Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘governo’

minniti-decreto-migranti-altra-il-manifestoQuesto governo illegittimo, figlio di amplessi contro natura.

questo governo nato da nozze incestuose tra una legge truffa e un Presidente eletto abusivamente due volte,

questo governo che poggia sulla fiducia di un Parlamento che non abbiamo eletto,

questo governo che ha giurato fedeltà alla Costituzione e l’ammazza a tradimento,

questo governo che ruba i soldi ai pensionati e la vita ai lavoratori,

questo governo governato dall’Unione Europea che non ha Costituzione,

questo governo pianta ogni giorno un coltello nella schiena dei cittadini liberi!

Come che lo si guardi, questo governo è una violenta minaccia alla legalità repubblicana.

Agoravox

 

 

Annunci

Read Full Post »

bfb358425def969ff8eb825fe440b79c_L«Nelle ultime settimane a Napoli si respira, di nuovo, un clima pesante.
Sparatorie in vari quartieri della città stanno facendo da tragica cornice ad una serie di piccoli e grandi episodi di intimidazione e ad insensati atti di vandalismo contro elementi dell’arredo urbano ed autobus. Intanto ricompaiono cumoli di rifiuti in molti angoli della città…. insomma sembrano i prodromi di un clima che pensavamo relegato ad una passata stagione politica.
Inoltre i locali dell’Asilo Filangieri vengono ripetutamente devastati dopo che il cosiddetto capo dell’opposizione in Consiglio Comunale, l’industriale Lettieri, ha più volte vomitato il suo livore contro gli occupanti dell’Asilo e contro l’Amministrazione Comunale che, a suo dire, proteggerebbe l’occupazione e l’autogestione degli spazi dell’Asilo.
Su questi temi la redazione napoletana di Contropiano ha chiesto allo storico Giuseppe Aragno un suo punto di vista che, con molto piacere, pubblichiamo
».
La Redazione napoletana di Contropiano.org

Sia lode al dubbio

Dice Saviano che «Renzi s’è disinteressato delle Amministrative». E’ come usar violenza alla ragione, ma se lo dice Saviano un motivo l’avrà, perché Saviano è uomo d’onore.

Dice Saviano che De Magistris è «a corto di parole e di progetti», che è «imbarazzante ascoltarlo», perché «sembra vivere su un altro pianeta». Se lo dice Saviano, tanto di cappello, ma non puoi fare a meno di domandarti su quale pianeta viva questo ragazzo che di parole, invece, ne ha sempre tante, talora troppe e un progetto magari ce l’ha, ma non lo confessa.

Io, che sono cresciuto alla scuola di Socrate e non mi fido mai delle apparenze, ho cara la lezione di Brecht: «sia lode al dubbio». Bisogna essere davvero estremamente superficiali, o particolarmente faziosi, per credere che l’incubo di Napoli sia oggi la messa in scena della centomillesima guerra di camorra che colpisce a morte un giovane sventurato. Bisogna avere un occhio aperto e uno chiuso, per non vedere che in sette giorni, mentre moriva il povero Gennaro, a Napoli si sono ammazzati per la disperazione due ragazzi come lui: disoccupati. Bisogna avere un interesse misterioso per scegliere di non parlarne e battere ossessivi sul solito chiodo: il problema di Napoli è De Magistris, che ha rotto con Renzi, rappresenta solo se stesso e consente alla camorra di scatenarsi.

Dobbiamo parlare di camorra? Così comanda Il Ministero della Cultura e della Propaganda? Facciamolo allora, parliamone, però diciamola tutta e fuori dai denti: da quando il mondo è mondo, i camorristi non hanno mai fatto qualcosa senza tornaconto, né hanno colpito un alleato politico o un politico che fosse un comodo cretino. La camorra fa del male ai suoi nemici e ai nemici degli amici. Oggettivamente, perciò, se la pretesa «incapacità» di De Magistris tornasse utile ai camorristi, qui, cari signori, in vista delle elezioni, lo scenario sarebbe ben diverso.

Rosi Bindi, sostiene che se parli di Napoli, devi parlare di camorra, ma questa è una mezza verità. L’altra mezza è che se parli di Napoli e di camorra, non puoi fare ameno di parlare del resto d’Italia e del potere centrale. Quando giunse a Napoli Garibaldi e cambiammo padrone, i caporioni dell’«onorata» società indossarono la divisa. Liborio Romano, passato dal Borbone ai Savoia, li arruolò nella Guardia Nazionale e quelli garantirono la transizione. Se Garibaldi si trovò le retrovie tranquille e sotto controllo, fu solo perché lo scambio era stato vantaggioso per entrambi: il cannone «unificatore» bombardò tranquillamente Gaeta, la camorra trovò nuovi riferimenti politici e l’ordine regnò a Napoli come a Torino. Poi la capitale divenne Roma e a poco a poco siamo giunti a «mafia-capitale», solo che a Roma De Magistris non c’è. Rosi Bindi non se n’è accorta, ma a Roma ci sono Renzi e gli uomini del PD. Il suo partito!

Saviano ci insegna: con gli anni la camorra è cambiata, s’è «evoluta», è passata dal coltello alla pistola, è diventata «sciammeria» e poi «sistema», ma ai primi del Novecento, quando a Napoli i socialisti impararono a fare il loro mestiere e denunciarono lo stretto intreccio tra politica e malavita, aprendo la via a una speranza di rinnovamento, non si trovò un camorrista che desse una mano. Stettero tutti con il potere corrotto e fu il processo Cuocolo a rivelare che i socialisti avevano ragioni da vendere. Sono in molti a fingere di non saperlo, ma De Magistris ha avuto predecessori illustri.

Non la faccio lunga. La storia è maestra solo a buoni studenti e non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, però parliamoci chiaro: se qualcuno semina la città di rifiuti subito dopo le pulizie, se inafferrabili vandali devastano a date alterne l’Asilo Filangieri, covo di quei centri sociali che – udite udite! – proprio lì vanno seriamente riflettendo su se stessi, e quindi anche sui loro rapporti col «sindaco sovversivo», se la notte c’è chi si diverte a dare l’assalto ai pullman e fa a pezzi i vetri delle pensiline, mentre «misteriosamente» la luce si spegne nei “quartieri pericolosi”, beh, ma allora è chiaro: la camorra s’è svegliata.

Perché meravigliarsi? In vista delle elezioni, la camorra drizza sempre le antenne e a suo modo si schiera. Nessuno che abbia un minimo di onestà intellettuale, potrebbe negarlo: muovendosi come si muove, però, essa dimostra oggi di avere già scelto con chi stare e chi danneggiare.
I patti si sono già fatti? E con chi? Rispondere a queste domande, significherebbe rischiare querele, ma è risaputo: i camorristi non si muovono a caso. Stavolta hanno nel mirino l’Amministrazione di De Magistris, che ha risanato il disastroso bilancio ereditato, ha salvato la città dal dissesto e ha messo ai margini la malavita.

Lo so. Può sembrare tutto illogico: devastazioni, pistolettate, morti ammazzati in prima pagina e suicidi dei lavoratori disperati che non fanno notizia. Eppure, basta fermarsi e riflettere, per capire e d’un tratto, mentre si parla di elezioni, tutto diventa chiaro. Non s’è mai vista tanta logica in una illogica serie di fatti: è così che la camorra sposta voti. Così che vende consensi.

Contropiano, 16 settembre 2015

Read Full Post »

Amore-e-paura-dentro-vortici-di-violenzaQuesto governo illegittimo, nato dalla crisi di un governo mai sfiduciato in Parlamento,

questo governo figlio di un amplesso contro natura tra una legge truffa e un Presidente della Repubblica eletto abusivamente due volte,

questo governo che ha giurato fedeltà alla Costituzione e l’ammazza a tradimento,

questo governo che ruba i soldi ai pensionati e la vita a lavoratori che l’Europa gli impone di assumere,

questo governo sta per piantare un coltello nella schiena della scuola, come ha già fatto col lavoro!

Come che lo si guardi, questo governo è una violenta minaccia alla legalità repubblicana.

Agoravox 23 giugno 2015; La sinistra quotidiana, 26 giugno 2015.

Read Full Post »

rep4[1]La Costituente si affidò a un principio che Meuccio Ruini, «Presidente della Commissione dei 75», fissò con chiarezza: «La sovranità spetta tutta al popolo, […] l’elemento decisivo che dice sempre la prima e l’ultima parola». Anticipando il primo articolo di quella che sarebbe poi diventata le legge fondamentale dello Stato, Ruini ancorava il futuro a una dato di fatto vincolante per le Camere, il Governo e il Presidente della Repubblica e fissava il confine tra la loro autonomia e il tradimento.
L’Assemblea, eletta a suffragio universale – per la prima volta avevano votato anche le donne –riflettendo sull’ordinamento della Repubblica, escluse il regime presidenziale per «il temuto spettro del cesarismo» e, chiarì Ruini, «per il convincimento (e noi non dobbiamo abbandonarlo, ma valorizzarlo,) che il Governo di Gabinetto abbia diretta radice nella fiducia parlamentare». Poiché l’Assemblea approvò, il monito – «noi non dobbiamo abbandonarlo» – appare eticamente vincolate e particolarmente attuale in questi anni di estrema personalizzazione della politica.
La scelta cadde su un sistema parlamentare in cui il Governo, pur senza derivare esclusivamente dal Parlamento, deve la propria vita all’esito di un voto nominale su di una motivata mozione di fiducia o di sfiducia presentata in Parlamento. Che guitti e ciarlatani, animatori di salotti televisivi, ignorino tutto questo, è scandaloso, ma si tratta di malcostume. Va oltre lo scandalo – riguarda la tenuta delle Istituzioni e la fedeltà degli uomini che le rappresentano – la riforma della Costituzione proposta da Letta con un percorso così estraneo ai valori della Costituente, da ignorare persino le regole che essa fissò per la revisione della nostra legge fondamentale. Un progetto agevolato dal complice e insolito silenzio di un Presidente della Repubblica, abituato a parlare anche quando sarebbe meglio tacere, come ha appena fatto, inserendosi nel dibattito sugli F35.
Napolitano può fare ciò che vuole del suo tempo e nulla vieta che esamini «i principali scenari di crisi e l’andamento delle missioni internazionali», come ricorda il comunicato diffuso dopo l’ultima riunione del Consiglio Supremo di Difesa. E’ quantomeno singolare, tuttavia, che egli lo faccia «in vista del decreto autorizzativo per il quarto trimestre, che sarà in linea con gli impegni assunti nella prima parte dell’anno». Singolare perché il Decreto non c’è e se ci sarà, potrà cadere in Parlamento senza che le Camere debbano tener conto di “esami preventivi” di ministri, generali e ammiragli del Consiglio Supremo di Difesa. In quanto a Letta, se l’acquisto di cacciabombardieri F35, contestato da parlamentari di maggioranza e di opposizione, è essenziale per la realizzazione della politica del Governo, i casi sono due e in entrambi Napolitano e il Consiglio Supremo della Difesa non contano un bel nulla: o rinuncia, o si scontra col Parlamento. Se è vero che «in regime parlamentare l’arbitro e il disciplinatore dell’attività legislativa è il governo», come chiarì Mortati alla Costituente, non meno vero è che, «dovendo curare il costante mantenimento della fiducia da cui deriva la sua investitura», Letta ha una sola via costituzionalmente corretta per uscire da un eventuale dissidio – Mortati la indicò all’Assemblea ottenendo l’approvazione – e Napolitano e i generali non c’entrano: «il Governo porrà la questione di fiducia» e se la «sfiducia comporterà una crisi», a quel punto, solo a quel punto, il Presidente entrerà in gioco e deciderà il da farsi. Il Consiglio Supremo, no. generali e ammiragli dovranno continuare a tenere chiuso il becco.
E’ bene dirlo chiaro. Quando Napolitano afferma che il ruolo costituzionale «del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo», dimentica che le questioni relative alla difesa e alla politica estera e militare si decidono sulla base di direttive generali che riguardano unicamente Governo e Parlamento e sono vincolanti per il Presidente della Repubblica. Il Consiglio Supremo di Difesa svolge attività consultive in tema di piani strategici e difesa dei confini, entro i quali ha un senso costituzionale l’attività delle forze armate di un Paese che ripudia la guerra. Il Consiglio non decide di sé, non risponde al modello della “via di fatto”, non modifica gli equilibri nei rapporti di forza tra poteri dello Stato e sarebbe bene che i contenuti, verbalizzati, fossero resi note al Parlamento in tempi più o meno reali. Napolitano non ha diritto di vincolare il Governo alle valutazioni di un organo consultivo, tutto sommato tecnico, che peraltro presiede, né può attribuire a quelle opinioni il valore di decisioni che si impongono al Parlamento. Meno che mai può pensare, Napolitano, che il suo Consiglio Supremo possa dirci come si attua la legge 244/2012 e se «debba riflettere indirizzi strategici e linee di sviluppo delle capacità e delle strutture coerenti con le sfide, i rischi e le minacce che il contesto globale […] prospetta per il nostro Paese e per la Comunità Internazionale”. E’ compito del Governo, sempre che il Parlamento non decida di sfiduciarlo perché sperpera miliardi, mentre la disoccupazione devasta la coesione sociale, i lavoratori stentano e i giovani sono in ginocchio. Quel Parlamento, che, Napolitano farebbe bene a ricordarlo, per alto tradimento o attentato alla Costituzione, mette il Presidente della Repubblica «sotto accusa […] in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri».

Read Full Post »

Paccata“. Così si esprime, equivoca e ringhiosa, la gentildonna ricca di milioni e titoli accademici, chiamata al Ministero del lavoro perché, a dar retta ai numerosi sponsor, dal Quirinale in giù, fino ai ben pasciuti custodi dei Palazzi romani, è il meglio che passa il convento. “Orate fratres“, verrebbe da chiosare sorridendo, se la farsa non fosse già tragedia.
Paccata” non è un lapsus freudiano, non sta per “vaccata” come, al di là della forma, apertamente suggerisce la sostanza. Nel dizionario la parola non c’è e non ha radice anglosassone – l’inglese pack indicava in origine una balla di lana – non viene da pacco, sostantivo maschile che indica uno o più oggetti avvolti in carta, tela o quant’altro legata e sigillata, non nasce da pacca, che è un colpo amichevole, non si rifa, per estensione, alla sberla, perché altrimenti assai più chiaro sarebbe stato “sberlata“. No, a ben vedere, “paccata” si spiega solo nel quadro di generalizzata violenza istituzionale e di assoluta miseria morale di cui è espressione un governo privo di consenso elettorale, sostenute da nani, ballerine e trasformisti, ossessionato dalla fede in un liberismo ormai disperato e incapace di esprimere un pensiero dialettico. “Paccata” è la traduzione linguistica di un’attitudine mentale che va dal disprezzo per l’interlocutore e per i suoi diritti – “il sindacato difende i ladri“- a un’insofferenza peggio che padronale, quella aggressiva da “cane del padrone” che ha un comando da eseguire a tutti i costi e perciò affonda i denti. Un neologismo, quindi, che suona più rozzo e volgare sulle labbra di una donna, già oscenamente guitta nel recitare pubblicamente le lacrime d’un dolore inesistente.
La “paccata” della Fornero non è una questione linguistica formale, o l’ennesimo scivolone autoritario in cui incappano i sedicenti tecnici. E’ la sintesi perfetta del programma di un governo che, sin dalle prime battute, ha inteso ridurre al minimo i livelli di formazione culturale e civile della nostra forza lavoro, per disporre a suo piacimento di una massa di “senzastoria” rassegnata a pagare i costi della crisi di un sistema che garantisce tutto a pochissimi e nulla a moltissimi.
Più ignoranti usciranno dalla scuola i nostri studenti, più facile sarà cancellare i diritti e imporre i più disumani sacrifici alle nuove generazioni.
Vista così, nella sua luce vera e sinistra, la “paccata” della Fornero è uno sputo sul viso della giustizia sociale e copre le spalle a Profumo, il quale sa bene di governare una scuola ridotta alla disperazione. Per fermarsi al patrimonio edilizio, ci sono settemila scuole di cui non si ricorda più nememno il secolo in cui furono costruiti; c’è un nucleo di oltre mille edifici che ha più di due secoli e mezzo di vita; tremila edifici furono costruiti tra gli anni di Napoleone e la marcia su Roma e dei due terzi del “nuovo” patrimonio edilizio, che ha comunque più di 30 anni, solo il 22 % è stato ristrutturato. In queste condizioni di sicurezza vive la scuola italiana. Basterebbe investirci per creare lavoro, sicurezza e cultura. I soldi ci sono, come mostrano le dichiarazioni dei redditi dei ministri. Il governo, però, non li tocca. Alla signora della sconcia “paccata“, interessa soprattutto schiavizzare i lavoratori e il ministro Profumo naturalmente tace; per la seconda volta in due anni proroga i rettori suoi colleghi entro università precarizzate, affidate a gente che non può guardare lontano, ma ha tutto il tempo per nominare i consigli d’amministrazione. Qui la tecnica non c’entra. Qui c’entrano esclusivamente la politica e la dignità. Ma si può parlare di dignità a gente che non è stata eletta e mette mano ai diritti? Dov’è la dignità, nella “paccata” della Fornero o nei comportamenti di Profumo, che dovrebbe chiedere le dimissioni dei rettori, quando egli stesso non rinunciò alla presidenza del Cnr, appena ricevuta la nomina di ministro?
Non so per quali vie, mi torna in mente una lontana riflessione sull’educazione e mi convinco che chi per mestiere fa il docente, oggi non può insegnare ai giovani che educazione e cultura bastano a difendere i loro diritti da un governo dispotico, perché si vota e c’è un Parlamento. I ragazzi devono imparare a riprendersi i diritti che gli rubano. Quando “torneranno ad essere rappresentati in un governo, impareranno tutto quello che serve ed anche più. Quel giorno il popolo sarà maestro di tutti senza alcuna fatica“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2012

Read Full Post »

 Narrano i cantastorie, che il ministro Vattelapesca, s’era fatto un nome come scaldapoltrone e viveva da osservatore strapagato. Un giorno, però, convinto di non essere ascoltato, per dimostrare che da ministro sapeva ben meritarsi lo stipendio, pensò di compiere finalmente un gesto politico significativo: “è uno schifo”, sibilò tagliente, parlando con un collega. Ce l’aveva coi deputati e nella cerchia ristretta di un’élite senza popolo si sarebbe guadagnato di certo il titolo di principe dei moralisti, se qualcuno, però, non l’avesse ascoltato. Ne nacque invece un immediato pandemonio, si scatenò nel totoschifo il qualunquismo e si accettarono scommesse su chi di tutti facesse veramente poi più schifo. Vattalepesca allora badò al sodo, mise da parte l’etica, difese la poltrona e lo stipendio e si scusò davvero prontamente: “lo schifo c’è, un ministro lo sa bene, però non deve dirlo, perciò domando scusa”.

Tutto tornò com’era, raccontano i cantastorie. Vattelapesca riprese a scaldar poltrone, facendo l’osservatore strapagato e i politici accusati di fare schifo non esitarano a tenere in vita il governo che li disprezzava, ma gli chiedeva il voto e si metteva alla pari, facendo così schifo come loro.

Chi di schifo ferisce, però, poi di schifo perisce, narrano i cantastorie, sicché un bel mattino il popolo schifato si sollevò indignato e mandò a gambe all’aria Vattelapesca, il governo e pure il Parlamento.

Read Full Post »

Non è stata pazzia.
La mano che ha armato la pistola omicida troppe volte l’abbiamo ignorata, non di rado incoraggiata e qualche volta per fini oscuri addirittura utilizzata. Andiamo a cercare nelle pieghe del potere, tra i banchi del Parlamento, tra lo sfascismo e il razzismo leghista e i suoi complici destri e sinistri. Controlliamo i calcoli di parrocchia, i complici silenzi, gli opportunismi elettorali, le radiografie rivoltanti alle costole d’una sinistra senza onore e senza dignità e troveremo la radice del problema, la formula del veleno che da troppo tempo ci intossica. Facciamo luce nelle zone d’ombra, nei vicoli bui del sottobosco travestito da classe dirigente. Lì troveremo l’indigenza culturale e la miseria morale che ha fatto e fa da brodo di cultura della tragedia infinita che viviamo.
Ma cos’è quest’Italia ormai? Diciamocelo chiaro, che ci farà bene, la verità è rivoluzionaria: un Paese che ha una scuola col “tetto” d’immigrati e di più non ne vuole, dio solo sa perché, mentre Cristo, che appendiamo al muro delle aule, invano si rivolta; una terra in cui un extracomunitario non si ricongiunge al coniuge, se prima la scuola non gli fa l’esame d’italiano, msntre un italiano analfabeta di valori può occupare tranquillamente un posto in Parlamento e nessuno si scandalizza. L’Italia oggi disprezza i suoi vecchi e li degrada al rango di parassiti, perché quarant’anni di lavoro e di ricchezza prodotta non bastano a frenare la barbarie del potere economico e ad imporre al ministro Fornero il rispetto che si deve a una risorsa preziosa, fatta di memoria che si trasmette coi valori d’un popolo e la sua storia di lotte e di progresso.
Un Paese così, un Paese di “senzastoria” che ormai subisce e sta a guardare, buono sì e no a fare i conti coi soldi e con lo “spread“, come se questo fosse la vita, titoli, banche monete e listino dei prezzi nella Borsa, un Paese così che altro può fare se non scrivere una dietro l’altra pagine tra le più nere della sua storia? Mai come oggi, tra accampamenti di rom devastati da tentativi di pogrom, immigrati estradati mentre chiedono asilo, o chiusi in campi di concentramento e lì dimenticati con la loro umanità piegata dal dolore, insegnanti che calibrano i voti in ragione del colore della razza, bambini costretti a digiunare in scuole in cui la mensa distingue tra chi può e chi non può pagare, mai come oggi è stato così evidente che le ragioni della democrazia non possono prevalere se l’economia governa la politica. Questa Italia ormai non ha più anima, cuore e dignità. Chi ha predicato il dialogo con Casa Pound, ha raccolto il frutto della sua strumentale “tolleranza” e oggi non a caso fa il sottosegretario in un governo che nessuno ha mai eletto.
No, non è stata la pazzia a guidare la mano che ha sparato ai senegalesi. Da qualunque parte lo guardi, questo Paese non ha più nulla a che spartire con la democrazia. Nulla. Meno che mai il governo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 dicembre 2011

Read Full Post »

Older Posts »