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Guido Dorso - Wikipedia

Guido Dorso – Wikipedia

Le forze dell’ordine, le stesse che di lì a un decennio, folgorate sulla via di Damasco, si sarebbero convertite all’idea repubblicana e presto avrebbero “legalmente” incarcerato partigiani e “dissidenti” di sinistra, negli anni Trenta si misero invano sulle loro tracce. Gli autori non furono mai trovati, ma i volantini, custoditi negli archivi di Stato, serbano memoria di un “antifascismo” di destra, “liberal-democratico” se così si può dire, probabilmente disorganizzato, ma in grado di far circolare idee e programmi in cui non è difficile cogliere lo “sguardo lungo” e una lucidità che, alla inconfutabile luce dei fatti compiuti, si rivela oggi profetica; dietro ci sono evidentemente un progetto politico che ha radici nella nostra storia e un sistema di valori condiviso da larghi strati di quella parte di popolazione che oggi diremmo moderata. Un’analisi breve ma efficace: il fascismo cadrà – prima o poi tutte le dittature cadono travolte dal peso delle contraddizioni – ma gli sopravviveranno la Corona, che è il vero riferimento dell’esercito, e il Vaticano con cui il sedicente regime “totalitario”, non ha mai smesso di fare i conti. In questa prospettiva di tempo lungo, paradossalmente, per i “moderati antifascisti”, il problema non è il regime ma l’antifascismo “rosso” che si oppone eroicamente a Mussolini. A ben vedere, dall’analisi non nasce solo un progetto di lotta antifascista – stare a tutti i costi con la Corona e con la Chiesa – ma, anche una lucida sintesi del problema che si porrà all’Italia post fascista; essa traccia, infatti, il profilo che, esaurita la funzione storica dei Savoia, assumerà il Paese e mette all’ordine del giorno la “continuità dello Stato”.

Invano, anni dopo, nel novembre del 1945, mentre la repubblica era in gestazione, l’azionista Guido Dorso avrebbe fotografato l’essenza dello Stato italiano nel “Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico” e nel “Maresciallo dei RR. CC.“, l’equivalente di “quello che gli architetti chiamano la voltina“. Nonostante la guerra partigiana e il grande sommovimento tellurico che l’ha lesionata “la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio“, prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa. La quasi totalità dei Magistrati, egli osservava, per ottantacinque anni ha giurato “in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele“; poi ricorreva ironicamente ad Anatole France, che “è di moda nelle nostre Corti di giustizia“, con “le ironiche considerazioni che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille. Di fronte alla guardia municipale che asseriva essere stata oltraggiata con l’apostrofe di vache. il presidente routiniere, optava per il potere costituito” e il grande scrittore non poteva non concludere: “in quel tempo in Francia gli scienziati erano in ribasso“.

Nel suo insieme – e da tempo immemorabile – in Italia in ribasso sono le azioni di certa “sinistra” che prima non ha potuto o saputo cambiare lo Stato e poi, sposando dottrine neoliberiste, ha affiancato di fatto il capitale ed è finita in braccio agli ignoti antifascisti liberali degli anni Trenta. Con un’aggravante: quelli lottavano almeno contro il fascismo, l’odierna “sinistra moderata” ha perso anche la bussola dell’antifascismo e naufraga nelle secche di un’ormai sterile lotta per un Parlamento che purtroppo non solo ha poco o niente a che vedere con la Costituzione, ma è l’immagine speculare di un potere che ricorre costantemente alla repressione poliziesca contro chi lotta per i diritti e, quando ce l’ha, sempre più spesso muore sul posto di lavoro, costretto ad accettare ogni condizione, anche la più dura e illegale, per dar da vivere alla famiglie e aiutare le giovani generazioni per le quali non c’è più futuro. La storia purtroppo non concede la “prova del nove”, ma tempo per verificare ce n’è: non è stato Grillo a portarsi appresso la nostra gioventù. E’ stato il naufragio della sinistra parlamentare a portarglieli in dote.

Si può essere “moderati” in mille modi. Il centro sinistra, che ha confuso la moderazione con la complicità, farebbe bene a riflettere sulle parole di Dorso, moderato, certo, ma autentico antifascista. Sono ormai decenni che lo Stato italiano somiglia sempre più a quello che il grande meridionalista intendeva cambiare. E’ lo Stato che Grillo attacca purtroppo con giusta ragione e Vendola e Bersani intendono invece lasciare com’è, braccio armato del mercato e strumento di logiche repressive di classe. Attestato su questa posizione ambigua, il centro sinistra è andato a caccia di non si sa quale consenso, non l’ha trovato e ora apre all’avventura di Grillo. Da troppo tempo purtroppo il Parlamento, ridotto a una “piccola cellula istituzionale“, composta di nominati privi della legittimità di un voto popolare, non solo non può più produrre democrazia, ma crea di continuo conflitto, sta dalla parte dei padroni e oppone a chi lotta il “Maresciallo dei RR. CC.“. Il centro sinistra, sostegno di sedicenti “moderati” alla Monti, va a traino della reazione. L’Italia ha galere piene di povera gente; per i “clandestini” e i “ceti pericolosi” le forze dell’ordine dispongono di strumenti efficaci quanto l’ammonizione e il confino. Il governo dei “moderati ” è giunto a riesumare il codice Rocco e il reato di “devastazione e saccheggio”, ma non s”è trovato l’animo di osservare che, in seguito alle conseguenze delle riforme Fornero, sarebbe stato eccessivo parlarne persino di fronte a un sussulto insurrezionale. Sentenze ingiuste puniscono con una pacca sulla spalla poliziotti assassini e si sta lì, in Parlamento, presi dall’eterna battaglia morale contro Berlusconi col quale, però, si è andati al governo.

Ormai non passa giorno che qualcuno non si riempia la bocca della parola “legalità” ma, nella realtà quotidiana, manca anche l’ombra della giustizia sociale. Il centro sinistra in Parlamento perde perché i governi in cui entra o quelli per cui chiede il voto non “lavorano per il lavoro” ma sposano totalmente le tesi liberiste e intimidiscono, per dirla con Dorso, chiunque abbia “vaghezza dl fruire integralmente dei suoi diritti civili e politici dormienti negli ingialliti fogli dello Statuto“.
Da questo storico stallo non si potrà uscire solo col “reddito di cittadinanza“, come propone Bevilacqua sul “Manifesto“. Benvenga, se non costa nulla alla povera gente e alla dignità dei lavoratori, ma all’ordine del giorno ci sono i diritti e la giustizia sociale. Occorre prenderne atto per capire che ormai non si tratta più di sfidare il Movimento a Cinque Stelle.
E’ giunta l’ora di sfidare se stessi e soprattutto limiti e divisioni della nostra storia recente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2013 e su “Liberazione” il 4 marzo 2013

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