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Posts Tagged ‘25 aprile’

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Devo essere grato all’amico che mi ha donato i documenti legati alla storia di militanza di un suo ormai lontano parente, l’avvocato Luigi De Filippis, antifascista e perseguitato politico dall’avvento del fascismo fino alle Quattro Giornate di Napoli, delle quali fu un combattente.
Coraggioso direttore responsabile della “Rivista del Mezzogiorno” – che ebbe tra i collaboratori uomini come Giovanni Amendola, Errico De Nicola e Roberto Bracco – il De Filippis, fu giurista di valore e uomo di forte tempra morale. Con le “leggi fascistissime” e la stretta repressiva più feroce, finì come tanti nel mirino del regime, ma non volle piegarsi. Sul numero del luglio-agosto 1926, pur riportando, come imposto dalla legge, l’ordine di sequestro della rivista, che per i fascisti mirava “nel suo complesso a turbare l’ordine pubblico”, reagì al sequestro, ospitando un articolo in memoria di Amendola, morto in quei giorni per una feroce aggressione fascista, e un trafiletto prezioso riportato dall’Avanti, “sul caso interessantissimo […] della professoressa Lina Merlin, insegnante nelle scuole elementari di Padova” alla quale erano stati notificati “la delibera di dichiarazione di decadenza dal posto di insegnamento nelle scuole elementari di Padova, per essersi rifiutata di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo”, e l’invito “a lasciare il servizio il giorno successivo a quello della notifica”. La prof., scrive il giornale, “si è rifiutata di prestare il giuramento richiesto ed ha inviato alla Commissione una lettera” di risposta. Sono parole, quelle della Merlin, che bisognerebbe far leggere a figli  e nipoti, perché restituiscono alla parola “politica”, oggi così discreditata, la sua immensa nobiltà morale.
Io, sottoscritta insegnante nelle scuole elementari di Padova”, scriveva la Merlin, “fui assente dalla cerimonia del giuramento celebrata in Municipio. La ragione è semplice e chiara.
Ho l’onore di appartenere al Partito Socialista Italiano  ed ho la volontà di rimanervi, convinta della nobiltà del mio ideale. Non vedo nessuna ragione che renda incompatibile la professione del mio pensiero e delle mie idee politiche coll’alto valore del ministerio di educatrice”. Di fronte alla richiesta di giurare «che non appartengo né apparterrò a Partiti la cui attività non si concili con i doveri del mio ufficio»”, proseguiva la maestra, pur consapevole “delle sanzioni disciplinari che il prefetto può adottare a carico degli impiegati che svolgono atti incompatibili con le generali direttive politiche del Governo, obbedisco all’imperativo categorico della mia coscienza che mi impedisce di nascondermi nella indeterminata formula del giuramento. Per tutto questo mi pregio di avvertirla che non mi presenterò a giurare.
Con ossequi
Padova 11 marzo
Merlin Angelina”.
La coraggiosa maestra – che prima del licenziamento era stata già arrestata più volte e fu poi confinata – diventò poi partigiana, rischiò più volte la vita e il 27 aprile del 1945,  assieme ai compagni della Brigata Rosselli occupò il Provveditorato agli Studi di Milano, costringendo i fascisti alla resa. Nel 1946 fu eletta all’Assemblea Costituente, diede un notevole contributo alla garanzia dei diritti delle donne, sanciti dalla Costituzione. Eletta al Senato nel 1948, condusse una vittoriosa battaglia per l’abolizione della prostituzione legalizzata, che si concluse il 20 febbraio 1958, dopo un lavoro durato dieci anni, con la legge che porta il suo nome. Chiudendo la sua carriera parlamentare in un discorso degno di essere ricordato affermò un principio: che le idee sono importanti, ma alla fine camminano purtroppo sulle gambe degli uomini e lei, che era stata una vera combattente, era stanca di «fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo».
In quanto a Luigi De Filippis, partigiano delle Quattro Giornate, durante il ventennio fu perseguitato per i rapporti con gli antifascisti Gino Doria, Floriano Del Secolo ed Emilio Scaglione. Liberata la città, De Filippis, fu chiamato dal Comitato di Liberazione Nazionale a far parte delle Deputazione provinciale, di cui fu vice presidente. Morì nel 1951 ma, come scrisse Mario Palermo, ispirò quella sua esperienza politica “ai principi della lotta di resistenza per un rinnovamento del nostro Paese e della Provincia di Napoli”.
Figure apparentemente lontane tra loro, e certamente diverse per formazione, la veneta Lina Merlin e il campano Luigi De Filippis, entrambi partigiani, si trovarono uniti nella lunga e spesso dolorosa battaglia per la democrazia. Una lotta di profilo così nobile che oggi, nel crescente degrado della vita politica, rappresentano modelli preziosi per giovani generazioni alle quali non mancano solo il lavoro e la certezza del futuro, ma quei valori che danno un senso alla vita.

Repubblica, Napoli, 23 aprile 2018.

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QuasimodoPer ricordare il 25 aprile, festa della Liberazione, condivido ciò che scrive Alfredo Giraldi, impagabile maestro burattinaio, autore teatrale, attore di forte personalità e grandi risorse:

Se domani festeggiamo il 25 aprile lo dobbiamo soprattutto a uomini come Aurelio e a tutta la sua famiglia: Carmine Cesare Grossi, Maria Olandese, Renato e Ada. Spero tanto che questa città non lasci scivolare nel dimenticatoio la loro storia eroica e tragica“.

Di mio ci aggiungo solo – e mi dispiace molto – che oggi purtroppo l’Italia sta scrivendo una storia diversa, tragica, ma non eroica. Com’è fatalmente la storia dei senzastoria.
Chi ricorda più le parole del poeta? E come potevamo noi cantare…

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LiberiamociLunedì, 25 aprile, ho invitato con modi civili e a buon diritto la signora Valente a togliersi dai piedi, allontanandosi dal corteo in festa per una ricorrenza che non la riguarda. Sapevo bene che giornali e televisioni, famosi nel mondo per la loro indecente dipendenza dal potere politico, avrebbero montato il caso e penso che l’articolo fosse addirittura già pronto.
Non amo l’ipocrisia, soprattutto quando si presenta nei panni tragicomici di un obbligo che sa di ricatto: ma come, non prendi le distanze da tanta violenza? Non ho paura dei pennivendoli, dei trasformisti alla Gennaro Migliore e dei saputelli un po’ serpentelli in veste di saggi, che appestano la nostra vita pubblica. Alla loro domanda rispondo no e lo faccio serenamente, perché c’è un solo giudice cui riconosco il diritto di guastarmi il sonno: è la coscienza, che mi impedirebbe di seguire Migliore nel suo giro del mondo che, guarda caso, lo conduce sulle posizioni di Michele Serra, il quale non se ne duole e non si domanda com’è che si trova a viaggiare con simili compagni di strada.
No, non prendo le distanze da chi ha messo fuori dalla festa di un popolo libero l’esponente di un partito che fa del disprezzo per la legalità repubblicana il pilastro della sua pratica politica e frequenta più spesso gli uffici dei giudici istruttori, che le aule parlamentari. Mi guardo attorno piuttosto e mi confermo in una certezza amara: l’Italia è un Paese gravemente malato. Un Paese in cui violento è chi mette fuori da un corteo per la festa della Liberazione gli esponenti di un partito di non eletti, nominati e abusivi, entrati in Parlamento senza alcun mandato del popolo sovrano, grazie a una legge fuorilegge; gente che invece di dimettersi di fronte a una inappellabile sentenza della Consulta ha aggredito la Costituzione nata dalla Liberazione, per scriverne un’altra che ne confermi il potere e le riconosca una legittimità che non ha avuto dal popolo, unico titolare della sovranità repubblicana. E’ come se un ladro, colto in flagrante,  abolisse il furto dai reati previsti nel Codice Penale.
Di questo andazzo vergognoso, della deriva cilena di una democrazia che quotidianamente fa i conti con il manganello di forze dell’ordine ripetutamente, ma invano invitate dall’Europa a mettersi in regola e rendersi riconoscibili nelle piazze, di questa miseria morale di cui è garante il Pd, Serra, Migliore e le bande di sedicenti deputati e strapagati velinari non si scandalizzano. No, a questi signori pare violenza l’espulsione da un corteo e pare legale e normale l’assalto ai territori, l’avvelenamento dell’aria, dell’acqua e del suolo voluta da una banda di portoghesi delle Istituzioni, che hanno stravolto la vita democratica del Paese. E sono proprio loro, naturalmente , che si ergono a paladini di una provocatrice, venuta apposta al corteo per farsi cacciare, dopo che appena ventiquattro ore prima s’era accampata con un capobanda nella Prefettura, complice il Prefetto, per una riunione di partito.
Cosa sia stato il 25 aprile per questa gente non è facile capire. Sembra quasi si sia trattato di una cerimonia in smoking e abito da sera e non di lotta armata. In quanto allo “spirito del 25 aprile” che sarebbe incompatibile con il verbo “cacciare”, Serra e compagni fingono d’ignorare che si trattò proprio della “cacciata” dei nazisti e dei loro miserabili complici fascisti. Fingono, perché altrimenti dovrebbero spiegarci come fanno a mettere assieme il loro amore per l’antifascismo e la loro vicinanza vergognosa a chi si è preso i voti dei neo fascisti. Sia pure annacquati dal lavorio dei “liberali” come Croce, che votò la fiducia a Mussolini anche dopo  l’omicidio Matteotti, nei Comitati di Liberazione Nazionale, non ci furono amici dichiarati dei fascisti. Ci furono, sì, moderatissimi alla Serra e giravoltisti alla Migliore, ma di questo paghiamo ancora le conseguenze e si spera che stavolta si evitino gli infiltrati. A cominciare dalla Valente, che il suo campo ce l’ha e non è compatibile con quello di chi difende la Costituzione.

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LIBERIAMOCI! DAL FASCISMO, DAL RAZZISMO, DALLA GUERRA, DALLO SFRUTTAMENTO

NAPOLI, 25 APRILE 2016, PIAZZA MANCINI ORE 10

LiberiamociIl 25 Aprile del 1945 l’Italia si liberava, grazie alla lotta partigiana, dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Per moltissimi quella liberazione doveva significare anche liberazione dalla guerra, dalla fame, dallo sfruttamento. Un nuovo inizio.

Se ci pensate, anche noi abbiamo bisogno di liberazione, di un nuovo 25 Aprile.

Anche noi oggi abbiamo un Governo sempre più autoritario, che scavalca il parlamento, distrugge la scuola, attacca i lavoratori e i sindacati.
Anche oggi veniamo sfruttati e facciamo la fame, lavoriamo a nero, siamo disoccupati, ricattati da organizzazioni criminali in combutta con poteri economici e politici, costretti ad emigrare.

Anche oggi i nostri Stati fanno la guerra in giro per il mondo, e anzi ormai la guerra ci è entrata in casa, con i militari armati in ogni piazza.

Anche oggi l’Europa alza muri di fili spinati, mette su campi di concentramento, crea profughi e rifugiati.
Anche oggi bande di violenti, di razzisti, di nostalgici del nazifascismo aggrediscono i “diversi”, i più deboli, cercano di dividerci e metterci l’uno contro l’altro.

Anche oggi insomma siamo davanti alla barbarie, a un grande pericolo.

Ma anche oggi c’è chi è stanco di tutto questo, e sta iniziando a unirsi, a organizzarsi, perché è convinto che questa situazione debba cambiare. Perché può davvero cambiare.

A Napoli sono tanti gli esperimenti che dal basso ci parlano di un altro modello di società, fondato sull’uguaglianza, sulla libertà, sul riscatto e sulla giustizia sociale. Da Napoli può partire un messaggio diverso, contro le politiche di austerità, contro le decisioni dall’alto imposte ai territori.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire far vedere a tutti che esiste un’altra umanità, che non è tutto come raccontano i media, che non dobbiamo lasciarci terrorizzare, né dai nostri governi né dall’ISIS, né dalla faccia repressiva dello stato e dai suoi servi né dalle bande fasciste come Casa Pound che, protetti dai loro padrini politici e forti dell’impunità, aggrediscono i giovani che stanno cercando di cambiare le cose.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire lottare, sottrarre terreno a chi ci impone sfruttamento e precarietà, a ci reprime, a chi omologa, a chi cammina sui corpi e uccide. Vuol dire rivendicare e riprenderci tutto quello che ci hanno tolto, dando parola a chi fino a oggi, sulla propria pelle, ha vissuto le conseguenze delle contraddizioni di questa società, dai lavoratori agli studenti, dai disoccupati a chi vive nei quartieri popolari.

Scendere in piazza il 25 Aprile vuol dire quindi incontrarsi, prendere coraggio, comunicare alle tante persone di questa città, ancora troppo rassegnate o sole, che un’alternativa a questa barbarie è possibile.
Liberiamoci!

Rete cittadina “Napoli verso il 25 Aprile!”

qui il video di lancio:

https://www.facebook.com/Napoli25Aprile/videos/1693774120879853/

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12801244_939779709424425_8119971876729752403_nL’Assemblea del 27 febbraio al Maschio Angioino non è stata solo un’iniziativa riuscita, che ha trovato il consenso di numerosissime realtà di lotta, Associazioni e Comitati. Essa si è conclusa con una dichiarazione, approvata all’unanimità, che definiva un percorso per una mobilitazione verso il 25 aprile. Eccone il testo:

L’assemblea contro il fascismo il razzismo e l’omofobia, riunita a Napoli, presso la sala dei Baroni del Maschio Angioino il giorno 27 febbraio 2016, dichiara la sua ferma condanna della violenza continuamente esercitata dai neofascisti di Casa Pound e di qualsiasi altra organizzazione che si richiami all’esperienza del fascismo e che propagandi qualsiasi forma di discriminazione.
L’assemblea chiede verità per gli assassinii di Giulio Reggeni e di Ciro Esposito, ultime vittime di silenzi, complicità e connivenze che non è più disposta ad accettare.
Chiede la chiusura delle organizzazioni neofasciste e l’espulsione dalle liste elettorali di chiunque sia ad esse collegato.
L’assemblea prende impegno di costruire una forte mobilitazione cittadina in vista di un 25 aprile scevro da qualsiasi celebrazione retorica e di portare avanti la battaglia antifascista nel nostro Paese.
Il primo marzo i componenti dell’assemblea si ritroveranno in piazza contro la guerra e al fianco dei migranti in lotta per i loro diritti.
L’assemblea si aggiornerà il 15 marzo presso l’Asilo Filangieri per discutere e organizzare il percorso di mobilitazione per il 25 aprile.

 

Il precorso prosegue e ieri nel corso di una riunione si è meglio definito, programmando la prossima tappa: la giornata del 15 marzo. Questo il Comunicato venuto fuori dalla riunione:

Dopo la grande assemblea contro il fascismo e il razzismo del 27 febbraio al Maschio Angioino, che ha visto la partecipazione di circa 400 persone, di tante e variegate realtà associative, comitati, reti studentesche, sindacati etc, ci incontriamo di nuovo martedì 15 Marzo alle 17:00 all’ex Asilo Filangieri per organizzare il percorso di mobilitazione in vista del 25 Aprile.

Un percorso che ci veda impegnati in campagne di controinformazione, di inchiesta e di denuncia politica delle coperture istituzionali di cui godono i gruppetti di estrema destra.
Un percorso di iniziative e momenti collettivi che possa far vivere fra le masse della nostra città i temi dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dell’antisessismo, del rifiuto della guerra.

Un percorso che ci porti il 25 Aprile a riempire la strade dei quartieri popolari delle nostra città, per fare avanzare un’idea di Liberazione. Liberazione dai gruppi xenofobi e dalle loro aggressioni compiute per attaccare la convivenza multietnica e l’attivismo sociale che c’è in questi quartieri. Ma anche Liberazione da tutte le forme di miseria e sfruttamento, dal lavoro nero, dalla disoccupazione, dalle camorre, dalle guerre e dagli eserciti di occupazione che non servono a nulla…

Vogliamo ribadire che chi fomenta l’odio per il diverso, chi indica nell’immigrato un nemico, chi difende l’ordine dominante, non deve avere alcuna agibilità. Ma non vogliamo solo difenderci, vogliamo avanzare, estirpare questi mali alla radice, costruire un’alternativa alla violenza, alla prevaricazione, alla miseria che ci circonda, cercando di aprire nuovi spazi di democrazia.
Per questo il 15 marzo proveremo anche a buttare giù un calendario cittadino di iniziative, in cui tutti possano riconoscersi e in cui tutte le sensibilità trovino posto. Perché insieme possiamo davvero costruire una forte mobilitazione, una Festa della Liberazione scevra da qualsiasi celebrazione retorica e in grado di portare avanti la lotta per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale nel nostro Paese.

DOVE Ci TROVEREMO: A Napoli, all’Ex Asilo Filangieri
vico Giuseppe Maffei 4 (una traversa di via San Gregorio Armeno)

www.exasilofilangieri.it

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32414_4504728950453_1694780384_n (1)«La sovranità appartiene al popolo». Così recita testualmente l’articolo 1 della Costituzione, ma Renzi lo ignora. Il voto, manifestazione concreta di questa inalienabile potestà, sottolinea l’articolo 48, «è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Il cittadino, quindi, ha diritto di scegliere direttamente chi lo rappresenta in Parlamento e nessun governo può manomettere l’esito delle urne, inventandosi premi di maggioranza che moltiplichino il valore di un voto rispetto a un altro. Renzi ignora anche questo principio. Non serve girarci attorno: questo è un colpo di Stato.
Com’è noto, la Consulta non ha potuto fare a meno di dichiarare incostituzionale la legge elettorale da cui è nato il nostro sedicente Parlamento. Con una postilla a mio avviso inutile e non pertinente, che regala un crisma di santità alla scelte passate, presenti e future di parlamentari eletti con una legge che dichiaravano illegale, i giudici della Corte Costituzionale hanno però tirato in ballo la “continuità dello Stato”. Questo è un non senso logico. Posto che non sia un’astrazione e che si debba accettare, è evidente che tale principio non cancella l’articolo primo della Costituzione, che attribuisce al popolo la sovranità. La domanda è perciò lecita: il Parlamento degli «abusivi», che non è espressione della sovranità popolare, in nome e per conto di chi legifera?
Non c’è bisogno di essere costituzionalisti, per trarre dalla sentenza le logiche conseguenze: deputati e senatori non solo non hanno legittimità politica e morale, ma non possono legittimamente votare la fiducia a un governo, perché non sono stati eletti dal popolo e non ne sono i rappresentanti. Il governo, quindi, illegittimo moralmente e politicamente, vive di un voto di fiducia arbitrario e la sua esistenza è in contrasto con l’articolo primo della Costituzione. Persino l’elezione del Presidente della repubblica è probabilmente in contrasto con lo spirito della Costituzione. E’ vero: il popolo non elegge direttamente il Capo dello Stato, ma vero è anche che ad eleggerlo sono deputati e senatori in veste di «grandi elettori». Nel caso specifico, come si fa a ritenere «grandi elettori» parlamentari che nessuno ha mai eletto?
Le ombre di illegittimità morale, politica, ma anche giuridica, sono più lunghe di quanto si voglia far credere. Renzi e i suoi ministri sostituiscono un governo mai sfiduciato. Quando sostiene di voler cambiare la Costituzione perché glielo chiede il Paese, Renzi mente sapendo di mentire, perché, in merito, non ha ricevuto e non avrebbe potuto ricevere alcun mandato popolare: nessun cittadino ha eletto i deputati che gli hanno votato la fiducia. Illegittima quindi è la sua pretesa di imporre una legge elettorale che peggiora quella incostituzionale da cui nasce la sua maggioranza, violenta, estremamente violenta, è la sua decisione di porre mano a una riforma costituzionale.
E’ qui, sulla violenza esercitata dalla banda di «nominati» che tiene in piedi il governo, sul tradimento della Costituzione che si sta consumando, occorre essere chiari e riflettere, senza attaccarsi a inaccettabili cavilli giuridici: la sovranità popolare è stata ripetutamente e violentemente usurpata. C’è solo un modo per ripristinare la legalità repubblicana: sciogliere le Camere e votare con la legge indicata dalla Consulta. Se questo non accadrà, sarà legittimo esercitare quel «diritto alla resistenza», che è stato solennemente riconosciuto ai popoli nei momenti alti della storia umana. Lo ricorda in queste ore don Paolo Farinella: persino Tommaso d’Aquino, uno dei padri della Chiesa, riscattando la dignità di Bruto, riconosce l’amara ma incontestabile legittimità dell’atto più estremo che si possa compiere a difesa della libertà: «chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio».
Più che tornare col sacerdote alla Dichiarazione d’indipendenza degli USA, a quella dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e alla Costituzione francese del 1793, che riconoscono il diritto-dovere dei popoli a resistere se un governo mira a sottometterli, chiediamoci che significa resistere. Quando si dice resistenza, si parla di formule astratte, per fermarsi alla rivendicazione di un principio? Non è così. E non è vero nemmeno, come pare affermare don Farinella, che tutto debba ridursi all’opposizione di «corpi inermi». La Resistenza che abbiamo appena ricordato il 25 aprile, dimostra che, per fermare un governo – anche legalmente costituito, che però l’ha sottomesso o intende farlo – un popolo non solo può, ma deve ricorrere a tutti i possibili strumenti. Quelli pacifici, se i responsabili dell’abuso, di fronte all’accusa infamante di tradimento, si fanno da parte e accettano di difendersi nelle sedi deputate. Se questo però non accade, se il governo nega la violenza e tenta di imporsi con la forza, resistere allora può anche voler dire mettere mano alle armi in nome della legalità repubblicana e riconquistare la dignità dei cittadini liberi che non tollerano in alcun modo di essere ridotti in condizioni di sudditanza.
Il messaggio di don Farinella quindi non è e non può essere quello di un pacifista che si appella ai principi. E’ la minaccia del gesto estremo che merita la lode e il premio da San Tommaso D’Aquino: o Renzi e i suoi compari sapranno fermarsi prima che sia tardi o tutti noi, costretti a subire una violenza inaudita e insopportabile, dovremo rispondere con una violenza uguale e contraria. E’ un imperativo morale e non potranno fermarci tribunali, processi, galera e truppe schierate in piazza come un esercito di occupazione, secondo un modello già sperimentato in Valtellina.
E’ bene che Renzi rifletta su ciò che il sacerdote gli annuncia: siamo decisi a riprenderci la nostra piena e totale sovranità.

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Mercoledì 22 Aprile- ore 18:00 – Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo

Napoli rivoluzionaria. La Camera del Lavoro e la resistenza operaia al fascismo
con Giuseppe Aragno (storico) e Clash City Workers

verso…

manifesto_25_aprile-exopg_jesopazzosabato 25 aprile – ore 10:30 – p.zza Garibaldi
Corteo cittadino antifascista
in serata: FESTA DEL FRIARIELLO (p.zza metro Materdei)

venerdì 1 maggio
dalle ore 17:00 – Ex OPG Occupato “Je so’ Pazzo”
inaugurazione della Camera Popolare del Lavoro
dalle ore 20:00: E’ Zezi in concerto

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Quest’anno ricorrono i 70 anni della Resistenza (1945-2015). Il 25 aprile ricorderemo la Liberazione, le lotte partigiane, il sacrificio di tutti quelli che hanno combattuto per l’uguaglianza, e per la libertà. Non si tratta però solo di un esercizio di memoria: l’antifascismo è per noi qualcosa che deve essere messo in pratica ogni giorno.

Ma ha ancora senso oggi definirsi antifascisti? Ci sono ancora, nel 2015, i fascisti? E chi sono?
Il fascismo ha tante facce e porta tanti abiti diversi, non solo la vecchia camicia nera
: ha la divisa blu del poliziotto che spara e uccide Davide Bifolco solo perché è un ragazzo della periferia. Ha il volto dei secondini che riempiono di botte e uccidono i detenuti, come nel caso di Stefano Cucchi. O quello di chi applica un TSO a Francesco Mastrogiovanni perché lo reputa “pazzo” e lo lascia morire dopo averlo tenuto legato e immobilizzato ad un letto di contenzione.
Veste i panni del militante dei gruppi estremisti di destra che si diverte a picchiare il barbone che dorme sulla panchina, l’immigrato, il ragazzo “alternativo”, l’omosessuale.
Si è infilato il camice del medico antiabortista. Ha l’aspetto apparentemente rassicurante dell’uomo convinto che la sua donna – sua moglie, sua figlia, sua sorella – debba starsene zitta, perché gli appartiene, e che, se prova a essere indipendente, va “raddrizzata” con la forza.

Ha il completo buono del politico che sostiene di agire “nell’interesse del paese”, ma che fa solo il proprio. Indossa la giacca e la cravatta del padrone che dice: “qui in azienda siamo una grande famiglia”, ma che poi ti sfrutta ogni giorno con la scusa della crisi mentre lui fa i milioni, che ti licenzia se provi a reclamare i tuoi diritti, che non ti rinnova il contratto se ti iscrivi al sindacato.

I fascisti non sono “roba da libri di storia”. Fascista è la mano che ha ucciso Ciro Esposito, giovane tifoso in trasferta a Roma per seguire la squadra del cuore. Fascisti sono Salvini, la Lega e i suoi alleati – tra cui, non a caso, c’è la formazione di estrema destra Casapound! – che rivendicano l’indipendenza di un Nord costruito anche sul sudore e sui sacrifici di chi è partito dal Sud alla ricerca di un lavoro e di un futuro e che hanno fatto del razzismo la loro bandiera.

Il fascismo è sopraffazione, sfruttamento, disprezzo per la diversità. Il fascismo, purtroppo, è ancora qui. Tocca a noi riconoscerlo e combatterlo, nei nostri quartieri, nelle scuole, sui posti di lavoro. Ogni giorno è il 25 aprile.

0002 Napoli 22 aprile 2015 ex OPG occupato La Napoli Rivoluzionaria La Camera del Lavoro0004 Napoli 22 aprile 2015 ex OPG occupato La Napoli Rivoluzionaria La Camera del Lavoro

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