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Copertina del libro Viva il re! di Marco Travaglio

Copertina del libro Viva il re! di Marco Travaglio

Bisognerebbe ringraziare Umberto Nobile, sfortunato protagonista di trasvolate polari, che si trovò contro Balbo e il fascismo, scelse l’esilio nell’Unione Sovietica e negli Stati Uniti e fu eletto deputato alla Costituente, tra gli indipendenti nelle liste del PCI; con lui merita un ricordo per la cultura e la passione civile, Paolo Rossi, giurista e perseguitato politico eletto alla Costituente, al quale i fascisti bruciarono lo studio e la censura bloccò i libri che aveva scritto. Rossi scrisse della «pena di morte e della sua critica» in un Paese così imbarbarito, da ripudiare Beccaria e tornare alla pena capitale. Sul significato storico della parola «tornare» manca – e sarebbe molto utile – uno studio accurato, in un Paese che ritiene attuale il codice penale fascista, ma rottama la Costituzione nata dalla Resistenza e lo fa, in un’Europa tornata alla guerra con la tragedia balcanica, tornata al colonialismo con i raid sulla Libia, tornata al razzismo, tornata ai confini sbarrati, tornata ai campi d’internamento, tornata allo sterminio quotidiano, che oggi tocca ai migranti, e tornata alle alleanze con i «dittatori amici».
Bisognerebbe ringraziarli, perché seppero difendere una norma che poteva sembrava superflua e oggi costituisce l’articolo 139, l’ultimo della Costituzione, quello che afferma un’apparente ovvietà: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». E’ questo il testo definitivo e lo si deve a Nobile. In tanti lo ritenevano inutile e antigiuridico, ma per fortuna Gronchi, esprimendo il voto favorevole dei democristiani, ricordò che la forma dello Stato era stata scelto con un referendum ed era quindi «evidente che […]essa non potrebbe essere modificata che da una consultazione diretta fatta nella stessa forma attraverso la quale essa è sorta». Quell’articolo. «ha il valore di una solenne affermazione politica che la prima Costituzione italiana non può, in alcun modo omettere», sostenne Rossi, perché l’immutabilità della forma repubblicana conclude quasi tutti gli ordinamenti giuridici repubblicani.
Quanti di quelli che hanno approvato la nuova Costituzione conoscono le attuali Costituzioni repubblicane? Quanti hanno letto le migliaia di pagine con le discussioni dell’Assemblea Costituente? Probabilmente nessuno. La stragrande maggioranza non le conosce, benché quelle pagine spieghino le ragioni storiche, politiche ed etiche per cui la Costituzione è come noi la leggiamo. Ripugna alla coscienza che qualcuno cambi qualcosa senza conoscerla a fondo, soprattutto se si tratta di Costituzione, perché gli eventi degli ultimi anni hanno dimostrato che, se gli interessi in gioco lo richiedono nulla può esser dato per certo, nemmeno la forma repubblicana. Giorgio Napolitano, infatti è stato eletto due volte Presidente della Repubblica. Poteva farlo? Si è detto che la Costituzione non lo proibisce. Ed è vero. Ma essa non proibisce nemmeno che qualcuno sia eletto tre, quattro e pure cinque volte. Napolitano ha potuto introdurre così una novità assoluta, che per ora, spiace per Rossi, Nobile e Gronchi, potremmo definire «Presidenza lunga», o forse meglio «Principato di Napolitano». Qualcuno, percorrendo la sua via, potrà domani prolungare il soggiorno al Quirinale per il numero di volte che gli sembrerà opportuno. La Costituzione non si pronuncia e un Parlamento riformato come vogliono Renzi, Boschi e Verdini si limiterà ad approvare.
In realtà, sulla rielezione del Presidente della Repubblica c’è stata una inspiegata amnesia collettiva ed è sembrato che alla Costituente non se ne sia parlato. In realtà se ne parlò e sulla rielezione, soprattutto immediata, prevalse il dissenso. Lussu, ad esempio, propose di limitare a cinque anni il mandato, e il socialista Antonio Costantini dichiarò che «il carattere parlamentare della Repubblica» rendeva «impossibile la perpetuazione della tendenza al potere del Presidente eletto». Salvatore Aldisio, cattolico e antifascista, fu per la rielezione per «non più di una volta», ma chiese un mandato di sei anni. Replicando, il socialista Lami Starnuti chiese di tenere fermi nel testo i sette anni, ma di aggiungere che il Presidente «non è rieleggibile». Una scelta saggia che non trovò fortuna. Paolo Rossi, perplesso, suggerì allora una modifica alla modifica: «non è immediatamente rieleggibile», ma non ebbe fortuna. Sul tema tornò Togliatti in seduta plenaria Togliatti, chiedendo di aggiungere la non eleggibilità consecutiva e Nitti, precisè che avrebbe ridotto il mandato a quattro anni, per limitare i danni di eventuali rielezioni. Fu il giovane Aldo Moro a prendere in considerazione la rielezione di un «buon presidente» ma prevalse infine la necessità che un presidente durasse in carica per sette anni, in modo da garantire la stabilità del sistema. Sulla rielezione ci furono aggiunte nel testo, ma l’andamento della discussione e le preoccupazioni di uomini di Lami Starnuti, Lussu, Togliatti e Nitti, ci dicono che la maggioranza non era favorevolea. In un Parlamento privo di legittimità, però, nessuno, meno che mai Giorgio Napolitano, ha voluto tenerne conto. Di fatto, un presidente rieletto non s’era mai avuto e ci sono voluti un pessimo Presidente e un Parlamento di «nominati».

 Contropiano, 26 agosto 2016; Fuoriregistro, 28 agosto 2016.

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1. Costituente e Costituzione: la «cultura dell’antifascismo»

ministri-arrivo-quirinale-140222123943_bigIl primo documento ufficiale sulla Costituzione è un decreto legge firmato il 25 giugno 1944 da Umberto II di Savoia. Dopo la liberazione, si legge, «le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, che a tale fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, un’Assemblea Costituente per determinare la nuova Costituzione dello Stato». La guerra insanguina il Paese, ma il governo è guidato dall’ex socialista riformista Ivanoe Bonomi e su venti ministri, dodici sono antifascisti: l’azionista Alberto Cianca, confinato e fuoruscito, Benedetto Croce, il cattolico De Gasperi, che ha conosciuto la galera fascista, lo storico della filosofia Guido De Ruggiero, arrestato e destituito dall’insegnamento, Giovanni Gronchi, cattolico e uomo della Resistenza, i comunisti Palmiro Togliatti, tornato dall’Unione Sovietica, e Fausto Gullo, ex confinato, il socialista Pietro Mancini, reduce dal confino e dal carcere fascista, Meuccio Ruini, perseguitato politico, il socialdemocratico Saragat, evaso da Regina Coeli, e Carlo Sforza, liberale, ex ministro e fuoruscito. Tutti, tranne De Ruggiero, saranno poi nell’Assemblea Costituente.
Sono giorni terribili nella storia dell’umanità; l’Italia, che paga le sue responsabilità per l’immane tragedia, è un campo di battaglia e sui monti la guerra partigiana è senza quartiere. Iniziata nel settembre del ‘43 a Napoli, insorta contro i nazifascisti, durerà fino al 25 aprile del ‘45. In quei giorni, però, non «muore la patria», come sostengono Galli Della Loggia e una destra che non si è mai riconosciuta nell’Italia della Resistenza. In quei giorni, per dirla con la felice espressione di Gaetano Arfè, «la cultura dell’antifascismo», consegna al Paese l’eredità preziosa che nel suo insieme la Costituzione, non i suoi soli principi fondamentali, tradurrà in norme fondanti. Sono i valori nei quali, a guerra finita, si riconosce buona parte del popolo italiano: ideali di libertà, di pace e solidarietà tra i popoli. Prima ancora che nelle norme, però, essi si sono affermati nelle coscienze, sostituendo la concezione della vita imposta dal fascismo e che purtroppo oggi riemerge: il mito del capo, la scala gerarchica tra caste, classi e razze, la violenza come motore della vicenda storica. I deputati della Costituente, portavoce di questo cambiamento, traducono con sapienza giuridica un dato che è anzitutto storico. Essi potranno scrivere la Costituzione, così com’è, solo perché sono parte di un processo che giunge a compimento e ha radici nel corpo della società. In condizioni diverse, senza quel mutamento, senza quella cultura, essi non avrebbero potuto mai scriverla com’è. Una Costituzione non nasce «a freddo». E’un punto di svolta, il perno attorno al quale un Paese volta pagina e consacra il futuro che ha conquistato. Vico sostiene che la storia è un incessante ripetersi di cicli e raggiunta l’età «civile» torna a quella «primitiva». La Costituzione del ‘47 apre la nostra età «civile», dopo un’esperienza dolorosa, drammatica e collettiva; si può aggiornarla, ma rifarne un articolo. su tre, significa abolirla e questo segnerebbe il punto di caduta verso il basso, il ritorno all’età «primitiva».
Proprio in quei giorni, affrontando il plotone di esecuzione, Giacomo Ulivi, un partigiano di appena vent’anni, rivolge a chi potrà leggere parole che spiegano più di mille discorsi ciò che accade nelle coscienze libere: «Dobbiamo […] abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali», afferma , poi prosegue:

«Quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita? […] In questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione […]. Per venti anni […] . tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti. Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. […] Per questo dobbiamo prepararci. […] Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».

Quando, nell’autunno 1945, nascono la Consulta Nazionale e il Ministero della Costituzione, due nuovi dati emergono chiari: la maturità di un popolo, consapevole dell’importanza del passo che sta per compiere e la comune volontà di ogni forza politica di giungere all’appuntamento con la necessaria preparazione. La materia prima, tuttavia, è accessibile a tutti, perché ogni elettore, anche i più giovani, ha vissuto e pagato sulla propria pelle il conflitto sociale, la violenza delle passioni ed è stato in qualche misura partecipe di un risveglio. Non si tratta di astratte teorie o semplice propaganda. Dietro le varie bandiere c’è una tragica e sofferta esperienza vita. L’omicidio Matteotti, l’incendio del Parlamento tedesco, la guerra di Spagna, la battaglia nei cieli di Londra, la tragedia di Stalingrado, Auschwitz, Hiroshima, l’occupazione, la guerra in casa, la Resistenza, sono eventi che hanno scosso nel profondo anche le persone più semplici e meno attrezzate culturalmente. E’ la vita vissuta a produrre esperienze e valori che danno un senso e contenuti a parole che il regime aveva cancellato: libertà, pace, giustizia sociale, democrazia, solidarietà. Questo e tanto altro significano l’antifascismo e quella Resistenza che, scrive Arfè, è il crogiuolo «nel quale tutte queste esperienze si fondono: ne nasce una cultura nella quale tra ideologie diverse e tra loro contrapposte si instaurano nuovi dialettici rapporti e tutti finiscono con l’innestarsi in una trama unitaria intessuta col filo dell’antifascismo e dell’antinazismo».
La Repubblica è nei fatti, così come la prevalenza di antifascisti militanti, di vite intensamente vissute e grandi sogni, tra i deputati della Costituente, che provano a dare risposte durature a una sola domanda: come si costruisce un Paese senza guerra e dittatori, in cui ognuno è un «sovrano»? . La scienza non basta. Ci vuole coscienza storica. ma l’Assemblea non manca e la risposta giunge: occorre il sovrano di un Paese fondato sulla dignità dei cittadini. E poiché il solo possibile sovrano di uno Stato senza ragion di Stato è il popolo, si parte da qui: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…».
Perché funzioni, occorreranno libere discussioni, articoli collegati tra loro, 347 sedute – di cui 22 con prolungamento serale e notturno – 1663 emendamenti, dei quali 292 approvati, 314 respinti, e 1057 ritirati o assorbiti; 275 oratori parleranno in 1090 interventi; ci saranno 15 ordini del giorno e sulle decisioni più controverse 23 votazioni per appello nominale e 43 a scrutinio segreto. Concluso il lavoro, Piero Calamandrei, un grande giurista, pur riconoscendone limiti, carenze, contraddizioni e persino ambiguità, saluterà nella Costituzione, un compromesso di altissimo profilo tra forze politiche e correnti ideali che hanno fatto la storia del Paese, poi interrogando se stesso, le augurerà vita fertile e duratura:

«Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana dove un secolo fa sedeva e paralava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia, e si immagineranno, come sempre avviene che con l’andare dei secoli la storia si trasfiguri in leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi banchi non siamo stati noi, uomini effimeri i cui nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio da Anna Maria Enriques e di Tina Lorenzoni nelle quali l’eroismo è giunto alle soglie della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il lavoro che occorreva per restituire all’Italia la libertà e la dignità».

Nessuno in quei giorni avrebbe mai potuto immaginare Renzi, Boschi, Napolitano e un Parlamento abusivo.

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Dopo la pantomima dell’opposizione che attacca, nemmeno Cuperlo, che pure gliene ha dette di tutti i colori, ha votato contro. Il tempo dirà fin dove intende spingersi Renzi, il «sindaco d’Italia» nato in provetta dall’ibrido connubio tra terze file dell’ex DC e scarti del PCI, ma un dato certo, dal quale partire purtroppo esiste: siamo più che mai la «serva Italia» che Dante immortalò nei suoi amari versi: «nave senza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!»
IT.ACS.AS0001.0000614.0002Negli Atti della Costituente, a futura vergogna di chi finge di ignorarlo e di un popolo complice – geneticamente fascista direbbe Gobetti – che tace o, peggio ancora, consente, c’è l’ordine del giorno di Antonio Giolitti, nipote del famoso statista liberale, approvato dall’Assemblea ma escluso dal testo definitivo dello Statuto, per evitare di rendere costituzionale la legge elettorale: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei Deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale». Questo è lo spirito autentico della Costituzione, ma Renzi non lo sa e – c’è da giurarci – se qualcuno glielo dicesse, non muterebbe d’una virgola la sua oscena legge elettorale. Per farlo, dovrebbe ragionare da politico, ma non gli interessa e non ha gli strumenti culturali per farlo. A chiunque lo attacca ormai, replica, con toni ricattatori: ti stai mettendo contro tre milioni di voti. E’ questo il suo unico argomento: tre milioni di oggetti misteriosi, tessere false e berlusconiani d’origine controllata che lo hanno «votato» al prezzo di due euro. Il prezzo che marca anche fisicamente la distanza dai nullatenenti, un problema che non riguarda più il Partito Democratico; ci penseranno forse camini e forni, come il Mediterraneo pensa ai migranti.
«Fortunato il paese che non ha bisogno di eroi», ebbe a scrivere Brecht, ma Gaetano Arfè, maestro di una stagione felice della nostra storia, conscio della tragedia incombente, al tramonto della sua vita, lucidamente, corresse: «fortunato quel paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, sventurato il paese che non sappia mantenersene degno». L’Italia ha disperato bisogno di eroi, ma non ne trova uno nemmeno in fotocopia. Ce ne fosse ancora di gente della tempra di Amendola, Matteotti, Gobetti, Gramsci e Rosselli, Renzi dovrebbe ammazzarli, ma eroi non ne abbiamo e al neofascismo non occorrono certo pugnali, manganelli e spedizioni punitive; la nostra dose quotidiana di olio di ricino e botte in testa la prendiamo da tempo, grazie allo strapotere mediatico dei padroni schierati a sostegno: De Benedetti con la Repubblica, il Gruppo Espresso, i nove supplementi, tre radio nazionali, quindici quotidiani locali e numerosi periodici, Berlusconi con la possente Mediaset, Urbani Cairo, un ex di Berlusconi alla Fininvest, che alla Giorgio Mondadori ha ora sommato «la Sette». E si potrebbe continuare. Con un’armata simile alle spalle, capace di un volume di fuoco davvero paralizzante, il caudillo «democratico», che solo due anni fa Bersani aveva ridotto al silenzio, ha fatto agevolmente la sua via e ora, se non vuol cadere nella polvere in un battibaleno, così com’è salito alle stelle in un momento, deve solo eseguire, rapido e senza esitazioni, gli ordini di chi in un giorno l’ha reso leader.
Di leggi elettorali e Costituzione, Renzi non capisce praticamente nulla – «ha la parlantina troppo facile per dargli il tempo di leggere e informarsi», ha giustamente osservato Giovanni Sartori – ma i padroni l’hanno affidato a un tutor di gran nome, il politologo Roberto D’Alimonte, uno che, guarda caso, ha un posto d’onore nei salotti buoni televisivi e ripete fino alla nausea il principio base della sua pericolosa scienza elettorale: «una cosa sono i valori su cui si fonda un regime democratico, un’altra cosa è il suo funzionamento». Quando l’immancabile amico degli amici gli ha «anticipato» le motivazioni della sentenza di una Corte Costituzione opportunamente rinforzata da Napolitano con Paolo Grossi, Marta Cartabia e Giuliano Amato, in quattro e quattr’otto Roberto D’Alimonte ha riscaldato la pietanza precotta: niente voto di preferenza, un premio di maggioranza da «legge truffa» e cancellazione dell’idea di «rappresentanza». I vizi costituzionali sono forse meno evidenti di quelli messi assieme da Calderoli, ma stavolta più gravi e non c’è dubbio: Antonio Giolitti e il suo ordine del giorno sono stati sprezzantemente ignorati.
Quella di Renzi non è «demagogia», come pensa Sartori, inseguendo il feticcio della governabilità, è la condanna a morte della democrazia parlamentare.
J. P. Morgan e il grande capitale finanziario ci avevano avvisati e non c’è scampo: la Costituzione troppo «socialista», sarà massacrata.

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OveAhWIWHOZUtIc-556x313-noPadNon s’è mai vista tanta cattiva politica, quanta se ne trova nel diluvio di «tecnici» che ci piove addosso dai tempi di Monti e, a ben vedere, non dipende solo del fatto che in fondo anche un «esperto» ragiona in termini politici. E’ che, per sua natura, il predominio dei «tecnici» nella vita pubblica è un dato politico. In questo senso, il silenzio sui responsabili del ritardo con cui esce di scena la legge Calderoli ha un’evidente valenza politica, come politica è la ragione per cui ora si insiste soprattutto sulla sentenza della Consulta che non ha valore retroattivo, sulla legittimità delle Camere e la validità di norme e nomine «passate in giudicato» durante tre legislature su cui pesa l’ombra di una legge fuorilegge. Di fatto, se è vero che ai «tecnici», a torto o a ragione, può bastare questa rassicurazione, non è meno vero che una legalità così zoppicante sul piano morale a buon diritto interroga gli storici sul processo degenerativo della nostra vita politica e può sembrare ai filosofi incompatibile con l’etica repubblicana.
Si sa, la Consulta «giudica sulle controversie» e si muove, quindi, solo secondo il principio base della giurisdizione: «nemo judex sine actore». Anche qui però, chi si ferma sul dato tecnico scivola sul terreno di un’assoluzione politica fondata su una legalità priva di legittimità etica, perché non è vero che senza denunzia non ci sono reati e colpevoli. Anche a non tener conto delle risposte «tecniche» che celano fini politici – il no della Consulta al referendum sulla legge Calderoli nel 2012 – come non pensare che si faccia quadrato attorno alla «continuità dello Stato», quale che esso sia a quanto pare, solo per sfuggire a una domanda cruciale: è inevitabile che una legge elettorale, tecnicamente e moralmente oscena, condizioni per otto anni la vita politica di un Paese o, sia pure come difesa «da ultima spiaggia», la Costituzione ha in sé, un meccanismo di salvaguardia?
Il Presidente della Repubblica, in effetti, ha un potere di veto sospensivo per ragioni di legittimità, sicché, se pensa che una legge contrasti con la Costituzione di cui è supremo custode, può rinviarla alle Camere. A suo tempo Ciampi non lo fece e Napolitano s’è poi fermato alle critiche. C’è un luogo comune «tecnico», moralmente dubbio, che non ha radici nello «spirito» della Costituzione e non trova piena conferma negli Atti della Costituente. Si dice che il rinvio alle Camere sia l’ultima carta; se le Camere insistono, va promulgata. In effetti, l’Assemblea discusse con passione sulla «necessità giuridica e morale» che il Presidente rifiutasse di promulgare leggi incostituzionali e sul suo eventuale diritto di proporre azione di incostituzionalità di una legge. Nell’illusione di un contrasto tra «uomini eminenti […] sensibili ai problemi della libertà e del decoro del Paese», l’Assemblea non volle riconoscere questo diritto al Presidente della Repubblica ma gli indicò un imperativo morale. In caso di «extrema ratio», infatti, nella prospettiva storica di un conflitto di alto profilo, si disegnò una via di fuga; il rifiuto di contribuire sia formalmente «alla formazione di leggi anticostituzionali si manifesterà attraverso le dimissioni. Il Presidente aprirà la crisi e il Paese finirà per decidere attraverso le elezioni». Non si pensò – sembrò irreale – che il contrasto potesse nascere proprio su una legge che negava al Paese la facoltà di decidere come uscire dalla crisi.
All’«extrema ratio» siamo purtroppo giunti, e Napolitano avrebbe avuto motivo di manifestare il suo dissenso ultimativo, ma non l’hai mai fatto. Ha consentito a Prodi, privo di maggioranza, di tornare al governo col mandato esplicito di cambiare la legge elettorale, perché quella Calderoli era palesemente illegittima – ma la legge non è stata cambiata; ha firmato il Lodo Alfano – e la Consulta ha rimediato – e ha promulgato la riforma Gelmini che fa cartastraccia della Costituzione. Fino alla fine del suo primo mandato, si poteva pensare che, a rendere impossibile lo scontro, fosse proprio una questione tecnica dal valore profondamente politico: le dimissioni e la crisi non avrebbero risolto il problema, perché si sarebbe tornati al voto con la legge truffa. E’ venuta poi la rielezione. Un rifiuto pubblico e motivato Napolitano non l’ha opposto, non ha replicato che declinava l’offerta degli figli di una legge fuorilegge. Ha preferito farsi rieleggere, ha posto alle Camere condizioni da Repubblica presidenziale – o così o me ne vado – ma la legge non è stata cambiata e il Presidente non solo non se n’eè andato, ma ha deciso che non si vota nemmeno ora che la legge c’è, perché l’ha fatta la Consulta: la legge Calderoli senza premio di maggioranza e coi voti di preferenza.
Gli «esperti» ci rassicurano: anche se non si voterà, siamo nei confini della «legalità tecnica». Quali ombre, però, proietti tutto questo sulla nostra vita politica, sulla storia di questi anni e sul prestigio delle Istituzioni lo dicono le parole di fuoco della Costituente. Chi vuole può leggerle. Dicono che è «peggio un Presidente della Repubblica che firma una legge incostituzionale, violatrice della libertà dei cittadini, che un Presidente che si vede sconfessato dalla Corte Costituzionale. Nell’un caso si tratta di un prestigio di sostanza, storico, nell’altro caso di un prestigio che rimane nella cronaca». Meglio, quindi, «un Presidente della repubblica che si dimetta prima, denunciando Governo e maggioranza, che un Presidente costretto a dimettersi dopo». Napolitano è riuscito a fare entrambe le cose: firmare il Lodo Alfano, dichiarato poi incostituzionale, e contestare la legge elettorale senza dimettersi, come pure aveva promesso, tornando al Quirinale. Non bastasse, sostiene che le Camere venute fuori da una legge ufficialmente incostituzionale, possano, cambiare la Costituzione.
A questa singolare e terribile tragedia politica ci hanno condotto il neoliberismo e una immorale «legalità tecnica».

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Voto segreto? Sì, e guai a chi dubita. E’ verità di fede e principio di filosofia: a coltivare certezze si vive sereni. Lo so. In matematica esistono principi che si danno per scontati. Si chiamano assiomi e sono verità così vere, che non vanno dimostrate. Perché, quindi, star sempre a dubitare? Lascio in pace cuore-rosaBrecht e la sua lode del dubbio, e provo a dirlo da me, senza illudermi di trovare consen-si. A parte il fatto che anche la «scien-za esatta» scopre ogni tanto le sue corbellerie, applicare alla politica leggi matematiche o è una tragica idiozia, o un inganno micidiale. Voto segreto sì? E’ tutto chiaro, o si tratta dell’enne-sima frode d’una banda di criminali che ci ha regalato il Napolitano bis?
Non tenterò un’impossibile sintesi del-la nostra storia parlamentare. Occor-rerebbero trattati e mi fa difetto la scienza. Ho letto da qualche parte, tuttavia, che in seno alla Costituente sull’argomento ci fu battaglia ed è vero. Poiché l’informazione qui da noi somiglia ormai a una sorta di drone, che vola e bombarda senza pilota perché lo guida qualcuno da terra, val la pena ricordarlo: sì, è vero, fu Aldo Moro, giovane deputato della DC alla Costituente, a soste-nere che lo scrutinio segreto «sottrae i deputati alla necessaria assunzione di responsabilità di fronte al corpo elettorale per quanto hanno sostenuto e deciso nell’esercizio del loro mandato». Su questa posizione si orientò la maggioranza dei costituenti. Scopiazzando dal web fonti di seconda mano, i sostenitori del voto palese ignorano che Moro stava discutendo della formazione delle leggi, non del voto come tale. Per completezza d’informazione, sarebbe stato corretto segnalare, perciò, l’opposizione dei deputati di Democrazia del lavoro, azionisti, comunisti e socialisti, che ritenevano il voto segreto un efficace strumento di lotta parlamentare, in grado di acuire eventuali contrasti nella maggioranza. Lo stesso Moro, del resto, pur «riconoscendo che il voto segreto ha già dato luogo a tanti inconvenienti», volle precisare che, chiedendo il voto palese per la fun-zione legislativa delle Camere, non intendeva  «respingere il principio della vo-tazione a scrutinio segreto  […] che resta impregiudicata e va deferita per la sua decisione alla sede regolamentare». Moro sapeva bene che pochi anni prima, tra la fine del 1938 e i primi del 1939 era stato Benito Mussolini ad abolire il voto segreto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
La conosco, l’ho già vissuta nella Cgil, la levata di scudi che suscita nella se-dicente sinistra anche un cenno al fascismo. Ti va bene se ti liquidano con due parole sprezzanti: «chiacchiere da bar sport». Mi ricordo ancora gli sguardi iro-nici ai tempi in cui il sindacato, deciso a stroncare le spinte dal basso e la con-flittualità degli anni Settanta-Ottanta, chiese di «ridefinire le condizioni d’uso del diritto di sciopero per salvarne la sostanza di fronte alle degenerazioni di un conflitto corporativo ed irresponsabile». Ne nacquero l’autoregolamentazione dello sciopero e, cito a memoria e scusate se sbaglio, la legge 146 del 12 giugno 1990, le cui conseguenze si sono poi viste nel tempo. Se ti azzardavi a obiettare che stavamo regalando un’arma ai padroni, la replica più moderata ti definiva ex sessantottino, estremista e veterocomunista. «I padroni», ti dice-vano, ormai non esistono più, ora ci sono gli imprenditori. Quando è arrivato Marchionne, è stato tutto chiaro, ma non c’era più tempo e stavano demolendo anche lo Statuto dei lavoratori.
E’ vero, la libertà di mandato degli eletti e il voto segreto possono favorire gesti meschini e sporche manovre. Di questi tempi, però, mentre è in atto un tentativo palese di manomettere la Costituzione, un’evidente forzatura che parte dal Presidente della repubblica e passa per il Governo, liberarsene, nella improvvida certezza che nessuno mai più, né governo, né capo dello Stato, oserà insidiare la libertà dei deputati nelle urne, sarebbe pericoloso come credere alla storiella dei padroni spariti. I nominati, che danno ormai conto solo al loro capobastone, decretino la decadenza di Berlusconi, lo facciano con gli strumenti che hanno a disposizione e pongano fine alla commedia degli equivoci. Noi, se è possibile, per quanto ci riguarda, proviamo a non fare come i topi che andarono appresso al pifferaio di Hamelin, Ricordiamoci che non fu per caso che Mussolini abolì lo scrutinio segreto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni nel 1939. Era accaduto che pochi mesi prima qualche ignoti nominato in camicia nera, aveva cominciato a dubitare di un assioma – «il Duce ha sempre ragione» – e, nel segreto dell’urna, s’era astenuto sulle leggi raz-ziali.
Nessuno può dire con certezza cosa valga di più tra la trasparenza di ciò che fanno gli eletti e la tutela della loro libertà di voto. Occorrerebbe valutare se il gioco vale la candela e ricordare che il voto, pubblicamente espresso sempre e per ogni questione, consegna in mano a governi e segretari di partito mandrie di pecore che un cane e un pastore conducono dove vogliono. Un tempo si diceva «in dubio pro reo», e si sarebbe concluso che non c’è bisogno di creare pericolosi precedenti; gli strumenti per vincere la partita esistono già. Purtrop-po, però, noi siamo ormai in pieno «sogno americano» e lì, si sa, le lobby giu-dicano i deputati dalle loro scelte palesi sulle leggi che contano. Chi non conta è la gente.

Uscito su Report on Line l’1 novembre 2013

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Non sono pugnalate, Fini, non è Bruto né Cassio e, nei panni di Cesare, Berlusconi fa cilecca persino come caricatura, ma trentatre sono i colpi contati, trentatre le astensioni, una raffica, e dopo la standing ovation dei fedelissimi e il patetico saluto romano, il piccolo re s’è ritrovato nudo. Nulla v’è al mondo che in eterno duri e ora sì, ora saremmo davvero alle comiche finali, se in fondo al tunnel non apparisse lo spettro del naufragio.

Mentre lo sfruttamento cresce, il razzismo dilaga, la scuola affonda, l’università agonizza e i giovani non trovano lavoro, la successione dei fatti è oscena, cupa e raggelante. Ammutoliti Bondi e Bonaiuti, Capezzone tartaglia, come un guitto che non ricorda la parte, e la Brambilla, l’equivalente meneghino del “signor nessuno“, turista della politica e ministra del turismo, persa la testa, si scatena contro il palio di Siena, consegnando la città al nemico. La barca fa acqua da ogni parte e il motore s’inceppa. Se il livore non accecasse il signor “ghe pensi mi!”, Feltri e Belpietro, che non brillano per acume, ma sono furbi scherani, terrebbero in prima pagina le previsioni del tempo, ma l’ordine è tassativo: “trattamento Boffo”. Il conto però non torna, risulta sbagliato, e il fango misteriosamente cresce nell’impatto e poi rimbalza: uno schizzo colpisce Chiara Moroni e diventa valanga, sommergendo Berlusconi; un altro s’avventura su Fini, ma si fa diluvio e affonda nella melma i colonnelli disertori Gasparri e Larussa.

Come cozza allo scoglio, Berlusconi s’attacca al “porcello”, la legge elettorale sulla quale pesa come un macigno il giudizio dell’autore, Calderoli, fascioleghista d’origine controllata, che il 18 marzo del 2006, con imprudenza pari all’arroganza, confessò scioccamente alla “Stampa”: è una porcata, “io la chiamavo affettuosamente Porcellum. La Lega merita fiducia: trasformista per vocazione, nel 1994 piantò in asso l’amico Berlusconi e lo mandò gambe all’aria. Presto finì pezzente, rischiò di sparire e, cenere in testa, si presentò a Canossa. Gente d’onore, insomma, che sputa su Roma ladrona e sui meridionali, ma prende i soldi dello stipendio dalle tasse che pagano i “terroni” e s’è specializzata in suinate. L’ultima, in ordine di tempo, la Lega di Calderoli l’ha realizzata sostenendo i furbastri delle quote latte e costringendo la gente onesta a pagare miliardi di multe di elettori leghisti.

In che spera la cozza? Anzitutto in un meccanismo elettorale misto, in una manomissione della rappresentanza politica, caratteristica dei sistemi maggioritarî, che non rispecchiano nelle Assemblee elettive i rapporti di forza reali tra i partiti e ignorano le voci e i temi delle relazioni tra le classi sociali, e poi, in quell’imbroglio chiamato premio di maggioranza, che si giustifica con la foglia  di fico d’una promessa: stabilità politica e “governabilità”. Un inganno che non ha mai evitato la frammentazione, ha regalato il Paese a minoranze raffazzonate e pronte alla rissa. Per questo si sono creati i due sedicenti “grandi partiti” – il PD e il PDL – enormi recipienti vuoti in cui si raccolgono, a seconda degli interessi di questo o quel leader e gruppo di potere, aggregazioni disomogenee, che hanno diversa radice storica e culturale e formano articolazioni non solo molto diversificate, ma pronte alla contesa. E’ andata così con Prodi, così va col sedicente “leader maximo”.

La cozza, sostenuta da uno statista come Bossi, suscitando omeriche risate tra chi sa leggere, scrivere e far di conto, sostiene che il premier l’ha scelto il popolo, ma il “legame” tra partiti e preteso leader di una pretesa coalizione è solo virtuale: nessuno può impedire a nessuno di cambiare casacca e, in ogni caso, la repubblica presidenziale esiste solo nella testa malata di sparute pattuglie di illustri sconosciuti che, a titolo puramente personale e da nessuno mai eletti, si occupano di riforme nella spappolata maggioranza. Piaccia o meno agli storici alla Quagliarello, la Costituzione disegna il quadro di una repubblica parlamentare. E, d’altra parte, come parlare di voto, se è impossibile esprimere preferenze, se Calderoli e il porcellum hanno vergognosamente silurato la Costituzione e il parlamentare non sarà eletto dal “popolo sovrano”, come  rappresentante di sensibilità e interessi di pezzi di società, ma solo per giochi di potere e scelte del “palazzo”?

Il porcellum è un crimine. Ad esso, ridotti alla disperazione, la cozza e i suoi accoliti si aggrappano per imporre ancora una volta uno stravolgimento delle regole fondanti, per poter ancora distorcere l’articolo 49 della Costituzione, per il quale i cittadini sono i soggetti imprescindibili della vita politica e i partiti semplici strumenti di una partecipazione organizzata. Votare con questa legge criminale vorrebbe dire violare ancora una vota gli articoli 56  e 57 della Carta costituzionale, per i quali l’elezione delle Camere – deputati e senatori – è conseguenza di un voto espresso dai cittadini “a suffragio universale e diretto”. Testuale.

L’analfabetismo di ritorno, che è la principale caratteristica dell’attuale classe dirigente, impedisce alle cozze e agli scogli che hanno sconvolto le aule parlamentari che qualcuno ne faccia cenno, ma alla pagina 441 degli Atti della Costituente è riportato l’ordine del giorno Ruini, approvato dall’Assemblea Costituente, che suona oggi come un severo monito della storia: “L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale”.

Nemmeno nel peggiore degli incubi Ruini avrebbe immaginato che a poco più di settant’anni, una legge “porcata” avrebbe espropriato i cittadini dell’espressione diretta del suffragio, per consentire la sopravvivenza d’una cozza avvinghiata allo scoglio del potere. Tocca a noi dire no a questo sconcio e se Bossi dovesse provare a suonare le trombe, faremo in modo che diventi sordo al suono delle nostre campane.

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La legalità è in cima ai pensieri dell’avvocato Gelmini, vestale della meritocrazia e ministro della scuola e dell’università per meriti ignoti. Tra il dire e il fare però ci passa il mare e – pazienza per i luoghi comuni – ogni regola ha le sue eccezioni. Conserviamo, perciò, tra gli eventi che serviranno a ricostruire la storia di questi anni, un luminoso esempio di ministeriale rispetto della legalità.
Noi pensavamo un tempo – miserabili statalisti rossi e comunisti – che la scuola non potesse esser trattata come un raccordo autostradale o un regolamento di canali di scolo. Cattolici, socialisti e liberali, concordammo su un’idea di scuola cui Aldo Moro, un noto mangiapreti bolscevico, assegnò, durante i lavori della Costituente, “la tutela del diritto comune” e, quindi, la preminenza nel campo spinoso della formazione e, per suo conto, Concetto Marchesi, illustre latinista e – stavolta sì, davvero comunista – definì “il massimo e l’unico organismo che garantisca l’unità nazionale“. E’ noto a tutti, però, ed è storia d’oggi: per l’avvocato Gelmini, che s’è “formato” alla scuola d’un costituzionalista di gran nome, come Silvio Berlusconi, la Costituente fu l’anticamera del “consociativismo”. Cartastraccia. Sulla base di questo rivoluzionario principio, sono due anni che il ministro mette in mora Istituzioni, organi costituzionali, leggi, sentenze e tribunali. Le regole generali non valgono più. Decide il ministro.
Formalmente, cinquemila insegnanti precari possono ancora rivolgersi al Consiglio di Stato per rivendicare il diritto di essere inseriti in una graduatoria con il punteggio effettivamente maturato. Formalmente, il Ministro non può ancora impedirlo e può darsi persino il “caso scandaloso” che il Consiglio di Stato commissari il Ministero perché s’è rifiutato di obbedire a una legge che ostacola la volontà assoluta del ministro. E’ qui, però, che la storia volta pagina – stavolta torna indietro – e, a difesa della sua idea di legalità, il coltissimo avvocato sceglie la via della sfida e ci riporta a Louis quatorze e al glorioso passato della “rivoluzione monarchica” del marzio 1661.
Invano 5.000 insegnanti invocano il merito e attendono la vecchia giustizia. Il nuovo che avanza detta le sue regole e impone la sua legge. Alla stampa che pretende di raccontare la corruzione, ai giudici che intendono ancora processare il potere, agli insegnanti che osano ancora appellarsi alla Costituzione, Gelmini, risponde decisa: “lo Stato sono io“.
L’uomo è nato libero, ebbe a scrivere Rousseau, ma in ogni luogo egli è in catene. Anche chi si crede padrone degli altri non cessa tuttavia d’essere più schiavo di loro. Come mai è accaduto questo cambiamento?“. Dopo di lui, senza cercare risposte filosofiche all’angosciosa domanda, Massimilano Robespierre enunciò il principio che fece giustizia di chi si crede padrone e mandò al patibolo l’assolutismo. L’avvocato farebbe bene a ricordarlo: “quando il governo opprime il popolo, l’insurrezione è per il popolo intero e per ciascuna porzione del popolo, il più sacro e il più indispensabile dei doveri“.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 luglio 2010

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