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Posts Tagged ‘“Repubblica”’

Ex OPG Materdei La procura indaga sul centro sociale occupatoC’è una sola cosa di cui dovremmo seriamente allarmarci, leggendo notizie come quelle pubblicate da Alessio Gemma: del fatto che in una città in cui la camorra fa paura, la Procura della Repubblica non trovi di meglio che impegnare risorse e tempo per indagare sull’Ex Opg. Tu leggi e pensi: ecco una notizia per cui corrotti, corruttori, camorristi e malavitosi di ogni genere fanno sicuramente festa.
Fermarsi a constatare però che questo cumulo di banalità racconta a chi ancora non l’ha capito qual è il livello culturale e morale della vita politica in questo Paese, sarebbe segno di grave superficialità. Quando diventano argomento politico e trovano addirittura spazio su un giornale del peso e del valore di “Repubblica”, per qualcuno evidentemente le cose risibili hanno un valore e una funzione. Possono anche essere stupide – e stavolta lo sono, non ci piove – ma c’è chi ne ricava un tornaconto.
Alessio Gemma fa il suo mestiere e io il mio. Il giornalista raccoglie notizie e copre le sue fonti. Io le fonti le cerco e le valuto. Ogni volta che ne scopro una, capisco a chi giovano notizie e non-notizie. Ecco. Io so qual è la fonte di questo articolo, perché si è voluto dare rilievo a una discutibile scelta della Procura e soprattutto so perché la notizia di cronaca giudiziaria è stata “agganciata” a una “vicenda passata sotto traccia”. Una vicenda che mi riguarda personalmente. Lo so, perché ci sono cose che siamo in pochi a conoscere e uno, uno soltanto ha interesse a farle circolare. Il nome lo tengo naturalmente per me, ma mi pare il caso di dirlo: l’indagine sull’ex OPG nasce morta e Potere al Popolo, che invece è più vivo che mai, farà le sue scelte serenamente. Come se, per intenderci, l’ottimo Alessio Gemma e la sua pessima fonte non esistessero.

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potere-al-popolo-volantinoEra cominciata così, il 18 novembre al Teatro Italia di Roma, dove avevo detto la mia senza giraci attorno.
Ci sono state poi sessanta assemblee in tutta Italia e domenica siamo tornati a Roma, al Teatro “Ambra Iovinelli”, per la seconda assemblea nazionale di “Potere al popolo”. E’ passato solo un mese ma pare un anno e con noi c’erano delegati di Podemos e quelli di Jean-Luc-Mélenchon con la sua “France Insoumise”. Timidamente ora la stampa si accorge che eistiamo, che un un primo notevole obiettivo l’abbiamo indubbiamente centrato: ci vogliono servi, ma dimenticano che uno schiavo non ha consapevolezza della sua condizione e quindi non fa nulla per emanciparsi. Quando invece ha coscienza della sua condizione e lotta per ribellarisi non è più schiavo. Ecco, quindi, il primo grande passo avanti che abbiamo compiuto ieri:  siamo donne e uomini liberi!
Sarà per questo che ora si parla di noi? Probabilmente sì ed è un dato che va registrato: stiamo rompendo l’accerchiamento e così non a caso scrive di noi per “Repubblica” Alessandro Di Rienzo:

Di Rienzo

Interessante anche la cronaca di Alberto Tarozzi uscita per la pagina politica di Alganews:
https://www.alganews.it/2017/12/17/potere-al-popolo-lassemblea-nazionale-roma-lancia-un-soggetto-politico.
Se la curiosità vi ha preso e volete saperne di più, animo, armatevi di pazienza e guardate il filmato dell’intera manifestazione; (dal minuto 11:40 c’è il mio intervento , che tra l’altro ha portato i saluti all’assemblea del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris). Dove si arriverà? Nessuno può dirlo, come appena un anno fa nessuno avrebbe previsto l’esito del referendum . Ecco il link:

 

 

 

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1. Costituente e Costituzione: la «cultura dell’antifascismo»

ministri-arrivo-quirinale-140222123943_bigIl primo documento ufficiale sulla Costituzione è un decreto legge firmato il 25 giugno 1944 da Umberto II di Savoia. Dopo la liberazione, si legge, «le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, che a tale fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, un’Assemblea Costituente per determinare la nuova Costituzione dello Stato». La guerra insanguina il Paese, ma il governo è guidato dall’ex socialista riformista Ivanoe Bonomi e su venti ministri, dodici sono antifascisti: l’azionista Alberto Cianca, confinato e fuoruscito, Benedetto Croce, il cattolico De Gasperi, che ha conosciuto la galera fascista, lo storico della filosofia Guido De Ruggiero, arrestato e destituito dall’insegnamento, Giovanni Gronchi, cattolico e uomo della Resistenza, i comunisti Palmiro Togliatti, tornato dall’Unione Sovietica, e Fausto Gullo, ex confinato, il socialista Pietro Mancini, reduce dal confino e dal carcere fascista, Meuccio Ruini, perseguitato politico, il socialdemocratico Saragat, evaso da Regina Coeli, e Carlo Sforza, liberale, ex ministro e fuoruscito. Tutti, tranne De Ruggiero, saranno poi nell’Assemblea Costituente.
Sono giorni terribili nella storia dell’umanità; l’Italia, che paga le sue responsabilità per l’immane tragedia, è un campo di battaglia e sui monti la guerra partigiana è senza quartiere. Iniziata nel settembre del ‘43 a Napoli, insorta contro i nazifascisti, durerà fino al 25 aprile del ‘45. In quei giorni, però, non «muore la patria», come sostengono Galli Della Loggia e una destra che non si è mai riconosciuta nell’Italia della Resistenza. In quei giorni, per dirla con la felice espressione di Gaetano Arfè, «la cultura dell’antifascismo», consegna al Paese l’eredità preziosa che nel suo insieme la Costituzione, non i suoi soli principi fondamentali, tradurrà in norme fondanti. Sono i valori nei quali, a guerra finita, si riconosce buona parte del popolo italiano: ideali di libertà, di pace e solidarietà tra i popoli. Prima ancora che nelle norme, però, essi si sono affermati nelle coscienze, sostituendo la concezione della vita imposta dal fascismo e che purtroppo oggi riemerge: il mito del capo, la scala gerarchica tra caste, classi e razze, la violenza come motore della vicenda storica. I deputati della Costituente, portavoce di questo cambiamento, traducono con sapienza giuridica un dato che è anzitutto storico. Essi potranno scrivere la Costituzione, così com’è, solo perché sono parte di un processo che giunge a compimento e ha radici nel corpo della società. In condizioni diverse, senza quel mutamento, senza quella cultura, essi non avrebbero potuto mai scriverla com’è. Una Costituzione non nasce «a freddo». E’un punto di svolta, il perno attorno al quale un Paese volta pagina e consacra il futuro che ha conquistato. Vico sostiene che la storia è un incessante ripetersi di cicli e raggiunta l’età «civile» torna a quella «primitiva». La Costituzione del ‘47 apre la nostra età «civile», dopo un’esperienza dolorosa, drammatica e collettiva; si può aggiornarla, ma rifarne un articolo. su tre, significa abolirla e questo segnerebbe il punto di caduta verso il basso, il ritorno all’età «primitiva».
Proprio in quei giorni, affrontando il plotone di esecuzione, Giacomo Ulivi, un partigiano di appena vent’anni, rivolge a chi potrà leggere parole che spiegano più di mille discorsi ciò che accade nelle coscienze libere: «Dobbiamo […] abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali», afferma , poi prosegue:

«Quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita? […] In questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione […]. Per venti anni […] . tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti. Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. […] Per questo dobbiamo prepararci. […] Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».

Quando, nell’autunno 1945, nascono la Consulta Nazionale e il Ministero della Costituzione, due nuovi dati emergono chiari: la maturità di un popolo, consapevole dell’importanza del passo che sta per compiere e la comune volontà di ogni forza politica di giungere all’appuntamento con la necessaria preparazione. La materia prima, tuttavia, è accessibile a tutti, perché ogni elettore, anche i più giovani, ha vissuto e pagato sulla propria pelle il conflitto sociale, la violenza delle passioni ed è stato in qualche misura partecipe di un risveglio. Non si tratta di astratte teorie o semplice propaganda. Dietro le varie bandiere c’è una tragica e sofferta esperienza vita. L’omicidio Matteotti, l’incendio del Parlamento tedesco, la guerra di Spagna, la battaglia nei cieli di Londra, la tragedia di Stalingrado, Auschwitz, Hiroshima, l’occupazione, la guerra in casa, la Resistenza, sono eventi che hanno scosso nel profondo anche le persone più semplici e meno attrezzate culturalmente. E’ la vita vissuta a produrre esperienze e valori che danno un senso e contenuti a parole che il regime aveva cancellato: libertà, pace, giustizia sociale, democrazia, solidarietà. Questo e tanto altro significano l’antifascismo e quella Resistenza che, scrive Arfè, è il crogiuolo «nel quale tutte queste esperienze si fondono: ne nasce una cultura nella quale tra ideologie diverse e tra loro contrapposte si instaurano nuovi dialettici rapporti e tutti finiscono con l’innestarsi in una trama unitaria intessuta col filo dell’antifascismo e dell’antinazismo».
La Repubblica è nei fatti, così come la prevalenza di antifascisti militanti, di vite intensamente vissute e grandi sogni, tra i deputati della Costituente, che provano a dare risposte durature a una sola domanda: come si costruisce un Paese senza guerra e dittatori, in cui ognuno è un «sovrano»? . La scienza non basta. Ci vuole coscienza storica. ma l’Assemblea non manca e la risposta giunge: occorre il sovrano di un Paese fondato sulla dignità dei cittadini. E poiché il solo possibile sovrano di uno Stato senza ragion di Stato è il popolo, si parte da qui: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…».
Perché funzioni, occorreranno libere discussioni, articoli collegati tra loro, 347 sedute – di cui 22 con prolungamento serale e notturno – 1663 emendamenti, dei quali 292 approvati, 314 respinti, e 1057 ritirati o assorbiti; 275 oratori parleranno in 1090 interventi; ci saranno 15 ordini del giorno e sulle decisioni più controverse 23 votazioni per appello nominale e 43 a scrutinio segreto. Concluso il lavoro, Piero Calamandrei, un grande giurista, pur riconoscendone limiti, carenze, contraddizioni e persino ambiguità, saluterà nella Costituzione, un compromesso di altissimo profilo tra forze politiche e correnti ideali che hanno fatto la storia del Paese, poi interrogando se stesso, le augurerà vita fertile e duratura:

«Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana dove un secolo fa sedeva e paralava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia, e si immagineranno, come sempre avviene che con l’andare dei secoli la storia si trasfiguri in leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi banchi non siamo stati noi, uomini effimeri i cui nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio da Anna Maria Enriques e di Tina Lorenzoni nelle quali l’eroismo è giunto alle soglie della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il lavoro che occorreva per restituire all’Italia la libertà e la dignità».

Nessuno in quei giorni avrebbe mai potuto immaginare Renzi, Boschi, Napolitano e un Parlamento abusivo.

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imagesIl 23 di febbraio è la ministra Giannini che apre i cuori alla speranza: “53 miliardi per la scuola sono pochi”. Segue a ruota l’autorevole conferma del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che il giorno seguente precisa: “Il primo punto del programma è il rilancio dell’educazione. Da giugno a settembre realizzeremo un piano straordinario per le infrastrutture scolastiche”. Un impegno chiaro e ufficiale, che gli guadagna fiducia e consensi. Il 26 febbraio, però, a stretto giro di posta, la postilla di Renzi affidata a “Repubblica” apre la lunga stagione delle docce scozzesi: “Abbiamo due miliardi per ristrutturare le aule”. Dai 53 miliardi che parevano pochi si passa a un saliscendi di numeri buoni per il banco lotto. L’8 marzo la ministra Giannini dimezza i fondi promessi da Renzi e dichiara impassibile che “per la sicurezza sono pronti interventi per 1 miliardo”. Il 10 marzo, due giorni dopo, Renzi, stremato dalla quotidiana dose di twitter, ignora i tagli dichiarati dalla Giannini e, come Cristo coi pani e coi pesci, moltiplica i fondi e confida alla “Stampa” che si son “trovati 2 miliardi e mezzo per interventi sull’edilizia”. I tempi però si sono allungati: devono bastare per tutto il 2016.
Mentre sorge, inquietante, il dubbio che nel governo la destra non sappia ciò che fa la sinistra, il sottosegretario all’Istruzione, Roberto Reggi, rilascia sconcertanti dichiarazioni: “Tutti i numeri che leggete sull’intervento del governo sull’edilizia scolastica – afferma – sono falsi. Tutti falsi” Proprio così: falsi!. “Nessuno sa davvero quante e quali sono le scuole su cui dobbiamo intervenire, né conosce i fondi disponibili. Qui nessuno sa niente” sbotta il viceministro, “Renzi spara razzi nel cielo, quello è il suo talento, ma poi noi arranchiamo dietro. Mancano tutti i dettagli”. Sui razzi si apre così un’incredibile gara. Per Renzi la scuola ha già avuto 3 miliardi e 700 milioni, per la Giannini sono 200 milioni in meno e il 15 giugno, dopo mesi di fuochi d’artificio e razzi a moltissimi stadi, sulla “Stampa” i numeri ridimensionati gelano quanto sopravvive dell’iniziale entusiasmo: “Piano scuola al via. Pronto un miliardo”, dichiara il governo, senza rinunciare a promesse nate per tirar su il morale e destinate puntualmente a buttarlo giù: “Tra il 2015 e il 2020 arriveranno altri 4 miliardi”. Quello ch’era dato per certo è rimandato così alle calende greche, ma ci consola la luce di un tracciante: “La mia scuola parlerà inglese”, dice a fine marzo la Giannini, che ad aprile, però, narra “Repubblica”, ruba l’elmetto alla collega della difesa Pinotti, prende il fucile e va in trincea: “Mi batterò contro i tagli agli atenei”. afferma, e svela così che il governo lotta contro governo.
In attesa che uno dei razzi lanciati vada a segno, a luglio si parla di “un premio ai professori”, che, però, “dovranno lavorare di più”. Non c’è tempo per capire che razza di premio sia quello che ti aumenta il lavoro senza contrattare miglioramenti dello stipendio: il primo razzo di Renzi, lanciato a febbraio, è ridotto a un misero bengala, ma c’è infine la buona novella. Il razzo stavolta lo lancia la “Stampa”: “partono le ‘scuolebelle’ di Renzi. Da domani arrivano gli imbianchini. Stanziati 150 milioni da usare entro dicembre”. E’ un anemico bengala: i fondi già utilizzati per i lavoratori socialmente utili, messi alla porta, sono stati usati per reclutarli di nuovo con le vecchie mansioni più il ruolo di imbianchini. Nel silenzio biecamente complice dei media, si scopre che i 53 miliardi di febbraio erano una bufala e non resta che lanciare la campagna per l’elemosina: “Via libera all’8 per mille per rilanciare l’edilizia scolastica” titola la “Repubblica”, il 24 luglio, pochi giorni prima che Renzi faccia un triste dietrofront e imponga lo “stop alla pensione per 4 mila insegnanti”. La stagione dei razzi è finita? Nemmeno per sogno! Renzi, narrano giocosi giornali e televisioni al servizio del re, presi per il bavero il tecnici del Tesoro, ha promesso: “Troverò io le risorse'”.
Agosto batte il record delle docce scozzesi. Si parte con la doccia gelata di “Repubblica”, che regista l’allarme delle Province: “Scuole senza soldi, riapertura a rischio, […] colpite dai tagli per 9 miliardi: non possiamo garantire sicurezza e riscaldamento delle aule”, ma ci si fa coraggio alla luce d’un razzo del “Corsera” che alla vigilia di ferragosto alimenta i sogni: “informatica dalla primaria e alla maturità si parlerà inglese”. Caldo, freddo, freddo caldo, si rischia la bronchite: un giorno il missile di Renzi che ci mette la faccia – scuola? “tratto io, sarò giudicato su questo”, che è come dire, finora abbiamo scherzato – un altro l’annuncio: “Scuola, nuovi concorsi e aumenti”. Nuovi concorsi? Ma no, che avete capito? C’è una grande “svolta sui precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. Assunzione? Sì, forse, ma intanto “servirà un miliardo e mezzo”. E come si fa? Niente paura avvisa Renzi, “il 29 agosto presenteremo una riforma complessiva che, a differenza di altre occasioni, intende andare nella direzione dei ragazzi, delle famiglie e del personale docente che è la negletta spina dorsale del nostro sistema educativo”. Razzi stupefacenti che non fanno male, sicché la moderata Giannini, si spinge fino alla “rivoluzione scuola”, ed espone il suo piano: ‘Meritocrazia e apertura ai privati Mai più precari e supplenti, aumenti di stipendio ai professori migliori” Gongolano i giornali tra il 26 e il 27 agosto, quando due razzi di rara potenza annunziano un “piano per riassorbire i precari” che è l’annuncio degli annunci: “precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. In un agosto freddino come non mai, si gioca al rialzo e il “Corsera”, per non farsi scarseggiare missili, razzi e un buon bengala, titola entusiasmato: “sono 120 mila i professori a termine”. Crescono i numeri, ma cambiano le modalità del reclutamento, si assumeranno precari “ma senza cattedra fissa”. La doccia bollente si fa d’un tratto tiepida e “Repubblica”, preoccupata, lancia l’allarme: doccia veloce, sennò rimarrete insaponati! Mancano i soldi e le cose stanno così: “chi lavora di più prenderà più soldi”. Toccherà ai presidi, ma non si sa come si valuterà il lavoro: si tratta di quantità? Conta la qualità? Nessuno sa dirlo e, mentre l’acqua si gela, si torna a parlare di rivoluzione. “Rivoluzione del merito” spiega Repubblica, e il “Corriere” mette in orbita il razzo dei razzi, scrivendo convinto: “Scuola. Liceali, stage al museo. E alle elementari più maestri per classe. Piano istruzione da 3 miliardi l’anno”. Mentre si cercano disperatamente soldi – la BCE ci avverte: non potrete stamparli – si apprende che per “medie e maturità, gli esami cambiano. Le linee guida della riforma puntano alla semplificazione delle prove alla fine dei cicli”. E’ una tale esplosione di razzi che persino il presidente del Consiglio, che pure di razzi e bengala è maestro cinese, sente il bisogno di puntualizzare: calma, signori pennivendoli, “troppa carne al fuoco, la scuola slitta”. Così racconta il “Corriere” il 29 agosto.
La scuola slitta, scarroccia, rischia il testacoda, ma si continua con acqua gelata come fossimo in un manicomio: “Per studenti e prof. ora si cercano i fondi” avvisa il “Corsera” il 29. Gli fa eco la stampa con la classica cura scozzese: “Scuola, assunzioni congelate. Problemi con le coperture, rinviata la riforma. Oggi in Cdm nemmeno le linee guida”. Si va verso l’autunno. “Settembre andiamo è tempo di migrare”, ricorda il vecchio poeta, ma ci si può consolare, perché come saggi pastori, Renzi e Giannini, “rinnovato hanno verga d’Avellano” e se un razzo cadente avvisa che è tempo di verità – “niente assunzioni. Non basta 1 miliardo per stabilizzare i precari” – un razzo di speranza fa luce nel cielo e fa appello all’ottimismo: “c’è un anno di tempo per rivoluzionare la scuola italiana, nei prossimi 12 mesi occorre ripensare come l’Italia investe nella buona scuola. Nel bilancio dello Stato metteremo più soldi sulla scuola e assumeremo 150 mila precari. A partire da gennaio i provvedimenti normativi, perché il 2015 sia l’anno in cui si inizia a fare sul serio”.
Faranno sul serio? Chissà. Finora ci hanno preso per i fondelli.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2014, su Agoravox e sul Manifesto il 19 settembre 2014, col titolo Sulla scuola piovono miliardi di promesse.,

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safe_imageLa polemica con i poliziotti infuria e non si placa, ma c’è una logica nelle cose e occorre assolutamente evitare di essere faziosi.
In fondo lo sanno tutti, no? I sindacati sono, per loro natura, libere associazioni di lavoratori, che si costituiscono per tutelare gli interessi economici, la dignità professionale e i diritti di una categoria. Perché tanto scandalo, quindi?
Se uno ci pensa bene, il SAP, Sindacato Autonomo di Polizia, si sta solo sforzando di non tradire questa sua funzione storica e rivendica un diritto che ritiene gli appartenga: il diritto di uccidere. E’ per questo che, al suo congresso, ha deciso di stare senza se e senza ma dalla parte di tre colleghi che ha lungamente applaudito: tre agenti che un tribunale della Repubblica ha condannato per omicidio. A riflettere bene si tratta di una vertenza come tante e il problema alla fine è solo di carattere linguistico. Stabilito che un cittadino condannato per omicidio si definisce assassino, come si devono chiamare per il SAP gli agenti che ammazzano i cittadini?
La prima indicazione chiara e netta viene dalla politica. Per Gasparri, infatti, il gesto dei poliziotti che applaudono è sbagliato, ma nasce da una condizione di motivata frustrazione. Il fatto è, però, che i frustrati senza divisa, se sbagliano, pagano. E i colleghi stanno zitti.

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Saranno gli storici a dirlo domani. Oggi non è ancora possibile sapere chi ha fatto più danni negli ultimi due anni, ma una cosa è certa: nel gioco delle parti che li divide e li unisce, lo spettacolo che ieri hanno saputo offrire a “Ballarò” l’aspirante “capo” del governo, per ora semplicemente Presidente del Consiglio, e il tesoriere del disastro Italia non s’era visto in politica nemmeno ai tempi di Araldo di Crollalanza, Farinacci e Caradonna. In un confronto diretto, Berlusconi e Tremonti avrebbero dato dei punti persino a Stan Lorel e Holiver Hardy, illustri maestri della “comica finale“.
Il clima era quello del “vogliamoci bene” e teniamoci uniti. Le cose vanno ormai di male in peggio e prima o poi la gente si rivolta. Un tal Morando, senatore d’opposizione, non sapeva a che santo votarsi per trovare un argomento che lo separasse da Tremonti e il cassiere della macelleria dava i numeri com’è solito fare. Se la prendeva con i pensionati, gli invalidi veri e finti, gli impiegati di terza fascia e quella manica di privilegiati degli insegnanti, che da troppo scialano e fanno disastri. Bonanni, il sindacalista, faceva tappezzeria e Giannini, l’aguzzo vice direttore di “Repubblica“, mancandogli l’occasione di sparare a zero su una qualche storia di sesso e di corna, si arrampicava sugli specchi per marcare una generica differenza sull’equità d’una “manovra correttiva“, che addossa sul pubblico impiego la catastrofe prodotta dal neoliberismo e dalla più ottusa politica di classe che si sia mai vesta nella storia della repubblica. Non ci sarebbe voluto molto ad affondar la lama e fare a pezzi la cortina fumogena di Tremonti che delirava di “statali privilegiati“, maestri nababbi che hanno ricevuto “incrementi di stipendio sistematicamente superiori al tasso d’inflazione” e accampava l’alibi scandaloso di un’Europa che ce lo chiede. Una scaramuccia su “case emerse” e condono edilizio, un tira e molla lezioso sulla tracciabilità degli assegni con la massaia che spiegava all’economista “ma io pago in contanti” e il faccendiere che strizzava l’occhio ai furbi – qualunque cifra si può dividere per 10 per 100 e per 1000 – e si procedeva così con dosi massicce di Lexotan e un armistizio dichiarato sui temi che scottano. Paralizzati dal feticcio del mercato, i sacerdoti del libero scambio, della logica del profitto e del primato dell’economia borghese sulla politica davano per scontato che la maggiore aspirazione della povera gente sia il benessere delle aziende che lavorano al nero, il condono per gli evasori, lo scudo fiscale per chi nasconde all’estero i capitali, la certezza che le banche possano esercitare legalmente l’usura, l’incondizionata sottomissione alla speculazione finanziaria affinché la vita sia sempre movimentata dalla produzione di bolle e disastri economici. A sentire ieri Tremonti e i suoi “avversari“, gli italiani sono felici di far la fame, di avere scuole alla sbando, ospedali fatiscenti, università ridotte sul lastrico, istituti di cultura chiusi e non chiedono altro che di togliere dalla bocca dei figli anche l’ultimo tozzo di pane, pur di avere due eserciti potentissimi: quello di chi non paga le tasse e di chi “porta la pace nel mondo” a spese dell’innumerevole schiera di poveracci che popolano il nostro sventurato Paese.
Sarebbe finita così, con un nulla di fatto e con gli insegnanti messi alla gogna nel complice silenzio di tutti i presenti se, per eccesso di zelo, Giannini non avesse finto una sortita: “Non parliamo di tasse, per favore, lo sappiamo tutti che il capo di Tremonti ha giustificato più volte gli evasori!“. Trascinato nella mischia, il sondaggista Pagnoncelli gli aveva fatto eco con una statistica piuttosto negativa sulla caduta di consenso di cui pare che soffra il “leader maximo“. Apriti cielo. Il padrone del vapore, che gode ormai di una impunità morale che nessun popolo civile e nessuna democrazia consentirebbe a un esponente politico, ha chiamato da una delle sue principesche residenze di miliardario che “s’è fatto da sé“, ha preteso la parola. Cosa aveva da dire di così urgente all’Italia l’uomo che dal 1994 a oggi ha ampiamente contribuito a rovinarla? Nulla. Ha dato del bugiardo a Giannini, ha negato la validità dei sondaggi di Pagnoncelli e subito dopo, da perfetto maleducato, ha sbattuto il telefono in faccia agli ascoltatori ed è tornato nel nulla da cui è uscito, lasciando al fido cassiere l’indecorosa difesa d’ufficio.
Pretende, quest’uomo senza misura, che alle elezioni ottiene il consenso di meno di 25 votanti su 100, di essere in cima ai pensieri del 62 % degli italiani. Di tutti, anche di quelli che, nauseati dallo stato comatoso della nostra vita politica, non sanno nemmeno che esiste. In quanto a Giannini, con arroganza senza fine, Berlusconi ha sostenuto che mai e poi mai s’è permesso di giustificare l’evasione fiscale.
Bene. Domani, nelle scuole d’Italia gli insegnanti vilipesi da Tremonti, attaccati da Gelmini, oltraggiati da Brunetta e massacrati da Berlusconi, torneranno al loro lavoro. Checché ne pensino Limina e le sue circolari, chi ha dignità e amore per la Repubblica terrà una lezione sull’etica della politica, spiegherà brevemente e in maniera neutra quello che è accaduto, poi farà un clik su questo link: i ragazzi sono molto più intelligenti di quanto creda il nostro aspirante capo del governo” che, a suo dire è moralmente autorizzato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 giugno 2010

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Prendo in prestito il bellissimo titolo di “Fuoriregistro” e contravvengo a una regola. Quando è nato, questo blog voleva essere un raccoglitore di parole e pensieri esclusivamente “miei“. Per una volta non sarà così e mi spiace che accada, perché solo un evento eccezionalmente drammatico poteva indurmi a farlo, e l’evento purtroppo s’è verificato. Pochi mesi mesi fa, con una manovra da “regime” e la protervia di chi sente di poter fare quel che vuole, Ferruccio De Bortoli prima mi ha dato gratuitamente dato del “negazionista“, s’è poi rifiutato di pubblicare la mia replica sottoscritta da alcune personalità di spicco della nostra vita culturale e politica, senza mostrare rispetto nemmeno per il nome e la storia di Gerardo Marotta. Oggi, la decisione di Maria Luisa Busi di “essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1” ripropone in termini molto più drammatici la questione della salute della democrazia in un Paese che scivola pericolosamente sulla china di un’avventura autoritaria. Le parole della Busi non richiedono commenti polemici o retorici. Meritano solo tutta la possibile solidarietà e quel “rispetto” cui la conduttrice fa riferimento nella coraggiosa lettera al direttore Minzolini che ritengo di pubblicare, perché, in un momento di evidente e dolorosa emergenza democratica, abbia la maggiore diffusione possibile e susciti finalmente l’indignata reazione di quanti, al di là delle divergenze politiche, hanno veramente a cuore il destino del nostro Paese. In quanto al Minzolini, ognuno ha la sua maniera di concepire la decenza, ma sarebbe ora che l’Ordine dei Giornalisti sanzionasse i suoi comportamenti. La “Carta dei Doveri” del giornalista è chiarissima: chi ha la responsabilità di “fare informazione” costituisce un delicato anello di congiunzione tra il fatto e la collettività, è lo strumento che consente ai cittadini di esercitare con cognizione di causa l’esercizio di quella sovranità che, non lo dico io, ma l’art. 1 della Costituzione, “appartiene al popolo”. La distorsione della realtà, l’occultamento delle notizie impedisce, di fatto, alla collettività un consapevole esercizio di questa prerogativa e inceppa il meccanismo democratico. E’ sotto gli occhi di tutti: Minzolini da tempo va assumendosi la  responsabilità gravissima di subordinare un ipmortantissimo strumento di informazione pubblica, qual è il TG che dirige, agli interessi del Governo. In discussione è la credibilità dell’informazione e la lettera della Busi non è solo coraggiosa. E’ la prova che Minzolini ha superato di gran lunga il segno e la misura. Non occorrono avvertimenti. E’ tempo di sospensioni e radiazioni.  

Caro direttore,

ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.

Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: ‘la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura, ha visto trasformare, insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale’.

Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del TG1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del Nord Est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il TG1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.

L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.

Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di ‘vergogna!’ e ‘scodinzolini!’, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica.

Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:

1) respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2) Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di ‘danneggiare il giornale per cui lavoro’, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: ‘il TG1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche’. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita ‘tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editorialì’ e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale.

Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard, in Antichi Maestri, scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.

Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere”.

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