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Posts Tagged ‘giustizia sociale’

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Pagine bianche

Fino a quando non giunge la fine, si sopravvive a tutto, anche alle esperienze più amare. Si portano dentro, però, le antiche cicatrici, che si fanno sentire quando il tempo cambia e le ferite recenti che sanguinano e fanno male. Ai vecchi non si legge sul viso il senso di straniamento, la sensazione di essere scesi da un treno alla stazione sbagliata e di essere soli tra la folla in un mondo che non è il loro. Finché l’inesorabile corsa del tempo non li conduce all’ultimo approdo, gli resta solo un punto di contatto con una realtà sempre più estranea: i giovani, verso i quali sono talvolta critici fino all’intolleranza, ma per i quali provano rispetto. Essi sono, infatti, allo stesso tempo la prova vivente dei loro mille errori e tutto quanto riconoscono di un mondo che ormai non c’è più. Il loro mondo. Sì, perché in fondo i vecchi sono stati più o meno come loro e lo sanno, i giovani sono i vecchi di un tempo che verrà, ma non lo sanno.
Vecchi e giovani hanno bisogno di parlarsi. Il dialogo tra le generazioni è memoria storica. Non si trova sui libri e diventa e il più forte presidio della giustizia sociale.

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downloadNon si fa più differenza tra sostanza e forma. Per esorcizzare l’idea del colpo di Stato, la parola d’ordine è minimizzare e, se possibile, ignorare le lacerazioni prodotte nel tessuto costituzionale da una «legalità», che viaggia in direzione opposta alla giustizia sociale. Affamate le scuole, piegate le università, la storia la scrivono Vespa e compagni e si lavora per rassicurarci: nemmeno la «marcia su Roma» produsse uno strappo nella «legalità costituzionale». Poiché lo Stato non si autosospende, il Capo dello Stato – un gaglioffo con la corona, si potrà dirlo senza rischiare la lesa maestà? – incaricò Mussolini di formare un governo e l’eroe da burletta, messi da parte il manganello e l’olio di ricino, domandò la fiducia al Parlamento. Un piccolo trucco, insomma, e la forma fu salva: la crisi, tutta giocata in piazza, chiuse a Montecitorio la pratica della legalità e lo Stato fascista prese il posto di quello liberale.
Poiché Machiavelli ci ha insegnato che il Principe non si pone problemi etici, chi riflette sulla crisi morale che ne derivò è travolto dalle critiche sferzanti di pennivendoli e politologi. E’ inutile ormai discutere della Legge Acerbo e di un premio di maggioranza spropositato che mise il Paese in mano a banditi da strada. Siamo andati ben oltre, noi, e la saggezza giuridica, d’altra parte, si attacca alla forma e ci cuce la bocca: Acerbo passò in Parlamento e tutto andò secondo le regole del gioco. A ben vedere, anche allora, in fondo, si fece salva anzitutto la « continuità», confermando una linea di tendenza: con le leggi elettorali i liberali non sono mai stati larghi di maniche e, per loro, le ragioni del potere hanno sempre prevalso su quelle della «rappresentanza».
Anche questa è «continuità» e, giacché ci siamo, perché non dirlo? La fascistizzazione della società fu soprattutto ricerca di una «continuità». Dov’è la cesura, se, come ormai si afferma, la riforma Gentile fu il punto di arrivo di un dibattito che aveva impegnato in età liberale pedagogisti e filosofi di diverso orientamento? Dov’è la cesura, se il sistema repressivo fu semplicemente razionalizzato e se elementi chiave del corporativismo erano già presenti nelle pratiche giolittiane di commistione tra pubblico e privato, col sindacato entrato a vele spiegate nella costituzione dei Consigli superiori? In questo senso, «continuità», la magica parola che garantisce la legittimità giuridica del nostro Parlamento, si applica tranquillamente anche alla «fascistizzazione» del Paese, perché il senso profondo dell’operazione mussoliniana fu soprattutto questo: agire in sintonia ideologica con gli elementi strutturali del mondo liberale, della sua concezione autoritaria, nazionalistica e per molti versi gerarchica della società. E’ la «continuità» la parola chiave che consente ai liberali di passare armi e bagagli in campo fascista senza porsi il problema di grandi e complicate conversioni etiche. Una «continuità» che trova la sua più completa espressione in una concezione della sovranità della Stato, nata ben prima di Alfredo Rocco.
Mentre una dottrina dello Stato diventa verità di fede e  bibbia della democrazia e il Paese si sfascia sotto i colpi di una classe dirigente che, priva di ogni legittimità politica e morale, occupa «legittimamente» il potere in nome della «continuità dello Stato», è difficile dimenticare che Rocco, ideologo del fascismo, ne era convinto: «dalla teoria della sovranità dello Stato discende logicamente la teoria dello Stato fascista». Alfredo Rocco, sì, il fascista del quale – sarà solo per caso? – conserviamo gelosamente il codice penale.
Molti anni fa, quando la dignità in politica aveva ancora un ruolo di primo piano, De Gasperi, che di certo non fu un pericoloso bolscevico, ebbe a ricordare ai fascisti che le democrazie distinguono tra Stato e Società e che l’una può sopravvivere, spezzando la continuità dell’altro. Può capitare, ed è purtroppo ciò che sta accadendo, che l’interesse generale diverga dall’interesse del potere costituito e che lo Stato, ridotto a mera espressione del potere di una classe, pur di sopravvivere, in nome della «continuità», pretenda di uccidere la democrazia. Tocca a noi decidere da che parte stare, ricordando, però, che di «continuità» ne abbiamo ormai tanta, che sempre più spesso torna in mente lo Stato fascista.

Uscito su Liberazione.it il 31 gennaio 2014 col titolo Con l’alibi della «continuità».

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Giustizia e LibertàI padroni sono allegri in questo fine d’anno e fanno festa. Si sentono sicuri. In Turchia, nell’Africa mediterranea, in Grecia, ovunque le masse sono state schiacciate. Se non fossero ubriachi di facili vittorie, si accorgerebbero, che più vincono, più aumenta la gente che lotta. Ai Parlamenti non crede più nessuno, perché non contano più nulla. «Una dittatura non si abbatte col decalogo di Mosè né con eccezioni procedurali», ci ha insegnato Rosselli, e «una banda non abbandona la preda per il Sermone della Montagna». Noi lo sappiamo bene e non ci sfugge che «la necessità rivoluzionaria della lotta non può sentirla che chi abbia acquistato una coscienza adeguata». La coscienza, tuttavia, si crea e non c’è maestra migliore dell’ingiustizia sociale. E’ evidente, perciò: l’insurrezione per ora è schiacciata, ma la rivoluzione avanza ed è solo questione di tempo. Un nuovo fascismo si è accampato nel cuore dell’Europa. Ha espropriato gli elettori, ha annichilito i Parlamenti e a chi si rivolta per fame o per amore di libertà, oggi come ieri risponde con lo scherno. Messe a tacere le opposizioni e create maggioranze che non rappresentano più nemmeno se stesse, schiera nelle piazze i suoi sgherri, «tiene in pugno le armi e dice: ‘solo con le armi discuto’. Bisogna dunque parlare di guerra».
Nel deserto che ci circonda, sotto la cenere della civiltà del lavoro, c’è un sistema di valori più vivo che mai. Quando il precario troverà la solidarietà attiva di chi lavora e sentirà la rabbia del disoccupato sommarsi alla sua, vorrà dire che gli sfruttati sono di nuovo uniti. Lentamente, forse confusamente, ma inesorabilmente questo sta accadendo. E’ un processo lento, ma sicuro e inarrestabile. Si avvicina il momento della resa dei conti. Quel giorno i padroni e i loro servi sciocchi cominceranno a tremare e avranno ragione di farlo, perché non faremo prigionieri e chi verrà a parlarci di clemenza sarà il peggiore dei nemici e come tale verrà trattato. Il tempo della clemenza si è ormai consumato e la pietà è morta: l’hanno uccisa gli sfruttatori in nome del profitto.
Molti pensano che l’unità degli sfruttati sia solo un’utopia irrealizzabile, un’inutile eredità del Novecento. I secoli, però, non esistono, sono solo un modo come un altro per misurare il tempo e non si cambia il mondo solo perché si gira di pagina al calendario. Ieri come oggi, ci sono sventurati che preferiscono pregare, invece di lottare. Porgono l’altra guancia e credono di risolvere i loro problemi – che sono quelli di tutti gli sfruttati – affrontandoli individualmente, accordandosi con chi li deruba, accettando condizioni sempre più penose, convinti come sono che per loro la discesa poi si fermerà. Altri, rassegnati, si chiudono in se stessi e finiscono per odiare tutto e tutti. Noi siamo tanti, però, e cresciamo così tanto ogni giorno, che gli untorelli, gli individualisti, i furbi, i pennivendoli e gli sbirri non potranno fermaci. Ingoieremo ancora rospi e faticheremo da morire, questo è vero, però difenderemo la speranza e coltiveremo la passione. Noi lo sappiamo e i padroni se ne accorgeranno: non gli basteranno scorte armate e piazze presidiate. Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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ImmagineQuattro mesi fa teppisti armati di spray al peperoncino intossicarono cinquanta malcapitati, causando crisi d’ansia, difficoltà respiratorie e due ricoveri in ospedale. «Il consiglio è quello di farsi visitare sempre da un medico», scrisse il Corriere della Sera. Ora che lo spray è in dotazione alla forza pubblica – non bastavano manganelli, lacrimogeni e pistole – è un coro di rassicurazioni: non nuoce alla salute. Sono tempi in cui le parole hanno più peso: sono scelte di campo.
Vedo all’opera gente in divisa e penso a milizie padronali; ignoro l’identità di chi «tiene l’ordine» in piazza e non so nulla dei picchiatori impuniti, al lavoro in mattatoi che chiamiamo carceri. La polizia irrompe nelle scuole occupate e non si contano i «caporioni denunciati»; invano protesta la madre di Federico Perna, ennesimo detenuto morto di botte in galera: i ministri pensano a tirar fuori gli amici e Napolitano è impegnato a sostenere che un Parlamento nato da una legge fuorilegge può cambiare la Costituzione scritta col sangue dei partigiani.
Non so perché, ma il pensiero va lontano,  penso agli esiti di una ricerca svolta tra archivi e sede dell’Anpi e ostinata mi si presenta la figura di un giovane antifascista, Adolfo Pansini, repubblicano di formazione mazziniana che avrebbe oggi più o meno l’età di Napolitano; non bestemmio, se dico che sarebbe stato un degno Presidente della Repubblica che contribuì a far nascere. Nel 1940, non ancora diciottenne, «assieme ad alcuni coetanei, aveva creato una associazione a sfondo nettamente antifascista che si applicava nella diffusione in pubblico di foglietti stampigliati recanti la scritta ‘Morte a Mussolini’». Il Pansini, scriveva il questore, «deve ritenersi uno dei principali responsabili del movimento, per avere ideato e coordinato la attività antifascista ». In quegli anni, Napolitano, concittadino di Adolfo, faceva la fronda nei GUF, ma lì si fermava. Pensava forse che, sebbene fascista la legalità andasse rispettata e, sia come sia, non fece nulla per violarla.
Pansini, al contrario, riteneva che una legalità lontana dalla giustizia sociale fosse uno strumento di controllo in mano al potere, sicché, entrato in contatto con Ferdinando Pagano, un ragazzo espulso da tutte le scuole d’Italia per il rifiuto di cantare l’inno fascista,  e coi giovani comunisti del circolo «Karl Marx» di Torre Annunziata, ottenne che i due gruppi clandestini lavorassero uniti, ignorando le  distanze ideologiche. Ne nacque un’attività che non fu solo propaganda. Individuati i picchiatori della milizia, gli antifascisti, infatti, li sorprendevano quando erano isolati e rendevano loro pan per focaccia, spedendoli difilato al pronto soccorso. In termini di legalità, quei giovani avevano torto: benché formata da squadristi che non andavano per il sottile, la Milizia, riconosciuta dalla legge, era un corpo dello Stato «coperto» dal potere. Arrestato in seguito alla delazione di una cameriera, insospettita da una pistola scoperta in un cassetto – gli trovarono in casa una stampiglia costituita da caratteri tipografici di piombo e «numerosi fogliettini stampigliati che si accingeva a diffondere» – Pansini, «pericoloso all’ordine pubblico», ma non ancora diciottenne, se la cavò con un anno di carcere espiato in un istituto per minori.
Liberato, si iscrisse ad Architettura, ma non fece la fronda: tornò all’attività clandestina e i conti col fascismo li chiuse tragicamente il 30 settembre del 1943, quando morì, armi in pugno, combattendo nelle Quattro Giornate di Napoli. Aveva contribuito così alla sconfitta del regime, ma non ebbe medaglie: quelle andarono soprattutto a «scugnizzi», perché si volle ignorare il valore politico della sommossa. I popoli che si rivoltano in armi per la libertà non piacciono a nessuno, nemmeno alle democrazie nate da una guerra di popolo. In quanto a Pagano e ai comunisti del «Karl Marx», rifiutato l’accordo con Badoglio e l’alleanza con la DC, lottarono tra i lavoratori per tutta la vita, ma sparirono dalla storia, espulsi dal PCI in cui, intanto, apparso con gran scelta di tempo, Napolitano, immacolato, vergine e schierato per la continuità dello Stato, iniziava una carriera fulminante.
E’ trascorsa una vita. Le carte con cui mi misuro e il tempo nel quale vivo pongono domande complesse, ma alcune risposte sono nei fatti. Il giovane Pansini fu un delinquente? La sua figura è per i giovani un modello positivo, o i Mazzini e i Pertini sono diventati esempi negativi? Cosa farebbe oggi Adolfo, mentre il Paese che volle libero e per il quale fu imprigionato, lottò e perse la vita, torna lentamente servo?
Spry o manganello, Pansini sarebbe un ragazzo libero e ardimentoso, un eroe, se ha senso ancora la parola abusata, e non c’è dubbio: si rivolterebbe contro l’idea che un Parlamento illegittimo metta mano alla «sua» Costituzione e finirebbe schedato tra i nuovi «caporioni». E’ vero, sì, l’antifascista di ieri troverebbe questori pronto a denunciarlo, poliziotti autorizzati a manganellarlo e una «legalità» che lo condannerebbe. I nuovi pennivendoli lo definirebbero certamente «violento» e «terrorista», ma «bandito» fu Pansini per i nazifascisti e a questo siamo: bisogna scegliere: o «malfattori» o inquadrati nella legalità rappresentata da Giorgio Napolitano, che «bandito» non è mai stato.

Uscito su “Contropiano“, “Report on line” e “Liberazione” col titolo Adolfo Pansini e l’inganno della legalità; su “Fuoriregistro” col titolo Adolfo Pansini non fu presidente.

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Quello che segue non è un documento sul carcere, ma tocca da vicino uno degli aspetti più terribili dell’esercizio legale della violenza. Carcere italiano a NassiriaHanno fatto molto bene a scriverlo, le giovani compa-gne incarcerate il 19 ottobre, perché si parla sempre della violenza di chi lotta e non si dice mai quanta violenza contenga un’idea di giustizia intesa come rispetto della “legalità” e, quindi, estranea a un concetto di legalità figlia della giustizia sociale. Le compagne e i compagni arrestati il 19 non hanno incontrato in carcere espo-nenti delle classi agiate. Ce ne sono senza dubbio, ma in un rapporto così squilibrato, che diventa evidente il legame forte tra subalternità, povertà, appartenenza di classe, emarginazione e carcerazione. Non si tratta di un dato banale, ma di un elemento di fondo nella valutazione della violenza vera, sottaciuta, volutamente poco studiata. Senza contare il lato umano della testimonianza, che non è da sottovalutare, perché non si cambia il mondo, non si cambia nulla se anzitutto non si è profondamente umani. Quello che più offende e segna un confine invalicabile nella vicenda Cancellieri, è proprio il concetto cui affida la sua difesa: il diritto di essere umani. Una sorta di appropriazione indebita di un sentimento che, se mai le appartenesse per davvero, l’avrebbe indotta a dimettersi non per un errore politico, ma per l’orrore del ruolo che ha ricoperto e ricopre. Come può appellarsi all’umanità, chi istituzionalmente è chiamato a far funzionare meccanismi disumani? Io l’avrei abbracciata la Cancellieri se avesse risposto alle accuse dichiarando di dimettersi non perché ha sbagliato a far uscire la Ligresti, ma perché non ha potuto fare uscire tutti; perché vorrebbe che tutti uscissero da quell’inferno e finché non sarà adottato un concetto teorico di legalità che non ignori la giustizia sociale, e da esso non se ne ricavi una pratica quotidiana di umanità, è ingiusto e disumano essere ancora per un istante ministro della giustizia.

Storie di ordinaria detenzione. Rebibbia, oltre il 19 ottobre

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Cambia il tempo nessuno potrà fermarloSecondo lei un uomo senza lavoro, che ha fame, che vive nella miseria, che è umiliato perché non può mantenere i propri figli… questo per lei è un uomo libero? No che non lo è. Sarà libero di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io. La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana“.

Due Paesi: uno ottuso, armato, egoista e parassita, che difende una legalità malata e ignora la giustizia sociale; l’altro disarmato, che lotta per il futuro negato. Per un po’ la cieca violenza del potere potrà imporsi e sembrerà trionfare. Col tempo però – giorni, mesi, anni, nessuno può dirlo – la forza della ragione e le ragioni della giustizia sociale avranno certamente la meglio. Non è una speranza e nemmeno un sogno irrealizzabile. E’ una legge fondamentale della vita. Quella che muove la storia. E nessuno è mai riuscito a fermarla.

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downloadVendola e Sel fanno finta di non saperlo e cercano ancora l’alleanza con Letta. Ci voleva un deputato dei Cinque Stelle perché la notizia entrasse in Parlamento con la forza e la partecipazione che merita. Siete gli assassini di migliaia di morti ammazzati nel Mediterraneo, urla col fiato spezzato dall’emozione l’on. Girgis Giorgio Sorial all’annichilita Boldrini, che sapeva tutto, ma non si è certo dimessa. Lo siete, nonostante i piagnistei e la sceneggiata del cordoglio. Siete i carnefici dei migranti, anche se quello che accade è legale. Li uccidete legalmente, ma li uccidete. Perché qui da noi è legale respingere chi domanda accoglienza, è legale finanziare criminali che fanno i cani da guardia per conto nostro, è legale intimidire i pescatori che danno soccorso. Questa è la legalità di Alfano  e Letta. Questa la legalità nel nostro Paese. Una legalità che non ha nulla a che vedere con la giustizia sociale.  Nulla.
Si dice di continuo: “sono contro la violenza” . E in teoria è giusto, ognuno può dirlo, tanto non costa nulla. Dopo, però, subito dopo, occorrerebbe spiegare come si esce da questa tragedia senza una organizzata e consapevole risposta di massa. Occorrerebbe farlo, a meno di non valerci far credere che anche la legittima difesa è diventata improvvisamente violenza.

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