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Posts Tagged ‘Fidel Castro’

images-1Arrangiandosi con il vocabolario povero di cui dispone, Saviano scrive, liquidatorio e sprezzante, che è «Morto Fidel Castro, dittatore».
Alle Idi di Marzo del 44 a.C. si sarebbe ripetuto – «Morto Giulio Cesare, dittatore» – ma avrebbe lasciato nell’ombra il problema storico costituito da Bruto e Cassio, le domande senza risposta, i dubbi e la complessità del tempo di cui erano figli. Le differenze profonde, i contesti, il segno lasciato nella storia, non contano nulla.
Saviano è il prodotto più riuscito di un imbroglio che il capitale non a caso ha chiamato «morte della storia». Lui non ragiona e non vuole far ragionare. E’ nato in provetta, da un esperimento che l’ha voluto così com’è nelle parole che scrive: olio che scivola sull’acqua.

Fuoriregistro, 26 novembre 2016; Agoravox, 29 novembre 2016

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La scuola superiore che ricordo da studente era un groviglio di contraddizioni. Classista e selettiva, privilegiava disciplina e nozione e poteva anche andar bene a chi aveva le carte in regola per frequentarla. Mi ci trovai per sbaglio – a quei tempi cominciava a capitare sempre più spesso a chi viveva di poco – per l’ostinazione appassionata di mia madre. Se n’era fatta una questione di vita o di morte che a scuola continuassi, lei, autodidatta, che per bisogno prima, per passione poi, aveva calcato con molto onore le tavole del palcoscenico e s’era ritirata, dopo aver rifiutato una “scrittura” del grandissimo Eduardo: mio padre riteneva che nella vita d’una donna stimabile il teatro non ci fosse posto per il teatro.
La preparazione per l’esame di ammissione – ce ne voleva uno perché ai proletari era riservato a spese dello Stato solo l’avviamento professionale – costò ai miei genitori una stretta di cinghia che arrotondò le entrate di un giovane procuratore legale. Cominciai che l’Armata Rossa entrava a Budapest e Che Guevara iniziava con Castro la rivoluzione cubana – mentre i computer a transistor si preparavano a mandare a casa le schede perforate – e me ne andai che il Sant’Uffizio – c’era ancora, ma chi se lo ricorda? – rinnovava la scomunica ai comunisti e la rivoluzione vittoriosa portava il guerrigliero Guevara alla testa della “Banca National“: un Draghi rivoluzionario che poi sarà ministro. Ogni tempo ha gli uomini che merita.
Avevo la testa piena di declinazioni, recitavo D’Annunzio coi pastori d’Abruzzo e Omero, tradotto da Monti, mi aveva incantato per sempre con l’umanità del suo Ettore alle porte Scee. Devo dire che Achille non riscuoteva che rari consensi: operai o borghesi, venivamo da una guerra devastante, ferite dentro e fuori e il consumismo che s’annunciava non aveva ancora spento ricordi e umanità. Tranne i fascisti convinti e clericali codini, ognuno coltivava nell’anima una scintilla di solidarietà che faceva luce nel buio più profondo. Dei grandi dolori collettivi, la scia che più tarda a morire è la speranza.
Credo che Napoli avesse allora un solo liceo scientifico – il “Cuoco” si diceva in città – ma pochi sapevano che era intitolato al grande storico della rivoluzione del ‘99 – e non era affollato. Quella piccola parte di classe lavoratrice che aveva i figli a scuola nella élite del “superiore” puntava a “un titolo di studio finito” perché sperava di trasformare al più presto lo studio in lavoro. Era ad un tempo subordinazione di classe, problema di vita concreta e questione di censo. Geometri, ragionieri e periti era quanto di meglio si potesse sperare ed era un’impresa quasi impossibile. Posto perciò ne trovai subito, ma era un mondo chiuso e dentro – lo appresi a mie spese – si combatteva sordamente una battaglia di democrazia.
La scuola – ogni scuola – è figlia del suo tempo. Il mio fu tempo di conquiste della classi lavoratrici. E la battaglia passò anche per la scuola. Una volta si diceva: non è “portato” per la matematica. Mia madre, che aveva l’acutezza d’intuizione che hanno gli artisti, contestò subito la formuletta becera che mi bollava. Ma l’arte e la cultura non hanno ascolto nei palazzi del potere se non sono servili – “Cultura! Cultura! Ne avete paura! scandivano ieri i nostri teatranti fuori Montecitorio” – e il potere, nella scuola superiore che mi vide studente, era dalla parte degli insegnanti che contrabbandavano per scienza la storia delle intelligenze che sono “portate“.
– Non è portato per la matematica!
Quante volte gliel’avrà detto, pace all’anima sua, l’ex gerarca ch’era in cattedra al Cuoco, e quante volte mia madre rintuzzò come poteva quella menzogna, ma Goebbels aveva ragione: una menzogna ripetuta mille volte diventa una verità. Fu vero, quindi, che io non ero “portato” per la matematica e falso che pagavo il prezzo di una battaglia politica. Troppi grilli per la testa con la tessera di giovane comunista in un liceo che riconosceva cittadinanza solo ai giovani missini del Fronte della Gioventù, che poi sono andati al governo della repubblica antifascista. Così, tra un’assemblea illegale per il “rappresentante di classe” e un rapporto con sospensione per ragioni di disciplina, mi trovai in un gruppo di teste dure che camminava in salita.
La scuola – ogni scuola – è figlia del suo tempo. Il mio fu tempo di conquiste della classi lavoratrici. E la battaglia passò per la scuola.
Attorno alla cattedra di italiano e di storia e filosofia ci raccogliemmo in un gruppo sparuto e, senza far retorica, demmo filo da torcere al campo avverso. Entrò nel liceo a vele spiegate il testo del comunista Salinari e tutta la letteratura che è stata, che è e che sarà io l’ho imparata in quegli anni; trovai le chiavi di lettura e l’animo di un giovane, per aprirsi, non chiede che questo: una chiave che lo aiuti a leggere il mondo come gli pare. A vele spiegate la lezione di Dante si levò veramente nell’empireo. Tecce era il mio professore – a Napoli la scuola ha conosciuto il sindacato andandogli appresso – ed aveva cultura gramsciana. I missini si sfaldarono e giungemmo persino a sentire sospiri ammirati. Benigni col suo Dante non stupisce chi fu in quella trincea.
La storia contemporanea non feci a tempo a studiarla. Il quinto anno di liceo non l’ho mai frequentato, ma tra il terzo e il quarto anno la storia ce la insegnò Mario Benvenuto, reduce dalla tragedia dell’Armir, socialista e studioso di Marx, che non aveva pari nell’aprire la mente d’un giovane.
– Se incontrate il generale Messe – ci disse a inizio dei suoi corsi – dategli un calcio in culo e ditegli che ve l’ha chiesto il vostro professore. Dite Benvenuto e il calcio se lo tiene.
Di più ideologico c’era solo l’insegnamento della matematica, impartito dal fascista, di cui ricordo bene il cognome e non lo faccio. Dico solo che era preparato e apertamente feroce. Provocava perché dalla sua parte stava il potere. Avrei potuto starmene zitto, ma non lo feci e sapevo che l’avrei pagata. Ferii così profondamente mia madre e feci molto male a me stesso, ma fu anche una grande lezione di vita.
A partire da Messe e dalla tragedia dell’esercito italiano in Russia, feci storia contemporanea per due anni, se parlammo di Serse o provammo e ragionare del Re Sole: storia contemporanea sempre e comunque. Ed io, che di storia del nostro tempo oggi un poco mi intendo, ho imparato da quel professore l’essenziale. Sono venuti poi maestri celebrati d’accademia, ma in quei due anni ho incontrato la storia.
Lasciai il liceo, perché non c’era voto alto nelle materie letterarie che potesse ribaltare la sentenza inappellabile della matematica: tra scritto e orale, la media del tre.
Ho odiato ed amato quella scuola, nella quale ho imparato persino la matematica dal professore fascista – sapeva insegnarla, anche se mi costrinse a lasciare – e ci ho riconosciuto un principio: una società esprime un modello di scuola. Quel modello e non altro. Entro il modello poi agiscono, con una fedeltà speculare a ciò che accade all’esterno, forze, istanze e bisogni.
Certo, gli attori sono quelli di sempre – ragazzi, insegnanti, il personale non docente, le famiglie – e si muovono come possono e sanno, con quanto può esserci di buono e di cattivo, le punte alte e quelle basse, ma il copione lo scrive il mondo nel quale essi vivono.
Oggi il mondo è quello che è: trionfa il neoliberismo e quando gli estremi si toccano, le differenze sono somiglianze. Come in ogni momento della storia, tuttavia, entro le istituzioni nate per la conservazione – e la scuola è tra queste – cresce fatalmente un’alternativa. Una generazione si forma, per le vie e con i mezzi che ha, entro la realtà che trova e se crede la cambia. Prima o poi i nostri ragazzi cambieranno la scuola, perché cambieranno il mondo. Lo faranno e ci chiederanno conto di quello che stiamo combinando. Quando accadrà sarà molto difficile parlar loro di governance, governement e autonomia. La “scuola del silenzio” troverà voce per urlare.
Vorrei avere un respiro ancora per poter sorridere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 ottobre 2005.

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Per cacciar via i fantasmi che gli facevano guerra – e cancellare un presente che già affidava al passato la memoria – Primo Levi si tolse la vita. Aveva conosciuto la “vergogna di non esser morti” e fissato quel suo senso atroce di colpa in versi scolpiti nella disperazione:

Since then at an uncertain hour,

sommershu[1]dopo di allora, ad ora incerta,
quella pena ritorna.
E se non trova chi lo ascolti
gli brucia il petto in cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni,
lividi nella prima luce,
grigi di polvere di cemento,
indistinti per nebbia,
tinti di morte nei sonni inquieti:
a notte menano le mascelle
sotto la mora greve dei sogni
masticando una rapa che non c’è.
Indietro, via di qui, gente sommersa,
andate.
Non ho soppiantato nessuno,
non ho usurpato il pane di nessuno,
nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate nella vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro.
E mangio e bevo e dormo e vesto panni

Non la comprenderebbe, Levi, una memoria istituzionalizzata e priva di presente.
Una memoria ope legis, è un confine tirato con squadra e penna sulla geografia del tempo, come quello d’un antico stato coloniale: mente fissando un limite e consegna al passato ciò che invece è presente.
Affinché non sia più così”, va proponendo. Quasi che così non fosse ancora, che così non fosse più, che così, purtroppo, non sarà domani.
Così cosa?
Così la persecuzione e l’eliminazione fisica, così la segregazione, così la strage fatta pensiero, progettata ed eseguita.
Nella fissità della memoria messa in calendario c’è un esito scontato, un postulato che non si dimostra – è accaduto e non dovrà ripetersi mai più – sicché i ruoli, cristallizzati, sono assegnati in via definitiva e non è consentito aggiornare il copione. Eppure è sotto gli occhi di tutti: l’agnello si è fatto lupo e c’è un lager grande come un intero paese. E’ così, ma non si vede. Non dovrà accadere, si dice, d’accordo: ma accade, intanto, diavolo se accade, ed allora? Nulla. Sulle carte, nella geografia della memoria, il presente non c’è: le stragi e i genocidi sono sempre la storia del passato.
Per quanto mi riguarda, le date della memoria appartengono al futuro. Ai ragazzi racconto pochi fatti del nostro tempo. C’è chi pone sullo stesso piano morale partigiani e repubblichini – sanno di che si parla, gli studenti, e chi non li conosce ormai i “ragazzi di Salò”? – spiego serenamente. Stupidi o bugiardi – commento – non vi pare? Dicono di avere sacra la memoria della shoà, ma di fatto esaltano il genocidio. I ragazzi capiscono al volo: i partigiani, infatti combatterono i nazisti, mentre i repubblichini ne furono gli alleati. Hai voglia di millantare l’amicizia degli ebrei: ti ha ospitato Sharon, un macellaio sionista.
Cala così sulla memoria offesa un’onta rinnovata, e i ragazzi capiscono al volo: c’è di mezzo un muro col suo filo spinato. Un muro, anche stavolta.
Credo fermamente nella memoria del presente; quella che non si ferma al passato, ma si guarda attorno ed esclama angosciata: accade, sta accadendo.
In Ruanda, accade, dove l’ONU ha contato un milione di morti, ha denunciato i “crimini contro l’umanità”, poi, pressata dagli USA, ha ritirato i caschi blu.
A Cuba, accade – certo, quella di Fidel Castro, che scandalizza i benpensanti – a Cuba, dove un embargo fuorilegge insidia da decenni la crescita d’un popolo, dove c’è un campo di concentramento nel quale la Convenzione di Ginevra non conta e i prigionieri sono torturati: li minaccia la condanna a morte e non hanno avvocato.
In Iraq accade, dove un embargo feroce ha sterminato settecentocinquantamila bambini e una guerra illegale, combattuta con armi di distruzione di massa, ha massacrato innumerevoli innocenti; in Iraq, accade, dove migliaia di persone, cadute in mano agli aggressori anglo-americani, sono sparite nel nulla, dove gli invasori passano per liberatori e i partigiani, che hanno per arma se stessi, sono naturalmente terroristi.
Credo fermamente nella memoria che dice: sta accadendo, accade. E mi piace ricordarlo con le parole di Gino Strada, un medico che sa raccontare, un testimone scomodo:

“Part Three” è il nome della prigione di sicurezza a Kabul. Strano nome, visto che nessuno sa dove siano la prima e la seconda parte.sayag[1]

Sono le otto del mattino quando ci aprono la porta di ferro del carcere: qui sono rinchiusi i prigionieri un po’ speciali. i talebani più duri e i non-afgani, gli “afghan arabs”.
Kate aveva visitato alcune parti della prigione qualche giorno prima. “C’è molto da fare lì dentro”, era tutto quello che ci aveva detto la sera.
I secondini sono gentili ma diffidenti. Per alcuni di loro è un nuovo incarico, ancora non ci conoscono: osservano con sufficienza i permessi che ci consentono l’accesso a tutte le prigioni per verificare le condizioni di salute dei detenuti, ma alla fine si rassegnano ad averci tra i piedi per qualche ora.
Senza grande entusiasmo ci conducono giù nel sotterraneo, dove stanno i prigionieri.
Fa freddo lì sotto, e c’è molta umidità. Le celle sono l’una a fianco dell’altra, da un solo lato del corridoio, chiuse le porte metalliche.
Cominciamo la visita.
Un secondino cerca di fare il furbo e passa oltre, senza aprire una delle porte: “Tasnob, tasnob”, questo è un gabinetto.
Ma Kate ormai frequenta le prigioni da lungo tempo. Le bastano sorrisi ammiccanti e toni perentori per far capire che conviene far togliere lucchetto e spranga e aprire la porta del “gabinetto”.
La cella è piccola, forse pensata davvero per essere un bagno, senza luce, non ci sono finestre, l’aria è pesante, nauseabonda.
Due specie di letti a castello per parete e a distanza di un metro da cui sporgono facce magre, capelli arruffati, occhi impauriti. Sono in sei lì dentro. Ci sono due prigionieri anche sul pavimento sotto il letto più basso avvolti nel loro patou.
Rahmatullah ha ventidue anni, viene da Kandahar, faceva parte delle milizie talebane. Ha la febbre alta, le guance scavate e gli zigomi sporgenti. È debolissimo, sta male.
Un mujaheddin, probabilmente di età non molto diversa dalla sua, lo aveva centrato alla coscia durante i combattimenti per la presa di Kabul, due settimane prima. Un colpo di kalashinkov, il femore destro in frantumi. Ferito gravemente era stato catturato.
Rahmatullha non riesce ad uscire da là sotto: la gamba destra, quella ferita, è tenuta immobile da una rete metallica. La benda è intrisa di pus.
“Possiamo portarlo subito in ospedale?”, chiedo.
Per un medico, ma forse non solo, è frustrante, persino umiliante fare domande simili.
Come sarebbe a dire “possiamo” portarlo in ospedale? In quale altro posto, se non in ospedale, dovrebbe stare un essere umano quando ha una coscia fratturata e talmente infetta da avergli già procurato una setticemia?
Invece bisogna chiedere e sperare. Perché in barba a ogni Carta dei diritti di questo o di quell’altro, viviamo in un mondo in cui bisogna chiedere il permesso a qualcuno per curare un ferito.
La cosa mi spaventa, perché se si deve chiedere autorizzazione vuol dire che qualcuno può decidere di non autorizzare, cioè di negare il più importante e primordiale dei diritti umani, quello di restare vivi.
E se non fossimo capitati qui, se Kate non si fosse accorta di quel “gabinetto” molto sospetto? Non avremmo chiesto alcun permesso, nessun altro lo avrebbe fatto e Rahmatullah sarebbe morto in quella cella schifosa.
Kate non incontra alcuna difficoltà con i responsabili della prigione.
Bene. Il vecchio patto stipulato molti mesi con muhjaeddin e talebani, funziona ancora.
Se dobbiamo occuparci dell’assistenza medica ai prigionieri”, avevamo spiegato a entrambe le parti, “dobbiamo avere il diritto di registrare e visitare tutti i prigionieri, non uno escluso, e di trattare chiunque abbia bisogno in uno dei nostri ospedali”.

kabl3[1]Waseem chiama via radio un’ambulanza, arrivano con la barella e trasportano Rahmatullha, che si tira la coperta sugli occhi non appena esce all’aperto: fuori è una giornata di sole.
In pronto soccorso lo lavano lo preparano per l’intervento. Abbiamo deciso di operarlo subito.
Non è certo a pancia piena, e d’altra parte non possiamo aspettare, l’infezione è molto grave,” spiega Marco all’anestesista preoccupato di addormentare un paziente non digiuno.
Ne raccogliamo la storia, in corridoio. Ferito il 13 novembre alle ore 1.30. località Kabul.
Ma dove gli hanno messo la stecca metallica e fatto la medicazione?

chiede Marco.
A Karte Seh.
All’ospedale di Karte Seh?
” dice Ramhatullha, “all’ospedale della Croce rossa, ci sono stato cinque giorni”.
Ancora oggi a Kabul lo chiamano il Red Cross Hospital, anche se lo staff della Croce rossa internazionale è ridotto a un paio di infermieri con ruoli di supervisione.
Ma è stato operato o solo medicato?
Ibrahim, l’infermiere di turno in pronto soccorso, ci discute a lungo, in pastu: “Non lo sa”, è il responso, “non riesco a fargli capire la differenza”.
Non importa”.
Mentre gli anestesisti si preparano, Marco ed io esaminiamo il paziente. La lastra fa vedere molti frammenti di osso, nella parte bassa del femore. La ferita di uscita del proiettile è di lato, lunga una dozzina dì centimetri, diritta, sembra un’incisione di bisturi, tranne che nella parte centrale, dove è irregolare e forma un largo buco da cui fuoriesce pus in abbondanza.
”Forse avranno pulito un po’ la ferita lì in pronto soccorso”, suggerisce Marco. Può darsi.
Incominciamo a spennellare di disinfettante. Al momento di avvolgere la gamba destra nel telo verde sterile, scorgo due piccoli fori ai lati della tibia, uno per parte, qualche centimetro sotto il ginocchio.
Hai visto?” Dico a Marco.
Osserva per un attimo, poi mi guarda serio preoccupato, stiamo pensando la stessa cosa, la stessa sequenza di eventi.
C’è un ragazzo con un femore a pezzi che ha bisogno di chirurgia urgente. Viene portato in ospedale, dove tiene operato o qualcosa di simile, e si infetta.
Una complicazione può succedere, non è la cosa più grave, non è questo che ci fa paura della storia di Ramhatullah.
Sono piuttosto i due piccoli fori sulla gamba che ci spaventano: attraverso la tibia era stato fatto passare un filo metallico per attaccarci corda, carrucola e pesi, così da mettere il paziente in trazione per curarne la frattura.
Era la sua terapia.
Rahmatullah avrebbe dovuto stare in trazione almeno otto settimane.
Però dopo cinque giorni qualcuno ha fatto togliere il ferito dalla trazione, e si è permesso che un paziente gravemente ferito finisse in galera, sapendo con certezza che non vi sarebbe rimasto a lungo, vivo.
Chi ha deciso di negare a Rahmatullah il diritto di essere curato interrompendone la terapia? Chi ha deciso di abbandonarlo e lasciarlo morire, con ogni probabilità tra atroci sofferenze, in una cella di massima sicurezza?
Chiedo che vengano scattate alcune fotografie.
Terrò una foto di Rahmatullah, anzi della sua tibia destra, nel mio portafogli, nel caso qualcuno voglia sapere perché abbiamo deciso di aprire a Kabul un Centro chirurgico per vittime di guerra. Basterà mostrare quei due piccoli fori, per ricordare che i diritti umani non sono un optional e che hanno valore solo se si applicano a tutti, anche ai Rhamatullah.
Se non valgono anche per lui non stiamo parlando dei diritti di tutti ma dei privilegi di pochi, di solito dei nostri.
Ci sono frammenti di osso e di muscoli ormai morti nella sua coscia.
Quanti Ramhatullah ci sono oggi in Afganistan? E quanti prigionieri sono già morti, per le ferite e per la fame? Esseri umani catturati vicino al fronte o rapiti nelle proprie case, trasportati bendati nessuno sa dove, spariti nel nulla, a far compagnia alle centinaia di fantasmi che sono sotto le macerie del carcere di Mazar-i-Shiarif, dove i bombardieri hanno domato la rivolta seppellendo i prigionieri.
Prepariamo una nuova trazione, tengo ferma la gamba di Ramhatullah mentre Marco fora la tibia con il trapano.
Ci sono momenti in cui ho la sensazione che l’umanità sia capace di perdere in pochi mesi quello che ha conquistato a fatica in duecento anni.

Gino Strada, Buskashì. Viaggio dentro la guerra, Feltrinelli, Milano, 2002, pp. 154-157

Una sola considerazione, dopo le parole di Gino Strada, perché senza chiarezza non può esserci ricordo: molti di quelli che in un giorno di gennaio piangono per la shoà, negli altri giorni dell’anno sono per la guerra e la pax americana. Sono dalla parte di chi commette queste atrocità.

Nota

Il Superstite a B.V.”, riportata da “L’Antifascista”, Mensile dell’ANPPI, del maggio 1987. B. V è Bruno Vasari, autore di Mauthausen bivacco della morte, La Fiaccola, Milano, 1945, e la poesia fu scritta da Levi in risposta ad un commento al romanzo Se non ora, quando?, apparso sulla stampa con la sigla B. V. nel quale il Vasari si soffermava sul sentimento di colpa degli ex deportati.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 gennaio 2004

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