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Posts Tagged ‘Giuseppe Aragno’

Tempo di “Didattica a Distanza” (“DaD”) per gli insegnanti; di giornate intere davanti ai dispositivi elettronici; di notizie allarmanti circa possibili doppi turni, aumenti folli dell’orario di insegnamento, valutazione e organi collegiali senza solida copertura giuridica.

Le mani sulla Scuola: la crisi della libertà di insegnare e di imparare” è un libro pubblicato lo scorso gennaio —  e scritto a quattro mani da Anna Angelucci e Giuseppe Aragno — che risponde alle domande: come si è giunti a questo punto? perché questa continua vivisezione sul corpo vivo della Scuola (senza mai, peraltro, chiedere l’opinione degli insegnanti)?

Non è forse vero che i docenti, in quanto professionisti dell’educazione e lavoratori non subordinati, hanno organi di autogoverno in materia didattica (come il Collegio dei Docenti, cui compete in ogni istituzione scolastica il potere deliberante in materia didattica ed educativa) a tutela della libertà d’insegnamento garantita dalla Costituzione?

Scuola: da “organo costituzionale” a “azienda pubblica a capitale misto”

Anna Angelucci — saggista, collaboratrice di Roars e Micromega, docente di italiano e latino nei Licei — si occupa della Scuola concepita dalla Costituzione come istituzione, e poi evoluta (involuta?) in quella che definisce “piccola o media azienda pubblica a capitale misto pubblico-privato”: deprivata della sua originaria funzione di ascensore sociale, per diventare cinghia di trasmissione di (dis)valori mercatistici, economicistici, tecnolatrici.

Scuola-azienda e docenti-impiegati 

Secondo l’Autrice la Scuola-istituzione è stata sacrificata al “new public management” imperante dal D.Lgs n.29 del 3 febbraio 1993, quando a tappe forzate si è dato l’abbrivio alla “trasformazione della Scuola della Costituzione tramite l’impiegatizzazione della categoria docente”. Tappa chiave è stata poi la cosiddetta “autonomia”, che ha in realtà accentrato i poteri nelle mani del “dirigente Scolastico” (definito “datore di lavoro” grazie al citato D.Lgs 29/1993), seguita dai tagli del dicastero Gelmini e dalla Legge 107/2015 (al secolo “Buona Scuola” renziana). Una sostanziale continuità d’intenti e di prassi, incurante degli avvicendamenti e dei colori partitici, sostanzialmente ubbidiente a linee guida dettate da Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, multinazionali varie, Confindustria e sue diramazioni; sulla scia di un pensiero unico neoliberista da far invidia alla fantasia di un Orwell.

Pochi spiccioli e ideologia delle competenze 

I dati che Angelucci offre parlano da sé. Come quelli sul “fondo per l’arricchimento dell’offerta formativa”, previsto dalla Legge 440/1997, ma impoverito dal 1997 al 2017 del 70%: tanto da poter scrivere che «lo Stato investe oggi, nelle scuole autonome, per i suoi studenti, 6,5 euro pro capite».

Il bombardamento ideologico sulle competenze, unito alla mania delle “misurazioni” e delle nuove tecnologie, ha prodotto «Una visione della Scuola che oggi al soggetto pensante ha definitivamente sostituito l’individuo agente, al bambino o all’adolescente riflessivo lo studente performativo, sottoposto al “dominio cognitivo e all’egemonia della razionalità capitalistica”». I gelminiani e berlusconiani tagli del 2008 (quasi 9 miliardi), uniti alla “autonomia”, hanno reso le scuole «libere di essere dismesse dallo Stato, ormai anche giuridicamente deresponsabilizzato» al punto di lasciarle finanziare dai genitori col contributo “volontario” (coatto), o dai supermercati tramutati in “sponsor”.

Coazione al digitale e “Didattica a Distanza” 

È il neoliberismo alla Milton Friedman, bellezza! D’altronde l’OCSE «nel 1998 ha stimato in 2.000 miliardi di dollari l’investimento per la Scuola nel mondo e in 1.000 miliardi negli Stati membri, con circa 4 milioni di insegnanti, 80 milioni di studenti, 315.000 istituti e 5.000 università: davvero un affare di dimensioni straordinarie, un business gigantesco, al pari di armi, guerre, farmaci, cibo, e-commercebig data» (e ora — potremmo aggiungere — DaD). Infatti, la stessa Autrice parla di “coazione al digitale“, «divenuto, da semplice strumento, principale obiettivo dell’apprendimento e suo contenuto esclusivo (…), coercizione a un consumo illimitato e, contemporaneamente, realizzazione di quel cambiamento mentale funzionale ai nuovi modelli organizzativi e produttivi dell’impresa, in un mercato globale totalmente focalizzato sulle nuove tecnologie».

Due Italie anche in ambito culturale e scolastico 

Partendo da una notevole mole di dati statistici, Giuseppe Aragno — storico dell’antifascismo e del movimento operaio, nonché docente di Lettere nei Licei — disegna dal canto suo un percorso storico dell’evoluzione del sistema scolastico italiano dalle fasi preunitarie ad oggi, con particolare riguardo agli scenari che spiegano l’attuale distanza tra Nord e sud della Penisola anche in ambito scolastico. Dalle politiche scolastiche del Regno di Napoli alla lotta dello Stato unitario contro l’analfabetismo, l’Autore rileva un evidente “sviluppo diseguale” tra le due parti dello Stivale, con sostanziale fallimento dei (rari e incoerenti) tentativi dell’Italia repubblicana per interrompere i danni perennemente apportati al tessuto sociale meridionale da quella che Aragno definisce “spirale della povertà”.

Un libro utile 

Una lettura imprescindibile, insomma, “Le mani sulla Scuola” (come anche il trattato di Stefano d’Errico “La Scuola distrutta”), se non si vuole soccombere (senza manco accorgersene) al rullo compressore delle prossime iniziative governative in materia scolastica.

Alvaro Belardinelli, La Tecnica della Scuola, 15 aprile 2020

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86700508_1048499445549732_2861029508599775232_oIl prof. l’ho incontrato 10 anni fa durante la mobilitazione dell’Onda. Lo conoscevo già come storico dell’antifascismo napoletano, ma vederlo resistere alle cariche insensate (quel giorno più che mai) della polizia davanti al Teatro San Carlo me l’ha fatto conoscere davvero. Perché la determinazione e la coerenza sono valori che non ha solo raccontato nei libri e negli articoli che ha scritto, ma che ha dimostrato sul “campo”. In questi anni il prof. ha instancabilmente parlato in tutte le scuole, le piazze, ovunque lo chiamassero per conservare la memoria di una città, la nostra, dove la resistenza ci scorre nelle vene.
Elisabetta è il medico che ogni donna vorrebbe incontrare: competente, concreta, empatica. Direte voi: che c’entra questo con l’attivismo, con la politica? In un’epoca in cui il corpo delle donne è oggetto di una continua speculazione politica (non c’è bisogno che citi le recenti, schifose, affermazioni di Salvini sull’aborto, vero?), in cui si è trasformato in un vero e proprio campo di battaglia, c’entra moltissimo. Difendere le donne, i loro diritti, i loro corpi, un servizio sanitario efficiente, gratuito e “laico”, è oggi forse una delle sfide più importanti e impegnative alle quali siamo chiamati.
Il prof. Giuseppe Aragno e la dott.ssa Canitano sono i candidati di Potere al popolo! per le suppletive a Roma (si vota il 1 marzo) e Napoli (si vota questa domenica!).
Sono competenti, vogliono bene alla loro città, chi li ha conosciuti lo sa e gli vuole bene. Aiutateci a sostenerli in questi ultimi giorni di campagna: non rassegnamoci alla dittatura del “meno peggio”!
 
Viola Carofalo

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Giuseppe-Aragno-Napoli-Potere-al-Popolo-720x300Anche a Napoli si tengono elezioni suppletive per sostituire un senatore deceduto. La destra schiera il solito capofila di clientele a dir poco “oscure”, il Pd mette in campo Sandro Ruotolo e riunisce dai peggiori renziani fino a De Magistris e Sinistra Italiana, in quello che sembra un test per le prossime elezioni regionali.

83579042_851058615390922_4674432063238045696_nLa prima fila alla presentazione di Sandro Ruotolo dice tutto

Potere al Popolo va quindi in logica solitudine – inutile, anzi dannoso, far “risucchiare” un abbozzo di alternativa reale dentro un orrendo calderone popolato di cacciatori di poltrone – e schiera Giuseppe Aragno, illustre storico, che centra subito da par suo il perché di questa scelta.
Un’intervista video da ascoltare affiancandola a quella di Elisabetta Canitano, che a Roma  corre contro il ministro dell’economia Gualtieri.
“Noi siamo antiliberisti, le destra e il centrosinistra hanno contribuito insieme allo sfascio del nostro paese – commenta Aragno – andiamo da soli perché siamo antiliberisti e poteremo nella campagna elettorale e speriamo in Parlamento, la voce di una sinistra che non c’è più”.
Sulla scelta di andare da soli, il candidato di Potere al popolo spiega: “Andiamo da soli, ma saremmo andati con De Magistris, ma ci hanno detto di no. Dietro Ruotolo c’è Renzi, c’è il Pd, ci sono quei personaggi e quei gruppi politici che hanno contribuito a creare i problemi nel paese e nello stesso Comune di Napoli”.

Redazione di Contropiano

Fonte: Fanpage
L’intervista video:
https://www.youtube.com/watch?v=AlnrRzLURkQ&feature=emb_logo

 

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E’ cominciata così:

Nuova Resistenza _o

I Maggio 1973

e non è mai cambiata.
Con gli operai e gli studenti:

Con gli operai

contro i neofascisti, la guerra, il razzismo, la repressione e lo sfruttamento:

contro i neofascisti

per l’ambiente, gli immigrati, la Palestina, la scuola e l’università,

per l'ambiente

tra lezioni in piazza e cariche della polizia

Lezioni in piazza (2)

fino a oggi, senza rimpianti e con il cuore ancora pieno di speranza

fotoprofilo

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fotoprofiloUn piccolo video della presentazione della mia candidatura all’assemblea che abbiamo tenuto alla Domus Ars 4 giorni fa con Potere al Popolo…
Centinaia di ragazze e ragazzi, tante compagne e compagni di una vita, tante persone che non si rassegnano e ogni giorno si mettono al servizio del prossimo…
In questi anni non ci hanno diviso solo fra bianchi e neri, Nord e Sud, ma anche per età. I giovani da una parte, i vecchi dall’altra, a guardarsi in cagnesco.
giovani reputati superficiali e disinteressati, gli anziani come me accusati di essersi mangiati tutto. Ma questi giovani si impegnano tutti i giorni, e ci sono 60enni e 70enni che hanno lottano per decenni. Loro guadagnano meno di mille euro per lavori precari, noi prendiamo pensioni da fame.
Siamo dalla stessa parte!
Ecco, quello che mi piace della nostra comunità è che rimettiamo insieme giovani e vecchi, con noi che passiamo il meglio della nostra esperienza, che a qualcosa pure serve, e loro che ci passano il loro entusiasmo e la loro carica.
Io non so come andrà a finire quest’avventura ma so che senza questo lavoro di tessitura l’Italia è destinata a morire!
Vorrei che anche a questo servisse la mia candidatura.
Grazie per aver creduto in me, grazie per il vostro impegno quotidiano. Spero di riuscire a rappresentarvi al meglio e di dare voce a quelli a cui la voce viene sempre tolta in nome di un potere cinico!
#elezionisuppletive #tuttanatastoria

https://www.facebook.com/giuseppearagno/videos/3109497419079770/

 

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Dopo 5 anni, “Radio Libertà” e la “Carrozza d’oro” tornano a Barcellona. Alla “Sala Fenix” il lavoro e la compagnia sono in cartellone dall’8 al 12 gennaio.
Scritta in italiano da Alfredo Giraldi in collaborazione con Giuseppe Aragno, “Radio Libertà” racconta la vicenda appassionante e la grande lezione civile di cinque napoletani poi dimenticati. Ringraziare la città catalana per l’ospitalità e l’amore che mostra per questo lavoro non è semplicemente un segno di cortesia; è riconoscenza, ringraziamento sentito e moto del cuore. Quel cuore nel quale vive da anni senza risposta una naturale domanda: perché in Spagna “Radio Libertà” si recita con successo e in Italia, a Napoli, in particolare, è volutamente ignorata?  Eppure Napoli è la città dei Grossi, in cinque protagonisti della storia…

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Radio Libertà es la historia de un programa radio en italiano de la Barcelona de la Segunda República. Una transmisión antifascista que hablaba de la Guerra Civil a los antifeixistres en Italia, que fue puesta en pie por un abogado napolitano, Carmine Cesare Grossi (1887-1975).

Radio Libertà es también la historia de la familia Grossi que elige de lliutar con coherencia contra el fascismo en una óptica internacionalista y llega a Barcelona a comienzos de la guerra civil, después de un itinerario muy largo, que pasa por la Argentina (donde la familia vivió 10 años), Bélgica y Francia.

Radio Libertà es, además, la historia de Ada, una chica de 19 años que da voz a una radio que hablaba en Italia de la España en guerra y pedía la ayuda de los antifascistas de toda Europa a la causa republicana.

El hermano de Ada, Aurelio, es herido en el frente de Teruel, donde lliuta junto con su hermano mayor, Renato Grossi. Este último, héroe olvidado, con veinte años se enfrenta a la fuerza inhumana de la historia, que arrasa los vencidos y no deja escapatorias. Renato verá toda su vida descrita en cinco rayas indiferentes de un informe policial, en el último interrogatorio tras el regreso a Italia.

Radio Libertà es, en fin, la historia de la soprano Maria Olandese, compañera y madre de gran fuerza. Hace 75 años, al finalizar la guerra, María vive con dolor la separación de la familia en diferentes campos de concentración franceses. Volverán a reencontrarse, en Nápoles, sólo después de la Segunda Guerra Mundial.

Radio Libertà es una historia que hay que contar y que la compañía napolitana, La Carrozzeria de Oro, presenta por primera vez en España, en versión original en italiano, con subtítulos en catalán.
https://youtu.be/xU7NB3NYGiE

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70180026_968879623454751_506055213140934656_nTeatro pieno per l’ultimo momento di dibattito e di confronto dell’#jesopazzofestival2019!
Istituzioni di prossimità, controllo popolare, amministratori di strada…
Anche stamattina continuiamo a interrogarci su come trasformare in meglio il nostro paese, come utilizzare le istituzioni come municipalità e comuni per intervenire sulla qualità della vita dei cittadini, portare nei palazzi la lotta delle classi popolari…
Subito dopo chiusura de #festival pranzando tutti e tutte insieme ❤️
Ecco il link della manifestazione:
https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/416510948997055/

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Il 16 maggio 2019, si è svolta la riunione costituente dell’Organo di garanzia di Potere al popolo. All’ordine del giorno c’erano i punti seguenti.
1. Elezione del presidente
2. Elezione del segretario
3. Prima analisi del caso relativo all’assemblea territoriale di Bari, giunto in email il 6 maggio scorso
4. Decisione circa la data della prossima riunione “di persona”

Alle 21:55 inizia la riunione.
Sono presenti Giuseppe Aragno, Virginia Amorosi, Didier Contadini, Federica Illiano, Pierluigi Luisi, Francesco Piccioni, Giulia Venia. Risultano assenti per problemi di connessione Biagio Borretti e Massimiliano Tresca. Risultano assenti con comunicazione preventiva Monica Natali e Maria Rachele Via.
Per quanto riguarda il primo punto, Giulia Venia propone l’elezione a presidente di Giuseppe Aragno. L’assemblea approva all’unanimità.
Giuseppe Aragno ringrazia e propone l’elezione a segretario di Pierluigi Luisi, che l’assemblea approva all’unanimità.
Al termine della riunione si decide di darsi un appuntamento di persona il giorno precedente a quello dell’assemblea nazionale. La prossima riunione è quindi fissata in presenza a Roma il 22 giugno prossimo, al pomeriggio.
L’ordine del giorno sarà trasmesso nei giorni precedenti la stessa riunione.

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Una bellissima recensione di Gian Luigi Bettoli, uscita oggi su “La Storia le Storia”. Non mi nascondo dietro l’ipocrisia della falsa modestia: ringrazio l’autore per quello che ha scritto e sono orgoglioso del mio lavoro.

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Maurizio Valenzi, Incubo su Napoli, 1973

Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. storie di antifascisti, Napoli, Intra Moenia, 2018, pp. 344, € 18.

A proposito di una foto

img286-296x420La chiave del libro è tutta in quella foto di copertina, resa famosa da Robert Capa, ma probabilmente scattata dal giovane partigiano comunista napoletano Alessandro Aurisicchio De Val, che vendette per poche lire al famoso corrispondente di guerra un rullino di immagini realizzate durante la rivolta.
Quella che figura al centro sembra una scugnizza, una tra i tanti ragazzi che parteciparono alla rivolta del settembre 1943 e poi ne divennero i simboli. Si chiamava Maddalena Cerasuolo, soprannominata Linuccia. In realtà quella ragazzina, protagonista della difesa del Ponte della Sanità contro le truppe tedesche, e per questo decorata con la medaglia di bronzo al valore militare, non stava lì per caso. Operaia, era figlia di Carlo, un cuoco licenziato per rappresaglia, dopo essere stato arrestato a seguito di un incontro con un attivista del Partito Comunista clandestino. Antifascista, in collegamento con il Pcd’i, ma anche monarchico. E già questo basterebbe come ouverture ad un libro tanto complesso ed approfondito, quanto vivace e scorrevole nella lettura.
Non prima però di ricordare coincidenze che partono da assai prima, e ci portano fino ai giorni nostri.

Attorno al Ponte della Sanità

Il Ponte della Sanità – oggi intitolato proprio a Maddalena/Linuccia, che dopo aver combattuto sulle barricate fu arruolata dal britannico SOE per missioni oltre le linee nazifasciste – fu edificato in seguito all’arrivo delle truppe francesi a Napoli, dopo la Grande Révolution e le sue propaggini giacobine in Italia. La sua funzione era quella di sorpassare, passandoci letteralmente sopra, quel quartiere popolare che si arrampicava sinuoso verso le alture su cui sorge la Reggia di Capodimonte.
Ancor oggi le guide turistiche locali riproducono un plurisecolare sentimento antifrancese e danno voce al rancore suscitato da quell’invasione di oltre due secoli fa, prevalente nella memoria popolare sul ricordo delle decine di nobili e borghesi giacobini, impiccati ai pennoni delle navi dell’ammiraglio Nelson dopo la repressione della Repubblica Partenopea. Quella “direttissima” francese – spiegano – dritta come un fuso, come voleva il razionale pensiero illuminista, fu anche la causa della marginalizzazione del quartiere Sanità, trasformato in un profondo fondovalle ed espulso dal fulcro della vita cittadina.
Sopra, salendo a destra per Via Santa Teresa degli Scalzi, poco prima del ponte, c’è pure il ricordo di uno scomodo paragone tra Pordenone e Napoli. Paragone ingenerosamente negativo, come se i festeggiamenti della monarchia sabauda, con i suoi ufficialetti di cavalleria e magnati industriali “foresti” – e pure il suo ospite Emilio Wepfer, fondatore con Alberto Amman dell’omonimo cotonificio a Borgomeduna, veniva dalla Campania – potessero in qualche modo coinvolgere moralmente il proletariato della piccola “Manchester del Friuli”, che in quell’epoca stava pronunciando i suoi primi vagiti antagonisti. Si tratta della famosa frase di Umberto I, accorso precipitosamente a Napoli nel 1884 durante un’epidemia di colera, abbandonando le esercitazioni militari sui magredi a monte di Pordenone: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”.
Ma la storia continua. Sotto il ponte, nelle catacombe di San Gaudioso sottostanti la Basilica di Santa Maria della Sanità, ed in quelle vicine di San Gennaro, è nata nel 2006 una cooperativa sociale: La Paranza, promossa dai giovani della parrocchia impegnati nella lotta per il risanamento del quartiere, contro la camorra. Una cooperativa che ha assunto cooperatori qualificati ed ha investito risorse per restaurare un importantissimo patrimonio archeologico, contribuendo così alla riscoperta di questa grande metropoli, attraverso l’autogestione dei lavoratori. Una realtà quanto mai vivace e protagonista, come dimostrano i veri e propri “comizi” con cui gli operatori spiegano ai visitatori la loro impresa, collegata ad una fondazione di partecipazione. Non può stupire che – a dimostrazione che la lotta di classe non risparmia la Chiesa Cattolica, e che comunque viene più spesso scatenata da chi possiede il Capitale – l’anno scorso il Vaticano (proprietario delle catacombe) abbia chiesto gli affitti arretrati alla cooperativa, rischiando di chiudere questa esperienza e facendo comunque una pessima figura. Non tutto ciò che luccica è oro, e Papa Francesco non esaurisce la complessità del Vaticano. Cose che capitano: a Trieste pochi anni fa era successo ad un’altra cooperativa, La Melagrana, di ricevere il benservito dai religiosi, dopo aver valorizzato il tempio mariano di Monte Grisa.

La realtà dell’antifascismo contro il mito dell’insurrezione spontanea

L’ultimo libro di Giuseppe Aragno segue altre opere dedicate alla meticolosa ricostruzione dei percorsi dell’antifascismo popolare durante il ventennio fascista. Un programma di lavoro che trovo – mutatis mutandis, se mi è permesso paragonare la minuta realtà friulana con la vulcanica capitale morale del Sud – molto simile a quello che altri, tra cui buon ultimo il sottoscritto, stanno conducendo, sia nelle motivazioni che nell’approccio alle fonti. E proprio tante simiglianze in una così stridente differenza ecologica sottolineano alcune riflessioni comuni.
Differenza che non è mai lontananza, come dimostra l’emergere, tra i protagonisti della narrazione di Aragno, del comandante partigiano Federico Zvab da Sesana, sloveno compaesano di Danilo Dolci, che crea sotto la copertura dell’Ospedale degli Incurabili un’intera rete militare, cui fanno capo il futuro dirigente del movimento di liberazione croato dell’Istria Giuseppe Matas e l’udinese Giuseppe Colombaro. E, come altri antifascisti del “nord” e stranieri sbarcati a Napoli dal confino di Ventotene, il futuro deputato comunista Giordano Pratolongo: un triestino eletto alla Costituente e riconfermato al Parlamento nel 1948, rispettivamente otto e sei anni prima del ritorno della città giuliana all’Italia, checché possano berciare gli “italianissimi” nazionalisti sull’orientamento del Pci al proposito. Pratolongo morirà nel 1953 dopo un pestaggio fascista subito a Monfalcone, in 30 contro uno: otto anni dopo la Liberazione! A dispetto di chi ritiene che i conti con il fascismo siano finiti tra il 25 aprile ed il 10 maggio 1945 e pensa che al “confine orientale” ci fossero solo trinariciuti titini infoibatori.
Fin dall’introduzione, Aragno polemizza fortemente con l’anestetizzazione politica compiuta a discapito della più grande tra le prime insurrezioni popolari antifasciste e antinaziste dell’Italia meridionale dell’autunno 1943. Infatti, prima di Napoli e dell’organica costruzione di un movimento resistenziale in tutta l’Italia occupata, occorre ricordare Matera, la prima città che si libera da sola, e ad ai primi di ottobre Lanciano, dove combatterono insieme insorti italiani e prigionieri di guerra jugoslavi… sempre a proposito degli “italianissimi” e della loro paranoia antititina. Le Quattro Giornate di Napoli sono state generalmente retrocesse, anche da grandi storici della Resistenza, ad insurrezione spontanea e naturalistica di una plebe priva di coscienza politica, interpretata da ragazzini al limite del mondo delinquenziale, e quindi priva di ogni significato politico; degna semmai di quel Meridione di “lazzari” incapaci di prendere in mano le loro sorti, se non in improvvisi ed irrazionali scoppi di violenza ribellistica, destinati inesorabilmente per rifluire nelle file della reazione sanfedista.
L’autore ricostruisce, attraverso i vari archivi della polizia fascista e del movimento resistenziale, le storie di chi non si era mai arreso alla dittatura, dei figli cui era stato trasmesso familiarmente il patrimonio politico antifascista, di chi si era distaccato dal regime, delle donne che non rinunciano al protagonismo politico, anche al momento della scelta delle armi. Fili tessuti ostinatamente, che nel settembre 1943 si riannodano insieme per combattere nelle vie di Napoli: spesso insieme padri e figli e madri e figlie. Percorsi biografici ancora parzialmente in fieri, più numerosi di quelli cristallizzati dalle autorità postbelliche al fine della corresponsione dei benefici agli ex partigiani – moltissimi combattenti delle Quattro Giornate si rifiutarono di fare richiesta, per motivi politici – e riassunti al termine del libro in un abbozzo di futuro dizionario biografico ricco di centinaia di schede, che integrano le notizie riportate nel testo.
Ricostruendo i percorsi familiari degli antifascisti, Aragno inoltre porta un ulteriore tassello alla decostruzione del mito ideologico defeliciano del “consenso” al fascismo, testimoniando le tante adesioni per necessità – dettate dalla necessità di sopravvivere per venti interminabili anni di dittatura, violenza e sofferenze di ogni genere, non ultima la discriminazione a lavorare e guadagnare per mantenere la famiglia – terminate con la partecipazione non a quattro, ma a ben più di venti giornate di lotta, durate dall’occupazione nazista dell’8 settembre fino alla cacciata del 1° ottobre. Perché non ci sono solo i 4 giorni di insurrezione popolare armata che caccia i nazisti ed i loro servi fascisti, ma ci sono le bande – anche in questo caso, costituite da napoletani, antifascisti sbarcati dalle isole di confino e prigionieri alleati liberati – che iniziano precocemente a resistere fin dai giorni dell’armistizio e della vergognosa resa della monarchia e delle autorità militari e civili. Accompagnando con le loro iniziative resistenziali il dispiegarsi della violenza tedesca, che certamente contribuisce a scatenare la reazione popolare, fino all’insurrezione che anticipa l’arrivo degli alleati; questi ultimi fermi nella sacca di Salerno, dopo uno degli infelici sbarchi nell’Europa occupata e tenuta fermamente dall’esercito tedesco fino all’estate 1944. Alla fine della lotta, Napoli si ritroverà in gran parte distrutta dalla violenza nazista e dai non meno terroristici bombardamenti angloamericani, con decine di migliaia di morti (23.000 secondo Maurizio Valenzi: cfr. il libro citato oltre, a p. 121) e di senza tetto, ridotta alla fame. Ma l’antica capitale del Regno delle Due Sicilie avrà lanciato all’Italia occupata l’esempio dell’insurrezione popolare liberatrice, che si ripeterà progressivamente, anticipando per gran parte delle città del centro-nord l’arrivo dell’esercito alleato.
Attraverso lo studio dei percorsi degli antifascisti, si giunge ad una conclusione anche statistica: una percentuale oscillante attorno ad un decimo degli insorti è costituita da antifascisti di lunga durata e dalla loro rete amicale e familiare. Chiunque sappia come funziona un’organizzazione, può riconoscere in questa la percentuale media su cui si assesta un gruppo dirigente con la sua struttura organizzativa.
Aragno ricostruisce la pluralità dell’antifascismo: le forze storiche del movimento operaio – comunisti e socialisti – ma anche movimenti spesso sottovalutati, come gli anarchici ed i repubblicani e – particolarità soprattutto napoletana – i comunisti di sinistra fedeli ad Amadeo Bordiga (ed a Leone Trozki), intrecciati con la giovane generazione liberalsocialista di Giustizia e Libertà, non trascurando le componenti monarchiche: i vecchi liberali crociani ed i giovani che hanno maturato il distacco dalla dittatura durante la catastrofica esperienza bellica. L’analisi di questa pluralità di contributi arricchisce un quadro altrimenti incomprensibile: come può la prima grande metropoli italiana insorta contro il nazifascismo votare poi per re Umberto il 2 giugno 1946, e consegnare a lungo il governo cittadino ad una destra continuista, traghettata attraverso il partito monarchico di Achille Lauro?
L’autore analizza in particolare le vicende dell’associazionismo degli ex combattenti delle Quattro Giornate, e della contrapposizione di molti tra loro e le organizzazioni politiche che si formano dopo la liberazione della città. Ne emerge un quadro complesso, in cui vengono frustrate le spinte di rinnovamento, trasversali tra i vari gruppi politici, di fronte ad una normalizzazione governata dalle truppe di occupazione e costretta nelle troppe mediazioni della “nuova” politica dei governi antifascisti; in particolare dopo la “svolta di Salerno” con cui la direzione comunista di Palmiro Togliatti gestisce la mediazione con la monarchia ed il suo rappresentante politico, maresciallo Badoglio. Si tratta di una fase che la sinistra pagherà duramente, sia con la stessa scissione della Federazione del Pci, che con quella del sindacato, ma che soprattutto sarà segnata dalla emarginazione della forte componente bordighiana del comunismo napoletano, che aveva partecipato sia alla cospirazione antifascista che all’insurrezione (e proprio la normalizzazione del Pci comporterà la damnatio memoriae dei comunisti di sinistra napoletani, ad iniziare dal loro massimo dirigente e primo segretario del Pcd’i). Questa debolezza della sinistra – secondo Aragno – sarà anche favorita dalla marginalizzazione di componenti estranee al movimento operaio, sia sul fronte repubblicano che su quello monarchico, con una delusione e distacco che andrà a tutto vantaggio della destra. Insomma: i combattenti napoletani – molti dei quali proseguiranno il loro impegno resistenziale andando al Nord, in Jugoslavia oppure arruolandosi nelle ricostituite forze armate della monarchia – verranno “cancellati” dal “Vento del Nord” (come lo definì Pietro Nenni), così unilaterale e miope nei confronti di quel precoce “Vento del Sud” che si era espresso con forza nel settembre 1943.
Si archivia così una fase in cui giovani di estrazione borghese e liberale si erano incontrati nella clandestinità con militanti comunisti, insieme avevano combattuto e addirittura, nella fase immediatamente successiva, avevano lavorato alla costruzione di un modello di sindacato libero da quei partiti che avrebbero firmato poi il “Patto di Roma”, affidando il governo della nuova CGIL unitaria ai tre “partiti di massa” (Pci, Psi e Dc), escludendo deliberatamente le componenti operaiste e gielliste, emarginate insieme alla loro prima “CGL rossa” del Sud. Mentre i compromessi politici avrebbero lasciato spazio ad opportunisti in carriera – come lo storico Aldo Romano, passato da spia dell’Ovra a storico di fiducia del Pci – ed ai quadri di partito giunti dall’esilio. Prefigurando così un fenomeno tipico di altre esperienze politiche: lo scontro tra le nuove generazioni cresciute nella clandestinità e nella lotta contro i regimi e le “vecchie guardie” all’estero (come nella Grecia degli anni della dittatura dei “colonnelli”, che vide prodursi nel 1968 la scissione del partito comunista KKE, da parte del KKE “dell’interno”, nucleo di quella che oggi è Syriza). Si posero così le basi per la mancata defascistizzazione e la continuità istituzionale, che garantì tra guerra e dopoguerra la conservazione dei rapporti di classe e delle strutture di potere in Italia.
E’ interessante mettere a confronto l’analisi di Aragno con la tarda testimonianza, relativa ai mesi immediatamente successivi alla rivolta, di un protagonista delle vicende del Pci napoletano come Maurizio Valenzi (dalla cui copertina abbiamo tratto l’immagine in evidenza: un quadro dello stesso autore). Un testo memorialistico, appunto – anche se basato sul materiale d’archivio conservato da Valenzi – che riproduce la versione togliattiana di questo inizio di dopoguerra italiano, ma che è soprattutto interessante per i tardivi ripensamenti sulle vicende di allora, definite pomposamente i “cento giorni che cambiarono l’Italia e che cominciarono con il ritorno di Palmiro Togliatti”. Ripensamenti tipici dei dirigenti comunisti, soprattutto dopo la fine del loro partito, e che ritornano su errori di settarismo e su debolezze e cedimenti di allora. Un rimpianto su quello che avrebbe potuto essere, e non fu, e che ebbe luogo a Napoli, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944.

Gian Luigi Bettoli,  La Storia, le Storie, 9 maggio 2019.

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09pol1-f01-potere-al-popolo-ansa-71Je so’ pazzo festival. Due giorni di dibattiti per «resistere all’assedio» della destra.
«Come resistere a un assedio?» è la domanda che ha aperto la quarta edizione dello Je so’ pazzo festival, organizzato a Napoli dall’Ex Opg, la prima con il progetto Potere al popolo in campo. L’interrogativo è stato posto da Chiara Capretti (candidata di Pap alle scorse elezioni) all’apertura della due giorni (che si è conclusa ieri), per aggiornare il confronto con il sindaco Luigi de Magistris e tutte le realtà di movimento partenopee. Come si può spezzare un’offensiva fatta di debiti che strozzano gli enti locali, tagli ai servizi pubblici, circolari ministeriali che impongono politiche di destra su accoglienza e povertà, di lavoro in nero perché tanto l’Ispettorato del lavoro è stato svuotato? «Se non puoi resistere – ribatte Capretti – allora ti devi organizzare su scala nazionale contro lo sfondamento a destra sulla pelle degli ultimi. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con i funerali delle vittime del ponte Morandi in corso, sfruttava i migranti a bordo della Diciotti per distrarre l’opinione pubblica». Il 20 ottobre a Roma ci sarà la manifestazione «Nazionalizzare qui e ora» organizzata da Pap, Usb, Eurostop, Prc e le realtà che si sono battute contro «la truffa delle privatizzazioni e delle grandi opere».
VENERDÌ IL FOCUS era su Napoli. Le circolari di Salvini che impongono una stretta alle richieste di asilo e spingono per gli sgomberi degli spazi occupati possono avere un effetto dirompente in città (dove si stimano almeno 8mila abitazioni occupate). «Non sono provvedimenti esecutivi – commenta Viola Carofalo, portavoce nazionale di Pap – perciò invitiamo i destinatari a disobbedire. Non applicate le circolari Salvini. Il leader leghista le giustifica con la necessità di legalità e sicurezza ma producono l’effetto contrario: più persone sul territorio senza un regolare titolo e più gente per strada nel caso delle abitazioni, perché tanto un’altra soluzione non c’è. Anzi, l’esperienza di Napoli ci dice che le occupazioni hanno rivitalizzato il tessuto sociale, aumentando così la sicurezza percepita nei quartieri». Sul tema de Magistris spiega: «Sul diritto alla casa si misurerà la nostra esperienza amministrativa, sulla capacità di usare il patrimonio immobiliare del comune ai fini della valorizzazione sociale e contro le interpretazioni monetaristiche, che ne vorrebbero la svendita».
AL CENTRO DEL DIBATTITO il caso Vasto, il quartiere popolare accanto alla Stazione centrale con il maggior insediamento di Cas, la zona dove la sera del 3 agosto due migranti sono diventati il bersaglio di ragazzi armati sullo scooter. Il Movimento migrati e rifugiati si è presentato nel quartiere lo scorso martedì: hanno ripulito le aiuole, piantato fiori, realizzato panchine con materiale riciclato provando a stringere un patto tra nuovi e vecchi residenti. «La prossima settimana faremo uno spettacolo in piazza, una produzione del Teatro popolare dell’Ex opg – racconta Abdel -. Sfideremo così il coprifuoco imposto dalla camorra perché il problema del Vasto non sono i migranti, è la povertà, i tagli ai servizi, i clan. La Lega sta provando a radicarsi in zona portando messaggi di odio che prima non esistevano».
Al Vasto emergono tutte le spinte speculative in campo: «Abbiamo lavorato con i migranti per stilare un’inchiesta sui Cas – spiega Capretti -, l’abbiamo consegnata in prefettura chiedendo un intervento contro gli sfruttatori, per un reale inserimento sociale. Quattro strutture sono state chiuse ma il sistema è rimasto intatto con relativa bomba sociale innescata. Poi il 3 agosto sparano sui ragazzi e la prefettura, dopo qualche giorno, ordina un’ispezione ai centri: a 150, trovati fuori dai centri dopo le 22, viene revocata l’accoglienza. Una rappresaglia. Salvini manda le circolari e Grandi stazioni è contenta, così può gentrificare il quartiere senza più i migranti».
IERI SI È DISCUSSO di elezioni europee. Pap ha già scelto come compagni di viaggio La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, gli spagnoli di Podemos e il Bloco de Ezquerda in Portogallo, interlocuzioni in corso con de Magistris e Diem 25 di Yanis Varoufakis. Agli incontri, prima della pausa estiva, ha partecipato anche Sinistra italiana ma lo schieramento unitario non è certo. Il dibattito di ieri tra Viola Carofalo, Klemen Miklavic (rappresentate di Sinistra unita slovena), Bénédicte Monville (La France insoumise) e lo storico Giuseppe Aragno è servito a proseguire il confronto per costruire «un terzo campo, differente da quello liberista/europeista e liberista/nazionalista – spiega Carofalo -. Un campo che metta al centro la redistribuzione della ricchezza, la partecipazione attiva dei cittadini. Mentre la sinistra tradizionale affonda, punita per la guerra che ha condotto contro le classi popolari, crescono i consensi per nuove forze capaci di farla finita con compatibilità, moderazione, appoggio al neoliberismo».

Domenico Cirillo, Il Manifesto, 9 settembre 2018

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