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Vi domanderete perché, discutendo di elezioni amministrative, chiami in causa l’articolo 116 della Costituzione, che riguarda le regioni e la loro autonomia. Un po’ di pazienza e mi direte poi se l’argomento entra legittimamente nella discussione.
Prima che Massimo D’Alema ci regalasse la sciagurata riforma del Titolo V, sulle Regioni a Statuto speciale, la Costituzione era chiarissima: «Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali». Meuccio Ruini, antifascista, perseguitato politico e padre Costituente, aveva chiarito i motivi della scelta nella sua relazione al progetto di Costituzione. Poche, ma fondamentali parole: «la Regione non sorge federalisticamente. Anche quando adotta con una legge lo statuto di una Regione, lo Stato fa atto di propria sovranità». Pur non potendo nemmeno lontanamente immaginare che qualche decennio dopo avremmo dovuto fare i conti con le folli richieste leghiste, le donne e gli uomini che  scrissero lo Statuto posero così  un limite insormontabile agli egoismo locali e all’avventurismo di gente come Salvini.
Ignorando questa impostazione che aveva radici profonde nella storia di un Paese ridotto a «una espressione geografica» dalla lunga vicenda degli Stati regionali, la miopia di D’Alema e degli uomini che oggi formano il PD, violentarono l’articolo 116, sicché oggi basta una legge ordinaria per accordare alle Regioni «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Unico limite – di fatto formale – un’intesa fra Stato e Regione. Com’era scontato, quando le verità di fede del neoliberismo hanno scatenato la crisi disgregante che attraversiamo, le Regioni che dall’Unità a oggi più hanno preso e meno hanno dato a un processo di armonica crescita economica e sociale della Repubblica, hanno messo in campo iniziative incompatibili con lo spirito Costituente esposta da Ruini all’inizio della storia repubblicana.  
E qui il nesso tra elezioni amministrative di Napoli e cosiddetta «autonomia differenziata» si fa chiarissimo. Allo stato attuale delle cose, tranne Alessandra Clemente, che ha dichiarato la sua netta avversione allo scellerato cambiamento, i candidati a sindaco che dicono di «amare Napoli» provengono tutti, o sono sostenuti, da aree politiche, partiti e liste che sono invece apertamente favorevoli. A parole promettono uno splendido futuro alla città; sanno però che alla resa dei conti chi li presenta e li sostiene non glielo consentirà.
Maresca, per esempio, tutto cuore e passione partenopea, è sostenuto dalla Lega di Matteo Salvini e di Luca Zaia, così attento alla sorte dei napoletani, del Sud e in generale dell’Italia, che nel 2014 ha tentato di indire un referendum che la Consulta dichiarò illegittimo. Qual era l’obiettivo? Voleva l’indipendenza del Veneto, di cui è Presidente. Sì, avete capito: l’indipendenza. Sempre con Napoli nel cuore, Zaia è tornato alla carica nel 2017 con un referendum rivelatore dei rapporti che i ricchi autonomisti intendono instaurare con i poveri napoletani: Zaia vuole tenere per il Veneto una percentuale non inferiore all’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai suoi cittadini all’amministrazione centrale, per poterli utilizzare in termini di beni e servizi per la sua Regione; non contento, vuole che il Vento tenga per sé l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale. Per Zaia, infine, il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non deve essere soggetto a vincoli di destinazione.
Gli amici di Maresca, quindi, vogliono uno Stato che non possa e non debba attuare il principio costituzionale che consente di destinare risorse aggiuntive per promuovere lo sviluppo economico di territori bisognosi a fini di coesione e solidarietà sociale. L’esercizio concreto dei diritti della persona? Gli squilibri economici e sociali? La salute? La formazione? Sono questioni che al Veneto e alla Lombardia, che ha seguito a ruota Zaia, non interessano. Di fatto, i sostenitori di Maresca con la loro «autonomia differenziata» dichiarano guerra a Napoli e al Sud.
Si può sperare sull’ex ministro Gaetano Manfredi? Nulla da fare. Il PD di Manfredi canta a coro con la Lega di Salvini e non ha fatto nemmeno il referendum. In Emilia Romagna, infatti, sono stati più sbrigativi e l’Assemblea legislativa ha dato mandato al Presidente della Regione Stefano Bonaccini, di avviare  trattative con il Governo. Bonaccini, passato da Bersani a Renzi, uomo della destra del PD, il partito che è probabilmente il principale responsabile dello sfascio del Paese e del Sud in particolare. Non ho parlato di Bassolino? No. Ma lui fa parte a buon diritto e storicamente del gruppo dei distruttori.
Alessandra Clemente e la sua coalizione hanno, com’è noto, una posizione completamente diversa, ma invano chiedono ai candidati avversari di prendere posizione sul tema: Manfredi, Maresca e Bassolino hanno cambiato idea e sono contrari? Se è così, possono spiegarci per favore perché si fanno sostenere da forze che sono invece tutte favorevoli?

Candidato di Potere al Popolo

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La scuola apre con tre suicidi. Stanno massacrando la popolazione, soprattutto i giovani. E non parlo dei talebani asiatici, ma di quelli nostrani: i neoliberisti. A cominciare da candidati sindaco tipo Bassolino, Maresca e Manfredi, tutti in varia misura sacerdoti del pensiero unico e dalla sua Bibbia, l’austerità. Tutti sostenitori di un governo che dovrebbe togliere velocemente il disturbo!


«Non parliamo di cose, parliamo di persone. Sono le persone in carne ed ossa a costruire le gallerie, sono loro a guidare i treni, sono loro a fare sacrifici tutti i giorni per i cittadini. Come il lavoratore napoletano che ha perso la vita nel cantiere della metropolitana. A lui […] ho rivolto un pensiero commosso».

Così scrive su Facebook Gaetano Manfredi, candidato sindaco di Napoli.
 
Il fatto è, caro Manfredi, che le persone prima o poi se ne vanno, mentre le cose restano. Resta, per esempio questa «cosa»: lei è candidato di un partito che nel corso degli ultimi anni ha firmato le leggi peggiori per i lavoratori. Vuol parlare di «cose»? Eccone una su cui lei tace, forse perché il PD che la candida sostiene Draghi persino quando, come ha fatto quest’anno, mette in bilancio una spesa di 25 miliardi per armi di ogni genere e un misero miliardo per la Sanità. Lei può anche tacere, tuttavia questa è una «cosa» che la chiama in causa direttamente, perché non ha speso una parola per condannare una scelta così scellerata.
Sa quali sono le conseguenze di questa «cosa» che lei preferisce ignorare? Stia a sentire e capirà.
Poiché da anni chi ci governa regala miliardi a chi vende armi,  il Centro di salute mentale della V Municipalità non ha un quattrino e taglia servizi. Orari notturni aboliti, psicoterapia praticamente cancellata. Chi sta male di notte non trova soccorso ed è solo coi suoi guai. Di giorno, poi, si può star male dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica no, perché il Centro chiude il venerdì sera e riapre il lunedì mattina. Se tutto va bene, nelle ore in cui è aperto, il Centro offre solo un soccorso farmacologico. Pensionata la psicoterapia, chi non sta bene può solo sperare di trovare un dottore misericordioso che gli riveli una sorta di segreto: provi a portare la sua sofferenza a Via Adriano. Lì, se l’accolgono, una mano forse la trova. Da buon migrante della salute, però, a Via Adriano il poverino scopre che prima di ricevere cure deve pagare un ticket presso uno sportello aperto solo la mattina a Via Scherillo.
Acqua, vento, solleone, benché bisognoso di assistenza, il migrante porta a Via Scherillo la sua anima in pena, ma è comunque un fortunato: finalmente può sperare di non doversi imbottire di psicofarmaci e non dover fare i conti con l’assuefazione. Può sperare, insomma, che sia terminato il suo calvario di involontario drogato. Naturalmente, come ogni migrante, deve rassegnarsi alle angherie di leggi, circolari e funzionari che fanno il bello e il cattivo tempo. In questi giorni, per esempio, uno sventurato sofferente mi ha raccontato la sua esperienza di cittadino di serie b.
Tutto è cominciato con un medico di base che non gli ha potuto fare la richiesta dei colloqui, perché gli è scaduto il contratto! Ha letto bene: abbiamo bombe a volontà e scarseggiano i medici, sui quali risparmiamo per acquistare cacciabombardieri. Senza medico di base, il povero migrante non ha avuto scelte. Si è imbarcato su un gommone malsicuro e ha iniziato la traversata, sperando di sbarcare a Lampedusa. Male come stava da giorni, nonostante gli anni, il malessere e l’avvilimento, ha allontanato la tentazione del suicidio, s’è fatto forza, è riuscito ad avere la richiesta e ad approdare all’ufficio ticket. Lì, però, si è trovato contro un muro: i migranti della salute, infatti, non pagano più il ticket a via Scherillo. Dove lo pagano? L’impiegato non lo sapeva gli ha consigliato di chiedere a Via Adriano.
Ricacciata in gola la voglia di piangere, in preda a una crisi di panico, l’uomo per fortuna ha scelto la vita. Ripreso il gommone, ha raggiunto boccheggiante Via Adriano, ma lì ha scoperto che i napoletani migranti, se sono fortunati, possono curarsi a Via Adriano, ma il ticket devono pagarlo in patria. Originario del Vomero, lo sventurato ha capito che la sua patria è la Municipalità Vomero-Arenella; una patria che non ha chi gli faccia la psicoterapia, perché i soldi se ne sono andati tutti per armi, munizioni e guerre umanitarie, ma prende gli euro per o colloqui che non fa. Cittadino del terzo mondo, il paziente ha affrontato i rischi di una nuova traversata sul solito gommone e come Dio ha voluto è sbarcato stremato a via Mario Fiore.
Accatastati come in un treno piombato per Auschwitz, senza regole di distanziamento, lì ha scoperto che assieme a lui erano sbarcati un centinaio di malati di tutti i mali. Che fare? Nonostante l’agitazione, s’è messo in fila ad aspettare. Attorno a lui, nel girone infernale, una umanità che riesce a essere ancora solidale. Un ammalato che cedeva il passo a una vecchina novantenne più malata di lui, un altro che scovata una sedia la dava a un uomo molto anziano cui non bastava il bastone e un giovane settantenne che trovava la forza per spingere nel labirinto di uffici e corridoi la carrozzella d’una paralitica in difficoltà. A mezzogiorno l’ufficio ha chiuso. Il migrante sopravvissuto a lunghe traversate  ha trascinato il suo malessere fino a casa con una speranza cui aggrapparsi: se le notti eterne dell’ansia e la fatica di vivere lo consentiranno, il 13 settembre farà il suo colloquio. Intanto droga a volontà!
Glielo dico senza far polemiche, Manfredi. Discuto di «cose». Se lei e il suo partito dovessero mettere di nuovo le mani sulla città, per Napoli questa sarebbe una «cosa» catastrofica.

Candidato di Potere al Popolo!

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Era vero, quindi: il debito che grava sul Comune di Napoli rendeva e rende difficile, se non impossibile, garantire un’amministrazione rispettosa dei diritti costituzionali della sua gente. Per convincere Gaetano Manfredi a presentare la sua candidatura a sindaco della città c’è voluto, infatti, un documento congiunto, firmato da Letta e Conte per il PD e i 5 Stelle, col quale i due hanno rassicurato il coraggioso coniglio: sta tranquillo, Gaetano, non sarai trattato come chi ti ha preceduto. I soldi che a lui sono stati negati, tu li avrai. In cambio sia che devi fare. Gli amici sono stati generosi…
I mali della società – ebbe a scrivere Robespierre – non provengono mai dal popolo, bensì dal governo. L’interesse del popolo è infatti il bene pubblico, quello di individui che stanno in posti di comando è, al contrario, un interesse privato. Se questo principio ci appartenesse ancora, dopo la lezione appresa dalla Rivoluzione borghese, vedremmo ancora un principio etico nella politica, pretenderemmo perciò i soldi promessi a Manfredi e ci rifiuteremmo di votare l’ex ministro che accettò di governare la Scuola e l’Università senza un centesimo da spendere.
Un ministro è la parte di un tutto e può facilmente nascondersi dietro le responsabilità collettive di un governo. Un sindaco no: se il governo toglie alla città che amministra l’aria per respirare, il sindaco – a prescindere dalle sue responsabilità – diventa subito il primo colpevole di ciò che va male. Eppure dovremmo saperlo che Governi e Regioni amministrano l’ossigeno secondo criteri vergognosi del tutto estranei alla politica: valvole aperte per gli amici, asfissia per chi canta fuori dal coro.
Gli applausi soddisfati che giungono dai killer d’una città martoriata sono nauseanti. Spiegano chiaramente a chi non l’avesse capito che ormai gli interessi di bottega vengono prima di quelli dei cittadini. I quali, però, anche questo va detto, sembrano aver rinunciato a esercitare un minimo di capacità critica. Vedono il nemico dove non c’è e accettano come amico chi fino a ieri li pugnalava alle spalle.
C’è stato un tempo in cui lo sapevamo bene: nessuno è tiranno senza essere al tempo stesso schiavo. Purtroppo l’abbiamo dimenticato e perciò, se tutto resta com’è, un tiranno servo vincerà queste elezioni e a perdere sarà certamente la stragrande maggioranza della popolazione.

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Chi erano gli sponsor e quali obiettivi aveva il “rinnovatore della politica” lo sapevano tutti.
Tutti, nessuno escluso, sapevano che “l’uomo nuovo”, candidato con Ingroia contro Zingaretti, da buon trasformista, era passato improvvisamente col segretario del PD – il partito di De Luca – accettandone la candidatura. Lo sapevano tutti che con quella scelta svendeva la sua storia per un posto in Senato.
Tutti sapevano, nessuno escluso, che a sostenerlo c’erano, tra gli altri, il PD e Renzi, con la sua Italia Nuova e con Graziella Pagano: alcuni tra i principali carnefici della povera gente.
Si sapeva anche – lo sapevano tutti – che se il “rinnovatore” avesse vinto, non avrebbe fatto nulla di ciò che prometteva; sarebbe immediatamente finito tra i galoppini di De Luca, l’uomo della trasparenza e delle “fritture di pesce”.
Lo sapevano tutti, insomma, che votarlo era un’autentica vergogna, eppure quasi tutti scelsero di comportarsi vergognosamente. Perché?
Perché odiavano Potere al Popolo e speravano di affondarlo. Per questo nobile motivo votarono un amico dei peggiori nemici della gente di sinistra. Poi, come spesso accade, la storia presenta il conto.

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Quando la tempesta sarà passata, non basterà piangere i  morti e calcolare il prezzo atroce che stiamo pagando e pagheremo. La sera, quando le televisioni ci comunicano le cifre aggiornate di questa mortale traversata del deserto, ricordiamoli, teniamoli bene a mente i criminali della banda del caminetto, i soci d’affari sporchi del patto del Nazareno e il pianto omicida della ministra. Non dimentichiamo nemmeno per un momento le sigle che hanno firmato il disastro, scavando la fossa alla Sanità pubblica, per arricchirsi e arricchire parenti, amici e conoscenti del settore privato: Prodi, D’Alema, Veltroni, Bersani, Renzi, Casini, Berlusconi, Meloni, Salvini, la Lega, il PD, Fratelli d’Italia, Forza Italia. Ricordiamo con loro i bancarottieri, i capitani d’industria e gli uomini della finanza.
Ogni sera, a mano a mano che sale il conto dei morti e il bilancio si fa più terribile e disumano, teniamoli bene  a mente e giuriamolo a noi stessi: li faremo sparire per sempre dalla vita politica ed economica del nostro Paese.   

Agoravox e Zazoom, 12 aprile 2020 

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E’ il caso di ricordarlo: non si comprende il senso profondo della storia moderna se non si ha ben chiaro il concetto di rappresentanza politica. In suo nome si è combattuta infatti la battaglia epocale contro la monarchia assoluta e dalla sua vittoria sono nati il superamento dell’ancien régime, il sistema politico costituzionale in età liberale e le democrazie del Novecento.
Oggi, al di là dell’ideale irrealizzato della democrazia diretta e partecipativa, la realizzazione concreta della rappresentanza politica sono le assemblee parlamentari periodicamente elette e i parlamentari che ne costituiscono il “contenuto”. Questo non significa naturalmente che la vicenda storica sia ferma alla Rivoluzione francese. La fine della rappresentanza per ceti, la nascita dei partiti di massa, il suffragio universale, il voto alle donne, per esempio, hanno modificato e affinato il concetto iniziale di rappresentanza.
Benché il contrasto sul significato e sulla funzione dei rappresentanti sia insuperato  ancora insuperato, è indiscutibile: nel processo storico che ci conduce al mondo contemporaneo, il regime politico rappresentativo costituisce l’antitesi dei regimi che non sono soggetti al controllo politico dei cittadini. Benché non cancelli del tutto la distanza tra governanti e governati, la democrazia rappresentativa garantisce a questi ultimi il controllo sul potere politico. In questo senso, il ruolo della minoranza, il rispetto che a essa deve la maggioranza e la distanza netta che divide l’una dall’altra è il carattere costitutivo della nostra repubblica parlamentare.
Quale che sia il ruolo che si voglia assegnare ai parlamentari – quello di delegato, di fiduciario o di “specchio fedele” in un quadro di rappresentatività sociologica – in una democrazia più il numero dei parlamentari è adeguato a quello dei cittadini, più netto è il confine tra maggioranza e minoranza, più reale è la finzione di rappresentanza del Parlamento e non ci sono dubbi: le strutture della democrazia e l’ethos stesso della rappresentanza perdono ogni valore reale quando la minoranza si confonde con la maggioranza, al punto che un parlamentare può essere eletto con il contemporaneo appoggio delle forze di opposizione e di quelle di maggioranza. Quale controllo reale, quale rapporto fiduciario, quale ruolo di delega può assicurare un parlamentare eletto in questo modo? E come si potrà parlare di “regime politico rappresentativo”?
In questo senso, il caso di Sandro Ruotolo – per forza di cose il senatore meno votato nella storia della Repubblica – sostenuto da demA e dal PD, da chi governa e da chi si oppone, da nemici acerrimi come De Luca e De Magistris, dal PD e da chi, come Renzi, ha rotto col PD, non è solo un esempio doloroso del degrado della politica, ma una grave ferita a quella garanzia del “controllo” da cui trae la sua legittimità la nostra democrazia rappresentativa.

 

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Pensando di essere acuto e spiritoso, un tizio, probabile elettore del sedicente centrosinistra, mi scrive che «gli analisti politici di fb non hanno colto il risultato innovativo di Pap. Passa da un tot per cento ad un tot per mille, poi a un tot per diecimila e così via. Questa è l’essenza dell’ omeopatia, che molti ritengono l’unico rimedio alle malattie. Ma attenzione al numero di Avogadro».
Poiché lo vedo ingenuo e seriamente esposto a mille pericoli, decido di andargli in soccorso e lo metto sull’avviso:
«I medici preparati sanno da tempo che i bacilli più pericolosi per la salute della democrazia sono gli elettori del partito di De Luca. Purtroppo non hanno trovato ancora un rimedio e com’è sotto gli occhi di tutti il male finora risulta incurabile».

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00052BCC-fascisti-bruciano-i-libriIl segno caratteristico delle recenti elezioni regionali è stato soprattutto la “paura del fascismo”, simbolicamente rappresentato da Salvini nei panni del duce. Un’invenzione mediatica di forte impatto, ma totalmente priva di fondamento, che ha fatto breccia in un popolo la cui cultura di base è segnata da un forte analfabetismo di ritorno. Sarebbe bastato conoscere la storia a livello anche solo scolastico, per capire che sul piano personale dieci Salvini non valgono un Mussolini; per capire che parlare di fascismo vuol dire anche individuare tra i leghisti uomini della statura culturale e talora politica di Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Bruno Barilli, Ugo Spirito e tanti altri, che, nonostante le gravi scelte, avrebbero molto da insegnare a Di Maio, Zingaretti, Salvini  e compagnia cantante.
Tanti, troppi elettori hanno votato per salvare l’Italia dal fascismo, ma nessuno potrebbe dire di aver visto la cavalleria di Caradonna  fare le prove generali della marcia imminente, nessuno ha visto Camere del Lavoro, giornali, case del Popolo, leghe, cooperative agonizzare sotto i colpi degli squadristi. Diciamocelo chiaro: Salvini, un teppista di tendenze reazionarie, si guarderebbe bene dall’accettare un ruolo da dittatore. Razzista per calcolo politico, più che per convinzione, non ha versato il sangue di migliaia di oppositori e non ha fatto uccidere politici e intellettuali quali Amendola, Matteotti, Gobetti e Don Minzoni, massacrati di botte e pugnalate per aver difeso la loro fede democratica. Morti sulla coscienza il leghista certamente ne ha, ma fanno il paio con quelli voluti dal democratico Minniti: giacciono in fondo al mare o sono stati uccisi dai carnefici libici e costituiscono una delle pagine più buie nella storia della repubblica. Una pagina che porta anche la firma del PD.
Confusa da una battente e fuorviante propaganda, la gente, che soffre ma non ha preso coscienza del fatto che, svuotata la Costituzione dei suoi valori fondamentali, non c’è bisogno di dittature, ha votato contro un inesistente pericolo fascista.  Siamo tornati così alla situazione di due anni fa, quando trentadue elettori votanti su cento rifiutarono di affidarsi ai responsabili riconosciuti dello sfascio del Paese: il PD, Berlusconi e la sua corte dei miracoli.
A ben vedere, il dato centrale del voto non è, come si tende a farci credere, l’inesistente vittoria del PD sul “fascismo”, che ha preso montagne di voti in Emilia Romagna e ha tolto la Calabria a Zingaretti e soci; il dato centrale è che siamo tornati a un bipolarismo pernicioso, all’alternativa tra due partiti corrotti, tra uomini che hanno governato spesso assieme il Paese e hanno prodotto la rabbia da cui è nato il partito di Grillo. E’ vero, i 5Stelle si avviano a sparire, ma per quanto tempo la speculazione sulla paura terrà a freno la rabbia che percorre trasversalmente il Paese?
Durante la campagna elettorale non si è mai parlato di autonomia differenziata, sanità, formazione, lavoro, pensioni, precarietà e guerra e non è emerso perciò il dato di fatto che fu alla radice dell’affermazione dei Pentastellati: Salvini e PD non hanno politiche diverse su nessuno dei temi centrali per la povera gente. Entrambi mirano a scaricare la  crisi sulle spalle dei più deboli. Com’era prevedibile, stretto nella morsa di un falso problema, di una polarizzazione feroce quanto artificiosa, Potere al Popolo ha avuto difficoltà a far passare un messaggio che, per la sua natura squisitamente politica, non si rivolge sterilmente contro qualcuno, ma propone scelte alternative su problemi di importanza centrale. Noi non vogliamo l’autonomia differenziata che vogliono Salvini e il sedicente antifascista che ha vinto in Emilia Romagna; siamo per un ritorno al Sistema Sanitario Nazionale pubblico, qual era quando fu varato; crediamo in una scuola che coltivi lo spirito critico e l’indipendenza di pensiero, formi cittadini e sia un autentico ascensore sociale; lottiamo per tornare allo Statuto dei lavoratori, per la cancellazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio dalla Costituzione; noi riteniamo che la crisi economica vada affrontata in senso costituzionale secondo il principio per cui ognuno paghi secondo le sue possibilità e se se necessario si giunga a una “patrimoniale”; in senso costituzionale, siamo anche per l’abbattimento delle spese militari, che sono un controsenso per un Paese che “ripudia la guerra”.
Al di là dell’inesistente fascismo e di un antifascismo da operetta, sepolto tra i ferrivecchi e tirato fuori strumentalmente per motivi elettorali, è storicamente provato: le destre classiche e reazionarie e quella costituita dall’ultra liberista e non meno reazionario PD, non intendono mettere in campo politiche che risolvano i problemi della povera gente.
Nel collegio 7 di Napoli, nel quale si voterà il prossimo 23 febbraio, a marzo del 2018 la vittoria toccò ai 5Stelle, che sono stati poi traditi dai loro dirigenti. Io mi chiedo e chiedo a questi elettori, giunti a disprezzare con fondate ragioni il PD, Berlusconi e i suoi soci,  se per loro esistano davvero due sole alternative: disertare le urne o tornare al voto utile per sostenere Sandro Ruotolo e l’odiato PD, o abboccare all’amo dell’antimeridionalista Salvini. Mi chiedo e chiedo a questi elettori, se non sarebbe meglio, invece, riconoscere una terza alternativa, quella che, recuperando le ragioni della “rivolta elettorale” del marzo 2018, consentirebbe di contrastare allo stesso tempo sia chi li aveva disgustati, che chi li ha traditi. Se, per farla breve, non sarebbe meglio votare per Potere al Popolo, un movimento politico che non ha nessuna responsabilità per lo sfascio e la corruttela in cui affondiamo e per molti aspetti e su tanti temi non è lontano dalle loro ragioni tradite.

Agoravox, 30 gennaio 2020

 

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È una questione morale….
MAI col PD.
Quello che manda i nostri genitori a lavorare fino a 67 anni
Quello degli ospedali sotto finanziati
Quello dei nostri amici a lavorare per una miseria
Quello degli interventi militari ‘umanitari’
Quello del decreto Minniti che ha ucciso e illegalizzato migliaia di persone.
Sono fiera del nostro candidato Giuseppe Aragno ❤️ una persona che ho conosciuto durante una carica della polizia, che non usa la battaglia antifascista per rendere l’indigeribile, digeribile.

Vera Pavlova

Anche io sono fiero di essere uno di voi. Noi non abbiamo bisogno di un reazionario come Minniti per difendere la democrazia da Salvini. Sono entrambi colpevoli degli stenti e della sofferenza delle classi popolari. Chi va con loro non ci difende dal fascismo, ma aiuta gli sfruttatori.

Giuseppe Aragno

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Nel Mediterraneo per i migranti l’odissea continua e il divieto di sbarco permane. Da noi, a Padova, in un quartiere popolare, la polizia sgombra, la casetta del popolo “Berta”, restituita da poco alla città dai militanti di “Potere al Popolo”, per realizzare attività sociali, sportelli gratuiti e doposcuola.
Qualcuno potrebbe pensare a un improvviso colpo di mano del redivivo Salvini, ma non è così. Padova è amministrata dal PD, sostenuto dalla sinistra sedicente “radicale” e al governo ci sono PD e 5 Stelle. L’Italia è maestra di trasformismo e i segnali raccontano la storia di sempre: anche stavolta tutto è cambiato perché non cambi nulla.

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