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Posts Tagged ‘Filippo Turati’

Auguri non ne faccio. Questa Pasqua è segnata a lutto. Il codice Rocco fa strage di dissidenti e c’è chi sconta 14 anni di carcere per aver danneggiato un bancomat. Tanto consente ai giudici della GL-settimanale-gramsci-morto1Repubblica nata dalla Resistenza il codice del fascista Rocco e nessuno pensa di metterlo al bando, mentre un governo senza mandato elettorale e un Parlamento nominato con una legge elettorale illegale stravolgono la Costituzione, pensano di sospendere il diritto di sciopero, difendono forze dell’ordine che a Roma si sono comportate come milizia privata del capitalismo e minacciano chi dissente: “proibiremo le manifestazioni nel centro storico di Roma”.
Auguri non ne faccio, ma voglio ricordare a chi ha memoria corta un uomo come Fernando De Rosa, che oggi sarebbe un “terrorista”. Pochi sanno di chi parlo, ma il 25 aprile, piaccia o no, è anche la sua festa. Come tanti giovani del suo tempo, Fernando De Rosa era stato fascista, ma presto rifiutò lo squadrismo. Da studente incontrò uomini del valore di Garosci, Paietta e Geymonat, frequentò la casa di Gobetti, morto in seguito alle percosse dei fascisti, passò ai gruppi clandestini e tenne i contatti con gli esponenti dell’antifascismo rifugiato all’estero. Presto il regime di Mussolini prese a temerlo e a perseguitarlo. La polizia, infatti, che lo riteneva “giovane ardito, dotato di fascino personale, colto ma privo di scrupoli, orgogliosissimo, pronto ad ogni atto e vero avventuriero”, lo segnalava come uno dei capi del comitato della Concentrazione antifascista di Torino. Quando il fascismo gli rese la vita impossibile e capì che sarebbe finito in carcere, come accade ogni giorno ormai ai nostri giovani, espatriò in Francia.
A Parigi fece sue le critiche di Nenni e Pertini alla Concentrazione antifascista, che aveva rinunciato ad agire in Italia e alle parole fece seguire i fatti: rimpatriò, girò clandestinamente il Paese e provò a capire quale fosse la reale situazione politica. Incontrò in varie città studenti, operai e intellettuali e si convinse che ormai, contro la rassegnazione, occorreva un gesto clamoroso che riportasse al centro della pubblica opinione nazionale ed estera il problema della dittatura. Fu Rosselli ad accompagnarlo al treno che lo condusse a Bruxelles, dove il 24 ottobre 1929, in nome di Matteotti e dell’Italia libera, sparò al principe ereditario Umberto di Savoia, giunto in Belgio in visita ufficiale. L’attentato fallì, incontrò critiche e perplessità dei gruppi antifascisti e fu condannato dai comunisti e da alcuni socialisti, soprattutto perché temevano le reazioni del regime.
Al processo si giunse nel settembre de 1930, ma sul banco degli imputati, di fatto, salì il regime fascista. De Rosa fu difeso dal Paul Henri Spaak, noto esponente della socialdemocrazia, e in suo favore testimoniarono e personalità tra le più note del campo antifascista come Marion Rosselli, Filippo Turati, Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti. De Rosa non esitò a rivendicare con fierezza il suo gesto, affermando di aver “voluto uccidere il principe ereditario di una casa regnante che aveva ucciso la libertà di una grande nazione”. I giudici del Tribunale belga – è qui la prima grande lezione che ci viene dal passato – diedero al mondo un esempio di grande civiltà giuridica riconoscendo al De Rosa ogni possibile attenuante. La legge non consentiva di considerarlo parte lesa, ma la condanna a cinque anni, di cui solo tre scontati, è ancora oggi un esempio ignorato da quei giudici che qui da noi non provano ribrezzo nel ricorrere ai reati previsti dal codice Rocco per infliggere decine di anni di carcere a un giovane che rompe un bancomat. I nostri giudici oggi avrebbero giudicato De Rosa con leggi terroristiche, pretendendo prove di pentimento e delazioni e l’avrebbero sepolto vivo in un “carcere di massima sicurezza”. Nel Belgio antifascista il giovane uscì invece dalla prigione nel 1932 e imboccò deciso la sua strada.
Quando i socialisti rifiutarono la sua proposta di istruire militarmente i giovani per contrastare il fascismo, se ne andò nelle Asturie, dove appoggiò gli scioperi del 1934 e fu perciò arrestato. I giudici spagnoli lo condannarono a diciannove anni di galera, ma ben presto, con la vittoria del Fronte Popolare, tornò libero e fu accolto dall’entusiasmo dei lavoratori ai quali mostrato coi fatti cosa significhi amore di libertà e lotta per i diritti delle classi lavoratrici. Nella Spagna rivoluzionaria organizzò militarmente i giovani socialisti e ottenne che si unissero ai comunisti in quella “Gioventù socialista unificata” da chi nacque il battaglione “Octobre n. 11”. Alla sua testa De Rosa lottò a Madrid contro i falangisti in difesa della Repubblica aggredita dai franchisti e dai nazifascisti e morì combattendo valorosamente. Cadde nella Sierra Guadarrama e fu salutato dai rivoluzionari e dagli antifascisti madrileni in una manifestazione di popolo che diede al suo sacrificio il valore di un esempio politico e di un prezioso testamento morale. Il seme era gettato, come tanti altri in quegli anni dolorosi, e le piante germogliarono rapidamente, sicché dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943, tanti giovani presero le armi e combatterono fino alla sollevazione generale del 25 aprile 1945 che schiacciò il fascismo.
In questa Pasqua che cade a ridosso di un anniversario della Liberazione mai così buio, mentre le istituzioni repubblicane sono aggredite, la Costituzione è stravolta e i lavoratori privati dei loro diritti, non ci sono auguri da scambiarsi. Per quanto mi riguarda, ricordo ai giovani un loro coetaneo di un tempo che non è lontano come pare e credo sia giunta l’ora di riflettere sugli esempi che ci vengono dal passato, per cominciare a pensare al futuro. La Spagna ieri, come l’Ucraina consegnata oggi ai neonazisti, la Grecia ridotta in servitù, i blindati e le cariche violentissime di Roma riportano in vita uomini come Fernando De Rosa e indicano la via già imboccata da Nenni, Pertini, Longo, Parri e Rosselli: quella di uomini che non si piegarono. Per male che possa fare, serenamente va detto: non è più tempo di parole e non sono giorni in cui scambiarsi auguri. Si può solo ripetere con Rosselli, quello che non è un augurio, ma una certezza senza retorica che ha radici profonde nella storia: “non vinceremo in un giorno, ma vinceremo”.

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Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa: non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.
Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.
Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.
Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».
Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di «nominati» a metter mano alla Costituzione.
Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Uscito su “Liberazione.it” l’8 agosto 2013 e sul Manifesto il 10 agosto 2013 col titolo Corsi e ricorsi. Napolitano e il precedente di Craxi

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Se n’è andato sicuro e contento, nell’applauso gelido dello studio televisivo, dopo il “colpo di teatro“, avvocato. Se n’è andato e nessuno le ha dato l’insufficienza piena per il profitto scarso di studi improvvisati. Nessuno, né la scuola piegata, né l’università ridotta allo stremo sull’ultima spiaggia, gliel’ha fatto notare: s’è comportato come lo studentello impreparato e presuntuoso che studia sul Bignami e poi gioca d’azzardo. Non so quale malaccorto leghista le scriva gli interventi che recita a memoria come un guitto e, però, chiunque sia, licenzi il pennivendolo e si raccomandi alla Gelmini per un “corso di recupero ministri culturalmente indigenti“. Faccia presto, avvocato: l’Italia si vergogna.
Pacatamente e però fermamente, come si conviene a un professore: le mafie non si combattono solo con la repressione e si favoriscono uccidendo la scuola e l’università come fa il suo governo. In quanto a Salvemni, i suoi articoli sul federalismo, che lei piega a fini separatisti, nacquero per unire. Un pensiero politico ha senso solo se s’inserisce nel contesto in cui si forma e il maestro delle vituperate scuole elementari gliel’ha certo insegnato: è l’abbiccì di chi spiega il presente ricorrendo al passato. Lei fa invece il contrario, avvocato: lei giustifica la vergogna presente con un passato nobile che di solito disprezza. Di federalismo, Salvemini scrisse su “Critica Sociale” di Filippo Turati e Anna Kuliscioff e fu parte integrante della militanza d’un socialista eretico, lontano anni luce dalla ferocia  leghista. La critica s’appuntava sul latifondo assenteista e parassitario del Sud, alleato da sempre – gliel’ha detto Saviano, ma lei non può capire – coi ceti mercantili o più o meno industriali del “mitico” suo Nord, vissuto d’incentivi di Stato fino ad oggi, col sedicente “libero mercato” alla Marchionne. La “Padania” di cui ciancia, avvocato, non esiste. Esistono ceti abbienti che hanno le mani sporche di un patto che pesa su quelli subalterni. E non basta recitare un versetto del Corano per dichiararsi musulmano. Lei non c’entra nulla con Salvemini e col meridionalismo. Salvemini sosteneva che il socialismo, di cui lei rifiuta storia, origini e cultura, non doveva “compromettersi” con le tendenze “economiche” delle oligarchie del Nord, comprese quelle operaie, ma lottare per riforme generali, utili ai settentrionali e vitali per l’affrancamento delle masse contadine meridionali. Salvemini, per capirci, accusava i ceti dirigenti settentrionali di aver sottoscritto un accordo criminale con quelli meridionali, espressione anche delle mafie: agli uni i privilegi della rendita, agli altri la crescita delle organizzazioni economiche padronali e proletarie. E’ andata com’è andata e i meccanismi, quelli sì, i meccanismi lei li conosce bene. Ha avuto per socio al governo Cosentino e, tra i suoi alleati, ci sono gli indagati, i processati e i condannati.
Lei, avvocato, non è solo imprudente. Lei è un ministro dell’interno che reprime con violenza cilena chi difende un diritto, non sa di che parla e le fa difetto l’onestà intellettuale. Dovrebbe saperlo, per gente come quella che forma il governo di cui lei fa parte, Gaetano Salvemini scrisse un celebre opuscolo, oggi più che mai attuale: Il ministro della malavita, si intitolava. Perché non l’ha citato? Non lo conosce? Studi avvocato, lo legga, lo impari a memoria. La finirà di raccontare frottole e dire spropositi.

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