Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘antifascismo’

Il 27 Febbraio alla Libreria IOCISTO parlerò di antifascismo con Luigi De Magistris e Francesco Soverina.

Iocisto.jpg

Così Giuseppe Aragno, storico dell’antifascismo e del movimento operaio e candidato alla Camera di Potere al popolo, racconta quello che non è questo libro: ovvero non vuole essere – una ricostruzione di scontri armati. In esso troverete, invece, coloro che sono stati finora i grandi assenti della ricostruzione storiografica, i combattenti antifascisti e la loro lunga lotta contro la dittatura. Ci sono – e anche qui si tratta di un vuoto che andava colmato, le loro idee politiche, i motivi profondi per cui giungono a metter mano alle armi e l’idea di Paese per cui si battono. Un’idea che naturalmente non è uguale per tutti, perché tra i combattenti troviamo non solo comunisti, anarchici e socialisti, subito divisi dopo l’insurrezione, ma monarchici, repubblicani, cattolici, liberali e qualche fascista che salta abilmente sul carro dei vincitori! Ci sono, anch’esse di fatto “dimenticate”, splendide figure femminili, che combattono da protagoniste e una pattuglia di ebrei.
il libro smantella lo stereotipo degli “scugnizzi” e della “città di plebe”, ricostruendo il volto politico dell’insurrezione.
In questo senso Napoli, in cui si trovano a convivere Togliatti, Croce, De Nicola e Giovanni Leone, diventa il laboratorio politico in cui prende inizialmente corpo la repubblica con le sue luci e le moltissime ombre.
Il libro, che restituisce la parola a chi non l’ha avuta, fa giustizia delle ricostruzioni ideologiche e dei luoghi comuni.

Annunci

Read Full Post »

Secondo la Costituzione “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Eppure, stiamo ancora a discuterne.

Read Full Post »

Le Quattro giornate di Napoli bTrecento. Trecento donne e uomini sepolti dalla Storia ufficiale, livellante, quella «Storia secondo il manuale» che col pretesto della plausibilità e organicità della ricostruzione d’insieme veicola formule liquidatorie o elusive, cancella volti, sorvola su immani sacrifici, tace su persecuzioni accanite, durate una vita intera, e nega gli «appuntamenti» con la storia e con l’opprimente nazifascismo che tanti, apparentemente domati o arresi, si sono dati per quel Settembre di fuoco del ’43 che vide Napoli sollevarsi scientemente e non picarescamente, per un intero mese ed oltre, e non per le sole memorabili «4 Giornate», contro l’abiezione politica e morale dell’Europa fattasi ideologia totalitaria.
Ecco. A queste donne e questi uomini ha ridato viso, fame, dubbi, figli, ferite, voci, disperazione, vigliaccheria, eroismo, ingegno e, soprattutto, riflessione e scelta politica il Prof. Giuseppe Aragno con il suo preziosissimo, attesissimo e sofferto volume «Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti», edito da Intra Moenia. Il libro è stato presentato giovedì scorso nella cornice quanto mai azzeccata dell’Ex Opg, ex manicomio criminale significativamente riscattato, grazie ai meravigliosi giovani che lo animano, dal suo destino di luogo di pena coatta anche per tanti «indesiderati» e «riottosi» che il Fascismo non esitava a relegare in questi luoghi di alienazione e tortura, per piegarne il corpo e lo spirito.
Proprio il riscatto delle esistenze dei vinti, delle vite dimenticate, che, come è stato ricordato in apertura, richiamando Benjamin, è già di per sé un atto rivoluzionario, abilita a capire quanto la Storia sia sempre contemporanea, sempre presente e pressante, nelle sue istanze sostanzialmente identiche e fenomenicamente diverse. Il libro del Prof. Aragno, scritto in quest’epoca di revisionismi parificanti e pericolosi, nonché di regresso sconcertante nel campo dei diritti civili, come ben sanno e sperimentano duramente le donne, anch’esse protagoniste assolute dell’orditura teorica della Resistenza come della lotta armata, e tuttavia dolosamente messe sotto il tappeto della Storia dal dominante e trasversale maschilismo italico, merita un’analisi dettagliata e un’esposizione meticolosa, partecipe, che mi riprometto di fare.
Quello che egli stesso ha magistralmente spiegato, strappando un lunghissimo applauso alla platea incantata soprattutto dalla sua appassionata immedesimazione nelle difficili vite dei partigiani come degli opportunisti, raccontati senza mitografie né condanne moralistiche, è che il suo libro dimostra in modo evidente e carte alla mano (carte volutamente neglette fino ad oggi!) che la lettura minimalista e sottilmente razzista delle «4 Giornate» come jacquerie «in salsa napoletana» di scugnizzi affamati, di lazzari esasperati e casalinghe improvvisatesi infermiere o vivandiere, senza alcuna idealità o programmatico intento alla base, è offensivamente falsa, ed è stata costruita ad arte da forze politiche (non solo di destra!) che stavano parallelamente costruendo la Repubblica del dopo-liberazione su accordi e scambi non sempre trasparenti e confessabili, i cui esiti ed assetti sono sottesi alle tante tragedie della vita democratica del nostro paese.
Altre due verità inconfutabili sono emerse, che voglio registrare, qui, per indurre tutti a leggere questo libro e per spronare i colleghi a farne uno strumento didattico. La prima è che chiunque vorrà parlare delle «4 Giornate», adesso, non potrà non tener conto di questa pubblicazione ribaltante e dirompente. La seconda è quella, intimamente risonante, con cui il prof. Aragno ha chiuso il suo denso e straordinario intervento, e cioè che un libro di Storia della Resistenza deve servire soprattutto a legittimare la lotta che in ogni tempo si conduce contro la sopraffazione che cerca di legittimarsi politicamente. Questo libro ci riesce. Dà forza alla forza che ciascuno, ciascuna di noi cerca in se stesso, in se stessa, ogni giorno. Io ne sono personalmente, immensamente grata al fecondo ingegno e al tenace impegno del prof. Aragno.

Fuoriregistro, 7-11-2017

Read Full Post »

copsanzioniDal 1890 al 1930, grazie al Codice Zanardelli, le norme per oltraggio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale non si applicano, se il pubblico ufficiale ha causato la reazione abusando del suo potere. La prassi delude le attese, ma il problema storico del diritto di resistenza trova un riconoscimento legale, che il codice Rocco cancella e la Costituente ripropone. Il secondo comma dell’articolo 50, oggi 54, firmato da Dossetti, afferma, infatti, che «quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere dei cittadini».

Dopo le violenze di Crispi, la reazione del 1898, la «dittatura parlamentare» di Giolitti e il fascismo, il problema è così sentito, che i conservatori battono l’antifascismo «rosso» solo perché la DC vota con repubblicani e liberali, ma il dibattito è ancora attuale. Si prendano per esempio le parole lontane da un’assemblea nata dalla Resistenza con cui Orazio Condorelli mette agli atti il suo no:

«questo diritto di resistenza, che si manifesta attraverso insurrezioni, colpi di Stato, rivoluzioni, non è un diritto, ma la stessa realtà storica […]. Sono fatti logicamente anteriori al diritto».

Grazie alla «continuità dello Stato», uomini come Condorelli, internato dagli Alleati per la sua vicinanza al partito fascista, sono inseriti nel cuore della repubblica antifascista. Invano il democristiano Umberto Merlin ricorda che anche per San Tommaso

«il regime tirannico non è giusto, perché non è ordinato al bene comune ma al bene privato di colui che governa. Per tale ragione, il sovvertimento di questo regime non ha carattere di sedizione».

Benché il Vaticano, con i Patti del Laterano, abbia accolto il codice Zanardelli, i cattolici ripudiano Tommaso e i liberali tradiscono se stessi. Spiegando il suo voto contrario, infatti, Colitto assolve inconsapevolmente i carcerieri di Pertini e Gramsci affermando che

«qualunque sia il motivo da cui un cittadino possa essere indotto a disobbedire alla legge, legittimamente emanata, quel cittadino deve sempre essere considerato un ribelle e trattato come tale».

E’ Mortati a chiarire il senso del no: il dissenso non è sul merito del problema, ma sul metodo. Infatti, afferma il giurista,

«non è al principio che ci opponiamo, ma all’inserzione nella Costituzione di esso, e ciò perché a nostro avviso […] mancano nel congegno costituzionale i mezzi e le possibilità di accertare quando il cittadino eserciti una legittima ribellione al diritto e quando invece questa sia da ritenere illegittima».

Il comma non passa, ma la Costituente, che senza la Resistenza non sarebbe nata, non ritiene inammissibile il diritto alla resistenza contro l’oppressione, manifestazione del principio di quella sovranità popolare, che il divieto di ricorrere alla resistenza quale ultimo mezzo per ristabilire la legalità violata svuoterebbe di contenuti reali.
Mancano studi seri sul prezzo che la repubblica paga al principio della «continuità dello Stato», ma sappiamo che le conseguenze furono devastanti. Persino gli scienziati firmatari del Manifesto sulla razza conservano, infatti, cattedre e peso sociale. Gaetano Azzariti, presidente del Tribunale della razza, diventa Presidente della Corte Costituzionale, dove c’è il camerata Luigi Oggioni, Procuratore Generale della Repubblica di Salò. Non va peggio a Carlo Aliney, autore della legislazione razziale e capogabinetto all’Ispettorato della razza, promosso Consigliere di Corte d’Appello, Procuratore della Repubblica e giudice di quella Cassazione, di cui è Procuratore Generale Vincenzo Eula, che ha condannato Pertini, Parri e Rosselli per l’espatrio di Turati. In quanto alle forze dell’ordine, il capo dell’Ovra, Guido Leto, diventa direttore tecnico delle scuole di quella polizia che conferma tutti i funzionari fascisti, anche Marcello Guida, carceriere di Pertini e Terracini a Ventotene. A Milano, nel 1969, è lui il Questore, quando la pista fascista per la strage di Piazza Fontana è ignorata e Pino Pinelli «suicidato». Perché stupirsi se, dopo la vergogna di Genova nel 2001, De Gennaro, capo della polizia ai tempi della Diaz, è nominato sottosegretario di Stato con delega alla sicurezza e Spartaco Mortola, che a Genova guida la Digos, diventa Questore e comanda le cariche in Val di Susa?
In quanto alla Magistratura, mai epurata, si copre di vergogna, avviando una persecuzione feroce contro i partigiani; il 30 giugno 1946, sette giorni dopo la sua emanazione, ha applicato l’amnistia Togliatti a 7106 fascisti e 153 partigiani. Secondo dati approssimati per difetto, si giunge a 2474 fermati, 2189 arrestati e 1007 condannati, ma è certo che, tra il 1948 e il 1950, 15.000 oppositori politici sono condannati a 7.598 anni di carcere. La media supera quella del ventennio fascista. Nel 1966, quando gli effetti del Codice Rocco, sopravvissuto al regime, si trasformano in 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici «perseguitati politici» in età repubblicana, diventa chiaro che l’Italia non ha mai fatto i conti con il fascismo.
Da un po’, negli archivi degli ospedali psichiatrici giudiziari spuntano fascicoli di partigiani che vi furono sepolti per la loro «pericolosità sociale», una formula indefinita, utilizzata da Rocco per colpire gli esponenti del dissenso e i comportamenti incompatibili con il modello fascista. Sciaguratamente lasciato in vita, il codice Rocco inchioda il controllo sociale al concetto di pericolosità e la giustizia penale è così securitaria e repressiva, che mentre la vita di una persona uccisa per omicidio colposo «vale» da 6 mesi a 5 anni di carcere, – quante morti bianche impunite! – il vetro di un bancomat, sfondato a calci in una manifestazione, diventa «devastazione e saccheggio», vale ben più di una vita e dal 2012 un ragazzo lo paga con 14 anni di galera. L’obiettivo è chiaro, ma calpesta i principi della Costituzione: difendere le classi dominanti. Costi quel che costi, anche una mostruosa sproporzione tra pena e reato. La pena è sempre abnorme quando si tratta di una «persona socialmente pericolosa», anche se il reato non c’è e l’imputato non è tecnicamente colpevole: paga, perché è un intralcio per il potere, perché un sistema giuridico che utilizza basi pseudo-scientifiche, consente ogni discriminazione sociale, politica, etnica, culturale o religiosa e colpisce individui e gruppi incompatibili con il pensiero dominante. Il fascismo lo utilizzò come arma per colpire il dissenso, i governi neoliberisti, osserva Giuliano Balbi, puntano contro disoccupati, lavoratori ridotti a servi, emigranti, emarginati, homeless, prostitute di strada, autori di graffiti, lavavetri ai semafori, vagabondi, tossici e adolescenti delle periferie, prove viventi degli esiti disastrosi delle politiche di governi come quello di Renzi, che producono solitudine, povertà, esclusione e disperazione.

Read Full Post »

1. Costituente e Costituzione: la «cultura dell’antifascismo»

ministri-arrivo-quirinale-140222123943_bigIl primo documento ufficiale sulla Costituzione è un decreto legge firmato il 25 giugno 1944 da Umberto II di Savoia. Dopo la liberazione, si legge, «le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, che a tale fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, un’Assemblea Costituente per determinare la nuova Costituzione dello Stato». La guerra insanguina il Paese, ma il governo è guidato dall’ex socialista riformista Ivanoe Bonomi e su venti ministri, dodici sono antifascisti: l’azionista Alberto Cianca, confinato e fuoruscito, Benedetto Croce, il cattolico De Gasperi, che ha conosciuto la galera fascista, lo storico della filosofia Guido De Ruggiero, arrestato e destituito dall’insegnamento, Giovanni Gronchi, cattolico e uomo della Resistenza, i comunisti Palmiro Togliatti, tornato dall’Unione Sovietica, e Fausto Gullo, ex confinato, il socialista Pietro Mancini, reduce dal confino e dal carcere fascista, Meuccio Ruini, perseguitato politico, il socialdemocratico Saragat, evaso da Regina Coeli, e Carlo Sforza, liberale, ex ministro e fuoruscito. Tutti, tranne De Ruggiero, saranno poi nell’Assemblea Costituente.
Sono giorni terribili nella storia dell’umanità; l’Italia, che paga le sue responsabilità per l’immane tragedia, è un campo di battaglia e sui monti la guerra partigiana è senza quartiere. Iniziata nel settembre del ‘43 a Napoli, insorta contro i nazifascisti, durerà fino al 25 aprile del ‘45. In quei giorni, però, non «muore la patria», come sostengono Galli Della Loggia e una destra che non si è mai riconosciuta nell’Italia della Resistenza. In quei giorni, per dirla con la felice espressione di Gaetano Arfè, «la cultura dell’antifascismo», consegna al Paese l’eredità preziosa che nel suo insieme la Costituzione, non i suoi soli principi fondamentali, tradurrà in norme fondanti. Sono i valori nei quali, a guerra finita, si riconosce buona parte del popolo italiano: ideali di libertà, di pace e solidarietà tra i popoli. Prima ancora che nelle norme, però, essi si sono affermati nelle coscienze, sostituendo la concezione della vita imposta dal fascismo e che purtroppo oggi riemerge: il mito del capo, la scala gerarchica tra caste, classi e razze, la violenza come motore della vicenda storica. I deputati della Costituente, portavoce di questo cambiamento, traducono con sapienza giuridica un dato che è anzitutto storico. Essi potranno scrivere la Costituzione, così com’è, solo perché sono parte di un processo che giunge a compimento e ha radici nel corpo della società. In condizioni diverse, senza quel mutamento, senza quella cultura, essi non avrebbero potuto mai scriverla com’è. Una Costituzione non nasce «a freddo». E’un punto di svolta, il perno attorno al quale un Paese volta pagina e consacra il futuro che ha conquistato. Vico sostiene che la storia è un incessante ripetersi di cicli e raggiunta l’età «civile» torna a quella «primitiva». La Costituzione del ‘47 apre la nostra età «civile», dopo un’esperienza dolorosa, drammatica e collettiva; si può aggiornarla, ma rifarne un articolo. su tre, significa abolirla e questo segnerebbe il punto di caduta verso il basso, il ritorno all’età «primitiva».
Proprio in quei giorni, affrontando il plotone di esecuzione, Giacomo Ulivi, un partigiano di appena vent’anni, rivolge a chi potrà leggere parole che spiegano più di mille discorsi ciò che accade nelle coscienze libere: «Dobbiamo […] abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali», afferma , poi prosegue:

«Quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita? […] In questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione […]. Per venti anni […] . tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti. Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. […] Per questo dobbiamo prepararci. […] Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».

Quando, nell’autunno 1945, nascono la Consulta Nazionale e il Ministero della Costituzione, due nuovi dati emergono chiari: la maturità di un popolo, consapevole dell’importanza del passo che sta per compiere e la comune volontà di ogni forza politica di giungere all’appuntamento con la necessaria preparazione. La materia prima, tuttavia, è accessibile a tutti, perché ogni elettore, anche i più giovani, ha vissuto e pagato sulla propria pelle il conflitto sociale, la violenza delle passioni ed è stato in qualche misura partecipe di un risveglio. Non si tratta di astratte teorie o semplice propaganda. Dietro le varie bandiere c’è una tragica e sofferta esperienza vita. L’omicidio Matteotti, l’incendio del Parlamento tedesco, la guerra di Spagna, la battaglia nei cieli di Londra, la tragedia di Stalingrado, Auschwitz, Hiroshima, l’occupazione, la guerra in casa, la Resistenza, sono eventi che hanno scosso nel profondo anche le persone più semplici e meno attrezzate culturalmente. E’ la vita vissuta a produrre esperienze e valori che danno un senso e contenuti a parole che il regime aveva cancellato: libertà, pace, giustizia sociale, democrazia, solidarietà. Questo e tanto altro significano l’antifascismo e quella Resistenza che, scrive Arfè, è il crogiuolo «nel quale tutte queste esperienze si fondono: ne nasce una cultura nella quale tra ideologie diverse e tra loro contrapposte si instaurano nuovi dialettici rapporti e tutti finiscono con l’innestarsi in una trama unitaria intessuta col filo dell’antifascismo e dell’antinazismo».
La Repubblica è nei fatti, così come la prevalenza di antifascisti militanti, di vite intensamente vissute e grandi sogni, tra i deputati della Costituente, che provano a dare risposte durature a una sola domanda: come si costruisce un Paese senza guerra e dittatori, in cui ognuno è un «sovrano»? . La scienza non basta. Ci vuole coscienza storica. ma l’Assemblea non manca e la risposta giunge: occorre il sovrano di un Paese fondato sulla dignità dei cittadini. E poiché il solo possibile sovrano di uno Stato senza ragion di Stato è il popolo, si parte da qui: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…».
Perché funzioni, occorreranno libere discussioni, articoli collegati tra loro, 347 sedute – di cui 22 con prolungamento serale e notturno – 1663 emendamenti, dei quali 292 approvati, 314 respinti, e 1057 ritirati o assorbiti; 275 oratori parleranno in 1090 interventi; ci saranno 15 ordini del giorno e sulle decisioni più controverse 23 votazioni per appello nominale e 43 a scrutinio segreto. Concluso il lavoro, Piero Calamandrei, un grande giurista, pur riconoscendone limiti, carenze, contraddizioni e persino ambiguità, saluterà nella Costituzione, un compromesso di altissimo profilo tra forze politiche e correnti ideali che hanno fatto la storia del Paese, poi interrogando se stesso, le augurerà vita fertile e duratura:

«Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana dove un secolo fa sedeva e paralava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia, e si immagineranno, come sempre avviene che con l’andare dei secoli la storia si trasfiguri in leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi banchi non siamo stati noi, uomini effimeri i cui nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio da Anna Maria Enriques e di Tina Lorenzoni nelle quali l’eroismo è giunto alle soglie della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il lavoro che occorreva per restituire all’Italia la libertà e la dignità».

Nessuno in quei giorni avrebbe mai potuto immaginare Renzi, Boschi, Napolitano e un Parlamento abusivo.

Read Full Post »

Ho letto con attenzione, ma anche con crescente disappunto, il ricco elenco di iniziative e ho sperato fino alla fine di trovarci ciò che era naturale ci fosse; conclusa la lettura, ho dovuto trarne, invece, una inevitabile e triste conclusione: dopo settant’anni, il grande assente è l’antifascismo. C’è di tutto nel programma: una giornata che ha per protagonisti i carabinieri, una iniziativa che riguarda la cultura ebraica e una sui luoghi dell’insurrezione; ci sono Napoli, la Campania, il Mediterraneo, il vento del Sud, i combattenti inquadrati nell’esercito. L’antifascismo no. L’antifascismo non c’è. Si direbbe quasi che si sia evitato con cura ogni cenno a quei combattenti – e a quella città – che non lottarono solo contro i nazisti, ma sorsero in armi anche contro i fascisti. Quei combattenti, intendo dire, che avevano alle spalle un lungo passato di antifascismo militante e si battevano in nome di ideali politici. Non si trattò di casi sporadici o di figure di secondo piano, come comunemente si crede, ma di protagonisti di primo piano, che diedero all’insurrezione il suo volto politico e la inserirono a pieno titolo nella storia della Resistenza.
Mi riferisco, per fare dei nomi, ai fratelli Murolo che animarono la rivolta a Poggioreale e al Vasto: Ezio, confinato politico, giornalista del “Mondo” e molto vicino a Giovanni Amendola, e Tito, di formazione anarchica. Penso a Edoardo Pansini, antifascista diffidato, simpatizzante degli azionisti e protagonista della lotta al Vomero assieme al comunista Antonino Tarsia in Curia. Penso al giovane Adolfo, suo figlio, che prima di cadere armi in pugno aveva conosciuto la galera fascista. Mi riferisco a Federico Zvab, confinato politico che portò sulle barricate la tragedia istriana e una lunga esperienza di lotta armata al fascismo, maturata nei fatti di “Vienna la rossa” e nella guerra di Spagna. Penso alla nutrita pattuglia di comunisti – Ennio Villone, i confinati Eduardo Corona, Giuseppe Cafasso, Ciro Picardi ed Eugenio Mancini, per ricordarne alcuni – e mi tornano in mente il fuoruscito Luigi Maresca, radicale e seguace di Nitti, Antonio Ottaviano, che aveva affrontato il Tribunale Speciale e arricchito l’insurrezione dei suoi precoci ideali europeisti, il sindacalista Federico Mutarelli, attivo dai tempi di Bordiga, i socialisti schedati Rocco D’Ambra e Giuseppe Benvenuto, Ettore Ceccoli, che aveva agito nell’ombra per “Italia Libera”, conducendovi tra gli altri il giovanissimo Gaetano Arfè, e alcune belle figure di libertari, quali Ermidio Abbate, dirigente del sindacato ferrovieri, che aveva già tenuto testa alle squadre fasciste negli anni Venti, il giovane Malagoli e Alastor Imondi, il cui padre, Giuseppe, benché schedato, fu un riferimento sicuro per ogni militante in difficoltà nel ventennio. Potrei continuare ancora a lungo, ma mi pare che l’elenco basti a spiegare il mio sconcerto.
Non ce l’ho con gli uomini in divisa – il capitano medico Spoto era comunista e i tenenti Armando Dusatti e Aiello Santi furono antifascisti schedati e parteciparono tutti valorosamente alle Quattro Giornate – non dimentico, però, che autorità politiche, vertici militari e buona parte degli ufficiali superiori consegnarono la città ai tedeschi; lo fecero,  perché ritennero l’«ordine  costituito», quale che fosse, persino quello affidato ai nazisti, molto più rassicurante per gli interessi dei ceti abbienti che non il popolo in armi. E’ vero, ci sono stati carabinieri valorosi, ma sarebbe pericoloso dimenticare che già a metà ottobre, mentre si udiva ancora l’eco delle fucilate, furono proprio i carabinieri ad arrestare Edoardo Pansini, che proseguiva la lotta e stanava i vecchi gerarchi. Non si può fingere d’ignorare che di lì a poco, mentre si costruiva la nuova Italia, Guido Dorso non esitò a chiedere esplicitamente lo scioglimento dell’Arma dei carabinieri. Di tutto questo purtroppo non c’è cenno nel programma. La lettura che viene proposta diventa così tutta “sociale” e pare fatta apposta per mettere in ombra il significato politico dell’insurrezione.
Spiace dirlo, ma così si rischia di fare il gioco del revisionismo.

Read Full Post »

Ha torto Napolitano. L’orrore per gli “accordi” tra forze politiche inconciliabili non solo è del tutto comprensibile, ma ha radici profonde nella storia della repubblica e riguarda direttamente la vicenda della parte politica in cui ha militato per buona parte della sua vita. Di quell’orrore di cui egli si fa giudice sprezzante, la sua carriera e le sue scelte di dirigente sono, a ben vedere, una delle cause non secondarie.

Per quanto m’è dato sapere, non se n’è mai scritto o parlato. L’ho scoperto da un po’, cercando il “volto politico” delle Quattro Giornate di Napoli, che furono davvero l’inizio della Resistenza, con cui condividono pagine eroiche e domande che attendono invano risposte. Non so se avrò forze e vita per proseguire le mie ricerche e giungere a raccontare in un libro il mondo che sto scoprendo, ma ho promesso a me stesso di non sprecare tempo. Intanto, come s’usa fare talora ai dotti convegni, voglio annunciare qui i primi risultati della mia appassionante ricerca.

Un valoroso partigiano, Edoardo Pansini, che aveva preso parte all’insurrezione col figlio Adolfo, studente di architettura caduto al Vomero, armi in pugno, negli scontri sanguinosi coi tedeschi alla Masseria Pezzalonga, lo aveva sostenuto subito, sin dal dicembre del 1943: nell’Italia dilaniata dalla guerra, non c’erano “liberatori”. C’era un popolo che aveva ritrovato se stesso e la sua dignità e lottava per un mondo migliore. Lo diceva chiaro, Eduardo Pansini, in un discorso che avrebbe voluto leggere alla radio e finì invece censurato dagli “alleati” assieme al “Cimento”, una sua rivista soppressa dai fascisti, tornata in vita subito dopo la rivolta e prontamente “silenziata” dagli anglo-americani. Già perseguitato politico durante il fascismo, poche settimane dopo le Quattro Giornate, di cui era stato protagonista, nell’indifferenza di buona parte della sinistra, che non aveva “orrore” per le “intese” con forze politiche incompatibili, il Pansini finì addirittura in manette, arrestato da quei carabinieri che, nonostante il sacrificio di alcuni tra loro – l’eroico Salvo D’Acquisto, il manipolo di militi fucilato dopo la strenua difesa della Centrale telefonica – non vennero meno alla loro tradizionale fedeltà al padrone di turno.

Repubblicano di formazione mazziniana, Edoardo Pansini, che aveva visto il figlio sacrificare la sua giovane vita agli ideali cui egli l’aveva educato, non si piegò ai compromessi con la monarchia, non accettò gli accordi tra partiti incompatibili, i cavilli legali cui si attaccava con successo il futuro Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, difendendo in Tribunale e nella battaglia politica gli esponenti del regime; egli pagò con una spietata cancellazione dalla storia il suo rifiuto della “larga intesa” e il tentativo di proseguire la lotta iniziata con le Quattro Giornate, per stanare i gerarchi impuniti e impedire che si riciclassero all’ombra degli anglo-americani, della Democrazia Cristiana e di parte della rinascente sinistra, che si mostrò subito più papalina del papa. Quella sinistra che, intesa dopo intesa, disfatta dopo disfatta, uomini come Napolitano hanno prima snaturato, poi condotto all’estinzione assieme alla Costituzione, esempio nobile di compromesso che, non a caso, il “nuovo” Presidente ha barattato con il fatale marciume di intese così “larghe”, da mettere assieme la politica nobile e quella ignobile, nella nebbia di una retorica nazionale che assolve persino chi, corrotto, corrompe.

Nessuno ci ha fatto mai caso, ma il figlio di Pansini, ucciso in combattimento, non fu decorato. Si preferì confermare la ricostruzione americana e la prima, nobile pagina della Resistenza fu ridotta così alla rivolta degli “scugnizzi”. Eppure non si trattava di un caduto senza storia o di un “eroe per caso”. Appena ventunenne, il giovane studente di architettura, era un antifascista conosciuto dalla polizia politica perché anni prima, dopo aver organizzato un gruppo di giovani cospiratori, era stato scoperto, aveva subito un processo ed era stato in carcere per quasi un anno. Non uno “scugnizzo”, quindi, ma un valoroso militante dell’Italia che nasceva. All’epoca Giorgio Napolitano, più o meno coetaneo di Adolfo Pansini, si dilettava a fare il critico teatrale nel gruppo universitario fascista, collaborava con il settimanale “IX maggio” e faceva la fronda, civettando molto prudentemente con alcuni antifascisti. Lì forse, all’università, fermo a metà del guado tra fascismo e antifascismo, in attesa che giovani come Pansini decidessero il corso della Storia e dessero la vita perché nascesse la Repubblica che oggi presiede, Napolitano sperimentava per la prima volta la sua dottrina delle “larghe intese”.

Perché Pansini non fu proposto per la decorazione? Perché guastava il “quadro” della città di plebe che si rivolta solo per disperazione? E perché gli altri capi delle rivolta prima non protestarono e poi non hanno mai raccontato? Forse perché la scelta della “continuità dello Stato” e la prima “larga intesa” non lo consentivano? Per quanto mi riguarda, più scavo nel passato e più mi pare di capire perché l’ombra lunga del “compromesso” giunge fino ai giorni nostri. Nel passato negato o taciuto c’è molto probabilmente la spiegazione profonda della  sconfitta di oggi. Nella lettura di ciò che sta accadendo alla repubblica c’è un equivoco di fondo. Napolitano non è, come i lascia credere, l’inevitabile figlio della crisi. No. Lui e molti dei suoi sedicenti “compagni” ne sono evidentemente i naturali e legittimi genitori.

Read Full Post »

Older Posts »