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Posts Tagged ‘Eraclito’

Giuseppe-Aragno-Tre-620x465Desidero ringraziare Ciro Crescentini per questa intervista che ha pubblicato sul “Desk”, il suo giornale indipendente. Da quando è iniziata questa breve, intensa, ma soprattutto inquietante campagna elettorale, questa è di fatto una delle rare occasioni in cui un candidato prova a parlare di politica. Sono state le sue domande a consentirmelo e di questo non posso che essergli grato.

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Giuseppe Aragno, 72 anni, professore in pensione, storico dell’antifascismo e del movimento operaio si è  candidato con Potere al Popolo, il movimento politico che si ispira  al Partito laburista inglese di Jeremy Corbyn, alla France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e agli spagnoli di Podemos provando a rifondare la sinistra nel nostro Paese. Aragno è candidato nel Collegio Uninominale Napoli 5 (comprende  i quartieri di Arenella, Vomero, San Carlo all’Arena, Piscinola e Miano).
Il Desk ha incontrato Aragno per un’intervista con l’obiettivo di affrontare le questioni politiche di merito senza formalismi e giri di parole. Una bella conversazione, un significativo documento storico. Siamo soddisfatti!

Professore Aragno, è ancora possibilità  fare politica nel nostro Paese e ipotizzare un nuovo modello di società?
Come scrisse Aristotele, l’uomo è un «animale politico» e tende per natura a vivere con i propri simili e a formare comunità. Quali che siano le condizioni in cui vivranno, gli uomini faranno perciò comunque politica. Divisi da interessi diversi, essi lottano fra loro, ma non possono isolarsi e lavorano per costruire e modificare la società; è un processo che vive di contrasti e produce  miglioramenti e peggioramenti. Non a caso, prima di Aristotele, Eraclito intuì che nella relazione di reciproca dipendenza tra due opposti concetti è implicita l’idea di conflitto e individuò il binario sul quale viaggia la storia politica e sociale dell’umanità: il bene, infatti, esiste solo perché c’è il male. Senza l’uno non avremmo l’altro, così come la fame è in stretta relazione con la sazietà, la pace con la guerra, l’acqua col fuoco. E via così. E’ vero, con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, i sacerdoti del neoliberismo hanno decretato la “fine della storia”. Con una sconcertante rozzezza ci hanno presentato il capitalismo e il suo mondo come un paradiso terrestre in cui, sparito il bisogno, non ci sarebbe stata più ragione di contrasto tra gli interessi. I fatti hanno dimostrato che il momentaneo trionfo del capitalismo ha prodotto invece una sorta di inferno, in cui il conflitto è ancora una volta il vero motore del cambiamento. Un nuovo modello di società, quindi, non solo è possibile, ma è già in corso di costruzione, perché non c’è ordine costituito che non contenga in sé i germi della sua dissoluzione e i semi di un mondo nuovo.

Si intensificano forme di qualunquismo e razzismo, soprattutto tra i ceti popolari. Questa regressione politica e culturale è prodotta dall’assenza dei partiti e dei sindacati di massa?
In alcune, interessanti e per molti aspetti attualissime pagine della sua storia del capitale finanziario, scritta nel 1940 al confine di Ventotene come dispense per i compagni confinati, Pietro Grifone, antifascista ed economista di notevole spessore, individuò nei sistemi politici autoritari, in particolar modo nel fascismo, il regime del capitale finanziario. La storia dell’Italia – che non a caso è la patria del fascismo – si può leggere anche alla luce di questa analisi. E’ significativo, per esempio, che l’autoritarismo di Crispi e la successiva crisi del 1898, corrispondano a due momenti di acuta crisi economica: quella determinata dalla “guerra doganale” con la Francia e l’altra, causata dalla guerra ispano-americana, dal conseguente collasso del commercio atlantico e dal fortissimo rialzo del prezzo del grano. I costi della guerra e lo scontro durissimo tra capitale e lavoro su chi dovesse pagarli, in altre parole la crisi del primo dopoguerra con l’inevitabile codicillo del discredito della politica, della guerra tra i poveri, del qualunquismo e del razzismo, condussero al fascismo. Certo, allora come oggi l’inadeguatezza dei partiti di massa e l’allontanamento delle masse dal sindacato agevolarono la reazione. Oggi, poi, mentre i partiti sono diventati organizzazioni personali di un leader e sono ridotti a comitati d’affari e strumenti di raccolta di un consenso cercato ad ogni costo, c’è una componente nuova che nessuno sembra avere interesse ad affrontare: una nuova rivoluzione industriale devasta a ritmi mai visti il mondo del lavoro e la società. E’ un quadro particolarmente fosco, nel quale non a caso si fanno largo intolleranza e razzismo e si disegna all’orizzonte un nuovo e pericoloso fascismo.

Potere al popolo non è stato costruito troppo in fretta? Non era opportuno rafforzare, estendere, i radicamenti territoriali?
In condizioni ordinarie risponderei sì. Ma noi viviamo davvero condizioni ordinarie? Io penso di no. Penso, al contrario, che Potere al Popolo sia la risposta necessaria che nasce nel momento in cui occorreva nascesse. Una risposta che il vecchio ceto politico, quello che ha guidato la “sinistra che non c’è”, non è in grado di dare. Forse la questione andrebbe vista in maniera del tutto diversa. Forse Potere al Popolo coglie in tempo il treno della storia; come spesso capita, lo fa perché ha saputo guardare lontano, così lontano, che non tutti hanno avuto la voglia, la capacità o anche solo l’umiltà per seguirne l’esempio. Se un limite può avere, è quello di essere una risposta necessaria ma apparentemente debole. Colpa di chi l’ha fatto nascere o di chi ha scelto di attendere, di stare a guardare con la segreta speranza di fare irruzione sul palcoscenico della crisi nelle vesti di chi raccoglie i cocci delle forze alternative e risolve la crisi? Non mi pare che la risposta sia difficile da dare. Mi riferisco, per esempio, a uomini che stimo, come Montanari e De Magistris, che hanno scelto di “saltare il giro” e di attendere un altro treno. Una scelta legittima, perché forse non hanno grandi forze che li seguano. Sta di fatto, però, che nessuno saprà quante ne avrebbero risvegliate. Spero sinceramente di sbagliare. Spero che un altro treno possa ancora passare, ma non ci credo. La storia non aspetta; il suo treno passa una volta e non torna. Per me Potere al Popolo ha un indubbio merito: ha colto lucidamente il momento storico che attraversiamo e ha lanciato l’allarme. Se ha visto bene  – e mi pare che sia così – non poteva aspettare. Toccava ad altri, a tutti gli altri, mettere da parte le ambizioni personali e prendere umilmente posto in trincea. Non è andata così. Ora occorre dare quanta più forza è possibile a chi ha avuto il coraggio di agire. I segnali sono purtroppo inquietanti e in discussione stavolta è la democrazia.

C’è ancora spazio per la sinistra sociale e di classe nel nostro Paese?
C’è un disperato bisogno di sinistra sociale e la lotta di classe è chiaramente in corso: la conducono i ceti dominanti, tornati d’un tratto razza padrona. Gramsci direbbe che si tratta di “sovversivismo dall’alto”. Molto probabilmente il degrado culturale e l’analfabetismo di valori che accompagnano la crisi, lo stato comatoso della scuola e dell’università, i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, impediscono che questo bisogno sia sentito con forte consapevolezza, ma è un bisogno fortissimo, che esiste ed è destinato a crescere. Si salderà, ecco un elemento sul quale riflettere, con la coscienza più alta della repressione e della negazione di diritti che posseggono i giovani immigrati, spesso colti, spesso politicizzati e comunque più pronti alla lotta, perché più maltrattati. In questo senso, a me pare che il modello che si costruisce nell’ex OPG sia l’indicazione di un metodo, una via “internazionale” per quanto locale. D’altra parte, come non vedere quali possibilità apra la crisi a un movimento che si proponga di creare rapporti con gli sfruttati di altri Paesi? Certo, la storia del movimento dei lavoratori, così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, è un capitolo chiuso, ma l’esperienza, la lezione sono più vive che mai e occorre rendersene conto: ci sono mille ombre, ma gli spiragli esistono e le luci filtrano. Sull’ultima spiaggia si sono già fermati eserciti agguerriti. Soprattutto quando pensavano di aver vinto e intendevano stravincere.

Professore, crede ancora nella costruzione di una società socialista?
Ci credo, sì, e non è per una fede “religiosa” o perché mi difendo chiudendo gli occhi sulla realtà. La verità è che ho una sconfinata fiducia nell’uomo e nella forza delle ragioni, che nei tempi lunghi prevale sulle ragioni della forza. La storia ha terribili inverni e noi ne stiamo vivendo uno. A ogni inverno, però, segue sempre il tepore di una primavera. Non ci vorrà un giorno e nemmeno un anno. Probabilmente non farò in tempo a vederlo, ma non ci credo per inguaribile utopismo. La barbarie ci minaccia da ogni parte. La barbarie ci assedia. Oggi come e più di ieri, però, la sola alternativa è il socialismo.

Ciro Crescentini, “Il Desk”, 22 febbraio 2018

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Archeologia-Prometheus-3Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.
A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva  carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.
Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.
Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvvido regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il Palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.
Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.
Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompe le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto. Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare. E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Fuoriregistro, 2 agosto 2016; Agoravox, Psicoanimismo e la Sinistra Quotidiana, 3 agosto 2016

 

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Provo a mettere insieme i dati taciuti e ne tiro fuori l’insegnamento. Lo faccio ora, prima dell’esito di un bassorilievoreferendum che, comunque vada, segna la vittoria dei popoli sugli egoismi nazionali, le spinte autoritarie e l’Unione Bancaria Europea.
Che la tragedia greca non sia un banale fallimento economico, ma una battaglia di democrazia, condotta contro organismi economici che recitano ruoli politici impropri, diventa chiaro il 4 febbraio scorso, quando Draghi esclude i bond greci dai titoli utilizzabili dalle banche come “collaterale”. Il governo Tspiras è in carica solo da nove giorni e senza un motivo “tecnico” che giustifichi l’intervento Draghi lo costringe a dipendere totalmente dalla liquidità di emergenza fornita dal contagocce della BCE.
In gergo mafioso si dice “incaprettare”.
Com’è facile prevedere, la decisione è un colpo di pistola da starter che fa partire la fuga di capitali. Non contento, per stringere meglio il cappio, Draghi fissa un tetto per le banche greche in tema di acquisto di titoli di Stato. E’ trascorso così poco tempo dal passaggio di consegne destra-sinistra, la situazione è così uguale a se stessa, che lo strangolamento progressivo ha una sola possibile spiegazione: la BCE intende mandare a gambe all’aria il governo di sinistra, che rivendica il diritto di governare la crisi e oppone le sue proposte all’ukase dell’Europa. Un contegno che riduce l’Europa a una dittatura economica di organismi mai eletti, decisi a ridurre la Grecia al rango di colonia e ad impedire al governo Tsipras di prendere misure economiche a tutela degli strati più deboli e provati del Paese. Si è andati avanti così fino alla fine della trattativa e non aveva torto Grifone, quando sostenne che il regime politico del capitale finanziario è l’autoritarismo di stampo fascista.
Per quanto il circo mediatico abbia provato a fare da cassa di risonanza delle menzogne padronali, dal 4 febbraio la questione è diventata apertamente politica e ormai non c’è dubbio: la lotta per la sopravvivenza dei greci è anzitutto scontro per la democrazia in Europa. La scelta di Draghi è gravissima e si configura come il deliberato tentativo di un organismo di natura economica di alterare a fini politici la situazione finanziaria di un Paese sovrano. Fatte le debite proporzioni, si prepara così un golpe di tipo cileno, che non ha bisogno, però, di metter mano alle armi. Bastano i bancomat. Per vie traverse e meno scopertamente, si vuole fare a Tsipras e ai greci ciò che fu fatto a Salvador Allende e ai cileni.
Con questa pesantissima ipoteca si sono aperte e sono andate avanti le trattative tra l’Unione delle Banche Europee e la Grecia di Tsipras, che ha posto subito e invano un problema: la presenza al tavolo del Fondo Monetario Internazionale, che ha fatto la sua apparizione al livello politico solo da qualche anno – fu imposta dalla Germania nel 2010 – era ed è una contraddizione in termini. Il FMI, infatti, non ha nulla da spartire con l’Europa, è una “banca” mondiale, non ha dignità e legittimazione democratica per sedere a un tavolo politico e, particolare non del tutto marginale, è creditore di 32 miliardi contro i 300 degli Stati dell’Unione, ma risulta spesso decisivo.
Invano Tsipras ha prodotto un documento firmato nel 2012, in cui i creditori si impegnavano a ristrutturare il debito in cambio del conseguimento di un obiettivo che la Grecia ha centrato: 1.300 milioni di avanzo primario nel 2013. Per i creditori, l’accordo firmato è solo carta straccia. Invano si sono opposte controproposte a proposte ferocemente ultimative. Il 12% sui redditi superiori al milione di euro, un consistente aumento di tasse per le imprese, una forte sforbiciata alle spese militari, insomma otto miliardi di tagli in due anni – il 4,4 % del Pil – aggiunti a un rialzo dell’Iva, non sono bastati. La signora Lagarde è stata irremovibile. Ex serva sciocca di Sarkozy, giunta alla testa del Fondo Monetario Internazionale dopo il misterioso siluramento di Strauss-Kahn, che, si disse, allungava le zampe sulle cameriere d’albergo, è un disco incantato: tagli delle pensioni e degli stipendi. Tagli, per un Paese in cui il 60 % della popolazione supera o si accinge a superare la soglia di povertà e la mortalità infantile è salita a percentuali da Medio Evo.
Nessun creditore nega che cinque anni fa gli “scienziati” delle banche giuravano che il Pil greco si sarebbe contratto del 5% in conseguenza del salasso imposto alla culla della civiltà europea. Siamo ormai a una contrazione del 25%, la medicina sta uccidendo il malato, ma il medico è lì e pretende di imporre ancora la sua ricetta: tagli di salario, pensioni ridotte all’elemosina, privatizzazioni selvagge, aumenti  indiscriminati di tasse e cancellazione di ciò che resta del welfare.
Se chiedete a Renzi cosa sia andato ad approvare a Bruxelles, non lo sa. I negoziati sono sempre stati in mano a tecnici non eletti e i ministri hanno firmato documenti di cui ignorano i particolari. Renzi, d’altra parte, nessuno l’ha eletto. Si è giunti al punto che il ministro d’Irlanda ha denunciato scandalizzato di non aver nemmeno potuto leggere la proposta presentata alla Grecia. L’avesse fatto, vi avrebbe trovato solo un esempio istruttivo di neonazismo economico: la paranoia di Schauble sulla sostenibilità del debito.
Per mesi le banche hanno creduto ottusamente nel loro potere d’intimidazione, ma gli è andata male. La forza superiore non spegne il conflitto e il greco Eraclito insegnò: “Avvengono le cose secondo contesa […]. Per l’anima morte è divenire acqua, per l’acqua morte il divenire terra, ma dalla terra vien l’acqua, dell’acqua l’anima”. L’unno Schauble non poteva capirlo: la parola è passata al popolo, che in queste ore sta decidendo. Non è retorica. E’ una stupenda pagina di storia e ancora una volta la potentissima flotta imperiale, che sognava il trionfo sulla piccola Atene, è intrappolata a Salamina. Uno a uno i grandi e impotenti vascelli colano a picco sotto l’urto delle agili imbarcazioni della democrazia. E’ una costante della storia: la forza delle ragioni sconfigge le ragioni della forza.

Fuoriregistro e Agoravox, 6 luglio 2015

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downloadLa Grecia nel cuore, come in altri cuori trovò posto la Spagna.
La Grecia nel cuore e nella mente col rischio consapevole di prender cantonate, con il bisogno di fare spazio ai sogni per non subire passivamente. Di attesa si muore dentro, ma lo scontro Bruxelles-Atene è tutto, meno che attesa. E’ palestra di rischi, progetto in corso d’opera e reazione all’idea ossessiva – o, se vi pare, alla «follia normale» di una società psichiatrizzata – che tende a convincerci dell’impossibilità del cambiamento. Stiamo zitti e ascoltiamo:

«Il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…
il cambiamento non è possibile…».

Cos’è questo delirio che ripete fino all’ossessione un inganno e lo leva alla gloria degli altari come una verità assoluta? Sia quel che sia, per quanto si venda ogni giorno come «salute mentale», è questa l’autentica follia: questa versione popolare della morte della storia e della paralisi del conflitto che spaccia il capitalismo per la forma primigenia di ogni meccanismo economico. Tutto, anche il capitalismo, invece, nasce, cresce e muore. E intanto si lotta, perché è la lotta al fondo delle cose, l’antitesi tra opposti, e tutto cambia a tal punto che, non a torto, Eraclito osservò: «il sole è sempre nuovo di continuo» e «di tutte le cose è padre il conflitto, di tutte è re».
Sia come sia, non ci saremo dannati all’inerzia. La Grecia, così come ce la raccontano Mentana e soci, è una tempesta omerica subita passivamente, è il mare delle sirene che chiama verso gli scogli. Avanti, quindi, cera nelle orecchie e mani ai remi.
Se, come ha dichiarato, il governo greco intende uscire dalla Nato, perché non porre subito il problema che può modificare i rapporti di forza tra il governo eletto e i kapò del nuovo Reich?

«Voi insistete con la troika? Ok. Intanto fate le valigie e smammate. La Baia di Suda è territorio greco e ci faremo entrare chi ci pare. Così per il resto. Basta missili da testare, basi da cui puntare sul Nord Africa, minacce dirette ad Est. Per ora non stiamo con nessuno: chiudiamo con la Nato e aspettiamo. Poi, se il cappio non s’allenta, apriamo a Est. Ne abbiamo pieno e incontestabile diritto. La sovranità di un popolo vale almeno quanto la libertà di satira e sono scelte che non vi riguardano. Non farete cortei a Parigi: sareste così guitti nella tragedia, da far ridere persino gli islamisti».

La risposta giungerebbe durissima, non c’è dubbio, ma probabilmente più isolati di come sono i greci non si troverebbero e guai seri li avrebbero comunque anche gli alfieri delle «democratiche libertà». La Grecia fuori dalla Nato creerebbe gravi problemi strategici e militari e peserebbe in maniera tremenda sugli equilibri geopolitici. La patria di Omero è un Paese economicamente insignificante, ma ha un ruolo di primo piano nello scacchiere militare mediterraneo. Ci sono greci in Afghanistan e nei Balcani e il loro ritiro porrebbe il problema della sostituzione. E’ vero, il cappio già stretto diventerebbe strettissimo, ma chi dice che non servirebbe a nulla far notare quanto costi non solo economicamente la cooperazione militare con Israele e minacciare di abolirla? E, per concludere, quanto ossigeno porterebbe alla Grecia strangolata dalla ferocia neonazista della Troika un’apertura autentica verso Est?
Le conseguenze? Nascerebbe probabilmente una nuova Cuba ma, mentre l’originale ha dimostrato che non sempre il capitalismo è onnipotente, a chi converrebbe crearne una fotocopia in piena Europa? Quanto spazio ci sarebbe per «Alba Dorata» e quanta somiglianza con la Spagna del 1936? Quanto peserebbe una Cuba egea simile alla «Spagna rossa»? Quanto inciderebbe tutto questo sulla politica di aggressione occidentale verso est e quanta divisione seminerebbe?
E’ probabile che non si possa uscire da questo scontro economico senza sfiorare il confronto militare tra potenze di prima grandezza. La guerra, anzi, è già nei fatti e una Grecia assediata agevolerebbe processi di radicalizzazione dell’inevitabile conflitto tra sfruttatori e sfruttati. Guerra e rivoluzione, però, sono spesso parenti e una guerra civile in Grecia rafforzerebbe la resistenza popolare entro e fuori la madre della nostra civiltà, rimanderebbe all’esperienza spagnola e offrirebbe alle minoranze più consapevoli dell’intero Reich – da Lisbona a Madrid – l’opportunità di giocare un ruolo attivo.
Qui da noi, col naturale venir meno dei nonni, la condizione dei giovani sarà presto insostenibile e se ci sono in giro ragazzi di casa nostra che, armi in pugno, lottano per l’Islam, perché non dovrebbero essercene molti di più disposti ad andare a combattere il neonazismo che li affama là dove le contraddizioni esplodono e il ricatto economico del capitale finanziario non lascia scelta tra servitù e conflitto armato?

Agoravox, 26 febbraio 2105

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Luci e ombre

Questa tua mania di attaccarti alle parole come fossero vita, sangue, muscoli e nervi della realtà non è semplicemente puerile. E’ patologica come un’ossessione e mi mette a disagio…
Dietro il tono pacato di Lucia, s’intuiva una rabbia rancorosa. Sono anni ormai che stai lì a imputarti sui tuoi sogni, i tuoi principi, le tue impossibili storie, ma la vita vera non è quella dei tuoi militanti martiri e santi, pareva dire coi suoi occhi grandi, neri ed espressivi, che si facevano impenetrabili. O forse, forse c’era compatimento nel ripetuto ma impercettibile no della testa tutta ricci abilmente tinti di nero corvino che incorniciavano la fronte in guerra perenne con le rughe. Una sorta di compassione che a stento affiorava sul velluto innaturale del viso, dietro il trucco lieve ma incredibilmente efficace che, Dio solo sa come, cancellava pallori e rossori, esaltando il disegno delle labbra misteriosamente innocenti e sensuali.
Ognuno vede se stesso e gli altri con la luce che gli viene dalle cose in cui crede e per le quali vive. Luci di dentro. Accendono e spengono un mondo che non vediamo com’è, ma come ci appare in un eterno gioco di chiaroscuri che inconsciamente disegniamo.
Alessandro si portava dentro i sogni d’una giovinezza lontana, semplicistici, forse. “Utopie senza futuro“, come da tempo sosteneva Lucia, senza nemmeno provare a dissimulare un dispettoso fastidio che talora pareva disprezzo. “Sogni egualitari con i quali volevamo combattere le fatidiche ‘grandi ingiustizie’ e n’è venuto fuori questo letamaio!
Se la luce di Alessandro si fermava sulla disperazione che sbucava da ogni parte e diventava rivolta, il buio che Lucia portava dentro, pragmatico e cupo, figlio naturale della delusione, ricopriva la disperazione fino a farla sparire. Lei vedeva luci che ad Alessandro parevano ombre: l’abitino griffato che “si porta molto, ma vedi? E’ senza prezzo… Un amore, sì, ma occorre vedere addosso come scende“.
Luci ed ombre.
Il conflitto è nelle cose. Da Eraclito a Marx: acqua e fuoco, ricco e povero, operaio e padrone – ripeteva a se stesso Alessandro che, per Lucia, avrebbe fatto meglio a occuparsi più spesso della barba e dei capelli che l’invecchiavano troppo.
Ed è un peccato, osservava la donna, perché la tua, tu, potresti dirla ancora e non lo vedi…
Come tu dici la tua, certo…
Alessandro, in verità, la sua la diceva, ma sceglieva un terreno diverso: riunioni, appelli in piazza, manifestazioni e, se capitava la manganellata, pazienza. Come un disco incantato, qualcuno allora ripeteva: Alessandro? Su lui sì, su lui si può contare.
Alla fine, ognuno diceva la sua dove gli pareva che ci fosse da dirla. Così, se per Lucia cortei e proteste erano “quanto di più patetico si possa vedere in città al giorno d’oggi“, i periodici “saldi al 30 % da ‘Camomilla’, che poi ti frega e ricicla il museo degli orrori” erano per Alessandro “la prova più evidente dell’inizio della fine“.
Come accade assai spesso nella vita, tra le luci e il buio c’era probabilmente una terra di nessuno in cui si confondevano albe e tramonti, aurore e crepuscoli e l’intera gamma delle tonalità di grigio pronta a miscelarsi a un qualche sconosciuto colore. C’era, impercettibile ancora, ma pronto a germogliare, il mondo nuovo. Più giusto o più ingiusto si sarebbe capito dopo, ma a domandarglielo, Lucia t’avrebbe detto che “tutto rimane in fondo sempre uguale a se stesso” e Alessandro l’avrebbe punzecchiata: “Tu no, tu sei certamente cambiata“. Dentro però, lui continuava a crederci: altri avrebbero provato a cambiare le cose, uno per passione o per ossessione, un altro per compassione di se stesso e degli altri, ci avrebbero provato ancora. E ne sarebbero nati grandi amori, forti passioni, tremende delusioni. Uno avrebbe pensato dell’altro che era patetico e quello l’avrebbe guardato con compatimento. E se l’angoscia lo prendeva e una malinconia invincibile pareva averla vinta, lo sollevava improvvisa una speranza insensata, irrazionale eppure lucida e puntuale.
E’ questo, si domandava, solo questo che resta di quanto abbiamo cercato? Questo resta di noi e degli altri, questo fiume melmoso d’anime, di pensieri e di lamenti? E quand’è che abbiamo sbagliato? Quando c’è parso giusto ribellarci assieme, oppure oggi, che ognuno fa la sua strada e tutti siamo soli?
Lucia stringeva le belle labbra in una smorfia fino a farsi male e replicava:
Non c’è mai stato un tempo della ragione e uno dei torti. C’è la vita che scorre e ci cambia.
Ci cambia quando rinunciamo a cambiarla, brontolava Alessandro, mentre irrimediabilmente la luce sua da dentro oscurava il buio di Lucia.
Luci ed ombre.
Dov’è mai la ragione, se una ragione c’è nell’intrico delle nostre cose? L’improvviso e devastante fragore dei tre cacciabombardieri che a quell’ora partivano puntuali dalla vicina base li schiacciava al suolo come fossero due insetti. Portavano con sé, nei modernissimi motori, un mondo che voleva essere nuovo ma pareva antichissimo. Un mondo che chiamava pace la guerra e divorava in mille modi la vita: i fuggiaschi lasciati a morire nel Mediterraneo, i giovani senza futuro, i vecchi senza pensione, gli operai sempre più servi della produzione. In quell’arroganza senza limiti, luci e ombre si fondevano in un sentimento di rabbia indistinta che risvegliava pensieri politici e sogni del passato. Era come la terra tremasse; Lucia e Alessandro ora lo sentivano bene senza bisogno di parlare: c’era nell’aria tutta l’elettricità d’un fulmine improvviso che nella notte, col rombo cupo del tuono, annuncia la burrasca.

Uscito l’1 settembre su “Fuoriregistro

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Mi piacerebbe parlare di scuola, senza dover dire nell’ordine “ragazze e ragazzi“, così come continuo a far uso di netturbino o spazzino, handicappato e cieco, e non mi convincono i ragionamenti da cui nascono l’operatore ecologico, il diversamente abile e il non vedente. Non ne faccio questioni di forma. E’ il contrario. Si tratta di sostanza: c’è una maniera di parlare e scrivere che appiattisce il pensiero sull’idea corrente, scade nel conformismo e nuoce all’intelligenza critica.

Mi piacerebbe parlare di scuola, senza cancellare un’idea tutta sindacale, da lavoratore, e poter dire, senza scandalizzare, che mi pagano poco e faccio sinceramente troppo. Poterlo dire e non sentirmi replicare che nessuno m’impedisce di cambiar mestiere.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola, per ricordare le centomila volte in cui i “peggiori” diventano bravissimi, quando mettiamo da parte le scartoffie di politici e sedicenti “esperti” e, se ci pare giusto, facciamo teatro e laboratorio tutto l’anno, perché il balbuziente giunge allo scioglilingua, il classico “svogliato” protesta al suono dell’ultima campana – “Noooo! Già finito?” – e l’eccellenza si fa, se possibile, ancora più eccellente.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dalla saggezza popolare d’un tempo semplice e più onesto, quando un contadino semianalfabeta sosteneva con qualche ragione che “gli ultimi a scuola spesso sono i primi nella vita“. Tutti sappiamo che intendeva, il contadino ma, pressati dal giardino zoologico della politica e dalla Vandea accademica, facciamo fatica a riconoscerlo e ci teniamo per noi ciò che pure ci ha insegnato don Milani: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola“.

Mi piacerebbe parlare di scuola, dando il giusto valore alla programmazione e alla verifica, senza dimenticare il fine ultimo e quello immediato, verificando ogni giorno se li capisco, gli studenti, se gli studenti capiscono me e se si fanno capire. Mi piacerebbe se da fuori venissero a valutarmi. Vorrei però che lo facessero per capire se i miei studenti si stanno schierando contro la miseria morale del sistema che li valuterà, se cresce in loro la nausea per il razzismo che dilaga, se coltivano grandi e nobili ideali da opporre all’analfabetismo di valori che tenta di annichilirli, se sanno dubitare di quello in cui credono, se hanno orrore di un mondo in cui pochi spendono e spandono e molti muoiono letteralmente di fame, se hanno scoperto, infine, che, quando un pilota vola sulla Libia di turno, in nome della libertà e della democrazia, i popoli diventano più servi, i poveri più poveri e i ricchi assai più ricchi.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dal fatto che ho bisogno di soldi per comprare libri, mi occorre un anno sabatico per aggiornarmi, una università che non sia sulla luna e una valutazione della formazione consapevole del fatto che investiamo sul futuro in un contesto dato, che un professore è più bravo se è stato maestro per qualche anno e della sua vita professionale possa dire: “io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero“. Ho tentato sempre di cancellare l’odio, ma ho cercato di far capire che la legalità non è sinonimo di giustizia sociale e, con Eraclito, ho ricordato sempre che il motore della storia è il conflitto.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola.

Uscito su “Fuoriregistro” il 30 marzo 2011

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Da ragazzo, anni di guerra significava per me soprattutto memoria: gli anziani ricordavano il lampo nel silenzio prima dell’esplosione assordante, il rombo cupo del cannone a stento interrotto dall’urlo soffocato della morte e il fumo acre e dilagante che nasconde uomini e cose in una nebbia soffocante che stringe di angoscia le devastazioni materiali e quelle morali.
Anni di guerra furono allora per me – e forse lo sono ancora – l’oscenità del potere che si fa d’un tratto patria e chiama imperioso, fa le antiche capriole logiche, s’imbelletta di ragioni morali – c’è sempre una causa nobile a muovere la carneficina – e domanda cupamente sangue.
Così li immaginavo, gli anni di guerra, come sono da sempre, coi giovani affardellati che vanno a morire tra le bandierine e gli inni, nemici senza perché, petto contro petto, scudo contro scudo, daga contro daga, pieni la testa d’onore e paura, e sanno solo che un tiranno ha sbarrato la via che conduce fino al ferro, una tribù di barbari ha occupato l’oasi nel deserto o il valico innevato che guarda la pianura, che l’opulento vicino ci affama, che l’infedele non rispetta il pellegrino sicché Dio lo vuole, che ci hanno costretto in cono d’ombra e lo spazio ci serve, un po’ di spazio al sole, ed è spazio vitale.
Per tutto questo, solo per questo, in fondo per niente, ogni mano che può ha l’obbligo di spegnere vite: una, cento, centomila. Ricordavo Hiroshima.
Anni di guerra, pensai in quel tempo della mia prima giovinezza – ma ancora lo penso talvolta – sono gli anni dell’anima “animale”, della violenza individuale eletta a regola di vita collettiva.
Sentii allora, però, nelle tormentate riflessioni della giovinezza, che gli anni di guerra sono anche la risposta indiretta e definitiva all’utopia, l’assenza di alternativa, il buio profondissimo della ragione. In ultima analisi, il ritorno alla natura beluina della scimmia antropomorfa. Irrimediabile ritorno al codice delle diverse gradazioni della quantità e della qualità della violenza, all’indomita ed essenziale ferocia primordiale contro la quale cozzano invano e vanno in pezzi i millenni del progresso, la luce già fioca della scienza, l’imbelle sapienza storica, che si fa d’improvviso interminabile sequela di brutalità.
Anni di guerra fu intorno ai sedici anni il naufragio dei sogni.
Questo, dopo tanto riflettere, ciò che di mio rimase a me per gli anni che non erano venuti e sono poi andati, per quelli che non ho ancora vissuto e che forse verranno: un naufragio.
Negli anni di cui parlo, la guerra significò per me il dolore della crescita, che infine è invecchiamento, e l’inaccettata violenza accolta nella mia vita con stupore condizionante. Mentirei, tuttavia, se non dicessi che fu scontro lacerante ed inesausto – e perciò non ancora risolto – tra un impossibile rifiuto totale e la rivolta che covava dentro.
Si può scegliere Ghandi e vivere una vita disubbidiente – com’è vivo nell’arco breve del tempo che ci è dato il percorso dei millenni – e sentire dentro la contraddizione distruttiva tra l’amore e l’odio, la tolleranza assunta come tesi, la rabbia intuita come antitesi. Si può. Ma la sintesi è sempre e solo fatica. Fatica senza fine.
E’ vero, oggi ho messo la coscienza in pace – ma è un equilibrio precario e senile – nelle acque calme della libertà che va difesa, nella sacralità della lotta senza quartiere che antichi guerrafondai nobilitarono nella formula classica: “bellum pro aris et focis”. Mi sono tranquillizzato, fingendo di non sapere quanto di “patria” ci sia – e perciò quanto di falso – nella formula pacificatrice che giustifica la guerra.
Talvolta, però quando il peso degli anni non s’avverte ed un’improvvisa passione smuove le acque, l’antica tempesta si scatena e nel melmoso presente si fa strada una convinzione finalmente più libera, una invincibile necessità di chiarimento. Accade così che mi pare di poter dare ad “aris et focis” una dimensione planetaria, quella che forse in fondo sento vera, una dimensione che attraversa con rabbia passato, presente e futuro e, annullata la dimensione del tempo, sbotta in armi violentissima e non offre più scampo. Mi ricordo così di quella parte della mia generazione partita dagli slogan irridenti del pacifismo sessantottino e giunta al sogno d’un mondo in armi – tutto in armi – per l’impatto decisivo e definitivo. Rivoluzione dicevamo, ma era probabilmente molto di più. Aris et focis era il pianeta degli emarginati e non mentiva di pace. Rispondeva con la guerra alla guerra.
Ricordo ancora quel sogno furibondo e senza gradazioni di colori. Il sogno – chiamatelo se volete anche incubo, ma non sarò d’accordo – il sogno che metteva da una parte chi vive e dall’altra chi sopravvive, con l’incredibile complessità del sopravvivere. Complessità senza fine che non indicava solo le condizioni materiali della vita, ma anche e forse più quelle spirituali. Non il cibo del corpo, ma quello dell’anima insidiata, storpiata ed annichilita dalla violenza senza fine delle convenzioni sociali.
Oggi come allora mi chiedo quale domani ho sognato. Oggi come allora non sento minacciato il futuro, nel senso di tempo che verrà. E’ il sogno, semplicemente il sogno ad essere escluso, proibito, vietato e perseguito.
Questa esclusione, questa proibizione – oggi lo so – generò poi l’estremismo di cui ci ammalammo.
Per desiderio di sogni si può accettare una guerra e farla, senza dichiararla, mettendo nel conto i morti inutili dall’una come dall’altra parte, l’impossibilità di vincere se non alla condizione irrealizzabile di rivoluzionare le leggi della storia. E però, mi dicevo e mi dissi, Eraclito ha davvero ragione: acqua e fuoco. Eccola la guerra, senza speranze, senza che l’uno elimini l’altra, e tuttavia irrimediabilmente in lotta; acqua e fuoco, fisiologicamente, biologicamente, cromosomicamente connaturati all’esistere e regolati da scelte individuali – ecologicamente equilibrate – tra chi si pone come acqua e chi sceglie le vie del fuoco.
Un punto solo, e però decisivo, mi appariva e mi appare irrinunciabile: non c’è, tra acqua e fuoco, non esiste equivalenza alcuna, non è possibile alcuna forma di interscambio etico. Ogni volta che un bambino muore di fame ed avrebbe potuto mangiare, ogni volta che una mina storpia un ragazzino e la bomba è uscita dalle nostre mani, ogni volta che un uomo entra in carcere, è torturato o ucciso solo perché ha avuto dei pensieri, ogni volta che il pensiero di un uomo, il sogno, l’utopia sono considerati un reato e perciò processati, ogni volta che un detenuto attende una sentenza e non ha un avvocato, ogni volta che un giudice è pagato dall’accusa, ogni volta che tutto questo accade – ed accade, purtroppo, accade ogni giorno – stare con l’acqua o col fuoco non è la stessa cosa. I conti del ragioniere – dare e avere – non rientrano, non rientravano e non rientreranno mai nella bufera che furono i miei anni di guerra. Eraclito non lo consente.
La storia è vero, non cambierà. E però, tra l’uomo che sogna e l’uomo che processa i sogni non c’è e non potrebbe esserci alcuna pacificazione etica. I sogni, restano tali, liberi, certo, anche quando si presentano in veste d’incubo e coi simboli sanguinosi della lotta per la vita. I giudici, che li conducono in tribunale solo perché stanno in testa agli uomini, potenza che per esistere non deve farsi necessariamente atto, i giudici sono altro. Ben altro. Acqua e fuoco.
Anni di guerra – dopo tanto girarci attorno – furono per me lo scontro duro di giovane comunista con le ritorsioni dell’antico gerarca, assolto senza processo dalla giustizia politica amministrata anni prima da Togliatti.
Come sa essere ironica la storia, come paradossale e lucida quando è la vicenda minima dei suoi anonimi protagonisti.
Togliatti certo non poteva saperlo e più non saprà, che i suoi giovanissimi compagni in un liceo di Napoli fecero tutti la guerra al gerarca fascista e tutti uscirono battuti e segnati. Tutti, tanti anni dopo, maturarono nei suoi confronti scelte irrevocabili.
Si lottava per nulla, si lottava d’istinto, da posizioni diseguali e squilibrate, con i piccoli scienziati della nuova borghesia a fare da spettatori rigidi e timorosi, a lasciarsi prendere dal fascino della matematica pura, dall’uomo che si presentava colto e potente, e si disponevano a firmare l’armistizio. Il gerarca offriva vantaggi evidenti: so capire e premiare – lasciava intendere – basta acconsentire.
Io però non volli firmare.
Non dirò che feci bene, né che avessi ragione. Non ho più voglia di atteggiarmi ad eroe.
Pesarono il temperamento romantico invaghito di se stesso, allora sì, lo ammetto, una giovanile vocazione al martirio appresa da amori infantili – “Cuore” letto sei volte e “I ragazzi della via Paal” imparato a memoria – l’insopprimibile avversione per l’autorità non autorevole – mio padre, tutti mio padre, i prepotenti – chissà, forse l’irresistibile fascino d’un nonno mai incontrato, d’una militanza che non chiede medaglie e fanfare, d’una rovina provocata in nome di un’idea. Tutto questo certo segnarono l’inizio degli anni di guerra.
Una corsa didattica fatta forse per ammaliare – così piaceva al fascista – il raffreddamento ad acqua, comparso chissà come tra noi in un’ora di laboratorio di fisica, l’offerta di un esempio che mi fu stranamente concesso – non accadeva mai e forse davvero il destino scelse per me – e la violenza dello scontro sembrò subito definitiva.
Ad acqua dissi, ad acqua raffreddavano i nostri soldati in Russia le mitragliatrici. Ad acqua soggiunsi, quando l’acqua in Siberia congela. Bella scienza portarono i fascisti fino a Mosca!
Un tremito marcato alla bocca carnosa, un moto impercettibile degli occhi tutt’ad un tratto stretti dietro la montatura degli occhiali pesanti e sporchi segnalarono la furia incontenibile che montava.
Vada a posto! – mi disse – vada a posto! Poi soggiunse: i socialisti a Mosca non c’erano. Avevano preferito scappare.
Ma hanno cacciato via Mussolini da Salò – fu la replica secca – e alla fine sono stati i fascisti a fuggire.
La mia vita di studente al liceo “Cuoco” si era accorciata quel giorno in maniera vertiginosa. E gli anni di guerra, la guerra che non volevo, gli anni di guerra erano destinati a durare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2003

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