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Posts Tagged ‘Pd’

pisapia sìGiunge da più parti, sommesso ma pressante, probabilmente con l’intenzione maligna di costringerti a scelte frettolose, l’invito a prendere parte attiva al tentativo in atto di ricomporre le forze della sinistra. Quello che insospettisce è soprattutto un errore grossolano, che pare banale ma non lo è: il ricorso al singolare, quel “tentativo” tendenzioso e inappropriato che, di fatto, non consente di capire di che e di chi si parli e lascia credere a una via obbligata. E allora diciamocelo: di tentativi in campo ce ne sono due: uno è di Pisapia, l’altro fa capo ad Anna Falcone e Tommaso Montanari.
D’accordo, gli incontrollabili “ben informati” o, peggio ancora, fonti così “riservate”, da risultare anonime e quindi – fino a prova contraria – totalmente inattendibili, fanno girar la voce di un accordo preso sottobanco sin dall’inizio, per il quale dopo un gran polverone, si finisce tutti sotto la stessa bandiera: quella del centrosinistra capeggiato dal PD. E allora sarà meglio dirlo subito: il PD di Renzi, azionista di maggioranza di un governo che produce decreti come quello Minniti, è del tutto estraneo alla sinistra.
Se fosse necessaria, ma non lo è, la risposta alla scorretta sollecitazione genera anzitutto una inevitabile domanda: Pisapia o Falcone? In realtà, chi prova a ragionare con la propria testa, scopre che il percorso è chiaro, così come chiaro si mostra il punto partenza: un progetto politico ha un futuro solo se rappresenta una risposta possibile a una domanda che nasce dalla realtà politica e sociale; se ha, cioè, una sua stringente attualità storica. Ricostruire una sinistra nel nostro Paese è una necessità storica. L’Italia, così come la conosciamo, è figlia di tre culture politiche ben distinte tra loro: liberale, cattolica e socialista. Ognuna aveva valori, pensatori di riferimento e un’idea di società e ognuna si era andata strutturando in grandi partiti di massa. Oggi non è così; oggi nessuna di quelle grandi famiglie politiche è autonomamente presente nella nostra vita politica; quel vuoto di rappresentanza ha determinato un’altissima astensione e la nascita di un nuovo, anomalo “terzo polo” senza storia e senza cultura di riferimento, costituito dal movimento di Grillo. Ci sono liberali dispersi nei diversi campi – anche in quello di una destra illiberale con fortissime venature autoritarie – ma non c’è una destra liberale. Non esiste un centro autonomo, ma una formazione berlusconiana, che non ha vita autonoma e sembra poter sopravvivere solo in simbiosi con un’altra parte politica – il cosiddetto centrodestra – e una sinistra snaturata e priva di identità, che a sua volta mostra di saper esistere solo come ala avanzata di un partito – il PD – che si definisce di “centro-sinistra”, ma scavalca continuamente  a destra la Lega di Salvini e riporta in vita addirittura piccoli capolavori di violenza fascista, come ha fatto recentemente Minniti.
Di una sinistra autonoma, c’è solo un’abbondanza di sigle che stentano a rappresentare persino se stesse. Così stando le cose, la rinascita di una moderna e autentica sinistra non può e non deve coincidere con la proposta in campo di chi intende di fatto tornare a una formazione programmaticamente pensata come ala avanzata di uno schieramento di centrosinistra. Una iniziativa che rischia di cristallizzare un recente, fallimentare passato e allo stesso tempo un azzardo, perché, nei fatti, l’alleato di “centro” non c’è e se c’è vuole essere un baluardo del neoliberismo. Il cuore del problema è proprio qui.
Una sinistra autentica, che non intenda ripudiare la sua cultura, la sua storia e la sua tradizione  è, infatti,  geneticamente anticapitalista  e assolutamente ostile al neoliberismo. In questo senso, personalità e gruppi politici che hanno finora professato dottrine neoliberiste, dando di fatto una mano a chi ha ridotto il Paese nella condizione in cui si trova, non possono essere legittimamente accolti nella sinistra che si va riaggregando. Né, d’altra parte, in una formazione che solleva la bandiera della Costituzione, può esservi posto per chi ha difeso il sì al referendum o si è schierato strumentalmente per il no, dopo aver lungamente negli anni contribuito a stravolgerla, portando il Paese in guerra e varando Bicamerali che meritarono l’elogio di Berlusconi e i voti leghisti.
Il compito di chi intende ricostruire la sinistra è quello di delimitare un perimetro difeso da un sistema  valori , entro cui raccogliere esclusivamente forze che condividono un’idea di società anticapitalista e antiliberista. Dar vita a un organismo che sia la sinistra di uno schieramento parlamentare – il centrosinistra – destinato a governare il Paese più o meno come hanno fatto Renzi e Berlusconi, non solo non è la risposta a una necessità della storia, ma diventa un azzardo, perché un “centro” per la “sinistra” non c’è. Esiste una formazione di destra che presenta chiaro il suo biglietto da vista: il decreto fascista del Ministro Minniti.
Tracciare questo perimetro non è difficile; si può considerare, infatti, di sinistra chi ha pensato, sostenuto o anche solo votato per una malintesa “disciplina di partito”, la Buona Scuola di Renzi? E’ possibile caricarsi sulle spalle il peso di chi ha lasciato passare il Jobs Act e l’abolizione dello “Statuto dei lavoratori”? Che c’entra con la sinistra chi ha seguito Renzi e Berlusconi ai tempi dello sciagurato patto del Nazareno e chi ha consentito che un governo di dubbia legittimità, tenuto in piedi da un Parlamento di nominati, grazie a una legge fuorilegge, stravolgesse la Costituzione, inserendovi il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact , con tutto quanto ne è poi derivato?  Questi personaggi dovrebbero cercare casa a centro e se un centro non esiste, dovrebbero lavorare per farlo nascere. In questo senso, lavorare concretamente per la rinascita di un’autentica sinistra, vuol dire anche creare le condizioni per spingere altri a ripristinare un quadro politico realmente  costituzionale.
C‘è poi il mondo dei movimenti, ci sono le grandi esperienze di lotte territoriali, come quelle della Valsusa, c’è il laboratorio Napoli, con un esperimento di neomunicipalismo e quella “rivoluzione con il diritto” che significa, in estrema sintesi, stretta osservanza delle leggi costituzionali, rispetto a quelle ordinarie, quindi “disobbedienza”. Sullo sfondo c’è il vasto popolo della sinistra che non vota, perché non è rappresentato e che, però, quando decide di votare fa saltare il banco, com’è accaduto con il referendum.
Ecco, questo significa lavorare per riaggregare la sinistra.  Una sinistra anticapitalista e costituzionale, quindi nemica della guerra, decisa ad abolire una ad una le riforme incostituzionali di Monti e di Renzi, a ripristinare e applicare all’intero mondo del lavoro lo statuto dei lavoratori , pronta a cancellare l’Invalsi e l’Anvur, a difendere l’Europa di Spinelli, chiedendo che L’Unione Europea si dia una Costituzione fondata su un modello parlamentare e approvata dai popoli che intende unire.
E’ vero, questo comporta dei sacrifici e mette fuori gioco figure di rilievo che hanno un nome e una storia, ma  si tratta di gente che da molto tempo ormai ha divorziato dalla sinistra. Di un peso di cui occorre liberarsi.
Chi avrebbe giocato un centesimo bucato sull’esito così clamoroso del referendum? Sarà un’illusione, ma quel risultato può essere ripetuto.

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Laura Bismuto Consigliera Comunale DemA tra gli operai

Laura Bismuto, consigliera comunale DemA tra i lavoratori dell’Hitachi

I “CAUR”, i “Comitati d’Azione per l’Universalità di Roma”, furono gli strumenti operativi per la realizzazione di un incubo: l’internazionalizzazione del fascismo e la sua egemonia culturale. Gli errori del “duce” e la coraggiosa Resistenza popolare impedirono che si realizzasse, ma c’è un volto della “globalizzazione” che sembra aver resuscitato quell’incubo, dandogli la forza dell’esperienza e il vantaggio di un contesto internazionale più favorevole. Lì, ai CAUR, infatti, sembra condurre difilato il dramma che si consuma all’esterno dei cancelli di quella “Ansaldo”, che per anni produsse il 75/32 Mod 1937, non solo un cannone, ma la fortuna di padroni, in grado di accumulare incalcolabili profitti.

Guerra, cannoni e carne da macello. Ansaldo, Perrone e prima ancora Armstrong e il capitale straniero, fanno la storia di famiglie che hanno vissuto di questi principi e di queste tragedie: guerra e sfruttamento. Sono quelli che le guerre non le hanno mai perse, nemmeno quella distruttiva che dal 1940 al 1943 ridusse Napoli in un cumulo di macerie. Basta chiudere gli occhi, per vederle, le lunghe file di operai che nel “secolo dei lavoratori” hanno prodotto ricchezza, entrando in fabbrica quotidianamente attraverso quei cancelli ai quali oggi quattro lavoratori hanno incatenato la loro vita e quella dei loro familiari. Sono i cancelli della Hitachi, ultima arrivata nel manipolo dei “prenditori”, per usare una felice espressione di De Magistris.

Dove non giunse il capitale straniero, accolto in Italia con tappeti rossi e invitato a massacrare i lavoratori in cambio di agevolazioni fiscali e materie prime a prezzi stacciati assicurati dalla protezione dello Stato, dove non ci condussero gli effetti drammatici per il Sud della rivoluzione industriale all’italiana negli anni di Giolitti, dove non si spinse il fascismo, che un’anima sociale l’aveva conservata, passa oggi il padronato senza orbace, forte della “Carta del lavoro” in formato Marchionne, della benedizione di Draghi e delle sanguinose scelte di Renzi: il Jobs Act, le “tutele crescenti” e l’abolizione dell’articolo 18. E non è un caso che nessuna forza politica, tranne DemA, si sia fatta vedere. Chi vuol capire quanto avanti abbia spinto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di quanti secoli indietro ci abbia condotti sulla via di una nuova e barbarie la “sinistra” del centro sinistra – o, per dir meglio, il più efficace strumento della reazione mai visto all’opera dall’Unità ad oggi – vada in via Argine, a Napoli, ai cancelli di quella Hitachi, che oggi può fare ciò che vuole della dignità dei lavoratori e del destino delle loro famiglie. Ci troverà operai incatenati ai cancelli, vite mortificate, sogni infranti e un futuro negato senza alcuna ragione, per volontà di padroni che fanno cartastraccia della Costituzione e del suo articolo 41 che invano impone all’attività economica privata di non “svolgersi in contrasto con l’utilità sociale” e di non “recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Oltre il paravento delle menzogne – la fine del conflitto, la sparizione degli operai, l‘Eden capitalista dopo la fine del “male comunista”, l’età dell’oro e il mito dell’imprenditore di se stesso – attraverserà il labirinto delle responsabilità rimpallate – i padroni? I sindacati? La politica? – e troverà, avvolto nella nebbia della disinformazione, uno dei gironi di un nuovo inferno: il mondo del lavoro così come l’ha voluto il neofascismo che ci governa, più duro e più violento di quello “storico”. Dietro – e contro – i quattro operai incatenati, che un lavoro da difendere ce l’hanno, c’è l’esercito di chi un lavoro non l’ha mai avuto ed è pronto a vendersi per fame; l’esercito di chi ormai pensa al lavoro che non ha come rinuncia alla dignità e sottomissione ai limiti della schiavitù.

La lezione che viene da via Argine è chiara; o ripristiniamo la Costituzione, invano difesa con il recente referendum, o il salto nel buio ci condurrà a destra. Quella peggiore, quella guidata da Renzi e dal PD, che fa le prove generali nel genocidio mediterraneo.

Contropiano, 10 luglio 2017

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esame-universitarioNon sono più un ragazzo, ma c’è chi ancora mi invita a iniziative pubbliche di tipo “culturale”: convegni, conferenze, presentazioni di libri e incontri più o meno informali. Ogni volta che mi accade, faccio i conti con una richiesta, mi oppongo, spiego e talora finisce che respingo l’invito: “Grazie, ma non ci sarò”.
A molti sembra normale che locandine, manifesti e messaggi promozionali esibiscano titoli, meglio di tutti l’università in cui lavori e il ruolo che vi svolgi. Di solito l’invitato sbandiera la sua condizione di ordinario, associato, ricercatore o docente a contratto in questo o quell’ateneo e tutto finisce lì. Io no. Il “titolo” che a molti pare biglietto da visita prestigioso, per me è ormai un’autentica vergogna. Non a caso ho troncato ogni rapporto con l’università dopo la nascita dell’ANVUR, l’Agenzia di valutazione della ricerca, che costituisce ai miei occhi la quintessenza di tutte le miserie di questo sventurato Paese.

Se vi dicono che affondiamo, voi pensate subito alla politica, alla burocrazia e alla corruttela. Io penso invece alla classe docente. Soprattutto a quella universitaria. E non è stravaganza o demenza senile. E’ che nessuno più dei docenti ha contribuito alla distruzione delle Istituzioni formative nel nostro Paese. Sono stati per lo più docenti universitari a inventarsi le regole più distruttive e – a parte rare eccezioni – chi non ha agito, ha subito.
Mi costa molto dirlo, ma è andata così e i più integralisti e fanatici fautori delle ideologie che hanno distrutto l’università, provengono per lo più dalla sinistra. Chi pensa ancora che il PD sia “di sinistra”, lo sappia: il Gotha dell’ideologia che sta sfasciando il Paese è ai vertici di quel partito.

Nessun Paese al mondo ha pagato così tanto i suoi sedicenti intellettuali e ne è stato poi ripagato con un tradimento altrettanto grave. Nessuna rinuncia al ruolo di intellettuale libero e critico è stata così completa, totale e perniciosa come quella registrata nelle nostre università. In nessuna realtà del Paese la rinuncia alla dimensione critica e libera è stata così immediata e opportunistica. Non c’è stata battaglia, non perché non si sia capita l’importanza della posta in palio. Non ci si è battuti per calcolo, perché è stato subito chiaro che le risorse sottratte ai pochi “dissidenti”, sarebbero state spartite tra i collaborazionisti, i rinunciatari e i più ligi alle disposizioni.
E’ andata così anche con la funzione vitale di analisi e discussione culturale, scientifica e politica. Più attuali e vicini sono stati i problemi, più si è scelto di ignorarli o allinearsi. Ne è derivata così una sorta di condanna a morte dell’intelligenza critica, che non è stata giustiziata, cadendo libera davanti a plotoni d’esecuzione e fucilazioni di massa. E’ stata uccisa dal silenzio complice e dall’acquiescenza dei docenti. E’ andata come ai tempi delle leggi razziali, allorché, eccezion fatta per dodici persone perbene, acconsentirono tutti, in vista della spartizione delle cattedre degli ebrei.

Basta guardarsi attorno, per valutare la portata del disastro prodotto da un rigoroso controllo della cultura in un Paese non a caso attestato su posizioni da sottosviluppo persino sul terreno delicatissimo quale quello della libertà di stampa: la dimensione qualitativa della ricerca è del tutto ignorata; la partita si gioca sul terreno quantitativo ed è legata al potere dei grandi editori, alle scelte di un pugno di docenti, che fa il bello e il cattivo tempo nel controllo delle collane, negli inviti ai convegni, nel meccanismo di scambio di citazioni tra autori di testi privi di ogni qualità scientifica.

Ho rinunciato ai titoli. Ho rifiutato ogni ruolo in un sistema formativo in cui tutto conta, la teoria del metodo, le tecniche di valutazione totalmente decontestualizzata, la capacità di formulare in astratto unità didattiche, piani di lavoro e compagnia cantante, l’assoluto disinteresse per quello che effettivamente si sa di ciò che si insegna. La conoscenza dell’italiano e della matematica, quella della storia, della geografia, delle scienze e chi più ne ha più ne metta, non contano praticamente più nulla.
A chi mi chiede titoli, rispondo “storico” e mi rifiuto di essere associato a un mondo da cui sono andato via perché non ha più spazio per il dubbio, pretende che il risultato della mia ricerca rientri nella gamma dei “prodotti” e serva ad arricchire un mostro comunemente  chiamato “offerta formativa”. Non ce l’ho con i giovani. E’ stata la mia generazione la responsabile principale di una Caporetto che ha lasciato loro un deserto da attraversare.
Buona fortuna.

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edpCostituzione_della_Repubblica_ItalianaLo dicono in tanti e non senza ragione: delle primarie del PD “non mi curo”. Chi invece ci bada si ferma a quel dato di fondo che sa di disastro, ma non esaurisce la questione: un elettore su tre si è tenuto lontano dai “seggi”. E non chiedete perché ricorro alle virgolette.
Trovo superficiale e per molti versi pericolosa questa frettolosa liquidazione di una pantomima che sarebbe comica se non ci portasse in regalo un risultato a dir poco preoccupante: Renzi torna in sella, nonostante il 4 dicembre, il risultato plebiscitario per il No e la catastrofe al Sud che sembrò decretare la fine del PD e del renzismo nel Meridione. Proverei perciò a guardare con un po’ di maggiore attenzione ciò che si cela dietro il dato complessivo, ricordando che si dice ed è vero: quello che luccica non è sempre oro.

E’ vero, quando sgombri il campo dalla propaganda i due milioni di elettori votanti diventano 1.849.000 e  segnano una flessione sensibilissima: nel 2013 furono più di 2.800.000. Voto più, voto meno, il PD ha perso per strada 957 mila elettori. In pratica il 34 per cento. Vogliamo contentarci di questi dati? Bene, facciamo festa e non ne parliamo più. Lo so che vi chiedete perché dovremmo preoccuparci. Il PD cala nel “Nord rosso”, è quasi dimezzato in Emilia Romagna, Toscana e Marche e, non bastasse, perde il 43 per cento in Umbria. Nell’ex provincia di  Firenze, culla del renzismo, la perdita è secca: 47,4 per cento. A Bologna cala del 45 per cento e a Reggio Emilia, feudo del vassallo Graziano Delrio, se ne sono stati a casa il 45 per cento dei votanti del 2013. Su livelli che superano sempre il 40 per cento sono Piemonte, Liguria, Friuli e Veneto. Che si fa? Si brinda a champagne?

D’accordo, champagne, però, poi, non chiudiamo gli occhi su due dati di fatto che chiamano direttamente in causa chi il 4 dicembre il referendum l’ha vinto. Anzitutto un minaccioso e sconsolante ritorno: alle prossime elezioni politiche Renzi avrà buonissime carte da giocare. Non è merito suo, ma demerito nostro; dopo la vittoria del Referendum, purtroppo siamo spariti dalla scena o, peggio ancora, abbiamo vissuto di rendita e di autocompiacimento, sicché la disperata domanda di una svolta radicale, che emergeva chiarissima dal no, non ha trovato risposta. Gli elettori, i giovani soprattutto e le loro vite precarie, chiedevano un riferimento, qualcuno e qualcosa che volesse rappresentarne rabbia, speranze, sogni e soprattutto bisogni. Si può dirlo, senza guastare i sogni del mondo “ribelle”?: non l’hanno trovato. Non l’ha trovato soprattutto la gente del Sud. E qui emerge il secondo e per molti versi allarmante dato negativo che ci consegna l’esito di queste primarie e sul quale i più abili tra gli uomini del ducetto toscano mettono l’accento con fondate ragioni: il risultato finale ha trovato nel Sud la sua piccola locomotiva e non parlano a vanvera. L’unico punto positivo, infatti, il PD di Renzi lo segna in due regioni del Sud: Puglia e Basilicata. Lì la partecipazione infatti è aumentata.

Un’amica valorosa e molto onesta intellettualmente poneva stamattina una domanda decisiva, sulla quale dovremmo riflettere molto seriamente. E’ merito di Renzi, chiedeva, o tutto va com’era logico che andasse, perché “ogni ribellismo ,che si autocelebra in quanto tale e non diventa emancipatorio ha sempre la sua Vandea pronto ad accoglierlo?”.
Mi pare evidente. Il campanello d’allarme si rivolge a noi. Prendo ad esempio Napoli e non posso fare a meno di registrare un dato che trovo preoccupante: non riusciamo a toglierci di dosso la camicia di forza che Roma ci tiene stretta per conto del fascismo finanziario imperante nell’Unione Europea. E’ venuto il momento di definire una linea politica che riempia di contenuti l’ostilità per il neoliberalismo e detti il programma. La Costituzione deve essere allo stesso tempo arma, terreno di scontro e filo conduttore di scelte teoriche e decisioni politiche operative. La linea di governo del PD è chiarissima: prima il bilancio, poi la gente, come comanda Draghi. Per noi non funziona così: per noi le persone vengono prima del bilancio. Occorre però ricavarne le conseguenze. Non c’è un altro modo per ostruire un’alternativa.

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BossiBasta chiedere per capire e tutto diventa chiaro. Napoli ora sa a chi dovrà chiedere i danni per gli incidenti di sabato. Sa che sono serviti a giustificare il linciaggio stile Marino e Raggi che si sta tentando di mettere in atto ai danni del suo primo cittadino. Sa che gli incidenti si sono orchestrati per colpire Luigi De Magistris, che, non sarà male ricordarlo, è stato rieletto a giugno scorso con una legge elettorale pienamente legale e con un risultato che il PD non ha mai digerito.
Il Prefetto scavalcato e umiliato, il Questore mandato allo sbaraglio, la sicurezza dei poliziotti e dei manifestanti ignorata e la città venduta agli interessi del PD: questi gli inconfessabili retroscena che hanno condotto agli scontri, voluti soprattutto da Marco Minniti, ministro di polizia di un governo che ha cancellato la volontà popolare, ha ignorato il referendum e tiene in scacco il Paese, grazie a un Parlamento eletto con una legge che la Consulta ha dichiarato incostituzionale, ma è ancora lì, accampato nell’aula sorda e grigia di sempre più mussoliniana memoria.
La successione degli eventi è allo stesso tempo rivelatrice e agghiacciante.
Venerdì 10 marzo, i giovani del movimento “mai con Salvini” occupano i locali nei quali vorrebbe parlare Salvini. Com’è naturale, i responsabili dell’ordine pubblico si riuniscono per esaminare il caso. Il Comune, cui fa capo l’Ente che gestisce i locali, è preoccupato per le imprevedibili conseguenze che la vicenda potrebbe avere; una preoccupazione condivisa dal Prefetto e dal Questore, soprattutto quando emerge chiaro il carattere privatistico dell’iniziativa. La richiesta dei locali, infatti, ha una natura totalmente privata. L’ha avanzata Gianluca Cantalamessa, 47 anni, assicuratore e figlio di quel Tonino, che ha speso la sua vita tra gli uomini del fascista Almiramte. L’Ente mostra non ha alcun obbligo costituzionale di dare al primo che passa locali che, tra l’altro, sono stati promessi alle scuole della città per una mostra sui droni. La questione si risolve così con un pieno accordo istituzionale. L’Ente rescinde il contratto e il caso è chiuso. Salvini paghi un locale che lo ospiti e nessuno si opporrà. Gli occupanti sgombrano, dopo aver incontrato le Autorità, Prefetto e Questore, compresi e il “modello Napoli” si ripropone al Paese con il suo altissimo valore rivoluzionario. Una rivoluzione che, però, tiene ai principi della Costituzione molto più del Governo in carica, che di fatto le calpesta.
Il lavoro fatto è stato egregio e quando il Prefetto comunica al Ministro le scelte concordate Minniti si congratula con il Sindaco per il contributo estremamente positivo dato alla soluzione di una questione davvero spinosa. Di lì a poco, però, in pubblico, con una decisione proditoria, legata agli interessi del PD, che ormai vede in De Magistris un pericoloso nemico, Minniti dichiara che il Sindaco di Napoli sta violando la Costituzione. E’ un gesto gravissimo.
Quando la requisizione dei locali della Mostra d’Oltremare è comunicata alle autorità competenti, è ormai l’11 di marzo. Tutto quanto si poteva fare per provocare incidenti Minniti l’ha fatto e, mentre Salvini sta per arrivare a Napoli, gli studenti, i droni e la mostra sono liquidati. I locali spettano a Cantalamessa e al razzista Salvini. Così ha deciso il ministro, che, guarda caso, è uno dei politici coinvolti nell’inchiesta a suo tempo sottratta a De Magistris. E’ un’infamia che non ha precedenti nella storia della Repubblica. A Napoli, però, è bene che Minniti lo sappia, l’operazione Marino non riuscirà. I napoletani non lo permetteranno e sin da ora chiedono di sapere a quali interessi sono stati venduti e per chi lavora il ministro Minniti: per se stesso o per il suo partito? Di una cosa essi sono certi: non lavora per la Repubblica, non lavora per il Sud, non lavora per Napoli e non lavora nemmeno per gli uomini che dipendono da lui.
In un Paese normale sarebbe costretto a dimettersi, ma l’Italia non è un Paese normale.
E’ il Paese di Bruno Vespa, Minniti, Giletti e Salvini. Per questo Napoli si ribella e fa quadrato attorno a De Magistris.

Agoravox, Canto Libre, Contropiano, 14 marzo 2017

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raggi-675-2-675x275Premetto che il movimento di Grillo non è in cima ai miei sogni e aggiungo, però, che non sono scemo e trovo che il baraccone mediatico costituisca ormai un problema da codice penale. Se il Corsera, Repubblica e compagnia cantante domattina uscissero assieme con titoli a tutta pagina e la notizia certa –  gli asini volano! – non mi scandalizzerei. Cercherei, questo sì, di capire “cui prodest” e mi preparerei alla battaglia.

E’ sotto gli occhi di tutti ormai: il tiro a segno sull’Amministrazione romana non conosce soste. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole. Il caso Marino dovrebbe averci insegnato qualcosa e non mi importa nulla se in tanti gongolano soddisfatti: chi di spada ferisce, di spada perisce… Non m’importa, perché, parliamoci chiaro, qui non stanno infilzando solo i grillini. Stanno praticando in maniera modernissima il metodo squadrista e ogni giorno è una purga. Fissato il principio e collaudata la medicina, prima o poi la manganellata toccherà a chiunque si azzardi a mettersi di traverso. Mi pare di sentire la replica auto-tranquillizzante: Ma dai! E che sono la Raggio io? Ok, non sei la Raggi, ma un eccesso di sicurezza potrebbe costarci caro.

In un “Paese normale” – e qui sotto il sole le novità ci sono e non sono buone – in un Paese civile, al di là di quello che vale davvero la giovane sindaca, la maggior parte dei colpi che le stanno sparando si sarebbe rivelato un autentico boomerang. Anche un deficiente matricolato si sarebbe indignato per l’indecente faccia tosta del PD e avrebbe avuto ragionevoli e fondatissimi dubbi. Cose da pazzi! – avresti sentito dire per strada dalla gente – Ma questi pensano proprio che siamo tutti completamente scemi? Possibile che dopo una vittoria così schiacciante, dopo una campagna elettorale in cui s’è vista all’opera e pareva un’intelligenza media, se non altro un po’ più capace del compagno “faccia di culo Giachetti”, questa non muove un passo, se non succede un casino? Possibile che sono mesi che sbagliano tutto, lei e i suoi, e non gliene va bene una nemmeno per caso? Possibile che il meglio del peggio grillino sia concentrato tutto a Roma e tutto attorno alla Raggi?

Non è possibile, non è normale, non è credibile e – ciò che più conta – è evidentemente costruito a tavolino dai camerati che bivaccano nel PD. L’ultima in ordine di tempo è la faccenda del bilancio bocciato. Ma chi l’ha bocciato? L’Oref, l’ha bocciato, non lo sai? Ma che domande fai?
Domando, perché mi pare chiaro che l’Oref sia formato da una banda di tecnocrati armati di tutto punto e pronti a far rispettare il patto di stabilità. Chi ha voluto tutto questo ha le idee chiare: vuole privatizzare le aziende pubbliche comunali, dirette o partecipate, e allo stesso tempo far credere alla gente che Raggi e soci non valgono niente. Uno può dire che è vero, un altro che non ce ne importa, ma qui casca l’asino.

Il bilancio bocciato non è solo un problema dell’Amministrazione romana e nel mirino, al di là dell’apparenza, non c’è solo la Raggi. Su questo scoglio, senza una risposta comune delle città in cui si prova a sconfiggere la ricetta neoliberista, finiranno progressivamente molte navicelle che oggi navigano in ordine sparso. Checché se ne dica, io penso che su questa rotta le nostre navi debbano mettersi in formazione, “fare flotta” e puntare assieme i cannoni su un solo bersaglio: le regole del neoliberismo. Non parlo di alleanze politiche, ma – mi si passi il termine – “militari”.  E lo dico, perché, se ancora non si è capito, questa è una guerra e più numerosi saranno i sindaci che la combatteranno, più unite le armi che abbiamo e più speranze avremo di avviare o consolidare un cambiamento reale.

Contropiano e Facciamosinistra, 22 dicembre 2016; L’Onesto, Rassegna Stampa Indipendente, 24 dicembre 2016

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AVVISO AI NAVIGANTI:

Non desidero avere amici tra gli elettori, i simpatizzanti, gli iscritti e chiunque altro, a qualunque titolo e per qualsivoglia ragione, sia in buoni rapporti col PD.

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