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Posts Tagged ‘Kapò’

11709244_963679683674847_6782447407768886380_nYanis Varoufakis si è dimesso ed è giusto sottolinearne la dichiarazione. I Greci hanno resuscitato la politica e tornano alla ribalta le parole che fanno paura ai padroni: sinistra e dignità.
Si è dimesso ma la lotta continua.
Ne hanno chiesto la testa i terroristi di Bruxelles: Merkell in testa, poi la banda di delinquenti che arma e finanzia il neonazismo ucraino. Renzi compreso, kapò dei kapò. L’hanno chiesto terroristi e traditori come Martin Schultz, nel quale giustamente Berlusconi, che forse se ne intende, riconobbe un kapò.
Li aveva chiamati terroristi, è vero, ma non c’è un’altra parola per definire la banda di delinquenti che l’Europa democratica si accinge a spazzar via. Terroristi terrorizzati, questo sì, e quindi più pericolosi. Terroristi e kapò disperati perché l’hanno capito: questo è solo l’inizio.
Onore al compagno Yanis Varoufakis!

“Non più ministro!
Il referendum del 5 luglio resterà nella storia come un momento unico per una piccola nazione che si è ribellata alla stretta del debito.
Come tutte le battaglie per i diritti democratici, lo storico rifiuto dell’ultimo Eurogruppo del 25 giugno porta con sé un caro prezzo. È quindi essenziale che il grande capitale ottenuto dal nostro governo con lo splendido risultato del “No” sia investito immediatamente in un “Sì” a una soluzione più consona: a un accordo che comprenda la ristrutturazione del debito, meno austerità, la redistribuzione per i più bisognosi e nuove riforme.
Poco dopo l’annuncio dei risultati del referendum, mi hanno fatto intendere che ci fosse una certa preferenza per una mia “assenza” da parte dei partecipanti all’Eurogruppo e di altri partner; un’idea che il primo ministro ha considerato potenzialmente favorevole per raggiungere un nuovo accordo. Per questo motivo lascio oggi l’incarico di ministro delle Finanze.
Considero un mio dovere quello di aiutare Alexis Tsipras, nel modo che ritiene più opportuno, per ottenere il massimo dal risultato che ci ha affidato ieri il popolo greco tramite il referendum.
Mi farò carico con orgoglio del disprezzo dei creditori.
Noi di sinistra sappiamo come agire insieme senza curarci dei privilegi che comportano i nostri incarichi. Per questo motivo sosterrò pienamente il primo ministro Tsipras, il nuovo ministro delle Finanze e il nostro governo.
Lo sforzo sovrumano per onorare il coraggioso popolo della Grecia, e il “No” che ha consegnato al mondo, è appena iniziato”.

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downloadLa Grecia nel cuore, come in altri cuori trovò posto la Spagna.
La Grecia nel cuore e nella mente col rischio consapevole di prender cantonate, con il bisogno di fare spazio ai sogni per non subire passivamente. Di attesa si muore dentro, ma lo scontro Bruxelles-Atene è tutto, meno che attesa. E’ palestra di rischi, progetto in corso d’opera e reazione all’idea ossessiva – o, se vi pare, alla «follia normale» di una società psichiatrizzata – che tende a convincerci dell’impossibilità del cambiamento. Stiamo zitti e ascoltiamo:

«Il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…».

Cos’è questo delirio che ripete fino all’ossessione un inganno e lo leva alla gloria degli altari come una verità assoluta? Sia quel che sia, per quanto si venda ogni giorno come «salute mentale», è questa l’autentica follia: questa versione popolare della morte della storia e della paralisi del conflitto che spaccia il capitalismo per la forma primigenia di ogni meccanismo economico. Tutto, anche il capitalismo, invece, nasce, cresce e muore. E intanto si lotta, perché è la lotta al fondo delle cose, l’antitesi tra opposti, e tutto cambia a tal punto che, non a torto, Eraclito osservò: «il sole è sempre nuovo di continuo» e «di tutte le cose è padre il conflitto, di tutte è re».
Sia come sia, non ci saremo dannati all’inerzia. La Grecia, così come ce la raccontano Mentana e soci, è una tempesta omerica subita passivamente, è il mare delle sirene che chiama verso gli scogli. Avanti, quindi, cera nelle orecchie e mani ai remi.
Se, come ha dichiarato, il governo greco intende uscire dalla Nato, perché non porre subito il problema che può modificare i rapporti di forza tra il governo eletto e i kapò del nuovo Reich?

«Voi insistete con la troika? Ok. Intanto fate le valigie e smammate. La Baia di Suda è territorio greco e ci faremo entrare chi ci pare. Così per il resto. Basta missili da testare, basi da cui puntare sul Nord Africa, minacce dirette ad Est. Per ora non stiamo con nessuno: chiudiamo con la Nato e aspettiamo. Poi, se il cappio non s’allenta, apriamo a Est. Ne abbiamo pieno e incontestabile diritto. La sovranità di un popolo vale almeno quanto la libertà di satira e sono scelte che non vi riguardano. Non farete cortei a Parigi: sareste così guitti nella tragedia, da far ridere persino gli islamisti».

La risposta giungerebbe durissima, non c’è dubbio, ma probabilmente più isolati di come sono i greci non si troverebbero e guai seri li avrebbero comunque anche gli alfieri delle «democratiche libertà». La Grecia fuori dalla Nato creerebbe gravi problemi strategici e militari e peserebbe in maniera tremenda sugli equilibri geopolitici. La patria di Omero è un Paese economicamente insignificante, ma ha un ruolo di primo piano nello scacchiere militare mediterraneo. Ci sono greci in Afghanistan e nei Balcani e il loro ritiro porrebbe il problema della sostituzione. E’ vero, il cappio già stretto diventerebbe strettissimo, ma chi dice che non servirebbe a nulla far notare quanto costi non solo economicamente la cooperazione militare con Israele e minacciare di abolirla? E, per concludere, quanto ossigeno porterebbe alla Grecia strangolata dalla ferocia neonazista della Troika un’apertura autentica verso Est?
Le conseguenze? Nascerebbe probabilmente una nuova Cuba ma, mentre l’originale ha dimostrato che non sempre il capitalismo è onnipotente, a chi converrebbe crearne una fotocopia in piena Europa? Quanto spazio ci sarebbe per «Alba Dorata» e quanta somiglianza con la Spagna del 1936? Quanto peserebbe una Cuba egea simile alla «Spagna rossa»? Quanto inciderebbe tutto questo sulla politica di aggressione occidentale verso est e quanta divisione seminerebbe?
E’ probabile che non si possa uscire da questo scontro economico senza sfiorare il confronto militare tra potenze di prima grandezza. La guerra, anzi, è già nei fatti e una Grecia assediata agevolerebbe processi di radicalizzazione dell’inevitabile conflitto tra sfruttatori e sfruttati. Guerra e rivoluzione, però, sono spesso parenti e una guerra civile in Grecia rafforzerebbe la resistenza popolare entro e fuori la madre della nostra civiltà, rimanderebbe all’esperienza spagnola e offrirebbe alle minoranze più consapevoli dell’intero Reich – da Lisbona a Madrid – l’opportunità di giocare un ruolo attivo.
Qui da noi, col naturale venir meno dei nonni, la condizione dei giovani sarà presto insostenibile e se ci sono in giro ragazzi di casa nostra che, armi in pugno, lottano per l’Islam, perché non dovrebbero essercene molti di più disposti ad andare a combattere il neonazismo che li affama là dove le contraddizioni esplodono e il ricatto economico del capitale finanziario non lascia scelta tra servitù e conflitto armato?

Agoravox, 26 febbraio 2105

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