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Va bene, basta. Diciamolo e poi superiamo le discussioni inutili, che si fanno ad arte per giustificare i «bravi ragazzi che rischiano la vita»: ci sono carabinieri perbene o, per dir meglio, ci sono persino carabinieri perbene che perdono la vita in servizio. Diciamolo e però ricordiamo quanti lavoratori muoiono ogni anno uccisi da imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza. Non ce n’è uno che uccida i padroni. Qui da noi si muore di lavoro e la vita la rischiano in tanti, a cominciare dai pompieri e non risulta a nessuno che il pompiere-mela-marcia pesti di botte chi ha chiesto soccorso.
Non ho scelto per caso «Potere al Popolo!» e vorrei che lo dicessimo: quando si trattò di costruire la Repubblica sulle ceneri del fascismo, Guido Dorso, che non frequentava centri sociali, ma conosceva la nostra storia, fu netto e coraggioso: se vogliamo che sia davvero una democrazia, dobbiamo sciogliere l’Arma dei carabinieri. Basta andare a cercare in archivio per sapere come finì: i carabinieri sono ancora al loro posto e Dorso finì segnalato come se il fascismo non fosse caduto, la libertà di pensiero costituisse ancora un reato e il grande meridionalista non fosse altro che il solito «pericoloso sovversivo».
Diciamolo chiaro anche noi e non abbocchiamo all’amo dei ciarlatani dei salotti televisivi: non si tratta solo di Stefano Cucchi, che di per sé sarebbe già un caso inaccettabile. E’ che non sappiamo a quanti Cucchi è stata spezzata la vita con una scarica di botte, con un rapporto che ti mandava e ti manda in carcere, al soggiorno obbligato e al manicomio, finché i manicomi sono stati aperti. Non sappiamo quante siano state dall’unità d’Italia a oggi le vittime di una violenza che non ha un nome, un cognome o un indirizzo. Quante siano e quante purtroppo saranno. Sappiamo che quando è accaduto non è mancato il servo sciocco di un potere capace di stritolare, il quale se n’è venuto fuori con i bravi ragazzi che rischiano la vita. L’intellettuale del «particulare», per dirla con Guicciardini, è nel DNA della nostra storia: ci siamo abituati e la memoria è corta.
Qualcuno si è accorto che sotto l’ultimo appello a marciare contro il razzismo, c’è la firma di Marco Rossi Doria, che pochi anni faceva il paladino del dialogo  con Casapound? No. Non se n’è accorto nessuno, perciò diciamolo chiaro, Guido Dorso, messo d’un tratto sotto controllo, non è impazzito. Sa bene, lo studioso antifascista, quanta miseria umana ha prodotto il fascismo. Sa che i carabinieri, folgorati sulla via di Damasco e convertiti all’idea repubblicana, hanno cominciato a incarcerare partigiani e «dissidenti» di sinistra. Glielo consentono il Codice Rocco – che nessuno provvederà mai a bandire – e di lì a poco l’amnistia, di cui si parla da tempo e che Togliatti firma, dopo averne affidato il testo a un vero campione di democrazia: Gaetano Azzariti, compromesso con la Magistratura fascista fin dal 1928, zelante collaboratore del ministro Dino Grandi nell’elaborazione dei codici civile e di procedura civile, Presidente del Tribunale della razza, ministro con Badoglio  e – perché no? – giudice della Corte costituzionale nel 1955. Giudice e poi presidente.
Dorso sa. Per questo a novembre del 1945, mentre la repubblica è in gestazione, mette sotto l’obiettivo della sua critica l’essenza dello Stato italiano; vengono fuori così le due figure chiave: il «Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico» e il «Maresciallo dei RR. CC.», l’equivalente di «quello che gli architetti chiamano la voltina». Nonostante la guerra partigiana e il sommovimento tellurico che l’ha lesionata «la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio», prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa.
Cucchi non è morto per le botte. L’ha ucciso questa struttura rimasta intatta. Oggi come allora, la quasi totalità dei Magistrati, proprio come scriveva Dorso nel 1945, giura «in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele». Per questo elementare motivo, che ha radici profonde nella nostra storia, Dorso riteneva che occorresse sciogliere l’Arma. E’ ancora oggi un capolavoro di giornalismo l’ironico ricorso ad Anatole France, e al suo Crainquebille – un venditore ambulante protagonista di un caso giudiziario caratteristico di una giustizia sciocca, feroce e vendicativa, al quale un vigile intima di circolare per non intralciare il traffico. Ne nasce un battibecco e la guardia, che non ammette di essere contraddetta, denuncia, imprigiona e conduce al processo, Crainquebille non ha scampo: è condannato, malgrado un medico testimoni a suo favore in maniera più che convincente. Scontata la pena e tuttavia isolato, perde i clienti, il lavoro e presto anche la testa. Era un brav’uomo, diventa cattivo, non ha di che vivere – né un tetto né un tozzo di pane – e quando pensa che è meglio farsi arrestare ancora, per cercare scampo a spese dello Stato che l’ha distrutto, scopre che nemmeno la galera è disponibile ad accettarlo.
Sono «di moda nelle nostre Corti di giustizia», le considerazioni «che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille». Così scrive Dorso. La parola del maresciallo dei Carabinieri è verità di fede per il giudice e se il maresciallo ti vuole rovinare, lo fa. Il giudice, i benpensanti, la società perbenista optano sempre per «il potere costituito». E’ stata questa la morte che ha ucciso Cucchi, la stessa che uccide i «dissidenti», i «diversi», i Rom, gli immigrati e chiunque si metta di traverso. L’Arma è la migliore garanzia di questa feroce continuità dello Stato. Credo che Potere al Popolo!, nato per «fare tutto al contrario», non possa contentarsi della pietà per Cucchi e della solidarietà per la sorella Ilaria. Come Dorso, deve chiedere lo scioglimento dell’Arma, il miglior alleato di un potere costituito, rappresentato alla perfezione dai due ultimi ministri dell’interno: Minniti, che ha consentito la partecipazione di Casapond alle elezioni, e Salvini amico dichiarato dei fascisti del terzo millennio.

Agoravox,  12 aprile 2019

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download«Molti nemici, molto onore» ha dichiarato non a caso Salvini, ma pare che nemmeno questo sia bastato purtroppo a far suonare con forza un campanello di allarme. E’ accaduto mille volte: la percezione di una tragedia storica è infinitamente più lenta della rapidità con cui essa si abbatte su un popolo inconsapevole e complice e lo travolge senza possibilità di scampo.
Fa male scriverlo, ma si direbbe che le cose stiano così anche stavolta, in questo terribile 2018 che, a partire dall’insediamento del «governo del cambiamento», ci ha portato un episodio di violenza razziale ogni due giorni e la resurrezione del fascismo, adattato ai nostri tempi e però saldamente ancorato a quello storico. E’ per questo forse, per una consapevolezza che dovrebbe esserci ma non c’è, che anche in un anno come questo le «celebrazioni» dell’anniversario delle Quattro Giornate sembrano collocarsi nel solco di una tradizione di ricostruzioni parziali e mezze verità, che non ha mai reso un buon servizio alla causa della democrazia.
E’ sconcertante che una corona di fiori sulla lapide della basilica di Santa Chiara distrutta il 4 agosto 1943 da un bombardamento degli Alleati apra quest’anno le manifestazioni per ricordare le Quattro Giornate di Napoli. Spero sia solo una falsa partenza, ma mi domando perché almeno stavolta non si colga l’occasione per aprire un dibattito serio e approfondito sulle terribili responsabilità italiane. Una discussione in cui si dica infine ciò che di solito si tace – la guerra è una barbarie che l’Italia aveva voluto e fu combattuta al fianco dei nazisti – e si denunci la vergognosa medaglia posta recentemente sul «valoroso petto» di un nostro centenario pilota, uno di quelli che per primi sperimentarono l’uso terroristico dell’arma aerea a spese della Spagna repubblicana, aggredita senza dichiarazione di guerra.
Quanti sanno, che nostri purtroppo, anche nostri e non solo nazisti, furono gli aerei, le bombe e i piloti che rasero al suolo Guernica e colpirono Barcellona, bombardando a tappeto persino la preziosa «Escola do mar»?
Mi chiedo perché – e lo dico con il rispetto dovuto a Salvo D’Aquisto – non si colga l’occasione per ricordare il ruolo dell’Arma dei carabinieri, soprattutto dei suoi ufficiali, che, a parte qualche nobile eccezione, prima fuggirono, lasciando ai civili il compito di combattere contro nazisti e fascisti, poi, tornati impuniti ai loro posti nella città liberata, si diedero da fare per proteggere i gerarchi fascisti, dare la caccia ai partigiani che non consegnarono le armi e ammanettare gente come Eduardo Pansini, perseguitato politico e comandante partigiano napoletano. Quei carabinieri – perché non dirlo? – di cui l’azionista Guido Dorso chiese lo scioglimento e per questo fu schedato tra i sovversivi.
Per ricordare le Quattro Giornate in quest’anno tragico sarebbe necessario uscire dal solito terreno celebrativo e legare il passato al presente con un gesto di coraggio e di verità. Bisognerebbe farlo, perché questo non è un anno come gli altri e mai come stavolta la storia, «maestra di vita», non può essere ridotta a luogo comune.
Quello in cui viviamo non è l’Italia che sognarono e per la quale diedero la vita i nostri partigiani. Se è andata così e ci troviamo a fare i conti con Salvini è anche perché per anni si è taciuto sui notri crimini e si è insistito sulla ferocia nazista e sulle bombe degli altri.
Alla città che fino a qualche tempo fa si dichiarava «ribelle», ma è andata poi a votare in massa per gli alleati di Salvini, più che gli errori degli altri, occorre ricordare i nostri, spiegare che nel 1943 si è combattuto anzitutto contro le nostre bombe e la nostra ferocia, per un’Europa diversa da quella che è poi nata e ci opprime. Si è combattuto – ma nessuno lo dice – contro quelle bombe e quella ferocia che, tornate di nuovo sulla scena in aperto contrasto con la Costituzione, hanno trasformato la Libia in un tragico lager.
Di ciò non si parla purtroppo e questo silenzio è il miglior alleato del neofascismo.

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Sui recenti fatti di Napoli vale la pena tornare un attimo a riflettere. Quando ti permetti di osservare che le forze dell’ordine hanno esagerato, scatta immediata una gara di solidarietà e il ritornello è sempre uguale: rischiano la vita per difenderci… E’ una delle note ricorrenti nei comportamenti di un popolo che non ha mai fatto i conti con la propria storia.
I carabinieri fanno il loro lavoro e come tutti hanno un obbligo: farlo bene. Nella faccenda di via Mezzocannone a Napoli l’hanno fatto malissimo e questo purtroppo capita spesso. Troppo spesso. Quali che fossero le ragioni per cui sono intervenuti, avevano a che fare con quattro gatti, ragazzi disarmati e inermi, ma hanno sguarnito i quartieri pericolosi scatenando l’inferno. Poco lontano, nel nel rione della Sanità, i camorristi sparavano all’impazzata e ad altezza d’uomo. E’ come se in un parco le guardie giurate si fossero concentrate tutte su un ubriaco che cantava a squarciagola, lasciando svaligiare gli appartamenti. Sarebbero state licenziate all’istante e a qualcuno sarebbe sorto un legittimo dubbio: vuoi vedere che l’hanno fatto apposta? C’è poco da discutere: le tante pattuglie intervenute per “dare una lezione” ai ragazzi di un centro sociale sarebbero state più utili dove si sparava. La Questura o chi per essa ha deciso diversamente. E il criterio di scelta è evidentemente politico.
La vita sono in molti a rischiarla. Ogni anno muoiono tantissimi lavoratori uccisi da imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza. Nessuno se ne ricorda o sostiene che per questo non debbano fare bene il loro lavoro o essere sempre giustificati se sbagliano. Il fatto è che quando sbagliamo noi, ci licenziano, quando sbagliano Questori o ufficiali dei carabinieri, viene subito fuori l’avvocato d’ufficio e tutto finisce lì. Non so se c’è ancora, ma fino a poco tempo nelle piazze della città operava un funzionario che pareva un forsennato. Chi era? Uno che ha alle spalle gli “eroici” fatti fatti di Genova. Tu ti chiedi, ma come, fa ancora servizio di ordine pubblico? Sì, lo fa e nessuno eccepisce.
Sono decenni che attendiamo piccoli provvedimenti a tutela di tutti. Il numero identificativo sulle divise, per esempio, in modo che siano riconoscibili, identificabili e punibili, quando abusano del loro potere. C’è in tanti Paesi europei. Qui no. Guido Dorso, meridionalista di grande valore, che non frequentava di certo i centri sociali, ma conosceva la storia, quando si trattò di costruire la Repubblica sulle ceneri del fascismo, fu chiarissimo: se vogliamo una democrazia, scrisse, dobbiamo sciogliere l’Arma dei carabinieri. Bene. I carabinieri sono ancora al loro posto, Dorso fu proposto per la sorveglianza come fosse un pericoloso sovversivo e Minniti scrive decreti copiati pari pari da quelli fascisti. Su questo sventurato Paese pesano come macigni domande senza risposte e segreti inconfessabili: i partigiani sepolti nei manicomi, i neofascisti protetti, le bombe, Piazza Fontana, le stragi di Stato, il caso Moro, Genova 2001. Si potrebbe continuare a lungo e giungere fino ai nostri giorni. In ognuna di queste vergogne spuntano divise, ma non c’è mai un colpevole. Agli storici si oppone il segreto di Stato e a scuola non si studia la storia, si racconta la favola di Biancaneve e dei sette nani.

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SerraDue parole a mente fredda sulla morte di Luigi Bifulco. Due parole oggi, quando la stampa di regime, compiuta la missione, ha chiuso la pratica e ha sepolto la verità con il ragazzo. Due parole per controinformarzione, sul velenoso trafiletto che Michele Serra scrisse per Repubblica l’undici settembre:

«La tragedia napoletana che ha visto morire un ragazzo per mano di un carabiniere è una specie di memento della catastrofe sociale italiana. Si vedono e si sentono i coetanei di Davide piangere e inveire, scandire slogan con il braccio teso nel modo degli ultras (la cultura “politica” largamente egemone tra i giovani dei ceti popolari di tutta Italia, anche fuori dagli stadi), e ieri chiedere e ottenere che il capo degli “sbirri” – un maresciallo civile, gentile – si levi il cappello davanti al lutto popolare. Ne sono morti dieci, cento volte di più per mano di camorra, di ragazzi come Davide, qualcuno anche innocente come lui, ma non risultano boss con il cappello in mano, a chiedere scusa.
L’illegalità implacabile che regola la vita di quei quartieri è l’evidente causa di questa e altre morti, fermarsi a un posto di blocco o mettere il casco o avere documenti in regola non fa parte delle premure messe a tutela degli altri e di se stessi. Nel clima di guerra l’assenza di pietà, i nervi tesi, lo sfoggio continuo di prestanza fisica e di impudenza sono le “qualità” richieste ai maschi giovani, e ne è rimasto vittima anche il carabiniere che ha sparato, lui, almeno, riconoscibile da una divisa e da quella divisa inchiodato alle sue responsabilità. Ma le responsabilità degli altri? Di tutti gli altri? Quanto se ne è parlato, in questi giorni? Quanto ha dominato il coro, invece, il lamento contro lo Stato sbirro e traditore, eterno alibi per non vedere il quotidiano tradimento contro se stessi di così tante persone?
».

La deformazione dei fatti è cosi strumentale e brutale che, al confronto, la violenza sul ragazzo ucciso diventa carezza. Basta leggere attentamente per capirlo: Serra è fuori da una dimensione storica, è colto, ma stranamente ignora che all’alba della repubblica Guido Dorso chiese di sciogliere l’Arma dei Carabinieri, minaccia per la democrazia. Per Serra, il cuore del problema sono i nervi tesi del carabiniere che, guarda caso, è «vittima» assieme al ragazzo che ha ucciso. Il punto è che, senza coperture istituzionali, la camorra sarebbe finita. Dal «dittatore», Garibaldi, che a Napoli affida l’ordine pubblico a Liborio Romano, fino alla nascita della Repubblica e alla mafia che apre la strada ai «liberatori», è andata così. Porti la «cartolina precetto», che sottrae al lavoro contadini e operai, spari nella schiena al fantaccino che scappa sulla linea del fuoco nella «Grande guerra», tiri un colpo di rivoltella al ragazzino di un quartiere abbandonato al suo destino, o si tolga gentilmente il cappello, il carabiniere costituisce uno dei pilastri di un’antica ingiustizia: tutela gli interessi dei ceti dominanti. Così fu con Crispi, così con Mussolini, così oggi col governo Renzi-Napolitano.
Chiacchiere da bar? Non direi. Partiamo da fatti solo apparentemente lontani. Tra 1948 e 1950 le forze dell’ordine denunciano decine di migliaia di lavoratori e i giudici fascisti, che l’amnistia ha lasciati al loro posto, grazie al codice del fascista Rocco che nessuno ha voluto mandare in pensione, condannano oltre 15.000 “sovversivi” a 7.598 anni di carcere. Per farsi un’idea del clima che c’è nel Paese, basta un raffronto coi dati dell’Italia fascista, in cui, tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò complessivamente gli imputati per reati politici a 27.735 anni di carcere. Per un triennio di storia repubblicana, quindi, la media annuale è di 2533. Molto più dei 1631 che fu la media annuale dell’Italia fascista. Nell’Italia repubblicana, nel 1948-52, in piazza le forze dell’ordine fecero, secondo dati ufficiali, 65 vittime (82 secondo fonti non ufficiali); in quegli stessi anni, in Francia si ebbero 3 morti, in Gran Bretagna e in Germania 6. A conferma del ruolo delle forze dell’ordine e della Magistratura, c’è l’intramontabile “modello Fiat”, varato dal fascista Valletta, passato agevolmente tra le maglie dell’epurazione: reparti-confino (tornarti di moda con Marchionne), schedature politiche e licenziamenti per rappresaglia di lavoratori comunisti, socialisti e anarchici. Nel 1974, una legge riconobbe la qualifica di “perseguitati politici” a 15.099 lavoratori e lavoratrici vessati in ogni modo tra il gennaio 1948 e l’agosto 1966.
Non sarà male ricordare sinteticamente a Serra i numeri agghiaccianti delle vittime. Non “casi” che vivono ancora nella coscienza del Paese, come quello di Giuseppe Pinelli, anarchico volato giù dalle finestre della Questura di Milano il 12 dicembre 1969, affidato al fascista Marcello Guida, già direttore della colonia penale di Ventotene, dove il regime aveva confinato lo stato maggiore dell’antifascismo militante a partire da Sandro Pertini. Si tratta di morti dimenticati, uccisi negli anni che vanno dalla caduta del fascismo ai giorni nostri.
26 luglio-27 settembre 1943 (caduta del fascismo-Quattro Giornate di Napoli e inizio Resistenza): il governo Badoglio ordina alla forza pubblica di sparare su chi protesta. A Bari, Bologna, Budrione, Canegrate, Colle Val d’Elsa, Cuneo, Desio, Faenza, Genova, Imperia, La Spezia, Laveno Mombello, Lullio, Massalombarda, Milano, Monfalcone, Napoli, Palma di Montechiaro, Pozzuoli, Reggio Emilia, Rieti, Roma, Rufino, San Giovanni di Vigo di Fassa, Sarissola di Busalla, Sassuolo, Sesto Fiorentino, Sestri Ponente, Torino, Urgnano, carabinieri, polizia e reparti dell’esercito in servizio di ordine pubblico fanno almeno 98 morti nelle manifestazioni seguite all’arresto di Mussolini e nelle lotte per carovita, lavoro, pace e libertà dei detenuti politici. In un sol caso, a Torino, durante uno sciopero alla Fiat, gli Alpini rifiutano di sparare. il 18 dicembre a Montesano, (SA), mentre ormai si lotta per la liberazione , le ultime vittime del tragico 1943. Il paesino insorge contro il malgoverno e paga con 8 morti. I carabinieri fascisti, ora badogliani, accusano ovviamente “elementi comunisti”. Ai carabinieri di Napoli un record insuperabile: l’arresto del primo partigiano, Eduardo Pansini, uno dei capi delle Quattro Giornate, a pochi giorni dall’insurrezione in cui è caduto da eroe il figlio Adolfo. Nei giorni di lotta sanguinosa, gli ufficiali superiori dei carabinieri, delle Forze Armate e dei corpi di Polizia se l’erano squagliata, lasciando in balia dei nazisti i loro uomini e la città.
Il 1944 con 35 vittime accertate e numerose rimaste ignote non va molto meglio. Il 13 gennaio a Montefalcone Sannio e a Torremaggiore esercito e polizia sparano ai contadini in lotta. Un conto preciso dei morti non s’è mai fatto. A Roma un carabiniere uccide un minorenne che manifesta contro gli accaparratori di grano, a Regalbuto i carabinieri uccidono Santi Milisenna, segretario della federazione del Pci. Di lì a poco cade una donna che manifesta per la mancanza di cibo, 3 morti si registrano a Licata, dove polizia e carabinieri sparano contro chi protesta perché all’ufficio del collocamento è tornato il dirigente fascista. A Ortucchio i carabinieri, giunti a sostegno dei principi Torlonia durante un’occupazione di terre, fanno due morti. A Palermo, una protesta per il caropane costa 23 morti. Stavolta sparano i soldati. Seguono due morti a Licata, un morto a Roma, e i tre morti di dicembre tra i separatisti siciliani
1945: 38 morti tra cui Vincenzo Lobaccaro, bracciante, scambiato per un ex confinato politico;
1946; 42 morti (7 cadono tra le forze di polizia);
1947: 8 morti (6 sono i militi uccisi;
1948: 35 vittime (ci sono anche 7 agenti caduti);
1949: 22 morti;
1950: 19 caduti;
1951: 4 morti;
1952: 2 vittime;
1953: 12 uccisi;
1954: 6 morti.
1955: non si spara
e c’è tempo per un bilancio che non riguarda i morti. Secondo dati incompleti e parziali dal 1 gennaio 1948 al 31 dicembre 1954 ci furono 5.104 feriti e 148.269 arrestati.
1956: 7 morti;
1957: 4 vittime;
1959: 2 caduti;
1960: 11 morti ;
1961: 1 caduto;
1962: 2 vittime.

Una lunga pausa in coincidenza con l’esperienza del centro-sinistra, poi la contestazione giovanile e il triste elenco che si allunga:
1968: 3 morti;
1969: 5 caduti (1 poliziotto ucciso)
, cui si aggiungono Giuseppe Pinelli e Domenico Criscuolo, tassista incarcerato a Napoli durante una manifestazione sindacale. L’uomo si uccide dopo un colloquio con la moglie, che gli confessa di non sapere come procurarsi il denaro per vivere, insieme ai 5 figli. Strage di Stato e Servizi Segreti fanno i 17 morti del 12 dicembre a Milano uccisi da una bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ la cosiddetta “strategia della tensione“, che consentirà la repressione dei movimenti di massa di quegli anni. Per la strage di matrice fascista furono accusati senza alcuna prova gli anarchici, tra cui Pinelli e Pietro Valpeda.
Gli anni di piombo non rientrano un questo doloroso elenco. Furono anni di guerra civile strisciante e occorrerebbe un discorso a parte.
Il ritorno alla “normalità” si ha con il G8 di Genova nel 2001, quando una pistolettata uccide Carlo Giuliani e si registrano le feroci torture alla caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz
. Forse l’elenco che segue è incompleto e gli ammazzamenti non sono della stessa natura, ma basta avanza a giustificare la nausea per l’operazione di Serra.
11 luglio 2003: Marcello Lonzi, finito nel carcere di Livorno.
5 settembre 2005: Federico Aldovrandi, ucciso mentre viene arrestato.
27 ottobre 2006: Riccardo Rasman, finito per “asfissia da posizione”.
14 ottobre 2007: Aldo Bianzino, trovato morto nel carcere di Perugia.
11 novembre 2007: Gabriele Sandri, ucciso come Bifulco da un colpo accidentale.
14 giugno 2008: Giuseppe Uva, morto nella caserma in cui era stato portato.
22 ottobre 2009: Stefano Cucchi, ucciso durante la custodia cautelare.
3 marzo 2014: Riccardo Magherini, morto durante l’arresto.
Serra aveva di che riflettere su vittime e innocenti, ma il suo compito, per gli editori, è quello di impedire che riflettano i lettori. Meglio perciò le chiacchiere sulla camorra.

Uscito su Agoravox, IL 22 ottobre 2014

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Guido Dorso - Wikipedia

Guido Dorso – Wikipedia

Le forze dell’ordine, le stesse che di lì a un decennio, folgorate sulla via di Damasco, si sarebbero convertite all’idea repubblicana e presto avrebbero “legalmente” incarcerato partigiani e “dissidenti” di sinistra, negli anni Trenta si misero invano sulle loro tracce. Gli autori non furono mai trovati, ma i volantini, custoditi negli archivi di Stato, serbano memoria di un “antifascismo” di destra, “liberal-democratico” se così si può dire, probabilmente disorganizzato, ma in grado di far circolare idee e programmi in cui non è difficile cogliere lo “sguardo lungo” e una lucidità che, alla inconfutabile luce dei fatti compiuti, si rivela oggi profetica; dietro ci sono evidentemente un progetto politico che ha radici nella nostra storia e un sistema di valori condiviso da larghi strati di quella parte di popolazione che oggi diremmo moderata. Un’analisi breve ma efficace: il fascismo cadrà – prima o poi tutte le dittature cadono travolte dal peso delle contraddizioni – ma gli sopravviveranno la Corona, che è il vero riferimento dell’esercito, e il Vaticano con cui il sedicente regime “totalitario”, non ha mai smesso di fare i conti. In questa prospettiva di tempo lungo, paradossalmente, per i “moderati antifascisti”, il problema non è il regime ma l’antifascismo “rosso” che si oppone eroicamente a Mussolini. A ben vedere, dall’analisi non nasce solo un progetto di lotta antifascista – stare a tutti i costi con la Corona e con la Chiesa – ma, anche una lucida sintesi del problema che si porrà all’Italia post fascista; essa traccia, infatti, il profilo che, esaurita la funzione storica dei Savoia, assumerà il Paese e mette all’ordine del giorno la “continuità dello Stato”.

Invano, anni dopo, nel novembre del 1945, mentre la repubblica era in gestazione, l’azionista Guido Dorso avrebbe fotografato l’essenza dello Stato italiano nel “Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico” e nel “Maresciallo dei RR. CC.“, l’equivalente di “quello che gli architetti chiamano la voltina“. Nonostante la guerra partigiana e il grande sommovimento tellurico che l’ha lesionata “la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio“, prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa. La quasi totalità dei Magistrati, egli osservava, per ottantacinque anni ha giurato “in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele“; poi ricorreva ironicamente ad Anatole France, che “è di moda nelle nostre Corti di giustizia“, con “le ironiche considerazioni che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille. Di fronte alla guardia municipale che asseriva essere stata oltraggiata con l’apostrofe di vache. il presidente routiniere, optava per il potere costituito” e il grande scrittore non poteva non concludere: “in quel tempo in Francia gli scienziati erano in ribasso“.

Nel suo insieme – e da tempo immemorabile – in Italia in ribasso sono le azioni di certa “sinistra” che prima non ha potuto o saputo cambiare lo Stato e poi, sposando dottrine neoliberiste, ha affiancato di fatto il capitale ed è finita in braccio agli ignoti antifascisti liberali degli anni Trenta. Con un’aggravante: quelli lottavano almeno contro il fascismo, l’odierna “sinistra moderata” ha perso anche la bussola dell’antifascismo e naufraga nelle secche di un’ormai sterile lotta per un Parlamento che purtroppo non solo ha poco o niente a che vedere con la Costituzione, ma è l’immagine speculare di un potere che ricorre costantemente alla repressione poliziesca contro chi lotta per i diritti e, quando ce l’ha, sempre più spesso muore sul posto di lavoro, costretto ad accettare ogni condizione, anche la più dura e illegale, per dar da vivere alla famiglie e aiutare le giovani generazioni per le quali non c’è più futuro. La storia purtroppo non concede la “prova del nove”, ma tempo per verificare ce n’è: non è stato Grillo a portarsi appresso la nostra gioventù. E’ stato il naufragio della sinistra parlamentare a portarglieli in dote.

Si può essere “moderati” in mille modi. Il centro sinistra, che ha confuso la moderazione con la complicità, farebbe bene a riflettere sulle parole di Dorso, moderato, certo, ma autentico antifascista. Sono ormai decenni che lo Stato italiano somiglia sempre più a quello che il grande meridionalista intendeva cambiare. E’ lo Stato che Grillo attacca purtroppo con giusta ragione e Vendola e Bersani intendono invece lasciare com’è, braccio armato del mercato e strumento di logiche repressive di classe. Attestato su questa posizione ambigua, il centro sinistra è andato a caccia di non si sa quale consenso, non l’ha trovato e ora apre all’avventura di Grillo. Da troppo tempo purtroppo il Parlamento, ridotto a una “piccola cellula istituzionale“, composta di nominati privi della legittimità di un voto popolare, non solo non può più produrre democrazia, ma crea di continuo conflitto, sta dalla parte dei padroni e oppone a chi lotta il “Maresciallo dei RR. CC.“. Il centro sinistra, sostegno di sedicenti “moderati” alla Monti, va a traino della reazione. L’Italia ha galere piene di povera gente; per i “clandestini” e i “ceti pericolosi” le forze dell’ordine dispongono di strumenti efficaci quanto l’ammonizione e il confino. Il governo dei “moderati ” è giunto a riesumare il codice Rocco e il reato di “devastazione e saccheggio”, ma non s”è trovato l’animo di osservare che, in seguito alle conseguenze delle riforme Fornero, sarebbe stato eccessivo parlarne persino di fronte a un sussulto insurrezionale. Sentenze ingiuste puniscono con una pacca sulla spalla poliziotti assassini e si sta lì, in Parlamento, presi dall’eterna battaglia morale contro Berlusconi col quale, però, si è andati al governo.

Ormai non passa giorno che qualcuno non si riempia la bocca della parola “legalità” ma, nella realtà quotidiana, manca anche l’ombra della giustizia sociale. Il centro sinistra in Parlamento perde perché i governi in cui entra o quelli per cui chiede il voto non “lavorano per il lavoro” ma sposano totalmente le tesi liberiste e intimidiscono, per dirla con Dorso, chiunque abbia “vaghezza dl fruire integralmente dei suoi diritti civili e politici dormienti negli ingialliti fogli dello Statuto“.
Da questo storico stallo non si potrà uscire solo col “reddito di cittadinanza“, come propone Bevilacqua sul “Manifesto“. Benvenga, se non costa nulla alla povera gente e alla dignità dei lavoratori, ma all’ordine del giorno ci sono i diritti e la giustizia sociale. Occorre prenderne atto per capire che ormai non si tratta più di sfidare il Movimento a Cinque Stelle.
E’ giunta l’ora di sfidare se stessi e soprattutto limiti e divisioni della nostra storia recente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2013 e su “Liberazione” il 4 marzo 2013

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