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Posts Tagged ‘Belpietro’

libero-islamiciOra lo so. Se una bomba islamica mi ammazzerà a Parigi assieme a qualche altro sventurato, diventerò un martire. La gente indosserà una bandiera francese, accenderà lumini e canterà la marsigliese; Belpietro invocherà la vendetta e Bruno Vespa racconterà commosso la mia storia: era un vecchio studioso, amante della democrazia.
Se invece una bomba francese mi farà fuori in Siria, assieme a donne, vecchi e bambini arabi, nessuno indosserà bandiere. Non mi porteranno lumini, non si canterà la marsigliese e Bruno Vespa non racconterà la mia storia. Solo Belpietro si occuperà di me e titolerà: “così impari, infame traditore, amico dei bastardi islamici”.
Oggi, al presidio, non andrò per rispondere a Parigi che chiama dopo il macello francese. Sono cittadino del mondo, risponderò al richiamo di tutti gli oppressi e ci andrò per i morti innocenti ammazzati dall’imperialismo. Tutti. Nessuno escluso.

Uscito su Fuoriregistro e Agoravox il 16 novembre 2015

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Uno urla: “fanno la legge bavaglio!” E via, cortei e sigle colorate. Scende in piazza l’intellettuale à la page, quello che legge Feltri, Libero e Belpietro, ma è la democrazia fatta persona; un popolo eccitato si veste di viola, attempate signore chic propongono “rivolte ciclamino” in stile tunisino e, scandalizzati, tornano a girare girotondini riciclati; qualcuno, se se li ha, si strappa i capelli, i giovani portano i vecchi in piazza e i vecchi ci vanno felici di questa ritrovata stagione rivoluzionaria. Qualcuno, irresoluto, aspetta l’oracolo e s’inchina la suo altare: chi ci ha messo Travaglio, chi Santoro, chi Saviano; buona parte dell’ex fascismo, ormai moderno e liberalizzato, guarda a “Futuro e Libetà” e pende dalle labbra di Bocchino in attesa di Fini. Un casino di fermento. E la legge? La legge non si fa! E’ divertente la democrazia, quando “qualcuno che conta” ci convince ad agire! La legge non si fa. Contava poco eera semplicemente un diversivo.

Viene il giorno che un’autorevole autorità, autorizzata da un autoritario potere più o meno occulto, P2, P3, P4 nessuno lo sa, mette mano alla rete e chiude la bocca al web. Tu t’aspetti la guerra civile, la lotta armata, una sorta di Quarantotto coi moti di piazza e la Giovine Italia e invece no. Non un corteo, nemmeno uno vecchio, finto, fotografato nella vecchia Piazza Esedra per salvare l’onore. Non una sigla colorata scende in piazza, non annuncia battaglia la stinta, ma gloriosa bandiera della pace… Niente, nemmeno un movimento vestito delle più varie gradazioni del grigio di questo tempo nostro bigio. Nulla. Chi legge il liberalissimo Feltri tace perché, si sa, è snob e non si mischia col popolo plebeo; il ciclamino ribelle s’è d’un tratto appassito nei tumulti nordafricani, come le attempate signore chic che non muovono un dito se l’intellettuale non c’è; Saviano non parla, i giovani sono stanchi dei vecchi, i vecchi non sopportano i giovani, nessuno fa conto su “Futuro e Libertà”, Bocchino chiama Fini, che chiama Bocchino, ma è sempre occupato. Il futuro s’è perso e la libertà non va più di moda. Non fermenta il casino, non gira il girotondino, s’incasina il fermento, non si muove una foglia che Travaglio non voglia… E la legge? Beh la legge si fa. La legge si fa, si fa, se non si sveglia la rete, la legge si fa…

PROTESTIAMO. FACCIAMOCI SENTIRE, RIBELLIAMOCI

 

 

 

 

 

Saremo l’esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio
http://www.agoradigitale.org/nocensura

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Non è questione di linguaggio, benché qualcosa con la sostanza c’entri anche la forma. La povertà del lessico rivela non di rado la miseria dei contenuti e la loro somma conduce difilato a un desolante analfabetismo dei valori.
Analfabeta, naturalmente non è la Gelmini – che pure i suoi problemi col sistema dei valori costituzionali e con l’alfabeto dei diritti certamente li ha – ma i saggi e incompetenti Soloni che, lavorando nell’ombra, le confezionano il prodotto finito. L’avvocato, in fondo, mette solo l’etichetta: “Vino Gelmini“. E’ vino, non c’è dubbio. Tra l’accademia e la scuola barcollanti, i segni di etilismo sono così evidenti che non occorre essere esperti: vino e per giunta, adulterato. Occorrerà cercare la cantina. D’altra parte, lo stornello ripeturo ad ogni pié sospinto ricorda l’antico cantiniere: Però non annacquiamo. Lo ripetevano un tempo, nelle luride bettole dei sottoproletari abbrutiti dallo sfruttamento, i venditori del “mezzo bicchiere“, è diventato ormai la sintesi perfetta del pensiero politico del ministro dell’istruzione: Non annacquiamo. Se chi ascolta, per caso poi ride, il protocollo è rigido: Feltri, Sallusti, Porro e Belpietro puntano il dito e passano all’attacco: “è il sorriso dell’odio, un reato penale, guardate che questa è istigazione a delinquere“. Il trattamento, è noto, s’applica soprattutto a chi conta qualcosa: un diluvio di notizie vere, probabili, inventate e “sbolognate come verità di fede, col codicillo messo in preventivo: valanghe di fango e agnelli sacrificali.
Questo è l’amore!
Il vino Gelmini ha caratteristiche inconfondibili. Per quanto riguarda la scuola, ecco i dati salienti, valutati per difetto:

1] Più alunni per classe, meno insegnanti e meno tempo scuola;
2] impoverimento delle risorse economiche e mortificazione di quelle umane;
3] autorità invece che autorevolezza;
4] discriminazione razziale;
5] cancellazione dell’idea stessa di continuità didattica;
6] disprezzo della pedagogia e rifiuto della sperimentazione;
7] centralità della morale e della religione cattolica con conseguente educazione alla rassegnazione e cancellazione dell’idea di conflitto;
8] svilimento della democrazia e svuotamento degli organi di governo democratico della scuola in una logica di repressione di classe e di “gerarchizzazione” della società;
9] prevalenza del privato sul pubblico con la sottrazione di fondi alla scuola statale per il finanziamento di quella privata e confessionale
.

In poche parole omicidio dell’intelligenza critica della funzione di crescita civile. Il cittadino non si forma più. Occorrono soldatini del capitale e un ottuso “bestiame votante“.

In quanto all’università, l’elenco della spesa è presto fatto:

1] tagli indiscriminati;
2] svilimento del ruolo del ricercatore;
3] impoverimento delle risorse umane con l’assunzione di un docente per ogni cinque pensionamenti e perdita secca di quattro docenti per l’attività formativa degli studenti;
4] aziendalizzazione con logiche di profitto ed esproprio delle funzioni di indirizzo strategico, di programmazione, di vigilanza sulla sostenibilità economica e, quindi, del bilancio, affidati a un Consiglio di amministrazione con forte presenza “esterna” e potere di attivare o sopprimere corsi e sedi e di intervenire sui fondi per la ricerca.
5] istituzione di un fondo speciale per il merito, teoricamente finalizzato a sviluppare l’eccellenza, ma concepito per utilizzare il polverone sulla meritocrazia come lo strumento di una radicale trasformazione dell’università in un’azienda;
6] divisione di classe tra gli studenti e formazione come selezione sociale;
7] privatizzazione delle università, trasformate in fondazioni, con la ricerca indirizzata al soddisfacimento di interessi privati e istituzione di un fondo gestito direttamente dal ministro dell’Economia e delle Finanze, che cancella il diritto allo studio per garantire gli interessi di pochi.
8] in barba alla meritocrezia, i professori ordinari sono più che mai i padroni del campo
.

Dopo questa massiccia produzione, l’avvocato Gelmini non è certamente benvisto e pare che ci sia addirittura chi è giunto a minacciare. Può darsi e non è bello, ma va detto: chi vende pessimo vino, prima o poi, un ubriaco rischia d’incontrarlo. Un Governo degno di questo nome inviterebbe il ministro a cambiare mestiere, ma qui cominciano i guai. Un governo: a chi lo trova, mancia competente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 ottobre 2010

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Le ragioni profonde del suo crescente nervosismo, dott. Berlusconi, si possono anche capire: l’ei s’è illuso.
Un governo formato da ministri evanescenti, l’acquiescenza dell’opposizione, un Parlamento costruito su misura da una legge elettorale liberticida, un Presidente della Repubblica che non ha la tempra del combattente, il dominio pressoché incontrastato su giornali e televisioni, il momentaneo consenso di larghi strati della popolazione, stanca della politica e intossicata dalla spazzatura televisiva: ce n’era a sufficienza per ritenere di avere in pugno il Paese. Ci ha creduto, dott. Berlusconi e per mesi non s’è accorto che, ingannando la gente, lei ingannava se stesso. “Qualunque grandezza – insegna Montesquieu – qualunque forza, qualunque potenza è relativa. Bisogna far ben attenzione che cercando d’aumentare la grandezza reale non si diminuisca la grandezza relativa“.
Mi creda, dott. Berlusconi, la mediocrità di cui si circondano i capi assoluti sfalsa irrimediabilmente la realtà e, vecchio com’è, per quanto messo a nuovo più volte dai miliardi spesi in plastica e chirurghi, lei s’è trovato a far i conti col rapporto difficile che alla sua età si instaura spesso tra miopia e presbiopia; tutto le si è così confuso davanti, quando ha provato a guardare da vicino, e poco o nulla ha potuto vedere quando gli occhi hanno cercato la verità complessiva oltre la punta del suo naso. Ubriacato dall’ubriacatura del Paese, fuorviato dalle veline abilmente confezionate per Vespa e compagni, lei ha cominciato a credere che l’Italia fosse davvero quella che le raccontano Bondi e Cicchitto.
Quando la verità, che nulla ha da spartire coi sondaggi, è venuta a bussare fino ad Arcore, dove ha sede la repubblica dei sogni, il risveglio è stato terribilmente brusco: i giudici, che credeva schiacciati dalle intemerate del suo Alfano, sono in rivolta e la Corte Costituzionale ha buttato giù in un sol colpo il castello di carta che doveva sottrarla al legittimo giudizio della Magistratura. Il tremito che da un po’ le agita impercettibile la mano, ha avuto episodi convulsi e un’ansia senza nome ha preso a divorarla. Come non bastasse, tesori di deferenza e miracoli fiscali assicurati alla Chiesa non sono bastati a piegare i cattolici militanti e invano il papa tedesco ha sconfessato la sua stessa stampa. Come un tarlo micidiale che scava e rode senza mai fermarsi, “Famiglia Cristiana” è giunta ad evocare il fantasma di quel fascismo che l’otto settembre Ignazio La Russa, uno che di Istituzioni Repubblicane capisce quanto lei – ha portato sugli scudi sino al Milite Ignoto.
Le ragioni profonde del suo crescente nervosismo, dott. Berlusconi, si possono davvero capire e ci sono giorni in cui fa persino pena vederla recitare, come un disco incantato, la cantilena dei comunisti che le fanno la guerra. E’ vero, Bondi e Cicchitto continuano a raccontarle un’Italia che esiste solo nei suoi sogni e, tuttavia, più il tempo passa, più tutto diventa un incubo e i comunisti che si era inventati crescono come funghi, sembrano in ogni dove e più la sua polizia li manganella, più il Paese si scuote.
Consigliato male da uomini d’azienda, eroi da burletta abituati ad esercitare potere senza contraddittorio, a vincere col ricatto del licenziamento una guerra che non combattono mai, lei s’è avventurato su un campo minato e, ad ogni passo che muove, dentro le cresce la paura. Trema ogni giorno di più, presa da un’ira impotente, la sua bella voce padronale e invano Feltri e Belpietro intossicano l’aria. Lei non può non vederle le piazze, le famiglie, gli insegnanti, gli studenti, i lavoratori, i precari, in una parola il Paese vero, che si levano sdegnati dalla Sicilia alle Alpi, emergono dal suo difficile rapporto tra miopia e presbiopia, tagliano a fette la nebbia dei sogni di Bondi e Cicchitto e la raggiungono ovunque, la incalzano e le fanno paura. Lei, dott. Berlusconi, pallido, teso, sfida il Paese che pretende di governare e, usando Bossi, suo squallido proconsole, minaccia di ricorrere alla forza. Può farlo signor capo del peggior governo della nostra storia. Nessuno può impedirglielo. E’ un dramma antico quello che lei vive. Antico e tragico. Contro la paura dei diritti rivendicati dalla ragione, ogni anima autoritaria cerca tremando rifugio nella forza. E, tuttavia, più ne fa uso, più suscita coraggio. E più coraggio gli si para avanti, più dentro gli cresce la paura. Faccia, dott. Berlusconi. E’ una condanna che non può evitare. Noi questa storia la conosciamo bene e gliela raccontiamo con poche parole che hanno la forza devastante di un uragano: lei lo sa, non vinceremo subito, ma vinceremo.

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Dietro il fumo sollevato da Fini, che a Berlusconi una mano gliel’ha data più d’una volta in vent’anni, lo sfascio si vede chiaro. La scuola, per cominciare. C’è un mistero truccato da ministro – “il mio nome è nessuno”, diceva l’omerico Odisseo – che generosamente regala gemme di sapienza. Giorni fa, con l’aria di chi legge la bibbia, ha dichiarato: “Le riforme sono più importanti delle risorse”. Un esempio classico della celebrata “politica dei fatti”: per smantellare un Paese non occorrono capitali. Basta cambiar le regole, insistere sui luoghi comuni del merito e della responsabilità, cancellare il tempo pieno, ridurre il tempo scuola, ignorare le regole sulla sicurezza, imbavagliare gli insegnanti di ruolo, licenziare i cosiddetti “precari”, fucilare la sperimentazione dopo processi sommari al Sessantotto, et voilà, il gioco è fatto. Gioco al massacro, non ci sono dubbi, ma chi c’è nel Paese che stia sulle barricate coi precari? Che fanno i docenti di ruolo in attesa che venga il loro turno? Chi salda le lotte? Chi chiama la gente a raccolta? Feltri, Belpietro, Minzolini? “Repubblica”, che per anni ha sostenuto l’aziendalismo di Berlinguer e Fioroni e ha sparato a zero sulla storia e l’identità della sinistra e oggi è tentata dall’avventura col “compagno Fini”?    

La sola rivoluzione possibile pensa di farla la Lega e la minaccia Bossi, quando s’accorge che la storia boccia il suo “federalismo degli egoismi”. “Ci sono 10 milioni di persone pronte ad andare a Roma“, ripete a Pontida il tragicomico Alberto da Giussano, nell’inerzia complice del ministro dell’interno, Roberto Maroni cui – è incredibile – nessuno ha ancora chiesto di informare il Parlamento sulle iniziative prese dal suo dicastero: quali e quante  sono le perquisizioni effettuate nelle sedi leghiste? quali le indagini svolte, i provvedimenti presi, i fascicoli aperti, le ipotesi di reato inviate alla magistratura? Nulla. Maroni insegue emigranti nel Mediterraneo, costruisce campi di concentramento per incensurati e, mentre gli imprenditori sfidano impunemente le sentenze dei magistrati e i sindaci onesti cadono, ammazzati come cani, per strada, dal crimine organizzato, rilascia interviste deliranti sui suoi personali successi. Su Bossi e sulle minacce dei suoi camerati leghisti, mancia competente a chi scovi uno straccio di provvedimento adottato per difendere la Repubblica.

Gelmini, per tornare a Odisseo e all’omerico signor nessuno, dopo aver massacrato centinaia di migliaia di precari, dichiara serafica che sì, “È difficile fare previsioni”, ma nell’arco di 6-7 anni “c’è la ragionevole certezza che gli attuali 220mila precari saranno assorbiti dal sistema d’istruzione. Che resterà del sistema formativo nel nostro Paese di qui a sette anni, è difficile dire. Viene in mente Cartagine dopo il trionfo del catoniano “delenda est”: terra bruciata e cosparsa di sale. In attesa di sistemarsi nel deserto “assorbente” che Odisseo va costruendo, preziose intelligenze, risorse irrinunciabili di esperienza e professionalità saranno andate intanto smarrite per sempre.

Gelmini e soci hanno il vento il poppa. Un sistema di valori s’è sciolto come neve al sole e c’è una ripresa impetuosa dell’estremismo padronale. Storicamente questo fenomeno è stato sempre il preludio di inenarrabili tragedie. E’ certo, tuttavia. Anche nel buio della notte più profonda, il sole dell’alba sale all’orizzonte. Sorge, con questo sole ancor freddo e invisibile, una risposta coraggiosa che non sarà possibile piegare; si aguzzano ingegni, si vincono paure, ci si unisce, la saggezza dei vecchi rasserena il cuore dei giovani, che prestano braccia all’esperienza. Nasce la resistenza. E’ legge della storia. Vorrei esserci, quando le ragioni del diritto avranno la meglio sulla notte della ragione, ma lo scrivo a futura memoria: quando la vittoria verrà, dio ci  scampi dalla clemenza.

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Poche parole, dott. Berlusconi, quante ne meritano la tracotanza cilena con la quale lei truffa e si dichiara truffato e l’abituale piroetta con la quale domani sosterrà che a raccontare frottole ai suoi danni sono stati giornalisti rossi, Fede, Minzolini, Feltri, Belpietro e compagnia cantante, noti sovversivi di sinistra e, ad un tempo, direttori dei suoi numerosi giornali e telegiornali.
Reciti, se vuole, la tragicomica caricatura del “Caudillo” in quella sorta di “Bagaglino degenerato cui ha ridotto la nobiltà della politica. E se lo lasci dire: a ciascuno il suo. Giolitti fu, per Salvemini, “ministro della malavita“, lei più modestamente, passerà alla storia come il ministro della regia marina: ciò che dice la sera non vale la mattina. Non si faccia illusioni, però. Non si tratta, come in fondo le piacerebbe far credere, della tragica e per molti versi nobile doppiezza pirandelliana, del contrasto tra la forma e la sostanza, tra la “maschera” e il “volto“, di quel muro che talvolta separa il cuore dalla mente. Fosse così, dottor Berlusconi, lei sarebbe indotto a salvarsi dalla tragedia cui si avvia e intende condurci, in nome della pietà per l’uomo che soffre, della disperata pazzia che ci ingabbia e ci condanna ad una inevitabile solitudine.
E’ inutile che alzi cortine fumogene, dottore, lei vola basso mette la maschera del gran navigatore, ma sta sotto costa e, se minaccia tempesta, perde la bussola e ripara al sicuro nel porto. Un ottimismo amorale regola il suo rapporto con la vita, segnato da un filo rosso che, dalla ricchezza materiale, conduce direttamente ad una desolante povertà morale. C’è talvolta nel male un’ombra di grandezza: è l’unica ombra che manca alla sua vita. In tema di truffa, lei si riduce in fondo al piccolo cabotaggio. Spenna polli, fa il gioco delle tre carte e ha bisogno di pali e di qualche mazziere che prenda a pugni mediatici il giocatore se per caso ha scoperto il suo trucco. Il suo manganello è la televisione, l’olio di ricino sono i suoi giornali, ma la gente ragiona, dottore, e il Paese li ha visti e riconosciuti nella loro abiezione i quattro gatti in doppiopetto che, quando occorre, tirano fuori dossier, fango e menzogne come un tempo fascisti e carogne usavano feroci le catene e le spranghe. Pagati, suppongo, e certamente usciti dalle fogne.
Chi è che la truffa, dott. Berlusconi?
Lei vanta consensi da “Soviet Supremo” ma, all’apice della fortuna, con una legge elettorale che persino Acerbo avrebbe ritenuto immorale, non ha messo insieme più del 35 % di consensi strappati con mille male arti al 60 % che ha votato. Meno, lei lo sa bene, molto meno, della sterminata massa di chi, nauseato, s’è astenuto. Lei chiama maggioranza parlamentare un clan di nominati, una combriccola d’affaristi, un manipolo di soldati di ventura che nessuno ha votato e che non rispondono ad altri che al capo d’una fazione. Stia al suo posto, dottore, si tenga tranquillamente in porto e ricordi: l’invincibile Armada naufragò miseramente e, a Salamina, le navi della libera Grecia colarono a picco la tracotanza persiana.
Chi è che truffa, dottor Berlusconi? La gente che protesta concretamente e visibilmente, organizzandosi da sola nelle vie, nelle piazze, nelle scuole e nelle università, o lei che ripetutamente vaneggia di menzogne e manovre di una fantomatica sinistra rossa? Chi truffa, dottore, lei, che con le sue ricette rischia di ammazzare il paziente, o il Paese sempre più sofferente e stanco delle cure d’un apprendista stregone che promette miracoli e produce disastri? Chi truffa, dottor Berlusconi? E’ lei che ignora il Paese reale e recita a soggetto una parte che le sta sempre più stretta. Lei truffa, dottore, e glielo diciamo con calma e fermezza: non ne possiamo più di un Presidente del Consiglio che pretende di giudicare i suoi giudici naturali, che minaccia studenti, genitori e docenti, che smantella la formazione, criminalizza l’informazione e sfugge con tutti i mezzi ai processi che s’è meritato. Non ne possiamo più di un uomo che tiene sotto tiro i fortilizi della democrazia. E’ lei che truffa il Paese, dottor Berlusconi, lei che confonde truffatore e truffato. E sarà bene che ricordi: in un tentativo stolto e disperato d’ingannare il suo popolo, Luigi XVI riunì gli Stati Generali ma, alla resa dei conti, negò la forza della democrazia alla quale s’era appellato e non seppe leggere la limpida chiarezza dei “Cahiers des doléances“. Così, dottor Berlusconi, caddero una dietro l’altra prima la Bastiglia poi la testa del re che invano aveva scatenato la Vandea, come oggi i sui ministri minacciano di scatenar la piazza. E’ un re che nessuno rimpiange.
Stia a sentire. Non sguinzagli i suoi cani, dottore. Smetta di minacciare e si fermi. E’ solo e all’ultima spiaggia.
Non ha senso truffare se stessi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 ottobre 2008

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Non sono pugnalate, Fini, non è Bruto né Cassio e, nei panni di Cesare, Berlusconi fa cilecca persino come caricatura, ma trentatre sono i colpi contati, trentatre le astensioni, una raffica, e dopo la standing ovation dei fedelissimi e il patetico saluto romano, il piccolo re s’è ritrovato nudo. Nulla v’è al mondo che in eterno duri e ora sì, ora saremmo davvero alle comiche finali, se in fondo al tunnel non apparisse lo spettro del naufragio.

Mentre lo sfruttamento cresce, il razzismo dilaga, la scuola affonda, l’università agonizza e i giovani non trovano lavoro, la successione dei fatti è oscena, cupa e raggelante. Ammutoliti Bondi e Bonaiuti, Capezzone tartaglia, come un guitto che non ricorda la parte, e la Brambilla, l’equivalente meneghino del “signor nessuno“, turista della politica e ministra del turismo, persa la testa, si scatena contro il palio di Siena, consegnando la città al nemico. La barca fa acqua da ogni parte e il motore s’inceppa. Se il livore non accecasse il signor “ghe pensi mi!”, Feltri e Belpietro, che non brillano per acume, ma sono furbi scherani, terrebbero in prima pagina le previsioni del tempo, ma l’ordine è tassativo: “trattamento Boffo”. Il conto però non torna, risulta sbagliato, e il fango misteriosamente cresce nell’impatto e poi rimbalza: uno schizzo colpisce Chiara Moroni e diventa valanga, sommergendo Berlusconi; un altro s’avventura su Fini, ma si fa diluvio e affonda nella melma i colonnelli disertori Gasparri e Larussa.

Come cozza allo scoglio, Berlusconi s’attacca al “porcello”, la legge elettorale sulla quale pesa come un macigno il giudizio dell’autore, Calderoli, fascioleghista d’origine controllata, che il 18 marzo del 2006, con imprudenza pari all’arroganza, confessò scioccamente alla “Stampa”: è una porcata, “io la chiamavo affettuosamente Porcellum. La Lega merita fiducia: trasformista per vocazione, nel 1994 piantò in asso l’amico Berlusconi e lo mandò gambe all’aria. Presto finì pezzente, rischiò di sparire e, cenere in testa, si presentò a Canossa. Gente d’onore, insomma, che sputa su Roma ladrona e sui meridionali, ma prende i soldi dello stipendio dalle tasse che pagano i “terroni” e s’è specializzata in suinate. L’ultima, in ordine di tempo, la Lega di Calderoli l’ha realizzata sostenendo i furbastri delle quote latte e costringendo la gente onesta a pagare miliardi di multe di elettori leghisti.

In che spera la cozza? Anzitutto in un meccanismo elettorale misto, in una manomissione della rappresentanza politica, caratteristica dei sistemi maggioritarî, che non rispecchiano nelle Assemblee elettive i rapporti di forza reali tra i partiti e ignorano le voci e i temi delle relazioni tra le classi sociali, e poi, in quell’imbroglio chiamato premio di maggioranza, che si giustifica con la foglia  di fico d’una promessa: stabilità politica e “governabilità”. Un inganno che non ha mai evitato la frammentazione, ha regalato il Paese a minoranze raffazzonate e pronte alla rissa. Per questo si sono creati i due sedicenti “grandi partiti” – il PD e il PDL – enormi recipienti vuoti in cui si raccolgono, a seconda degli interessi di questo o quel leader e gruppo di potere, aggregazioni disomogenee, che hanno diversa radice storica e culturale e formano articolazioni non solo molto diversificate, ma pronte alla contesa. E’ andata così con Prodi, così va col sedicente “leader maximo”.

La cozza, sostenuta da uno statista come Bossi, suscitando omeriche risate tra chi sa leggere, scrivere e far di conto, sostiene che il premier l’ha scelto il popolo, ma il “legame” tra partiti e preteso leader di una pretesa coalizione è solo virtuale: nessuno può impedire a nessuno di cambiare casacca e, in ogni caso, la repubblica presidenziale esiste solo nella testa malata di sparute pattuglie di illustri sconosciuti che, a titolo puramente personale e da nessuno mai eletti, si occupano di riforme nella spappolata maggioranza. Piaccia o meno agli storici alla Quagliarello, la Costituzione disegna il quadro di una repubblica parlamentare. E, d’altra parte, come parlare di voto, se è impossibile esprimere preferenze, se Calderoli e il porcellum hanno vergognosamente silurato la Costituzione e il parlamentare non sarà eletto dal “popolo sovrano”, come  rappresentante di sensibilità e interessi di pezzi di società, ma solo per giochi di potere e scelte del “palazzo”?

Il porcellum è un crimine. Ad esso, ridotti alla disperazione, la cozza e i suoi accoliti si aggrappano per imporre ancora una volta uno stravolgimento delle regole fondanti, per poter ancora distorcere l’articolo 49 della Costituzione, per il quale i cittadini sono i soggetti imprescindibili della vita politica e i partiti semplici strumenti di una partecipazione organizzata. Votare con questa legge criminale vorrebbe dire violare ancora una vota gli articoli 56  e 57 della Carta costituzionale, per i quali l’elezione delle Camere – deputati e senatori – è conseguenza di un voto espresso dai cittadini “a suffragio universale e diretto”. Testuale.

L’analfabetismo di ritorno, che è la principale caratteristica dell’attuale classe dirigente, impedisce alle cozze e agli scogli che hanno sconvolto le aule parlamentari che qualcuno ne faccia cenno, ma alla pagina 441 degli Atti della Costituente è riportato l’ordine del giorno Ruini, approvato dall’Assemblea Costituente, che suona oggi come un severo monito della storia: “L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale”.

Nemmeno nel peggiore degli incubi Ruini avrebbe immaginato che a poco più di settant’anni, una legge “porcata” avrebbe espropriato i cittadini dell’espressione diretta del suffragio, per consentire la sopravvivenza d’una cozza avvinghiata allo scoglio del potere. Tocca a noi dire no a questo sconcio e se Bossi dovesse provare a suonare le trombe, faremo in modo che diventi sordo al suono delle nostre campane.

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