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Posts Tagged ‘guerra di Spagna’

Senza i ricordi e i documenti in possesso della scrittrice Yvonne Carbonaro, che completano le notizie ricavate dagli archivi, quest’articolo non l’avrei scritto e non conosceremmo l’avventurosa e significativa storia di un uomo, che ci aiuta a far luce sulla dimensione politica organizzata di una rivolta di cui purtroppo conosciamo ancora troppo poco.
Fino a pochi mesi fa, infatti, Biagio Carbonaro era un nome in un elenco di combattenti o, se si vuole, un insieme di domande senza risposte. Comunista schedato, pareva lontano dal mondo di Lenin e non era chiaro come avesse beffato la sorveglianza fascista e per quali vie fosse giunto all’appuntamento con la rivolta napoletana. Di lui si sapeva solo che, nel 1936, poco più che ventenne, seguendo la profetica intuizione di Carlo Rosselli – «oggi in Spagna, domani in Italia» –  era sparito con l’anarchico Vincenzo Mazzone, per riapparire a Barcellona tra i difensori della Repubblica assalita dai nazifascisti.
Chi è in realtà Carbonaro? Nato a Tunisi da genitori siciliani il 23 maggio 1915, Biagio frequenta Maurizio Valenzi, protagonista della Resistenza antifascista in Europa e futuro sindaco della nostra città e si forma alla politica nella comunità italiana. Non è comunista, ma anarchico libertario e non violento ed è così ostile al fascismo, da attirare l’attenzione dell’Ambasciata sicché a Roma, il Casellario Politico Centrale si arricchisce di un dossier che porta il suo nome e si riempie di note di polizia e «soffiate» di «confidenti», Come spesso accade, sono le carte dell’onnipresente polizia fascista e quelle custodite nell’Archivio Generale della Guerra Civile, a Salamanca, a raccontarci la vita di un «sovversivo» che, in un tempo come il nostro, fatto di muri eretti contro i disperati e ponti caduti come simboli di separazione, diventa un esempio prezioso di quella nobiltà della politica che ai nostri giovani si presenta purtroppo come trama d’interessi per lo più inconfessabili.
Grazie ai verbali trimestrali, allegati all’ordine di arrestarlo appena metta piede in Italia, possiamo seguire passo dopo passo la vita avventurosa del giovane antifascista, guidata da sentimenti ormai rari da trovare: dignità, amore per la libertà e consapevolezza che la legalità che non si accompagna alla giustizia sociale diventa prepotenza.
A novembre del 1936, quando giunge a Barcellona, Carbonaro è assegnato ai carri armati della Colonna Ascaso, milizia internazionale che accoglie i libertari della «Centuria Malatesta» e i volontari di «Giustizia e Libertá». Benché ferito sul fronte di Huesca, il giovane combatte fino al 1939, quando i franchisti dilagano. Fuggito a Marsiglia con l’intento di raggiungere l’Italia, si presenta al Consolato per rinnovare il passaporto, ma scopre di essere nella «lista nera» fascista e sfugge abilmente all’arresto, rientrando a Tunisi clandestinamente. Lì, nell’estate del 1943, come mostrano i documenti in possesso dalla figlia, lo trova il capitano Andre Pacatte, responsabile dei servizi segreti Alleati, che, in vista della campagna d’Italia, cerca uomini fidati per stabilire contatti con gli antifascisti. Carbonaro, reduce della guerra di Spagna e uomo di provata fede antifascista, è particolarmente adatto alla rischiosa missione. Pacatte lo contatta e il giovane accetta.
Giunto clandestinamente in Italia prima dello sbarco a Salerno, l’antifascista passa per Amalfi e Maiori, arriva a Napoli, entra in contatto con comunisti e anarchici, li spinge a preparare la rivolta, formando gruppi armati e partecipa all’insurrezione. Un’attività che cancella il mito degli scugnizzi e fa degli antifascisti i protagonisti di una rivolta che assume così i suoi reali connotati: quelli di uno scontro organizzato, che ha un’identità politica e si svolge in una città eroica e consapevole.
Dopo le Quattro Giornate, da ottobre del ‘43 a febbraio del ’45, in via Crispi 106, sede dei servizi segreti alleati, Carbonaro incontra periodicamente il capitano Pacatte.  Fornito di un lasciapassare che gli consente di circolare liberamente nei territori occupati e di un documento che, in caso di arresto da parte tedesca, gli riconosce il grado di sergente maggiore dell’esercito USA, l’antifascista compie numerose operazioni concordate con l’ORI, l’Organizzazione della Resistenza Italiana, guidata da Raimondo Craveri, e porta in salvo a Napoli perseguitati politici ed ebrei rifugiati nel Vaticano e in chiese e conventi romani.
Finita la guerra, Carbonaro, che ha dato  un notevole contributo alla causa della Resistenza, esce di scena con la discrezione di chi lotta per grandi ideali: senza chiedere onori e riconoscimenti. E’ giusto perciò che la figlia si accinga a ricordarlo con una biografia significativamente intitolata Mio padre, un eroe rimasto nell’ombra.

Repubblica, 28 settembre 2018

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Medaglia della città di Napoli ad Aurelio Grossi, 97 anni, antifascista, perseguitato politico, internato in Francia, confinato in Italia, figlio di Napoli nobilissima e ultimo dei volontari repubblicani della guerra di Spagna.
212La mia pessima foto non rende giustizia alle persone e alle cose, ma la giornata è stata indimenticabile. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, oggi ha compiuto un gesto di grande significato storico e politico: nessun combattente italiano dell’esercito repubblicano spagnolo aveva mai avuto riconoscimenti ufficiali da un rappresentante delle nostre Istituzioni. Da noi hanno sempre premiato, senza provare vergogna, i legionari fascisti. Non è un caso che sia accaduto a Napoli e sia accaduto oggi.
Degna di nota è stata anche la scelta del sindaco di portare a Palazzo San Giacomo la bandiera della CNT, la Confederación Nacional del Trabajo, quella degli anarchici spagnoli, che combatterono contro Franco.
Non finisce qua, ma le novità vanno custodite con cura e se ne parlerà, se e quando sarà tempo di farlo. Intanto, il mio ringraziamento al sindaco e alla sua sensibilità. Checché ne pensino Saviano e tanti come lui, che non sanno di che parlano, Napoli e questa sua stagione non sono prive di contraddizioni e cose che possono e devono migliorare, ma chi vuole vederlo lo sa bene: in questo momento, Napoli è un avamposto, un’oasi in un deserto, una via che si è aperta verso un tempo che potrà essere nuovo. Com’è naturale, abbiamo numerosi nemici. Molto dipende perciò da noi tutti, cittadini di questa città, dalla capacità che avremo di criticare per costruire assieme.
I Romani antichi, che ebbero molti difetti e qualche pregio destinato a lasciare di sé memoria perenne, distinguevano i giorni con sassolini di due colori. Oggi, alla loro maniera, ho segnato il mio con un lapillo bianco. So bene che la storia è anche figlia del caso, dell’accidente e dell’imponderabile. Credo però fermamente – e con fondate ragioni – che a lungo andare la sorte cede il passo alla capacità di lotta e alle giuste battaglie che l’uomo sceglie di combattere. Oggi Aurelio Grossi, alla fine del suo percorso, ha avuto un po’ di quanto la sorte gli aveva negato. Tardi, forse, e nemmeno so se ne abbia avuto una consapevolezza piena. Tuttavia è accaduto e la forza della ragioni ha avuto la meglio sulle ragioni brute della forza. Questa lezione ho appreso oggi, in un giorno tardo della mia vita e così come l’ho appresa la trasmetto. Credo molto nel valore rivoluzionario della memoria storica. Il passato non esiste, se non nel presente, e ogni nostro momento presente diventerà passato, ma vivrà nel futuro.
Di questo si è trattato. Non di altro, Non è stato poco, però. Certamente no.

Agoravox, 22 dicembre 2016

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Aurelio Grossi (in piedi, terzo da sinistra)

Aurelio Grossi (in piedi, terzo da sinistra)

Domani per gli antifascisti napoletani è una giornata importante e sarebbe bello incontrare a “Villa Merliani” – in via Merliani 19, al Vomero – qualcuno dei tanti giovani abituati a ripetere uno slogan che tante volte ho ascoltato: “Siamo tutti antifascisti”.
Domattina 21 dicembre 2016, alle 10, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, consegnerà la medaglia della città ad Aurelio Grossi, combattente volontario repubblicano della guerra di Spagna. A 97 anni, Aurelio è l’ultimo di quei combattenti ancora in vita. Ha lasciato Napoli per l’Argentina, a 7 anni, nel 1926, assieme alla famiglia antifascista, per sfuggire alla persecuzione fascista. Da Buenos Aires è partito per la Spagna a diciassette anni, nel 1936, con il padre, avv. Cesare Grossi, la madre, Maria Olandese, Ada, la sorella e Renato, il fratello maggiore, tutti e cinque coinvolti fino in fondo nella lunga guerra contro i franchisti. Non ripeterò qui la storia di una famiglia che ho raccontato mille volte. Dirò solo che parlare di eroismo non è retorica e aggiungerò che la lezione di Aurelio e della sua famiglia conduce a un’idea così alta della Politica, da avere rarissimi riscontri nell’attuale realtà del Paese. Mi limiterò a ricordare i momenti salienti di una vicenda che fa onore alla città di Napoli.
Aurelio, radiotelegrafista nell’esercito repubblicano come il fratello Renato, ha perso un occhio a Teruel, ferito gravemente in una delle più dure e sanguinose battaglie di quel conflitto che per molti versi aprì la lunga stagione di lotta armata dell’antifascismo contro i nazifascisti. In quel primo, durissimo scontro, prevalgono i nazifascisti e Aurelio, come tutta la famiglia, conosce il calvario dei campi d’internamento francesi. In quello di Gurs, dopo la sconfitta della Francia nel secondo conflitto mondiale, è stato consegnato ai fascisti, imprigionato in Liguria e poi nella casa di pena di Poggioreale, a Napoli. Da ultimo, è finito a Melfi confinato con la madre Maria Olandese, mentre il padre, Cesare Grossi è confinato a Ventotene, dove resta con Sandro Pertini, Umberto Terracini e tante altre grandi figure della nostra storia fino alla caduta del fascismo, nel 1943. Liberati e tornati a Napoli proprio mentre la città insorge e caccia i tedeschi, dopo la guerra, i cinque antifascisti si sono fatti da parte, senza nulla chiedere, dopo aver tutto dato. L’Italia che hanno sognato e per la quale Aurelio e tutti gli altri hanno combattuto non è mai stata come l’hanno immaginata, quando lottavano contro i regimi totalitari e questo rende Aurelio testimone prezioso di un mondo nobile – anche qui la parola non è retorica – che la nostra classe dirigente ha preferito ignorare.
Ada Grossi, sorella di Aurelio, ricevette dalle mani di Rosa Russo Iervolino il riconoscimento che oggi tocca ad Aurelio. A Luigi De Magistris, che ha conosciuto Ada e ora consegna questa medaglia ad Aurelio, va riconosciuto il merito di riaprire un discorso che rompe con lo storico e colpevole silenzio delle Istituzioni. Il merito di farlo in un momento particolarmente difficile per la storia del Paese e delle sue Istituzioni democratiche. Chi scrive gli ha personalmente chiesto più volte di non fermarsi qui. Sarebbe pienamente coerente con il suo stile e la sua visione della politica, un ulteriore un passo, un passo necessario e significativo, che finora non è stato compiuto: riconoscere l’enorme valore democratico della partecipazione volontaria dei nostri combattenti alla guerra di Spagna e promuovere una iniziativa culturale, un convegno ufficiale, in cui una Istituzione della Repubblica riconosca, infine, nella lunga militanza antifascista e nella lotta armata per la libertà della Repubblica di Spagna, il primo passo verso la Resistenza e la guerra di Liberazione, da cui è nata la nostra Repubblica. De Magistris mi ha più volte promesso di farlo. Io non lo forzo. Mi limito a credergli. Aggiungo solo che sarebbe un gesto di grande valore politico, come tutti quelli che riconoscono nel passato le più vitali radici del presente che viviamo e del futuro che proviamo a costruire.

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13360L’articolo 87 della Costituzione non consente dubbi: il comando delle forze Armate spetta al Presidente della Repubblica, ma è onestamente impossibile credere che Sergio Mattarella sia al corrente della stravagante e pericolosa iniziativa del Consolato d’Italia a Madrid, della quale qualcosa saprà tutt’al più l’Ambasciata. In tutta sincerità, tuttavia, non è facile nemmeno anche solo immaginare che ambasciatori e consoli del nostro Paese si muovano così, senza informare il Ministero degli Affari Esteri. Molto difficile, forse impossibile, è pensare che le Forze Armate Italiane possano fare quel che gli pare, senza mettere al corrente il ministro della difesa. E come credere, infine, che Gentiloni e Pinotti, così attenti a questioni se non altro formali di democrazia, abbiano autorizzato una iniziativa che costituisce un autentico ceffone alla Spagna democratica, alle radici antifasciste della Repubblica e al sistema di valori che l’ha ispirata? Questo, senza contare il buon senso, che dovrebbe caratterizzare il lavoro della diplomazia e l’azione politica di ogni governo.

Da qualsiasi parte lo guardi, l’annuncio dell’ANCIS, l’Associazione Nazionale Combattenti Italiani di Spagna è una patata bollente per tutti e non fa onore a nessuno: né alla festa delle Forze Armate repubblicane, né alla nostra diplomazia, né al Governo Renzi, che non può lasciar passare iniziative decisamente improvvide. Cosa accada in questi giorni a Madrid, ci vuole davvero poco a dirlo. Molto più complicato sarebbe invece spiegarlo, se, malauguratamente, non si trattasse di un equivoco, di qualcuno che millanta crediti o, più semplicemente, di una stupida menzogna.

A dar retta al sito ufficiale dell’ANCIS, cui fa ottima compagnia quello della “Falange” – espressione dell’estrema destra spagnola – il 5 novembre, presso la sede del Consolato d’Italia a Madrid, al n. 3 di Calle Augustin de Betancour, i nostalgici dell’Italia fascista, reduci e complici del macello franchista, se ce ne sono di sopravvissuti, i loro familiari e con ogni probabilità esponenti della nostra peggiore destra, festeggeranno le Forze Armate dell’Italia Repubblicana e ricorderanno di fatto quelle fasciste e franchiste. E sì, fasciste e franchiste, come rammenta La Falange a chi soffre di vuoti di memoria, accennando alla fraternità di armi e di spirito “en la Cruzada de Liberación Nacional del 1936/39”. Insomma, i “crociati” fascisti e falangisti assieme, ufficialmente ospiti della nostra sede diplomatica.

Sul destino degli uomini dopo la vita ognuno ha diritto di pensarla come vuole, ma non occorre certo essere medium, per sentire lo sdegno dei fratelli Rosselli ammazzati a coltellate in un bosco, perché portarono in Spagna l’Italia che lottava per la dignità, la libertà e la democrazia. Quell’Italia che ambasciatori e consoli non hanno alcun diritto di ignorare o calpestare, inserendo tra i loro gli ospiti d’onore i “legionari” di Mussolini o chi per essi, protagonisti diretti o discendenti e rappresentanti di quei piloti che ci coprirono di vergogna, partecipando ai primi bombardamenti terroristici della storia, colpendo l’inerme Barcellona, bombardando persino le scuole e partecipando alla terribile distruzione di Guernica. Come criminali e pirati, avevano cancellato dalle ali dei loro velivoli i segni distintivi dell’Italia, il nostro Paese aggressore. Un Paese ben diverso da quello che rappresenta ufficialmente in Spagna il corpo diplomatico della repubblica.

Per questa inaccettabile escursione estera dell’ANCIS, sono previste – la citazione è testuale – “convivialità con i camerati spagnoli”. Non è dato sapere se e in quale veste – ufficiosa o addirittura ufficiale – saranno  presenti anche esponenti politici o diplomatici della Repubblica Italiana. Quella repubblica che, sino a prova contraria, con i “camerati” falangisti e con i rappresentanti dei nostri volontari fascisti non può e non deve avere alcun rapporto, meno che mai “conviviale”, perché non glielo consente la Costituzione nata anche dal sangue dei combattenti di Spagna. Quelli antifascisti, naturalmente. E sarebbe bene che qualcuno lo ricordasse alle nostre rappresentanze diplomatiche all’estero, perché mai come stavolta è terribilmente vero: chi tace acconsente.

Uscito su Agoravox e Fuoriregistro il 4 novembre 2015 col titolo Raduno fascista a Madrid patrocinato dall’ambasciata italiana? Mattarella lo sa?

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12009736_10153554816121397_3990894367397108267_nAurelio Grossi, novantasei anni, concittadino di Giorgio Napolitano, mentre parla con Pasquale D’Aiello, documentarista giovane e preparato, impegnato in un progetto di recupero e valorizzazione di una memoria storica che rischia di svanire per sempre. In Italia, Aurelio è l’ultimo volontario di Spagna che sia ancora in vita. Napolitano non lo sa, è troppo impegnato nella distruzione della repubblica, ma Aurelio non ha fatto la fronda nei gruppi universitari fascisti, ma ha combattuto contro i franchisti, i fascisti e i nazisti. Tre lunghi anni di guerra sanguinosa, una ferita a un occhio, i campi d’internamento francesi, poi l’Italia, Napoli, il carcere di Poggioreale e più di due anni di confino politico.
Le Istituzioni della repubblica antifascista e quanti si dicono oggi antifascisti avrebbero dovuto essergli riconoscenti, averlo in gran conto, onorarlo e non fargli sentire il peso della solitudine. Nessuno s’è mai ricordato di lui e le Istituzioni, tutte e a tutti i livelli, lo hanno lasciato solo, come sola se n’è andata Ada, la sorella, che da Barcellona, dai microfoni di “Radio Lìbertà” portò nell’Italia fascista la voce della Spagna libera e repubblicana.
Si fanno mille analisi per comprendere le ragioni della micidiale sconfitta delle sinistra, ma sono chiacchiere di sedicenti intellettuali, che hanno costruito le loro fortune sul nulla. La spiegazione è molto più semplice di quanto si voglia far credere. Semplice e terribile. La solitudine di Aurelio ce la racconta con una evidenza che non lascia spazio ai dubbi. Tra pochi giorni, per ricordare le Quattro Giornate, prenderanno la parola cani e porci e ci parleranno di scugnizzi e carabinieri. Di Aurelio non si ricorderà nessuno, perché nessuno sa che esiste e se glielo dici, non ti stanno a sentire. Qui a Napoli oltre 200 tra ex confinati e perseguitati politici presero le armi contro i nazifascisti, ma nessuno ne sa niente. Ormai la storia si scrive sotto dettato. Un insieme di veline.
Ecco che ciò che scrive Pasquale D’Aiello:
Oggi abbiamo incontrato per il nostro documentario, “I primi saranno gli ultimi”, l’ultimo combattente italiano della guerra civile spagnola, Aurelio Grossi. Alla fine lo abbiamo ringraziato per il suo impegno per la libertà e per l’attenzione che ci aveva dedicato. Lui ci ha risposto, sforzandosi per raccogliere le sue poche energie: “sono io che ringrazio voi”. E il sorriso che ci ha regalato mi ha reso felice.
Ringrazio il professor Giuseppe Aragno che ci ha permesso di conoscerlo e ci ha reso possibile incontrarlo e il presidente dell’AICVAS, Italo Poma, che per primo ci ha messo sulle sue tracce“.

Per conoscere meglio l’interessante lavoro dell’ottimo D’Aiello, cliccare sul link:
I primi saranno gli ultimi.

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6269781250_6aa9a0fee3[1]Il prossimo 25 aprile, in una città mobilitata contro il ricatto del debito e la distruzione dello stato sociale, Madrid celebrerà la «festa nazionale per la liberazione da tutti i fascismi» e renderà omaggio alle donne e agli uomini accorsi in Spagna in difesa della Repubblica minacciata da Franco. Sarà l’occasione per una riflessione sulla lotta antifascista di resistenza, sull’attualità e il valore del 25 aprile in un’Europa paradossalmente «unita» eppure divisa come non pareva potesse più esserlo. E’ difficile immaginare in quante scuole e università italiane ci sarà spazio per ricordare e quanti giovani, nel clima politico che viviamo, conoscano Rosselli, Pesce o Vincenzo Perrone, caduto per mano franchista a Monte Pelato, e le ragioni per cui migliaia di ragazzi e ragazze nel 1936 partirono dall’Italia per combattere una guerra che non pareva riguardarli. Tra presente e passato s’è ormai creato un pericoloso «corto circuito» e non c’è nulla purtroppo che somigli a un gregge quanto un popolo che ignora la sua storia.
Lo dicono in tanti: «in Europa c’è la crisi». Pochi, tuttavia colgono probabilmente la contraddizione storica da cui essa scaturisce. Figlia del«Manifesto” scritto da Spinelli, Rossi e Colorni, confinati a Ventotene, e perciò «geneticamente» antifascista, l’Europa unita, infatti, non solo ha smarrito i suoi autentici connotati, ma si va sempre più trasformando nel suo esatto contrario. Nata per impedire l’«oppressione degli stranieri dominatori», è uno strumento di oppressione di alcune élite su masse popolari escluse dai processi decisionali; concepita come antidoto alla degenerazione degli ideali di indipendenza nazionale in quel nazionalismo imperialista che intralciava la libera circolazione di uomini e merci, con la vicenda libica sembra ormai tornata all’imperialismo. In quanto alla libera circolazione, porte spalancate per le merci, soprattutto se speculano sulla qualità, sul costo del lavoro e sui diritti negati, ma per quanto riguarda gli uomini, entro e fuori dai suoi confini, l’Europa mortifica le ragioni stesse della sua esistenza. Da anni ormai una umanità dolente paga sulla propria pelle il naufragio di quel capitalismo che dopo il crollo del muro di Berlino aveva annunciato l’età dell’oro e la «fine della storia». Mentre gli immigrati sono respinti o internati e chi domanda asilo solo raramente trova accoglienza, entro i confini della «terra promessa» l’egemonia dei «paesi creditori» su quelli debitori disegna ormai il quadro di una vera colonizzazione interna. Non bastasse questa grave miseria morale, l’Europa unita, in mano ad élite che governano senza mandato, snatura se stessa, adottando un modello di «democrazia senza partecipazione» e ripudia persino Montesquieu. A rendere più profonda la rottura con l’ispirazione solidaristica dell’idea federalista, a fare dell’Europa un’atroce «zona franca» nella corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori hanno pensato poi, negli ultimi anni, l’olocausto mediterraneo e la Grecia, asservita agli interessi delle banche. Un disprezzo così profondo per la vita umana, richiama alla mente le riflessioni di Hannah Arendt, sulla «banalità del male» e la filosofia della storia che tra le due guerre mondiali scrisse le pagine più buie della vita dell’Occidente. Dietro il dramma che si profila minaccioso e chiaro all’orizzonte, si intuiscono le ragioni insondabili del profitto che antepongono all’umanità sottomessa gli interessi parassitari di quel capitale finanziario che vide nel fascismo la sua naturale tutela.
In questo quadro, recuperare alla memoria storica la dimensione internazionale dell’antifascismo e della Resistenza, ovunque sia possibile – scuola, università, dibattito culturale, movimenti di lotta alla globalizzazione dello sfruttamento – significa far crescere intelligenze critiche e combattere il pensiero unico. C’è un passo del «Manifesto di Ventotene» in cui l’esperienza di chi ha vissuto la repressione fascista e ha combattuto la sua battaglia per i diritti e la dignità si volge al futuro con uno sguardo così penetrante, da sembrare profetico. E’ un passo che andrebbe studiato L’Europa dei popoli uniti, vi si legge, non nascerà senza contrasti. I «privilegiati […] cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata di sentimenti e passioni internazionalistiche». Gli antifascisti non hanno dubbi: «quei gruppi del capitalismo […] che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati» – scrivono con mano ferma – «già fin da oggi, sentono che l’edificio scricchiola e cercano di salvarsi. […] hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando […], si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti».
Tornare all’antifascismo e alla sua lunga stagione di lotte condotte tra incomprensioni, fratture e scontri dolorosi come accadde per la guerra di Spagna non vuol dire cercare rifugio nel passato di fronte alle sconfitte del presente, ma cogliere la lezione che viene dai fatti: c’è nell’antifascismo europeo un filo rosso che lega il passato al presente e disegna una via per il futuro. Il cammino aperto in Spagna da giovani accorsi da ogni Paese a sostegno della libertà e dei diritti calpestati, non si è fermato a Guernica o a Barcellona, nonostante la ferocia dei primi bombardamenti terroristici. Molti dei combattenti italiani di Spagna presero anni dopo la via dei monti e combatterono la guerra partigiana, testimoni troppo spesso dimenticati di una vicenda che segna in maniera indelebile la storia del Novecento. La guerra di Spagna, ebbe a scrivere Pierre Vilar, «come fatto culturale ebbe un valore universale». Il valore che Carlo Rosselli, un grande antifascista, seppe riassumere in una frase che sembra scolpita nella storia: «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo».
Molte cose sono cambiate, ma l’Europa in cui viviamo sembra restituire alla sfida di Rosselli il valore di un monito a futura memoria. E’ necessario che il filo della memoria non si spezzi. Non a caso Madrid che lotta in piazza, sente il bisogno di ricordare: nella memoria storica c’è spesso il senso più profondo del presente. E’ una lotta che qui da noi dovrebbe fare della scuola statale non solo il punto di sutura tra tempo della storia e tempo della vita, ma un baluardo che va difeso. Costi quel che costi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 aprile 2013

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Da un po’ tutto s’è fatto così buio, che se accendiamo un lumicino è necessario riparare gli occhi con la mano, perché la luce ti ferisce. Lavori, militi, rifletti, scrivi, ti accampi negli archivi in cui sei entrato giovane e lo sai bene: ormai ci sei stato tanto, che occorre ti prepari a uscirne. Sei vecchio quanto basta perché sempre più spesso ti capiti di chiederti a che sia servito e a che serva interrogare il passato, quando il presente minaccia il futuro e di mille battaglie, non una alla fine ne hai vinto. 
Da un po’ c’è tanto buio attorno a te, che se un lumicino s’accende, tutto riacquista un senso  e ti accorgi che, tornassi mille volte indietro, mille volte rifaresti quello che hai fatto e non hai rimpianti. A qualcosa è servito, certo che è servito, mi dice un messaggio venuto dalla Spagna a cancellare i dubbi. Una buona notizia e val la pena di raccontarla.

Cari partecipanti al congresso di Barcellona del novembre 2011,
in attesa dell’imminente uscita del volume degli atti vi comunico con un certo orgoglio che la nostra denuncia dei bombardamenti di Barcellona da parte dell’aviazione legionaria ha aperto una prima breccia nel muro di impunità che “tutelava” i crimini della guerra civile.
È un risultato storico.
Qui l’articolo de El País
Allego il nostro un comunicato e vi invito a diffondere la notizia!
Un caro saluto,
Ida
Associació Altraitalia – Barcellona“.

 

SENTENZA – COMUNICATO STAMPA

La sentenza pronunciata oggi dalla sala X dell’Audiencia Provincial di Barcellona rappresenta un avvenimento di portata storica.
Finalmente si è infranto quel muro del silenzio che per anni ha impedito, sul fronte pubblico, la conoscenza di importanti avvenimenti del nostro recente passato, mentre su quello giudiziario ha bloccato qualsiasi tentativo di individuare i responsabili dei crimini contro l’umanità commessi durante la Guerra civile spagnola.
Questa sentenza determina l’apertura di una fase istruttoria volta a individuare i responsabili dei bombardamenti a tappeto, condotti dall’aviazione italiana, che tra il gennaio 1937 e gli ultimi mesi del 1938 colpirono la popolazione civile della città di Barcellona.
Paradossalmente, i promotori di questa azione di denuncia contro uno degli episodi più drammatici della violenza fascista in territorio spagnolo sono proprio i membri di un’associazione di italiani, l’Associació Altraitalia – Barcelona, che costituendosi parte civile ha accompagnato nel percorso giudiziario due delle vittime ancora in vita dei bombardamenti del quartiere della Barceloneta.
Con la precisa volontà di rendere noti e divulgare importanti fatti storici volutamente dimenticati e occultati dalle rispettive autorità istituzionali.
Dal 2009 la commissione memoria di questa associazione antifascista non legata ad alcun partito, ha testardamente portato avanti il suo progetto, nonostante le reazioni di sarcasmo e incomprensione
ricevuti da gran parte dei suoi interlocutori, ed è riuscita a raccogliere tutto il materiale storico necessario per esporre la sua denuncia per i bombardamenti effettuati dall’aviazione e dalla marina fascista nel 1937-38 ai danni della popolazione civile inerme, che costò oltre 6 500 morti al popolo catalano. L’ indifferenza e l’ostracismo che questa iniziativa ha incontrato nelle istituizioni catalane e italiane durante questi anni è stata sottolineata dalla sentenza stessa in riferimento al comportamento negligente tenuto dalla Generalitat e dai comuni delle zone bombardate che dal punto di vista giuridico non hanno promosso o appoggiato iniziative per sanare questa ferita umana e per restituire dignità storica alle vittime.
L’intervento delle truppe e le armi inviate da Mussolini sono stati decisivi per il trionfo del colpo di stato militare di Franco contro un governo democraticamente eletto e legale. Legalità che i bombardamenti violarono sistematicamente: l’Italia non aveva mai dichiarato guerra alla Repubblica spagnola, gli aerei e le imbarcazioni che effettuavano le azioni erano “pirata”, perchè avevano accortamente mascherato i loro segni di riconoscimento e operavano prevalentemente di notte, inoltre con la modalità dei bombardamenti a tappeto, utilizzata per la prima volta contro una grande città europea, si infrangevano i patti internazionali che lo stesso stato italiano -in quanto firmatario- si era impegnato a far rispettare.
Per come è stato dimostrato dai documenti d’archivio italiani i bombardamenti avevano l’obiettivo di attaccare e terrorizzare la popolazione civile catalana con il fine di provocare la demoralizzazione della retroguardia repubblicana.
I membri di AltraItalia hanno anche promosso una ricerca d’archivio (pubblicata nella rivista Sapiens num. 114 del 2012) in cui si dimostra come fino alla fine degli anni Cinquanta lo stato democratico italiano continuò vergognosamente a ricevere dal regime franchista il risarcimento delle spese di guerra sostenute. Con l’intenzione di promuovere il dibattito sulle implicazioni dle fascismo italiano con il colpo di stato di Franco, la guerra civile e la successiva dittatura, l’associazione ha organizzato inoltre delle giornate internazionali di studio dal titolo: “Catalunya-Itàlia: memòries creuades, experiències comuns Feixisme i antifeixisme des de la Guerra Civil fins a la Transició (1936 -1977)”, che si realizzarono con il supporto del Memorial Democràtic della Generalitat de Catalunya il 25 e 26 novembre 2011.
Eppure lo stato italiano non solo non ha mai riconosciuto le responsabilità di queste azioni militari, anzi ha permesso la creazione di monumenti e lapidi agli eroi della “Guerra di Spagna” che dagli aerei dell’esercito italiano uccisero donne e bambini a sostegno della sollevazione franquista. In varie città italiane, come Arezzo e Trieste, si mantengono e addirittura si inaugurano spazi dedicati a membri delle truppe fasciste caduti nella guerra di Spagna. Una guerra che rappresenta una pagina volutamente rimossa dalla memoria storica e civile italiana.
Per costruire una nuova Europa dei popoli su valori condivisi bisogna ristabilire la verità storica. Così l’hanno inteso i figli e i nipoti delle vittime dei massacri nazisti perpetrati tra il 1944 e il 1945 in diversi centri italiani che, con l’appoggio delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali, hanno portato a processo, 60 anni dopo, i responsabili di quei crimini, ottenendo condanne e riconoscimento di risarcimenti.
Le vittime dei bombardamenti del quartiere della Barceloneta, contattate e sostenute da AltraItalia, attraverso gli avvocati Newton Bozzi (membro dell’associazione), Jaume Asens (membro della Commissione di difesa dei diritti umani del Collegio d’avvocati di Barcellona) e con il supporto di Josep Cruanyes (presidente della Commissione per la dignità) hanno presentato il 2 giugno 2011, una prima denuncia all’Audiencia Nacional, che dopo essere stata respinta dal tribunale, che si è dichiarato “non competente per il territorio”, è stata ripresentata l’1 giugno 2012 al tribunale di Barcellona.
Oggi, finalmente, è stata accolta la richiesta di apertura della causa.

Si spera che questa prima breccia aperta nel muro del silenzio e dell’impunità che ha protetto finora i crimini di una delle più lunghe dittature europee possa facilitare la comparsa di più iniziative di denuncia da parte della società civile di tutte le comunità spagnole che sono state colpite dai bombardamenti e dagli atti di violenza indiscriminata della guerra del 1936-1939.
Sono numerosi i familiari delle vittime dei bombardamenti che ci hanno contattato nel corso di questo percorso. Ci siamo limitati a raccogliere nella denuncia le dichiarazioni di due sole vittime per non dilatare i tempi e i costi dell’azione legale, ma speriamo che a partire da adesso le legittime richieste di queste persone siano sostenute da istituzioni e amministrazioni pubbliche.
Come italiani e catalani di Barcellona siamo orgogliosi di questa iniziativa e speriamo che la società civile antiautoritaria e antifascista catalana e spagnola nel suo insieme – con il supporto inderogabile di istituzioni e amministrazioni pubbliche – accetti e dia continuità al nostro contributo al riconoscimento di una giustizia universale che, oltre a dovunque e sempre i crimini contro l’umanità, permetta legare i valori che hanno ispirato le lotte di ieri per la libertà, la giustizia sociale e la dignità con quelle di oggi.

Testimoni – Vittime dei bombardamenti
1) Alfons Cánovas Lapuente
El 19 de Enero de 1938 alrededor de las 12, mi padre, que trabajaba como estibador para los Almacenes Generales del Comercio en el puerto de Barcelona, salió de su lugar de trabajo que se encontraba cerca de donde hoy está el Museo de Historia de Catalunya – Palau del Mar, es decir en la zona del puerto entre Plaza de Pau Vila y Paseo Joan de Borbón, y se fue, como hacía siempre, a cuidar de su huerto ubicado en un pequeño espacio de tierra en frente de los mismos depósitos, entre las vías del ferrocarril. Mientras trabajaba, unos aviones de la Aviación Italiana bombardearon los almacenes, las cercanías y le mataron. Este día yo me encontraba en el frente de Aragón combatiendo. Supe de lo ocurrido algunos días más tarde, cuando recibí una carta de mi tío. Cuando volví a Barcelona, mi hermana, que fue testigo presencial de los bombardeos, me repitió la misma narración del hecho delictivo.
2) Anna Raya
El día 1 de Octubre del 1937, tenía la edad de ochos años; me encontraba en el colegio de la calle Baluard del barrio de la Barceloneta en Barcelona. Una bomba lanzada por los aviones de la Aviación Italiana cayó directamente sobre el colegio. Hubo una nube, caían piedras, los niños corrían por todos lados y los aviones nos ametrallaron. Yo fui herida a la cabeza por un trozo de metal. Un soldado me llevó a un dispensario, ya que en la Barceloneta no había hospital y el más cercano estaba colapsado por la cantidad de muertos y heridos que provocaron los bombardeos. En el dispensario, un doctor me puso unas grapas para suturar la herida en la cabeza.

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