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Posts Tagged ‘legalità’

parlamento_illegittimoLa scuola che lotta non è ferma e si discute molto, programmando riunioni persino ad agosto. Non era mai accaduto e non sono gruppi sparuti. Proibito fermarsi. Alla ripresa di settembre, sarebbe necessario che alle riunioni dei comitati partecipassero tutte le realtà di movimento, anche i NO Tav, perché il nemico è uno, la lotta è comune e socialmente trasversale. Il campo di battaglia è il Paese. A settembre dovrà funzionare una rete di riferimenti ampia e differenziata.
Ha ragione chi si preoccupa per la frattura tra gli studenti e quella parte dei docenti che ricorre a pratiche repressive, per impedire le occupazioni. Il problema si riproporrà certamente in termini anche più duri. E’ una situazione da cui uscire, volando alto e trovando un tema unificante per partire dalla scuola e coinvolgere non solo le lotte del lavoro, ma anche e soprattutto i “cittadini”, nel senso più lato possibile della parola.
Inutile negarlo: nelle recenti discussioni sulla scuola c’è qualcosa di non detto. Lasciamo da parte il referendum. Farà la sua lunga via, potrà pure spuntarla, ma difficilmente assicurerà risultati certi, come dimostra la faccenda dell’acqua. Ciò che non si dice perciò va chiarito: a settembre si andrà all’attacco di una legge approvata apparentemente con i crismi della “legalità repubblicana”. Questo vuol dire che – a parte il referendum – sarà facile per la stampa di regime, anche se il movimento si terrà sul terreno delle cose possibili, “scomunicare” le lotte, far passare per “cattivi maestri” i docenti più esposti, disorientare gli incerti e intimidire i “benpensanti”. Il tema di fondo della discussione dovrebbe quindi essere proprio la “legalità”, ma occorrerebbe farlo a parti rovesciate. E’ legale questo governo? E’ legittimo moralmente e politicamente questo Parlamento che cambia la Costituzione, dopo una sentenza della Corte Costituzionale che lo lo ha dichiara eletto con una legge incostituzionale?
Ci fu, nel dibattito sulla Costituente, una proposta di Dossetti – moderatissimo, ma onestissimo e lucido democristiano – che propose di inserire nella Carta il diritto alla ribellione di fronte a leggi incostituzionali. La proposta non passò, ma il tema aveva una sua rilevanza e torna di attualità. E’ su questo problema che va aperto un urgente dibattito, per coprire le spalle a chi lotta. Questo non vuole dire che poi ci si dovrà per forza ribellare; significa solo affermare un principio che da solo fa vacillare le basi del governo. Se ne potrebbe parlare con quelli del Manifesto e, al limite, coi “liberali” del Fatto Quotidiano”; si potrebbe chiedere un incontro con le redazioni, come comitati, spiegare la cosa e vedere se i giornali accettino di fare da cassa di risonanza. Non sarebbe male – avrebbe anzi un valore simbolico altissimo – che si organizzasse una sorta di referendum popolare ufficioso, senza nessuna trafila burocratica, sulla legittimità del governo Renzi; si potrebbe scrivere un “manifesto” delle realtà di lotta – a partire dalla “terra dei fuochi”, per arrivare ai No Mous e no Tav, raccogliere quante più firme possibili e dichiarare Renzi e i suoi decaduti.
Se la raccolta di firme fosse ampia e trasversale, sarebbe una decisione senza valore giuridico, ma di grande impatto politico. Ormai è inutile girarci attorno: è necessario creare un movimento ampio, che al momento la scuola può promuovere e guidare e che potrebbe coinvolgere molta più gente di quanta crediamo, perché la misura è colma e mancano solo parole d’ordine e riferimenti. Anche per i 5 Stelle sarebbe un banco di prova e da qui si potrebbe partire per aprire uno scontro vero.
Cose complicare, certo. Ma complicata e straordinaria è la situazione e non se ne uscirà per le vie ordinarie.

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20629Alfano farebbe bene a stare sul chi vive: alla sua età con la memoria corta non c’è da scherzare. Lui non ricorda più, ma per Berlusconi, condannato ad anni di galera per falso in bilancio e frode fiscale con sentenza passata in giudicato, pretendeva la permanenza in Senato e il ruolo di padre costituente, che il pregiudicato poi si è ritagliato. Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, accusato di un improbabile abuso d’ufficio e condannato in primo grado, il ministro, invece, più veloce del lampo, in nome della Legge Severino, ha voluto l’immediata sospensione. E non si tratta solo di un’idea che cambia. Per Alfano, dalla sera alla mattina, i colori dell’arcobaleno si sono ridotti a sfumature di grigio.
Il Presidente del Senato Grasso, ex magistrato, non ha invocato la maestà della legge e non ha mai pensato di dimettersi, quando la Corte Costituzionale l’ha informato che era stato eletto con una legge truffa, un vero e proprio inganno per gli elettori e la Costituzione. Grasso non ha gridato allo scandalo nemmeno quando la banda dei nominati sistemati in Senato come lui grazie a una legge incostituzionale, ha messo mano alla riforma della Costituzione. Come se nulla fosse, tuttavia, l’ineffabile presidente del Senato, con invidiabile scelta di tempo, ha subito chiesto le dimissioni di De Magistris.
Questa è l’Italia ormai, al settimo anno di regno di Giorgio Napolitano, alloggiato per la seconda volta al Quirinale perché – guarda un po’! – la Costituzione non vieta esplicitamente la rielezione del Presidente della Repubblica. Che è come dire: possiamo eleggerlo anche dieci volte, tanto la Costituzione non ce lo proibisce. Pazienza se la repubblica parlamentare diventa una monarchia incostituzionale. Questo è lo stato dell’arte, e il fior fiore dei «nominati», a cominciare dal candido Brunetta, punta il dito su De Magistris che non ha la «sensibilità politica» di farsi graziosamente da parte proprio mentre si sente l’odore di quattrini e i lupi affamati calano in branco dai monti, per spartirsi la torta.
Sarà l’idea sbagliata di un napoletano che non può guardare la faccenda con imparziale distacco, ma il colpo portato a De Magistris, più che figlio di un improvviso e miracoloso bisogno di legalità, sembra una pugnalata alla schiena della città. Attenti perciò a dire con Travaglio che il sindaco avrebbe dovuto dimettersi e accontentare i lupi, perché la «legalità» somiglia molto alle bandiere con cui si giustificano gli interessi inconfessabili celati dietro le guerre: guerra per la democrazia, guerra per libertà, guerra umanitaria e chi più ne ha più ne metta, ma poi si tratta sempre di oro, mercati e petrolio. Non importa nemmeno che le legge Severino sia chiaramente incostituzionale, perché cancella la presunzione d’innocenza e ha un inaccettabile valore retroattivo. Il punto è che si tratta di un colpo azzardato, che potrebbe rivelarsi un passo falso e ridare senso politico a un’esperienza che rischiava di svilirsi nel silenzio, nelle divisioni e nelle difficoltà di comunicazione. Un colpo che pare restituire De Magistris alla città per quello che è stato all’inizio: speranza di cambiamento, bastone tra le ruote dei giochi di potere, degli intrallazzi e delle larghissime intese sulle spartizioni tra i «grandi partiti», che per decenni, fingendo di farsi la guerra, hanno arricchito pessimi politici e ridotto alla fame chi già stentava.
Il rischio è che, fuori De Magistris, i soliti noti – Bassolino, Lettieri, Migliore e dietro di loro Renzi e l’alleato Berlusconi – vincano la partita e mettano ancora una volta le mani sulla città. Perché non accada, è necessario anzitutto che la difesa di Palazzo San Giacomo non si riduca a quella di un uomo. Non servirebbe al sindaco, non sarebbe utile alla causa della città. Occorre che questo sia chiaro: si tratta anzitutto di difendersi dalla peggiore speculazione, lottare per quel tanto di democrazia – sia pure formale – che sopravvive alla crisi. Se si saprà creare mobilitazione su questi temi – e per farlo occorre volare alto – forse si otterranno ad un tempo una ripresa di interesse e di iniziativa politica attorno a Luigi De Magistris e una rinnovata presa di coscienza del sindaco: senza un dialogo fitto con la gente, l’esito è scritto e lo si vede chiaro.
Per quanto mi riguarda, ho un ricordo limpido: una lontana serata di fine luglio del 2012 e una breve discussione con De Magistris sul concetto di legalità. Tutto sommato ci si intese, anche se poi non sempre mi è sembrato che il suo lavoro abbia seguito la rotta iniziale. E questo va detto. Attestarsi su una generica idea di «legalità» è stato un errore di prospettiva solo a tratti corretto. Un errore di cui ora il sindaco paga le pesantissime e ingiuste conseguenze; non è un caso se una malintesa idea di «legalità» sia la base da cui parte l’attacco che non è riuscito sul terreno politico. Occorre distinguere tra legalità e giustizia. La legalità è un’arma a doppio taglio: «legali» furono anche le condanne di Gramsci e Pertini, che certo non erano giuste o accettabili; «legale» è la condanna ingiusta che colpisce De Magistris. C’è stata una «legalità fascista» e ce n’è una che si va imponendo a sostegno della «democrazia autoritaria» che si sta costruendo. Partendo da questa riflessione, si può forse riaprire il dialogo coi movimenti, riprendere il percorso ed evitare l’accusa strumentale che si fa circolare: «così diceva anche Berlusconi». Falso, ma micidiale. Bisogna uscire da questo terreno minato e recuperare la centralità della giustizia, quella sociale soprattutto, l’elemento comune che aggregò forze diverse attorno a De Magistris.

Uscito su Agoravox il 6 ottobre 2014

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downloadNon si fa più differenza tra sostanza e forma. Per esorcizzare l’idea del colpo di Stato, la parola d’ordine è minimizzare e, se possibile, ignorare le lacerazioni prodotte nel tessuto costituzionale da una «legalità», che viaggia in direzione opposta alla giustizia sociale. Affamate le scuole, piegate le università, la storia la scrivono Vespa e compagni e si lavora per rassicurarci: nemmeno la «marcia su Roma» produsse uno strappo nella «legalità costituzionale». Poiché lo Stato non si autosospende, il Capo dello Stato – un gaglioffo con la corona, si potrà dirlo senza rischiare la lesa maestà? – incaricò Mussolini di formare un governo e l’eroe da burletta, messi da parte il manganello e l’olio di ricino, domandò la fiducia al Parlamento. Un piccolo trucco, insomma, e la forma fu salva: la crisi, tutta giocata in piazza, chiuse a Montecitorio la pratica della legalità e lo Stato fascista prese il posto di quello liberale.
Poiché Machiavelli ci ha insegnato che il Principe non si pone problemi etici, chi riflette sulla crisi morale che ne derivò è travolto dalle critiche sferzanti di pennivendoli e politologi. E’ inutile ormai discutere della Legge Acerbo e di un premio di maggioranza spropositato che mise il Paese in mano a banditi da strada. Siamo andati ben oltre, noi, e la saggezza giuridica, d’altra parte, si attacca alla forma e ci cuce la bocca: Acerbo passò in Parlamento e tutto andò secondo le regole del gioco. A ben vedere, anche allora, in fondo, si fece salva anzitutto la « continuità», confermando una linea di tendenza: con le leggi elettorali i liberali non sono mai stati larghi di maniche e, per loro, le ragioni del potere hanno sempre prevalso su quelle della «rappresentanza».
Anche questa è «continuità» e, giacché ci siamo, perché non dirlo? La fascistizzazione della società fu soprattutto ricerca di una «continuità». Dov’è la cesura, se, come ormai si afferma, la riforma Gentile fu il punto di arrivo di un dibattito che aveva impegnato in età liberale pedagogisti e filosofi di diverso orientamento? Dov’è la cesura, se il sistema repressivo fu semplicemente razionalizzato e se elementi chiave del corporativismo erano già presenti nelle pratiche giolittiane di commistione tra pubblico e privato, col sindacato entrato a vele spiegate nella costituzione dei Consigli superiori? In questo senso, «continuità», la magica parola che garantisce la legittimità giuridica del nostro Parlamento, si applica tranquillamente anche alla «fascistizzazione» del Paese, perché il senso profondo dell’operazione mussoliniana fu soprattutto questo: agire in sintonia ideologica con gli elementi strutturali del mondo liberale, della sua concezione autoritaria, nazionalistica e per molti versi gerarchica della società. E’ la «continuità» la parola chiave che consente ai liberali di passare armi e bagagli in campo fascista senza porsi il problema di grandi e complicate conversioni etiche. Una «continuità» che trova la sua più completa espressione in una concezione della sovranità della Stato, nata ben prima di Alfredo Rocco.
Mentre una dottrina dello Stato diventa verità di fede e  bibbia della democrazia e il Paese si sfascia sotto i colpi di una classe dirigente che, priva di ogni legittimità politica e morale, occupa «legittimamente» il potere in nome della «continuità dello Stato», è difficile dimenticare che Rocco, ideologo del fascismo, ne era convinto: «dalla teoria della sovranità dello Stato discende logicamente la teoria dello Stato fascista». Alfredo Rocco, sì, il fascista del quale – sarà solo per caso? – conserviamo gelosamente il codice penale.
Molti anni fa, quando la dignità in politica aveva ancora un ruolo di primo piano, De Gasperi, che di certo non fu un pericoloso bolscevico, ebbe a ricordare ai fascisti che le democrazie distinguono tra Stato e Società e che l’una può sopravvivere, spezzando la continuità dell’altro. Può capitare, ed è purtroppo ciò che sta accadendo, che l’interesse generale diverga dall’interesse del potere costituito e che lo Stato, ridotto a mera espressione del potere di una classe, pur di sopravvivere, in nome della «continuità», pretenda di uccidere la democrazia. Tocca a noi decidere da che parte stare, ricordando, però, che di «continuità» ne abbiamo ormai tanta, che sempre più spesso torna in mente lo Stato fascista.

Uscito su Liberazione.it il 31 gennaio 2014 col titolo Con l’alibi della «continuità».

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ImmagineQuattro mesi fa teppisti armati di spray al peperoncino intossicarono cinquanta malcapitati, causando crisi d’ansia, difficoltà respiratorie e due ricoveri in ospedale. «Il consiglio è quello di farsi visitare sempre da un medico», scrisse il Corriere della Sera. Ora che lo spray è in dotazione alla forza pubblica – non bastavano manganelli, lacrimogeni e pistole – è un coro di rassicurazioni: non nuoce alla salute. Sono tempi in cui le parole hanno più peso: sono scelte di campo.
Vedo all’opera gente in divisa e penso a milizie padronali; ignoro l’identità di chi «tiene l’ordine» in piazza e non so nulla dei picchiatori impuniti, al lavoro in mattatoi che chiamiamo carceri. La polizia irrompe nelle scuole occupate e non si contano i «caporioni denunciati»; invano protesta la madre di Federico Perna, ennesimo detenuto morto di botte in galera: i ministri pensano a tirar fuori gli amici e Napolitano è impegnato a sostenere che un Parlamento nato da una legge fuorilegge può cambiare la Costituzione scritta col sangue dei partigiani.
Non so perché, ma il pensiero va lontano,  penso agli esiti di una ricerca svolta tra archivi e sede dell’Anpi e ostinata mi si presenta la figura di un giovane antifascista, Adolfo Pansini, repubblicano di formazione mazziniana che avrebbe oggi più o meno l’età di Napolitano; non bestemmio, se dico che sarebbe stato un degno Presidente della Repubblica che contribuì a far nascere. Nel 1940, non ancora diciottenne, «assieme ad alcuni coetanei, aveva creato una associazione a sfondo nettamente antifascista che si applicava nella diffusione in pubblico di foglietti stampigliati recanti la scritta ‘Morte a Mussolini’». Il Pansini, scriveva il questore, «deve ritenersi uno dei principali responsabili del movimento, per avere ideato e coordinato la attività antifascista ». In quegli anni, Napolitano, concittadino di Adolfo, faceva la fronda nei GUF, ma lì si fermava. Pensava forse che, sebbene fascista la legalità andasse rispettata e, sia come sia, non fece nulla per violarla.
Pansini, al contrario, riteneva che una legalità lontana dalla giustizia sociale fosse uno strumento di controllo in mano al potere, sicché, entrato in contatto con Ferdinando Pagano, un ragazzo espulso da tutte le scuole d’Italia per il rifiuto di cantare l’inno fascista,  e coi giovani comunisti del circolo «Karl Marx» di Torre Annunziata, ottenne che i due gruppi clandestini lavorassero uniti, ignorando le  distanze ideologiche. Ne nacque un’attività che non fu solo propaganda. Individuati i picchiatori della milizia, gli antifascisti, infatti, li sorprendevano quando erano isolati e rendevano loro pan per focaccia, spedendoli difilato al pronto soccorso. In termini di legalità, quei giovani avevano torto: benché formata da squadristi che non andavano per il sottile, la Milizia, riconosciuta dalla legge, era un corpo dello Stato «coperto» dal potere. Arrestato in seguito alla delazione di una cameriera, insospettita da una pistola scoperta in un cassetto – gli trovarono in casa una stampiglia costituita da caratteri tipografici di piombo e «numerosi fogliettini stampigliati che si accingeva a diffondere» – Pansini, «pericoloso all’ordine pubblico», ma non ancora diciottenne, se la cavò con un anno di carcere espiato in un istituto per minori.
Liberato, si iscrisse ad Architettura, ma non fece la fronda: tornò all’attività clandestina e i conti col fascismo li chiuse tragicamente il 30 settembre del 1943, quando morì, armi in pugno, combattendo nelle Quattro Giornate di Napoli. Aveva contribuito così alla sconfitta del regime, ma non ebbe medaglie: quelle andarono soprattutto a «scugnizzi», perché si volle ignorare il valore politico della sommossa. I popoli che si rivoltano in armi per la libertà non piacciono a nessuno, nemmeno alle democrazie nate da una guerra di popolo. In quanto a Pagano e ai comunisti del «Karl Marx», rifiutato l’accordo con Badoglio e l’alleanza con la DC, lottarono tra i lavoratori per tutta la vita, ma sparirono dalla storia, espulsi dal PCI in cui, intanto, apparso con gran scelta di tempo, Napolitano, immacolato, vergine e schierato per la continuità dello Stato, iniziava una carriera fulminante.
E’ trascorsa una vita. Le carte con cui mi misuro e il tempo nel quale vivo pongono domande complesse, ma alcune risposte sono nei fatti. Il giovane Pansini fu un delinquente? La sua figura è per i giovani un modello positivo, o i Mazzini e i Pertini sono diventati esempi negativi? Cosa farebbe oggi Adolfo, mentre il Paese che volle libero e per il quale fu imprigionato, lottò e perse la vita, torna lentamente servo?
Spry o manganello, Pansini sarebbe un ragazzo libero e ardimentoso, un eroe, se ha senso ancora la parola abusata, e non c’è dubbio: si rivolterebbe contro l’idea che un Parlamento illegittimo metta mano alla «sua» Costituzione e finirebbe schedato tra i nuovi «caporioni». E’ vero, sì, l’antifascista di ieri troverebbe questori pronto a denunciarlo, poliziotti autorizzati a manganellarlo e una «legalità» che lo condannerebbe. I nuovi pennivendoli lo definirebbero certamente «violento» e «terrorista», ma «bandito» fu Pansini per i nazifascisti e a questo siamo: bisogna scegliere: o «malfattori» o inquadrati nella legalità rappresentata da Giorgio Napolitano, che «bandito» non è mai stato.

Uscito su “Contropiano“, “Report on line” e “Liberazione” col titolo Adolfo Pansini e l’inganno della legalità; su “Fuoriregistro” col titolo Adolfo Pansini non fu presidente.

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6afd69fca4d40105ff6471cfaee955a23715ba508864d078c6f087a9_175x175La «scuola breve» – il futuro dell’istruzione, a sentire Carrozza – fa i conti con mille impicci. Gelmini, per dirne una, ha messo al bando la sperimentazione negli istituti «tradizionali», ponendo un vincolo inderogabile: il percorso è quinquennale. Due anni, più due, più uno. Si tratta solo di tagli, ma ora che regna la Troika nelle colonie si dice «spending review». E’ il fascino dell’esotico.
Carrozza ha abrogato la norma Gelmini? Nemmeno per sogno!  Avrebbe nociuto alla cagionevole salute delle «larghe intese» e, ciò ch’è peggio, «tagliato i tagli». Insomma, partita persa prima di giocarla, ma la ministra s’è fatta furba e l’osso non l’ha mollato. Poiché Gelmini l’ha lasciata erede di un limbo senza regole – le imprecisate e mai ben individuate «sezioni internazionali» e i cosiddetti “licei classici europei” – di questa terra di nessuno che invano attende norme, non fuorilegge, ma certo «senzalegge», la ministra ha fatto l’ariete per sfondare le mura cadenti della scuola statale.
E’ evidente, Carrozza ignora le norme vigenti per la macchina che governa, ma i funzionari l’avranno avvisata: alle abolite sperimentazioni, anche quelle passate con l’inghippo delle sezioni «senzalegge», occorre il parere favorevole e obbligatorio del CNPI, il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione. E’ legge. Ignorarla sarebbe una pessima lezione di educazione alla legalità. Senza fare una piega, Carrozza è andata avanti: niente parere. E’ vero, Profumo ha sciolto il CNPI, ma non l’ha abolito e il 15 ottobre, anzi, il Tar del Lazio – un vero guastafeste – ha intimato al Ministero di farlo rieleggere entro 60 giorni dalla sentenza. Carrozza, però, presa non si sa da quale fregola decisionista, ha tirato diritto per la sua strada e non s’è curata del vincolante parere scritto del CNPI. Dalle sezioni «senzalegge» alla sperimentazione fuorilegge il passo è stato breve e soprattutto ben coperto dal silenzio complice del baraccone mediatico, in cui ormai persino un mussoliniano come Teresio Interlandi farebbe la figura di un dilettante.
Compiuto lo strappo, si tratta ora di trovare un manipolo di Dirigenti Scolastici, tra quelli più pronti a dare una mano, più servizievoli e più ideologicamente schierati. I bravi e zelanti, insomma, che non mancano mai, pronti a far nascere sezioni di «Liceo classico internazionale» all’interno dei licei «tradizionali» marca Gentile. Anche qui, s’intende, regole, impicci e quell’autentica rogna che si chiama democrazia, ma l’esempio, si sa, viene dall’alto e di educazione alla legalità si parla anzitutto per vendere fumo. Che volete che sia, per un buon Dirigente Scolastico, in tempi come i nostri, con l’Europa in delirio per le palle di Letta che sono d’acciaio, seguire l’esempio, mettere in campo gli attributi e pilotare, se necessario, piegare un Collegio Docenti preventivamente terrorizzato dalla spada di Damocle di ventilati cali delle iscrizioni, conseguente precarizzazione, spostamenti di sede e via crucis dei soprannumerari? Occorrerebbe starci nelle scuole, per cogliere il senso di smarrimento del personale docente, vedere gli anziani, giunti al capolinea stremati, timorosi di una nuova riforma, che ancora una volta gli neghi un diritto, li irrida, gli faccia toccare con mano la loro impotenza, mentre un saputello del sindacato di Stato, disteso e ben pasciuto, tutto chiacchiere e cellulari, gli spiega che sbagliano, confondono: non di diritti si sta parlando, ma che dicono? Si tratta solo di aspettative di vita. Non pensa ad altro, buona parte degli anziani: tagliare la corda una volta e per tutte. In quanto ai «giovani», a loro diresti abbia pensato Ungaretti cantando la disperata rassegnazione: «si sta, come d’autunno sugli alberi le foglie».
Dalle mie parti, al liceo «Sannazzaro», pubblico e privato corrono già gomito a gomito: «sezione internazionale», quattro anni e un successo già scritto. Non c’è voluto un grande sforzo: un Collegio dei Docenti convocato dalla sera alla mattina nell’inerzia della rappresentanza sindacale – anche qui regole sotto i piedi – senza il tempo per capire che si approvasse. Un’urgenza insensata, una fretta così ingiustificata, che alla resa dei conti, nonostante la rassegnazione, è finita sul filo di lana: il liceo breve è passato per un voto e con tanti astenuti, mentre circolavano esempi di un orario nuovo, in cui non mancavano le compresenze; colpiva, tra tutti, il caso di due docenti pagati con due stipendi per fare insieme un’ora di religione e di filosofia. Senza contare l’equilibrismo sul filo del pensiero laico, anche stavolta la Gelmini è stata del tutto ignorata e le compresenze, abolite alle elementari, hanno fatto l’esordio al liceo. Una scelta compatibile con gli attuali ordinamenti della scuola? Il Consiglio d’Istituto non ha eccepito e tutto è filato liscio come l’olio.
Perché scandalizzarsi? La ministra Cancellieri siede tranquillamente al suo posto, il partito della ministra Carrozza va al Congresso con le tessere moltiplicate come pane e pesci e il governo poggia sull’accoppiata diavolo e acqua santa, mentre il polverone quotidiano, levato ad arte sulla sorte di un pregiudicato che coi suoi fedelissimi, fa l’opposizione e governa, non scandalizza il Senato, non crea casi di coscienza a Letta e ai suoi ammennicoli d’acciaio. E’ vero, in Germania si tende ormai a ripudiare la scuola breve, che in Francia non è mai esistita, ma chi si azzardasse a sostenere che la sola qualità del liceo di quattro anni sono i quarantamila posti di lavoro che taglia, diventerebbe subito lo scandalo nazionale, paladino senza vergogna della corporazione più potente d’Italia: gli insegnanti, ridotti ormai peggio dei loro colleghi nell’Italia fascista.

E’ uscito su Fuoriregistro l’11 novembre 2013, col titolo Educazione alla legalità e su Liberazione e Report on Line il 12 novembre 2013.

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Quello che segue non è un documento sul carcere, ma tocca da vicino uno degli aspetti più terribili dell’esercizio legale della violenza. Carcere italiano a NassiriaHanno fatto molto bene a scriverlo, le giovani compa-gne incarcerate il 19 ottobre, perché si parla sempre della violenza di chi lotta e non si dice mai quanta violenza contenga un’idea di giustizia intesa come rispetto della “legalità” e, quindi, estranea a un concetto di legalità figlia della giustizia sociale. Le compagne e i compagni arrestati il 19 non hanno incontrato in carcere espo-nenti delle classi agiate. Ce ne sono senza dubbio, ma in un rapporto così squilibrato, che diventa evidente il legame forte tra subalternità, povertà, appartenenza di classe, emarginazione e carcerazione. Non si tratta di un dato banale, ma di un elemento di fondo nella valutazione della violenza vera, sottaciuta, volutamente poco studiata. Senza contare il lato umano della testimonianza, che non è da sottovalutare, perché non si cambia il mondo, non si cambia nulla se anzitutto non si è profondamente umani. Quello che più offende e segna un confine invalicabile nella vicenda Cancellieri, è proprio il concetto cui affida la sua difesa: il diritto di essere umani. Una sorta di appropriazione indebita di un sentimento che, se mai le appartenesse per davvero, l’avrebbe indotta a dimettersi non per un errore politico, ma per l’orrore del ruolo che ha ricoperto e ricopre. Come può appellarsi all’umanità, chi istituzionalmente è chiamato a far funzionare meccanismi disumani? Io l’avrei abbracciata la Cancellieri se avesse risposto alle accuse dichiarando di dimettersi non perché ha sbagliato a far uscire la Ligresti, ma perché non ha potuto fare uscire tutti; perché vorrebbe che tutti uscissero da quell’inferno e finché non sarà adottato un concetto teorico di legalità che non ignori la giustizia sociale, e da esso non se ne ricavi una pratica quotidiana di umanità, è ingiusto e disumano essere ancora per un istante ministro della giustizia.

Storie di ordinaria detenzione. Rebibbia, oltre il 19 ottobre

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Cambia il tempo nessuno potrà fermarloSecondo lei un uomo senza lavoro, che ha fame, che vive nella miseria, che è umiliato perché non può mantenere i propri figli… questo per lei è un uomo libero? No che non lo è. Sarà libero di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io. La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana“.

Due Paesi: uno ottuso, armato, egoista e parassita, che difende una legalità malata e ignora la giustizia sociale; l’altro disarmato, che lotta per il futuro negato. Per un po’ la cieca violenza del potere potrà imporsi e sembrerà trionfare. Col tempo però – giorni, mesi, anni, nessuno può dirlo – la forza della ragione e le ragioni della giustizia sociale avranno certamente la meglio. Non è una speranza e nemmeno un sogno irrealizzabile. E’ una legge fondamentale della vita. Quella che muove la storia. E nessuno è mai riuscito a fermarla.

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