizzi. A me piacerebbe raccontare di Edoardo Pansini e del figlio Adolfo, che nessuno ricorda perché la loro insurrezione non è compatibile con lo stereotipo degli Alleati «liberatori» e del popolo lazzarone che si leva in armi per fame, poi vende il voto al miglior offerente. Come inserire in questo rozzo cliché Adolfo Pansini? Come farci entrare uno studente che a diciott’anni va in galera perché organizza giovani antifascisti e a venti cade, armi in pugno, nelle Quattro Giornate? Come far posto a Edoardo, il padre, che l’ha educato agli ideali di Mazzini e sta con gli azionisti? Meglio, mille volte meglio, gli scugnizzi incoscienti e sanfedisti.
Edoardo Pansini, che sopravvive al figlio, è un personaggio scomodo: rappresenta idealmente quella parte di città che non accetta di essere «liberata», come i settantaquattro militari napoletani che, nei Balcani, dopo l’armistizio, entrano nella «Divisione Italia» e danno man forte ai partigiani di Tito. Non a caso, Pansini non scioglie il suo gruppo, prova a stanare i gerarchi, sfonda le porte delle loro case, sequestra il cibo che vi nascondono per alimentare il mercato nero e lo distribuisce al popolo stremato. Ha replicato con fermezza alla tracotanza nazifascista, ha messo i «democratici» Alleati di fronte a un popolo che possiede coraggio e dignità, ma questo non conta. Pansini è un intralcio per gli americani, che non vogliono colpire i fascisti e lasciarsi alle spalle gente libera di cui temere. Sono loro, gli americani, a chiudere una sua rivista già censurata dal regime, mentre le manette dei carabinieri chiudono la sua carriera di rivoluzionario. Il Codice Rocco, ancora oggi prodigo di aiuti per chiunque miri alla dignità d’un popolo, giunge a immediato sostegno e il capo partigiano dovrà difendersi dall’accusa di violazione di domicilio e furto della merce sottratta al contrabbando.
La repubblica per cui Adolfo Pansini morì e uomini come suo padre lottarono non è forse mai nata. Prevalsero la fedeltà ai blocchi nati a Yalta e l’antifascismo degli «uomini d’ordine» come Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica, che in Tribunale difese i collaborazionisti, nemici giurati dei partigiani. Per il grande avvocato s’era trattato solo di cause di forza maggiore, per il politico si poteva accettare tutto, tranne un popolo che decide di sé. Un modo come un altro per saldare conservatori e reazionari a tutela di interessi di classe. Un’intesa spuria che l’Europa delle banche ha rafforzato e non riguarda più solo l’Italia. E’ per questa sintonia classista che la Cancelliera tedesca può farci lezione e assegnarci i suoi  «compiti» deliranti.

Uscito su Report on Line il 3 settembre 2013, su Liberazione il 5 settembre 2013 e sul Manifesto l’8 settembre 2013

Read Full Post »