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Posts Tagged ‘Luigi De Magistris’

kaiser-geppimo-copertina-1-802x499Le mie ragioni vengono da lontano. Una data? Tanto tempo fa, almeno dicembre dell’anno scorso, quando, in un’assemblea alla Domus Ars, si disse agli iscritti di demA che non avremmo partecipato alle elezioni e non volevamo influenzare il voto. DemA, insomma, sceglieva di essere equidistante tra LEU e Potere al Popolo.
Avevo fatto di tutto per convincere demA a sostenere quella battaglia, avevo ripetuto invano che da quelle elezioni sarebbe uscita trionfante l’estrema destra. Non ci fu mai una vera discussione. Si disse di no e basta. L’onda nera, che oggi diventa la ragione per cui ci si schiera, non interessava a nessuno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Voglio ricordare che, benché la scelta di aderire a PaP  fosse convinta, la mia candidatura fu  suggerita dal Sindaco all’ex OPG; quando lo seppi, gli feci notare che così rischiava di rompere equilibri all’interno del Coordinamento; il Sindaco però mi rassicurò: sarebbe stato lui a informare demA.
In realtà non lo fece; a parole elogiò Potere al Popolo, ma lasciò che nel Coordinamento fossi “processato” e alla Domus Ars presentò la candidatura come una mia scelta personale. Che pensai? Mi sentii tradito, ma non volli smentirlo pubblicamente e mi assunsi la responsabilità della scelta. Quella sera, però, fui seriamente tentato di salutare e andare via. Me lo impedirono l’affetto e la stima che, nonostante tutto, nutrivo e nutro per de Magistris e il momento che vivevamo: a ridosso delle elezioni, con quel clima, avrei creato mille problemi e non me la sentivo. Rivoluzionario non significa incosciente o avventurista. Assorbii il colpo e andai avanti ma non ero più convinto“.

Con queste parole comincia una mia lunga intervista. Me l’ha chiesta “Canto Libre”, me la sarei risparmiata volentieri, ma non sarebbe stato giusto e ho accettato. Se qualcuno pensa che ne valga la pena, può continuare a leggere, utilizzando il link che segue:

https://www.cantolibre.it/aragno-perche-ho-lasciato-dema/

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09pol1-f01-potere-al-popolo-ansa-71Je so’ pazzo festival. Due giorni di dibattiti per «resistere all’assedio» della destra.
«Come resistere a un assedio?» è la domanda che ha aperto la quarta edizione dello Je so’ pazzo festival, organizzato a Napoli dall’Ex Opg, la prima con il progetto Potere al popolo in campo. L’interrogativo è stato posto da Chiara Capretti (candidata di Pap alle scorse elezioni) all’apertura della due giorni (che si è conclusa ieri), per aggiornare il confronto con il sindaco Luigi de Magistris e tutte le realtà di movimento partenopee. Come si può spezzare un’offensiva fatta di debiti che strozzano gli enti locali, tagli ai servizi pubblici, circolari ministeriali che impongono politiche di destra su accoglienza e povertà, di lavoro in nero perché tanto l’Ispettorato del lavoro è stato svuotato? «Se non puoi resistere – ribatte Capretti – allora ti devi organizzare su scala nazionale contro lo sfondamento a destra sulla pelle degli ultimi. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con i funerali delle vittime del ponte Morandi in corso, sfruttava i migranti a bordo della Diciotti per distrarre l’opinione pubblica». Il 20 ottobre a Roma ci sarà la manifestazione «Nazionalizzare qui e ora» organizzata da Pap, Usb, Eurostop, Prc e le realtà che si sono battute contro «la truffa delle privatizzazioni e delle grandi opere».
VENERDÌ IL FOCUS era su Napoli. Le circolari di Salvini che impongono una stretta alle richieste di asilo e spingono per gli sgomberi degli spazi occupati possono avere un effetto dirompente in città (dove si stimano almeno 8mila abitazioni occupate). «Non sono provvedimenti esecutivi – commenta Viola Carofalo, portavoce nazionale di Pap – perciò invitiamo i destinatari a disobbedire. Non applicate le circolari Salvini. Il leader leghista le giustifica con la necessità di legalità e sicurezza ma producono l’effetto contrario: più persone sul territorio senza un regolare titolo e più gente per strada nel caso delle abitazioni, perché tanto un’altra soluzione non c’è. Anzi, l’esperienza di Napoli ci dice che le occupazioni hanno rivitalizzato il tessuto sociale, aumentando così la sicurezza percepita nei quartieri». Sul tema de Magistris spiega: «Sul diritto alla casa si misurerà la nostra esperienza amministrativa, sulla capacità di usare il patrimonio immobiliare del comune ai fini della valorizzazione sociale e contro le interpretazioni monetaristiche, che ne vorrebbero la svendita».
AL CENTRO DEL DIBATTITO il caso Vasto, il quartiere popolare accanto alla Stazione centrale con il maggior insediamento di Cas, la zona dove la sera del 3 agosto due migranti sono diventati il bersaglio di ragazzi armati sullo scooter. Il Movimento migrati e rifugiati si è presentato nel quartiere lo scorso martedì: hanno ripulito le aiuole, piantato fiori, realizzato panchine con materiale riciclato provando a stringere un patto tra nuovi e vecchi residenti. «La prossima settimana faremo uno spettacolo in piazza, una produzione del Teatro popolare dell’Ex opg – racconta Abdel -. Sfideremo così il coprifuoco imposto dalla camorra perché il problema del Vasto non sono i migranti, è la povertà, i tagli ai servizi, i clan. La Lega sta provando a radicarsi in zona portando messaggi di odio che prima non esistevano».
Al Vasto emergono tutte le spinte speculative in campo: «Abbiamo lavorato con i migranti per stilare un’inchiesta sui Cas – spiega Capretti -, l’abbiamo consegnata in prefettura chiedendo un intervento contro gli sfruttatori, per un reale inserimento sociale. Quattro strutture sono state chiuse ma il sistema è rimasto intatto con relativa bomba sociale innescata. Poi il 3 agosto sparano sui ragazzi e la prefettura, dopo qualche giorno, ordina un’ispezione ai centri: a 150, trovati fuori dai centri dopo le 22, viene revocata l’accoglienza. Una rappresaglia. Salvini manda le circolari e Grandi stazioni è contenta, così può gentrificare il quartiere senza più i migranti».
IERI SI È DISCUSSO di elezioni europee. Pap ha già scelto come compagni di viaggio La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, gli spagnoli di Podemos e il Bloco de Ezquerda in Portogallo, interlocuzioni in corso con de Magistris e Diem 25 di Yanis Varoufakis. Agli incontri, prima della pausa estiva, ha partecipato anche Sinistra italiana ma lo schieramento unitario non è certo. Il dibattito di ieri tra Viola Carofalo, Klemen Miklavic (rappresentate di Sinistra unita slovena), Bénédicte Monville (La France insoumise) e lo storico Giuseppe Aragno è servito a proseguire il confronto per costruire «un terzo campo, differente da quello liberista/europeista e liberista/nazionalista – spiega Carofalo -. Un campo che metta al centro la redistribuzione della ricchezza, la partecipazione attiva dei cittadini. Mentre la sinistra tradizionale affonda, punita per la guerra che ha condotto contro le classi popolari, crescono i consensi per nuove forze capaci di farla finita con compatibilità, moderazione, appoggio al neoliberismo».

Domenico Cirillo, Il Manifesto, 9 settembre 2018

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p16_beard_webDal giorno in cui è nato questo sciagurato governo, quella che si combatte nel nostro Paese non è, come ci vogliono far credere, una battaglia sull’immigrazione contro l’Unione Europea e i cosiddetti “buonisti”, ladri di futuro e sfasciacarrozze. Lo dimostra il fatto che, nel cuore di questo scontro, gli amici di Salvini, i camerati “fascisti del terzo millennio”, hanno voluto attaccare platealmente l’ex ministro Cécile Kienge e Luigi De Magistris per i quali chiedono l’esilio.
Ci sarebbe da ridere, è vero, ma i tempi sono bui ed è meglio capire, spiegare e reagire. Cominciamo a dircelo chiaro: Salvini e Casapound non stanno rovesciando la medaglia del “mal d’Africa” e di “faccetta nera”. Come al duce fascista più che l’impero “tornato sui fatali colli di Roma”, interessava un “posto al sole” tra quelli non ancora occupati, per spedirci straccioni e disperati, così a Salvini non importa nulla se la Libia oggi manda da noi la sua disperazione. L’obiettivo vero è una scommessa ambiziosa e molto pericolosa per la democrazia; in gioco c’è la conquista dell’egemonia leghista su precari, disoccupati e lavoratori stremati.
Teniamolo bene a mente:  gli immigrati non sono il fine, ma solo uno strumento. Salvini utilizza in maniera spregiudicata la disperazione, per fare della gente dimenticata dalla politica, dei lavoratori sfruttati ben oltre il limite della sopravvivenza, i carnefici di altri disperati e allo stesso tempo la larga base di consenso per il suo governo di leghisti bugiardi.
In una realtà di giovani senza futuro e lavoratori umiliati, il simbolico “esilio” della Kyenge – idealmente spedita in Africa – non è solo una scelta rozza e teatrale, ma un gioco che può andare alla grande, perché fa dell’ex ministro una sorta di “simbolo” dell’immigrato  che ci “spossessa”.
Diciamocelo chiaro, però, altrimenti non capiremo ciò che accade. L’obiettivo vero dell’attacco, quello coperto dalla cortina di fumo del caso Kyenge, si chiama Luigi De Magistris. Bianco e meridionale, in un Sud che i 5Stelle hanno venduto al miglior offerente, nell’immaginario collettivo il sindaco di Napoli è ormai il campione di una serie di scelte che con il “buonismo” e l’immigrazione non c’entrano nulla. L’attacco che gli viene portato perciò è tutto politico e molto rivelatore, perché la battaglia vera, inconfessata ma fortemente voluta da Salvini, mira a costruire un’egemonia sul mondo del lavoro annichilito da Renzi e dal PD, sulla sua precarietà e sulla sua disperazione. Non a caso Di Maio, Ministro del Lavoro, parla con gli ultimi e promette diritti.
In questa situazione, De Magistris è l’unico ostacolo serio sulla strada del governo e ha i numeri per diventare scelta alternativa. Il sindaco di Napoli, infatti, ha dimostrato che si può governare contro la bibbia neoliberista, di cui Salvini segue i comandamenti senza fiatare. Se De Magistris e il suo movimento scendono in campo a fianco dei lavoratori e delle loro lotte, possono essere decisivi per l’esito di uno scontro che non si è affatto concluso a marzo. E non chiedete il perché. La risposta è nei fatti. Sia pure tra mille difficoltà, De Magistris ha al suo attivo risultati indiscutibili. Benché da sette anni provino a tagliargli l’ossigeno, non ha ceduto: niente licenziamenti, niente privatizzazioni, acqua pubblica, debito contestato, movimenti di lotta al governo con lui. Da sette anni a Napoli il neoliberismo cozza invano contro un muro e si rompe la testa.
Napoli è ormai un esempio di governo alternativo. Salvini lo sa e ha capito: o toglie di mezzo De Magistris, o se lo troverà di fronte, leader credibile e finora vincente, alla testa di uno schieramento decisamente alternativo. Di qui l’ostracismo e allo stesso tempo la necessità di reagire.
De Magistris è umano, non “buono”. Non è infallibile, ma è il leader che non ha tradito e non si è compromesso. L’unico. Per questo oggi è una speranza. Chiedetevi quanto vale una speranza tra tanta disperazione e vedrete che la risposta è semplice: una speranza oggi non ha prezzo e fa terribilmente paura.
De Magistris la sua parte l’ha fatta e la sta facendo. Ora tocca agli altri. Tocca a tutti quelli che vedono con animo inquieto l’estrema destra dilagare. Non è più tempo di dubbi. Occorre far quadrato attorno a Napoli e all’’uomo che l’ha resa una roccaforte della lotta al neoliberismo. E’ una grande speranza di giustizia sociale.

Agoravox, 20 giugno 2018 a La Sinistra Quotidiana, 21 giugno 2018

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Sandro-Pertini-810x380La rete di tubi Innocenti che da giovani ci soffocò, i muri puntellati che accecavano l’imbocco dei vicoli bui, i palazzi traballanti faticosamente rinsaldati, furono davvero pagati dalla solidarietà del Paese o ci siamo illusi e tutto si fece a spese della città ferita? Di fronte al debito che vogliono imporci, il dubbio è legittimo e tornano in mente le domande accorate di Sandro Pertini: «Chi è che ha speculato su questa disgrazia? E se vi è qualcuno che ha speculato, […] costui è in carcere, come dovrebbe essere?».
Cosa sia e a chi appartenga il CR8, il Consorzio Ricostruzione 8, spuntato Dio sa come dal secolo scorso, non è chiaro a nessuno. Pretende soldi a palate per imprecisati lavori di ricostruzione che avrebbe eseguito per conto dei napoletani, ma noi sappiamo solo che è un’impresa di costruzioni edili inserita nel Registro delle Imprese dal 19 febbraio 1996. Sembrerà strano ma è vero: il CR8 vanta un credito che minaccia di annegarci in un mare di guai, ma noi non conosciamo il suo Statuto, i suoi amministratori, i suoi titolari, la sua storia, le sue attività, i suoi soci e i suoi dati fiscali, amministrativi e patrimoniali.
Chi prova a saperne di più trova solo brandelli di notizie. Scopre, per esempio, che il 31 luglio 1991, quasi undici anni dopo il terremoto, il socialista Nello Polese, nei panni di Commissario Straordinario di Governo, affidò in concessione al Consorzio lavori di edilizia residenziale. A noi piacerebbe sapere perché si fecero lavori tanto tempo dopo il sisma, se c’erano fondi destinati a coprire le spese e a quali costi pattuiti si chiuse l’accordo. Purtroppo, però, nessuno ci dice nulla. La stampa, va a capire perché, è tutta concentrata sulle ipotetiche responsabilità della Giunta chiamata a pagare il debito misterioso e pare quasi che il passato non interessi l’informazione. Eppure questa triste faccenda viene da lontano. Da qualche parte c’è scritto che nove anni dopo l’assegnazione di Polese, il 22 febbraio del 2000, il CR8 avviò nei confronti del Comune di Napoli un procedimento arbitrale. A Palazzo San Giacomo stavolta c’era Bassolino, il debito aveva assunto dimensioni serie e per giunta c’era un ulteriore credito per interessi in via di determinazione.
Chi tenta di capire si accorge che Bassolino contestò il diritto vantato dai creditori e ricusò un lodo arbitrale, ma non può capire se il Comune rifiutò perché qualcosa non era andato come previsto. Sarebbe interessante e utile saperlo, ma non te lo dice nessuno. Di certo c’è che iniziò così, diciotto anni fa, la battaglia legale sul pagamento di spese maturate fuori bilancio, che oggi gravano sui napoletani e silurano un’Amministrazione che con i fatti del 1981, le scelte del 1991 e lo scontro del 2000 non ha nulla da spartire.
Scavando ostinatamente si accerta che il 22 ottobre 2004 si giunse a un lodo e si registra un altro dato certo: a Palazzo San Giacomo c’era Rosa Russo Iervolino, ex democristiana passata poi alla Margherita e infine al PD, e se ne ricava una spiacevole sensazione: per decenni, mentre il sisma dell’80 diventava un evento lontano, consegnato alla storia di Napoli, un altro terremoto acquistava giorno dopo giorno una forza distruttiva. Il disastro covava silenzioso, come tutti i movimenti tellurici e sembrava muoversi su due binari. Da un lato un Consorzio di ignoti creditori, deciso a riscuotere crediti che oggi, possono essere soddisfatti solo cancellando diritti costituzionalmente garantiti, dall’altro Enti Pubblici più o meno assenti.
Oggi, mentre il nuovo terremoto li assale, la mancanza di notizie precise insospettisce i napoletani c’è chi si chiede se non ci sia un qualche nesso tra gli interessi dei creditori e le forsennate campagne di organi di stampa che – sarà un caso? – appartengono a chi, costruendo e ricostruendo, ha accumulato una montagna di quattrini. Una risposta a queste domande non c’è, ma chi ha vissuto gli eventi successivi al terremoto, sa bene quale fiume di soldi sia passato per vie traverse dal pubblico al privato, finendo molto spesso in mano alla malavita organizzata e non manca nemmeno chi ricorda l’inspiegabile inerzia degli Enti Pubblici, spesso lontani dalle gare di appalto. Certezze ovviamente i napoletani non possono averne, ma quasi quarant’anni dopo la sensazione è che il debito sia un groviglio di buchi neri, in cui sono finiti milioni e milioni di euro che qualcuno – ma chi? – ha acquistato il diritto di riscuotere. A quale titolo? In conseguenza di quali scelte? Questo non si sa, ma chi avrebbe dovuto pagare – ecco una certezza – non l’ha mai fatto: né il Commissario, né le giunte comunali nate dopo la fine del commissariamento, avvenuto nell’aprile 1996.
Dagli Atti della Camera dei Deputati e dai testi allegati all’ordine del giorno della seduta dell’1 febbraio 2017, apprendiamo che le somme richieste al Comune di Napoli sono debiti maturati negli anni in cui il concedente era lo Stato e che l’odierna Amministrazione ha ripetutamente posto l’accento sulla necessità che il Governo si accollasse il debito per la quota di sua competenza, pari a qualcosa come il 90 per cento del totale. Il Governo però non l’ha fatto e non si capisce perché le somme richieste non siano state stanziate negli anni del disastro. Di certo c’è che, in questo dopo terremoto che non ha mai fine, a Luigi De Magistris si giunge solo dopo che 14 tra sindaci e commissari, da Maurizio Valenzi a Rosa Russo Iervolino, sono stati alla guida della città.
In questo guazzabuglio che avrebbe spinto una stampa più indipendente a tentare l’inchiesta, c’è un dato che colpisce: seguendo il percorso dei sindaci e delle parti politiche di cui sono stati espressione, si scopre che la senatrice Valeria Valente, che oggi guida la crociata per la «sana amministrazione», iniziò la sua carriera politica nel 1997, quando fu eletta consigliera comunale nelle liste dei DS e l’ha proseguita poi nel 2001 allorché, rieletta, divenne assessore. Erano i tempi di Rosa Russo Iervolino e dell’emergenza rifiuti, che «fa debito» come il terremoto. Come possa la senatrice Valente ignorare di aver approvato bilanci destinati ad aggravare la situazione debitoria del Comune è un mistero glorioso.
Davanti a questa oscura vicenda, a lei, però, alla parlamentare del PD, come a tutti i protagonisti di questa oscura vicenda, sarebbe il caso che qualcuno – una Commissione parlamentare d’inchiesta? – ponesse le domande che i napoletani onesti si fanno invano da tempo. Quali percorsi ha compiuto il debito in quasi quarant’anni di storia della città e del Paese? Chi sono i creditori? Come hanno ottenuto gli appalti? E’ giusto che per pagare oscure spettanze vantate da ignoti creditori, si cancellino diritti costituzionalmente garantiti, si neghi la refezione scolastica ai bambini, si svendano aziende e beni comuni e si riduca Napoli in condizioni di miseria più gravi di quelle in cui già vive? Si sono resi conto i dirigenti del PD napoletano, avanti a tutti Valeria Valente, che la loro «guerra santa» è guerra alla città e alla gente che li ha votati e – come tutte le guerre – si combatte soprattutto a danno dei ceti più poveri ed emarginati?
Si ha un bel dire, infatti, che pagherà la città; la verità è che il costo già iniquo di un debito misterioso non ricadrà in misura ugualmente grave su tutta la popolazione. A qualcuno – le minoranze agiate – costerà poco o nulla – ad altri – quella parte della popolazione che già soffre le pene dell’inferno, toglierà l’aria per respirare.

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SAM_3053In vista della manifestazione napoletana del 14 aprile, Assieme a un articolo sulla scandalosa vicenda del debito che si vuole far pagare alla città di Napoli, generosamente ospitato da Fuoriregistro, riporto le parole scritte poche ore fa da Luigi De Magistris, che rappresenta e amministra la città.
Lo faccio perché deve esser chiaro che la battaglia in corso non riguarda semplicemente l’Amministrazione, ma è la prova concreta delle conseguenze terribili dell’autoritarsimo neoliberista e allo stesso tempo il segnale forte della resistenza tenace e probabilmente inattesa della popolazione.
Ecco l’articolo di fuoriregistro.
Di seguiito, poi, le parole del sindaco:

Sabato alle 22.30, vigilia di Pasqua, abbiamo approvato in Giunta il bilancio di previsione 2018 del Comune. E’ stato un lavoro durissimo, quasi impossibile. Sui conti del nostro Comune, già falcidiati da tagli per oltre un miliardo di euro, bloccati da gabbie normative e vincoli finanziari, hanno scagliato contro come meteoriti istituzionali due debiti dello Stato a gestione commissariale: uno di circa 100 milioni per un debito post-terremoto 1980 vantato dal consorzio CR8 ed uno di circa 50 milioni per il debito UTA derivante dall’emergenza rifiuti. Quest’ultimo beffardo se si pensa che la nostra amministrazione è quella che ha eliminato subito l’emergenza rifiuti distruggendo anche il sistema fondato sui rapporti tra camorra, affari e politica.La Città già paga la tassa sui rifiuti al massimo per gli anni dell’emergenza rifiuti, ora ci fanno pagare anche il debito del commissariamento. Il debito del terremoto è ancora più clamoroso. Lo Stato non paga il debito per i lavori post-terremoto del 1980, il creditore pignora le casse del Comune e non quelle del Governo, le nostre casse vengono bloccate per un anno, siamo costretti a pagare gli interessi per non morire, la Corte dei Conti applica una sanzione, in maniera infondata ed illogica, pari al valore del debito – circa 100 milioni – non allo Stato, ma al Comune ! Le vittime dell’usura di Stato vengono anche condannate, a pagare due volte + interessi. Ma non è finita qui. Ad appena 48 ore dalla scadenza del termine perentorio per approvare il bilancio in Giunta – pena lo scioglimento del Consiglio Comunale, la decadenza del Sindaco e l’arrivo di un altro Commissario – la Corte dei Conti ci notifica le motivazioni della Sentenza. Ancora una volta con un contenuto senza precedenti. Sempre a Napoli. Non entro ora nel tecnico per non appesantire la lettura, ma già fare un bilancio era impresa assai ardua, dopo la notifica delle motivazioni appare impossibile, o quasi. I vertici amministrativi del Comune, unitamente al mio Capo di Gabinetto, il Colonnello Auricchio, vengono nel mio Ufficio e mi prospettano quattro scenari, uno più drammatico dell’altro. il primo: gli effetti della sentenza sono quelli di provocare lo scioglimento del Consiglio Comunale, il bilancio non si riesce a chiudere, o comunque ci proveremo, mi dicono, ma il prezzo sarà altissimo. Il secondo: dichiarare il dissesto. Si congelano le procedure esecutive dei creditori, ma gli effetti sono devastanti: blocco di tutto, arretramento dello sviluppo della Città. Il terzo: per provare a fare il bilancio dobbiamo tagliare spese fondamentali e vendere gioielli della Città. Tra i tagli, nel foglio lacrime e sangue che mi sottopone il bravissimo Ragioniere del Comune, trovo l’eliminazione della refezione scolastica da settembre, il dimezzamento delle spese per il welfare, la contrazione del salario ai lavoratori, altra sequela di macelleria sociale.Oltre la vendita di beni monumentali ed anche lo stadio San Paolo. Il quarto: per evitare la macelleria sociale l’alternativa è la messa in liquidazione dell’azienda del trasporto pubblico ANM in quanto la funzione spetta alla Regione Campania e data la situazione drammatica non possiamo più sostenere il peso economico del nostro enorme contributo. Il quadro è drammatico. Non si deve perdere lucidità, nè lasciarsi andare alla depressione o alla rabbia, mi assumo, quindi, la responsabilità, da comandante della nave in tempesta forza 10, di far predisporre il bilancio in quanto grida vendetta andare in dissesto per un debito del 1981; di non praticare la macelleria sociale in quanto la Città, il popolo napoletano e, soprattutto, i più deboli non possono subire questa ingiustizia per colpa dello Stato. La soluzione che sembra prefigurarsi, nelle prime ore del countdown, è quella di far espletare alla Regione la funzione del trasporto che per legge le compete. Napoli è l’unica Città italiana che paga un contributo sul trasporto pubblico pari a quello della Regione, quando in Lombardia, Piemonte e Lazio – con capoluoghi ben più ricchi – grava il peso economico soprattutto sulle Regioni. Ma non mi voglio rassegnare, fa rabbia rinunciare alla nostra azienda che stiamo provando, tra mille difficoltà, a rilanciare. Siamo tutti al lavoro, senza un attimo di sosta ed alle 3 del mattino – nella notte tra venerdì e sabato – il miracolo laico. Grazie alla grande squadra che si è formata in questi anni al Comune riusciamo a realizzare il miglior bilancio possibile in condizioni proibitive. Un bilancio per l’anno 2018 senza tagli, senza mettere in liquidazione ANM, senza cedere i gioielli della Città, anche se costretti a mettere a garanzia per l’usura di Stato alcuni immobili che faremo di tutto per non vendere se si creeranno determinate condizioni amministrative, giuridiche e normative alle quali dobbiamo lavorare. E’ ormai evidente che la Città in questi anni è stata attaccata più volte da settori della politica e delle Istituzioni. La politica che il voto popolare ha cacciato dal’amministrazione della Città, dandomi l’onore e l’onere di guidare Napoli che amo senza limiti, non ha mai accettato di non poter più mangiare e fare affari. Ci vogliono fare fuori da sette anni. Fanno ancor più male, però, alcuni proiettili istituzionali, taluni dei quali anche perfidi, particolarmente ingiusti ed inaccettabili. Abbiamo superato il limite della sopportazione istituzionale. L’ingiustizia e la cattiveria con cui si sta attaccando la Città, il suo popolo – in quanto sugli abitanti ricadono gli effetti delle ingiustizie – e chi ha il diritto di amministrarla senza essere costantemente bersaglio di armi non convenzionali, devono trovare immediata riparazione. A chi ci vuol far morire con violenza politica e/o istituzionale senza precedenti in Italia – nessun Comune si tenta di far cadere usando un debito di cento milioni dello Stato del 1980 – risponderemo non con la loro violenza istituzionale e con la loro ingiustizia, ma con l’amore per la nostra Città e con la ribellione democratica alle ingiustizie. La legalità formale del potere costituito intriso di ingiustizia è solo un avvelenamento lento, ma mortale, della democrazia. Con gli arnesi delle officine di un potere formale senza Giustizia e contro Costituzione si è arrivati ad un passo da far crollare istituzionalmente, socialmente ed economicamente la terza Città d’Italia, dopo quello che Napoli – senza soldi – sta facendo per il Paese: dalla lotta alla corruzione e alla mafia, dalla cultura al turismo, dai giovani alla sua economia. La lotta si arresterà appena sarà eliminata questa vergogna senza fine del debito storico che non appartiene a questa Città e che non è stato contratto dal suo Popolo o dai suoi rappresentanti, non appena avremo la certezza che la sanzione non sarà applicata oppure che verranno eliminati tutti gli effetti, solo quando Napoli potrà godere di quelle condizioni di giustizia, parità ed imparzialità di cui finora non ha beneficiato. La pazienza è finita, ora metteremo in campo tutte le azioni necessarie – nessuna esclusa – perchè in queste ore ho visto davanti ai miei occhi sfilare le vittime della macelleria sociale ed economica a cui volevano condannarci per colpe di altri e per distruggere una Città che, finalmente, si sta riscattando con onestà, orgoglio, passione, umanità e forza. Con i suoi errori, ma con le mani pulite. Questa battaglia si vincerà soprattutto grazie all’unità del Popolo napoletano. Sono certo che uniti vinceremo. Abbiamo fatto un lavoro immane in queste ore, siamo stremati, ma sono fiero della nostra squadra. Adesso, tutti insieme, nessuno escluso, per combattere la battaglia democratica per conquistare – presso il Parlamento, il Governo e la Regione – i nostri diritti.

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Il 27 Febbraio alla Libreria IOCISTO parlerò di antifascismo con Luigi De Magistris e Francesco Soverina.

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Così Giuseppe Aragno, storico dell’antifascismo e del movimento operaio e candidato alla Camera di Potere al popolo, racconta quello che non è questo libro: ovvero non vuole essere – una ricostruzione di scontri armati. In esso troverete, invece, coloro che sono stati finora i grandi assenti della ricostruzione storiografica, i combattenti antifascisti e la loro lunga lotta contro la dittatura. Ci sono – e anche qui si tratta di un vuoto che andava colmato, le loro idee politiche, i motivi profondi per cui giungono a metter mano alle armi e l’idea di Paese per cui si battono. Un’idea che naturalmente non è uguale per tutti, perché tra i combattenti troviamo non solo comunisti, anarchici e socialisti, subito divisi dopo l’insurrezione, ma monarchici, repubblicani, cattolici, liberali e qualche fascista che salta abilmente sul carro dei vincitori! Ci sono, anch’esse di fatto “dimenticate”, splendide figure femminili, che combattono da protagoniste e una pattuglia di ebrei.
il libro smantella lo stereotipo degli “scugnizzi” e della “città di plebe”, ricostruendo il volto politico dell’insurrezione.
In questo senso Napoli, in cui si trovano a convivere Togliatti, Croce, De Nicola e Giovanni Leone, diventa il laboratorio politico in cui prende inizialmente corpo la repubblica con le sue luci e le moltissime ombre.
Il libro, che restituisce la parola a chi non l’ha avuta, fa giustizia delle ricostruzioni ideologiche e dei luoghi comuni.

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