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Posts Tagged ‘De Magistris’

biennio1Si dice che la storia non si fa con i se ed è vero. Non meno vero è, tuttavia, che spesso i se aiutano a capire quello che veramente si nasconde dietro i cosiddetti “documenti”.
Partendo da questa funzione del “dubbio”, rispetto alle presunte “certezze” dei fatti, tenterò, per una volta, contro le regole del gioco, una breve analisi alla rovescia, fondata su di una “ipotesi impossibile”: se la Giunta De Magistris non fosse mai esistita, quale sarebbe stata la sorte di Napoli in questi anni? Quale, per fare un esempio, il destino di Bagnoli, rispetto a quello che, dopo il recente accordo, si delinea per sommi capi persino nelle dichiarazioni più critiche dei movimenti? In altri termini, e per essere chiari, Bagnoli avrebbe avuto la grande spiaggia pubblica, il parco verde di 130 ettari, l’indietreggiamento della Città della Scienza, del Circolo Ilva, la rimozione della colmata e gli impegni per la bonifica, che tra le mille critiche si danno per acquisiti persino nei commenti dei comitati più radicali?
Se questo sia un risultato significativo o una Caporetto, come pare ritengano alcuni comitati, non si può decidere in base a criteri soggettivi o, peggio ancora, a tentazioni massimalistiche che storicamente hanno sempre causato disastri. C’è un solo criterio valido per definire l’esito di una trattativa, a meno che non si abbia in mente come modello la “presa del palazzo d’inverno” che è una prospettiva affascinante ma al momento irrealizzabile. E’ il contesto in cui ci si è mossi che dà la misura del risultato. Avendo di fronte un governo di ampia visione democratica, popolare nel senso costituzionale della parola, e cioè rispettoso della sovranità che la Costituzione assegna al popolo, diremmo tutti che si sarebbe potuto fare di più. E qualcuno potrebbe anche parlare di una parziale “sconfitta”. Qui però di governi democratici non si vede l’ombra; i conti si fanno con esecutivi di dubbia legittimità, in un panorama nazionale e internazionale di neofascismo dilagante.
La domanda, quindi, per restare nel campo dei se e dei ma, è un’altra: che avrebbe mai fatto concretamente un’Amministrazione comunale diversa da quella di De Magistris, oggi, con i rapporti di forza reali e nel momento storico in cui ci muoviamo? Quale sarebbe stato il risultato della trattativa, se il Comune si fosse schierato contro i movimenti, dalla parte del Governo centrale, giocando nel campo designato da Renzi, con il regolamento scritto dal pupo fiorentino, nel quadro del “pensiero romano” fissato in quel provvedimento legislativo che si chiama “Sblocca Italia” ed è una cambiale firmata in bianco vantaggio della speculazione? I movimenti, da soli, senza alcuna copertura istituzionale, avrebbero avuto la “forza militare” e la capacità politica di vincere la partita? Non c’è la controprova, ma non è azzardato supporre che il Governo avrebbe imposto l’espropriazione totale e incondizionata dell’intera area con il consenso del Comune, con la prepotenza di chi sa di essere forte. Oggi parleremmo di un trionfo assoluto della speculazione, delle logiche di profitto e di una totale ignoranza di ogni benché minima richiesta di bonifiche e di tutela per la salute.
L’assalto ai forni e il controllo popolare sulla produzione e sui prezzi, l’occupazione delle fabbriche e la tragedia conclusiva del movimento operaio nel “biennio rosso”, non furono come ha preteso poi la vulgata comunista dopo Livorno e il 1921, la conseguenza fatale dei “tradimento dei riformisti”. I rivoluzionari sbagliarono l’analisi della fase storica e aprirono la porte al fascismo. Noi questa lezione non l’abbiamo mai appresa. Fu Matteotti a cadere sotto il pugnale fascista. Di ferro fascista morì Rosselli – il socialfascista – per aver portato per primo l’antifascismo armato nella Spagna repubblicana. Non sapremo mai quale distanza si era prodotta tra Gramsci carcerato e i “compagni” che ne fecero un’icona, ma sappiamo che Buozzi, il “traditore”, morì per mano tedesca mentre tentava di riorganizzare il sindacato. Di formule e formulette astratte è costellata la storia dei grandi sogni e delle tragiche sconfitte.
Napoli, per uscire dall’esperimento dei se, con le sue mille contraddizioni, è un baluardo contro la reazione. Si dovrebbe stimolare l’Amministrazione a fare meglio, si può lavorare per spostare equilibri a sinistra, si può e si deve puntare il dito sulle scelte sbagliate, quello che non si dovrebbe fare è il tiro a segno sulla croce rossa, mentre il Vesuvio brucia non solo perché si vuole creare l’emergenza e fare soldi. Quello che veramente si sta cercando di fare è più semplice e più tragico: si vuole che la tensione salga fino al punto che la popolazione stanca, disorientata e impaurita, invochi di sua “spontanea volontà” leggi liberticide, cercando scampo nello “Stato forte”. E’ per questo che il “Mattino” se la prende con i disoccupati organizzati e ogni giorno spara addosso all’Amministrazione.
Forse l’accordo non realizza i sogni. E’ certo però che impedisce un incubo in un momento storico tra i più oscuri e lascia aperti spazi di manovra. C’è tempo per guardare avanti? I movimenti programmano assalti al Comune e parlano di “fiato sul collo”. Domani la Corte dei Conti potrebbe chiudere un’altra partita e mettere fuori gioco De Magistris. Una città compatta avrebbe avuto un peso politico sulla decisione? E’ una domanda che sarebbe stato necessario porsi, perché se questa Giunta sarà battuta, la normalizzazione di Napoli richiederà pochi giorni ed è difficile credere che i movimenti possano far sentire il loro fiato sul collo di qualcuno. Nella migliore delle ipotesi, respireranno a fatica.

 

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Laura Bismuto Consigliera Comunale DemA tra gli operai

Laura Bismuto, consigliera comunale DemA tra i lavoratori dell’Hitachi

I “CAUR”, i “Comitati d’Azione per l’Universalità di Roma”, furono gli strumenti operativi per la realizzazione di un incubo: l’internazionalizzazione del fascismo e la sua egemonia culturale. Gli errori del “duce” e la coraggiosa Resistenza popolare impedirono che si realizzasse, ma c’è un volto della “globalizzazione” che sembra aver resuscitato quell’incubo, dandogli la forza dell’esperienza e il vantaggio di un contesto internazionale più favorevole. Lì, ai CAUR, infatti, sembra condurre difilato il dramma che si consuma all’esterno dei cancelli di quella “Ansaldo”, che per anni produsse il 75/32 Mod 1937, non solo un cannone, ma la fortuna di padroni, in grado di accumulare incalcolabili profitti.

Guerra, cannoni e carne da macello. Ansaldo, Perrone e prima ancora Armstrong e il capitale straniero, fanno la storia di famiglie che hanno vissuto di questi principi e di queste tragedie: guerra e sfruttamento. Sono quelli che le guerre non le hanno mai perse, nemmeno quella distruttiva che dal 1940 al 1943 ridusse Napoli in un cumulo di macerie. Basta chiudere gli occhi, per vederle, le lunghe file di operai che nel “secolo dei lavoratori” hanno prodotto ricchezza, entrando in fabbrica quotidianamente attraverso quei cancelli ai quali oggi quattro lavoratori hanno incatenato la loro vita e quella dei loro familiari. Sono i cancelli della Hitachi, ultima arrivata nel manipolo dei “prenditori”, per usare una felice espressione di De Magistris.

Dove non giunse il capitale straniero, accolto in Italia con tappeti rossi e invitato a massacrare i lavoratori in cambio di agevolazioni fiscali e materie prime a prezzi stacciati assicurati dalla protezione dello Stato, dove non ci condussero gli effetti drammatici per il Sud della rivoluzione industriale all’italiana negli anni di Giolitti, dove non si spinse il fascismo, che un’anima sociale l’aveva conservata, passa oggi il padronato senza orbace, forte della “Carta del lavoro” in formato Marchionne, della benedizione di Draghi e delle sanguinose scelte di Renzi: il Jobs Act, le “tutele crescenti” e l’abolizione dell’articolo 18. E non è un caso che nessuna forza politica, tranne DemA, si sia fatta vedere. Chi vuol capire quanto avanti abbia spinto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di quanti secoli indietro ci abbia condotti sulla via di una nuova e barbarie la “sinistra” del centro sinistra – o, per dir meglio, il più efficace strumento della reazione mai visto all’opera dall’Unità ad oggi – vada in via Argine, a Napoli, ai cancelli di quella Hitachi, che oggi può fare ciò che vuole della dignità dei lavoratori e del destino delle loro famiglie. Ci troverà operai incatenati ai cancelli, vite mortificate, sogni infranti e un futuro negato senza alcuna ragione, per volontà di padroni che fanno cartastraccia della Costituzione e del suo articolo 41 che invano impone all’attività economica privata di non “svolgersi in contrasto con l’utilità sociale” e di non “recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Oltre il paravento delle menzogne – la fine del conflitto, la sparizione degli operai, l‘Eden capitalista dopo la fine del “male comunista”, l’età dell’oro e il mito dell’imprenditore di se stesso – attraverserà il labirinto delle responsabilità rimpallate – i padroni? I sindacati? La politica? – e troverà, avvolto nella nebbia della disinformazione, uno dei gironi di un nuovo inferno: il mondo del lavoro così come l’ha voluto il neofascismo che ci governa, più duro e più violento di quello “storico”. Dietro – e contro – i quattro operai incatenati, che un lavoro da difendere ce l’hanno, c’è l’esercito di chi un lavoro non l’ha mai avuto ed è pronto a vendersi per fame; l’esercito di chi ormai pensa al lavoro che non ha come rinuncia alla dignità e sottomissione ai limiti della schiavitù.

La lezione che viene da via Argine è chiara; o ripristiniamo la Costituzione, invano difesa con il recente referendum, o il salto nel buio ci condurrà a destra. Quella peggiore, quella guidata da Renzi e dal PD, che fa le prove generali nel genocidio mediterraneo.

Contropiano, 10 luglio 2017

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imagesLeggo qua e là di un “tentativo realistico” di Pisapia in cui una “sinistra intelligente” avrebbe occasione di fare la sua parte nella costruzione del progetto e rispetto a temi rilevanti.
Personalmente Pisapia me lo ricordo nella trincea del sì e non gli farei credito perché penso che il suo “realismo” conduca difilato a fianco del PD. Nella palude, per intenderci, in cui quotidianamente navighiamo, a rischio di affondare in una sorta di pattumiera della storia. Aggiungo di mio che da troppo tempo purtroppo si scambiano per l’oceano mare squallidi letamai. Benedetto chi conserva quel tanto di forza morale e onestà intellettuale per denunciare a lettere chiare l’indigenza culturale e la miseria etica di una politica ridotta “a maneggio” di periodo breve, al tempo delle campagne elettorali!
In quanto al realismo, se diventa “campanello d’allarme”, individua nel vorticoso susseguirsi delle iniziative elettorali il sintomo premonitore di una patologia cronica e ormai mortale, beh, c’è ancora da sperare. Come non concordare? Dove cercare segni di vita di quella “grande politica” di cui parlava Gramsci? Chi, al momento, sente la necessità di un progetto oltre il dato contingente, di immaginare modelli di Stati, nella crisi di quelli nazionali, cui si somma l’esito desolante sul piano sociale del grande progetto europeista? C’è l’Eurostop, progetto necessariamente di tempo lungo, che un’attenzione la meriterebbe, e c’è  Varoufakis, che, però, indugia su giusti principi astratti, ma non disegna percorsi praticabili e concreti.

Dietro il respiro corto del “maneggio” elettorale, ci sono molti buchi neri: teoria senza prassi, prassi senza masse e masse senza lotte; c’è il rischio di contagio del più diffuso dei germi distruttivi: l’operazione d’immagine – bisogna far parlare la stampa a tutti i costi- la conquista del centro del palcoscenico  e poi, sempre incombente, il rischio delle alleanze costruite sulle leggi del mercato: i sondaggi, lo sbarramento e, per quanto rispettabile, l’urgenza della rappresentanza che alla fine non rappresenta nemmeno se stessa, perché ha mille ragioni tattiche, ma soffre d’asma per mancanza di spessore strategico.
E’ vero, sì, è un errore fare di Renzi il tipico e unico modo di evolversi di questa malattia, quasi che Gentiloni e soci costituissero l’alternativa o addirittura un antidoto. Meno vero è al momento – domani si vedrà – che nell’ analisi-diagnosi dagli esiti letali, si possa inserire una iniziativa come quella di Anna Falcone e Montanari, se non altro, perché ha alle spalle – e in essa affonda le radici – la battaglia per il no al referendum istituzionale e un’autentica stella polare: il forte richiamo all’articolo 3 della Costituzione, suo cuore pulsante, uscito dall’antifascismo e dalla Resistenza, bussola per un programma che abbia ambizioni molto più che elettorali.

A Roma non ho visto reduci. Mi è piaciuto ascoltare un giornalista del “Corsera” che ci raccontava la tecnica della disinformazione – ci voleva del fegato per farlo. Ho apprezzato moltissimo il gesto dell’eurodeputata Eleonora Forenza, che ha ceduto la parola ai giovani di un collettivo, e negli interventi spesso ho riconosciuto temi dell’esperienza napoletana di questi ultimi anni: Costituzione da attuare, lotta alle disuguaglianze sociali, economiche, ambientali e culturali, neomunicipalismo come restituzione di centralità ai territori entro una rete di solidarietà sociale, accoglienza e difesa delle minoranze e degli esclusi, capacità di unire i contributi delle forze che lottano per il bene comune e la finalizzazione della proprietà pubblica e privata al godimento dei diritti fondamentali, crescita della democrazia mediante la sperimentazione di nuove forme di partecipazione alla vita politica.
Parte dei “napoletani” ha portato i valori di DemA,  movimento fortemente legato all’esperienza amministrativa di De Magistris, che di originale, ha la scelta di produrre atti normativi che traducono in sostanza giuridica principi e punti programmatici; un modello che può avere dimensione nazionale, la “rivoluzione attraverso il diritto” che significa governare in senso costituzionale le barbare leggi imposte dal sistema liberista a un Parlamento sempre meno legittimo e sempre più reazionario.
Anche questa credo sia “battaglia delle idee” e scelta di campo: il movimento del sindaco con ogni probabilità seguirà il processo politico ormai aperto dall’appello, ci sarà, non creerà vuoti che sarebbero  riempiti dai protagonisti dello sfascio del Paese, darà un contributo di proposte, farà muro contro il peggio e spingerà verso il meglio. Ci sarà, dovrà esserci, in nome di una convinzione: la crisi devastante della democrazia si va consumando troppo rapidamente per stare a guardare.

Ciò che sta accadendo a Napoli meriterebbe cenni specifici; troppo spesso se ne parla in termini di “masaniellismo”, becero “sudismo”, populismo o “cesarismo”. Deformazioni. Replicare sarebbe lungo. A voler stare al gioco, però, sul filo del paradosso, si potrebbe ricordare Gramsci. Cos’è, in fondo, il “cesarismo” se non uno stato di fatto in cui forze contrapposte trovano un “equilibrio catastrofico” e la prosecuzione della lotta non può risolversi che con la distruzione scambievole? Varrebbe la pena di riflettere su quello che sta accadendo nel Paese per capire se il presunto “cesarismo” s’è affermato a Napoli con De Magistris o non sia accaduto il contrario: dall’equilibrio distruttivo tra forze divise nel nome, ma tutte di destra, compreso il PD, non siano nati spazi per una forza di sinistra autentica e moderna. E, per stare al gioco fino in fondo, mettiamo che l’equazione sia verificata, che cesarismo e laboratorio Napoli siano i termini di una equivalenza. Perché non dovrebbe essere lecito ricorrere a Gramsci, per trovare una chiave di lettura? Di certo c’è che il grande pensatore ebbe a scrivere: “ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico”.
Finora questa ricostruzione nessuno l’ha tentata e la storia concreta è un processo in via di costruzione. Questa è, in politica, la funzione delle formule: giudicare la storia, prima che sia accaduta. Propaganda.

Contropiano, 28 giugno 2017

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Al Sindaco di Napoli Luigi De Magistris,
che difende apertamente e coraggiosamente la Scuola della Costituzione

I test INVALSI non sono uno strumento didattico o un argomento puramente “tecnico”. Si tratta di un potente dispositivo di controllo e selezione sociale su base economica e di classe che viola l’art. 33 della Costituzione, perché nega la libertà di insegnamento, che è libertà di programmare e di valutare in ragione delle differenze contestuali, individuali e territoriali, e calpesta l’art. 3, perché prescrive l’abbandono, da parte dello Stato, proprio di quelle scuole che maggiormente avrebbero bisogno di investimenti e di attenzione istituzionale per colmare il gap socio-economico.

Quest’anno, per cavillosi e interessati ostacoli frapposti speciosamente dalla Commissione di garanzia, non è stato possibile indire lo sciopero che consente ogni anno ai docenti di sottrarsi alla somministrazione e alla tabulazione dei test. La lettera che abbiamo redatto chiama in causa la deontologia e la coscienza della nostra categoria e dei dirigenti, ma, soprattutto, considera i devastanti effetti dell’obbedienza a una legge che è in contrasto col dettame costituzionale e con i valori e le funzioni della Scuola pubblica. E’ in gioco il futuro di intere generazioni, di cui stiamo offendendo l’intelligenza e sopprimendo la libertà di pensiero e parola.

Tu stai alacremente ed egregiamente lavorando per offrire ai giovani meno fortunati opportunità concrete di promozione sociale e di cambiamento. Ti vediamo ogni giorno per le strade, nelle piazze affollate di cittadini napoletani di ogni etnia, colore e dolore, ad ascoltare, a imparare con umiltà, a confrontarti, a esporti senza calcoli prudenziali, a perseverare in un esperimento di governo e autogoverno straordinario, audace e scomodo, che ti è già costato amarezze e attacchi proditori e indegni.

Non potevamo, perciò, non coinvolgerti in questa nostra iniziativa, certi che appoggerai, anche solo con una parola di solidarietà, la disobbedienza civile nostra e degli studenti in lotta contro un sistema di potere arrogante e autoreferenziale che, per evellere la Costituzione, ha capito di doverne anzitutto schiacciare l’organo più importante: la Scuola pubblica laica, inclusiva, di massa, libera e plurale.

Nel ringraziarti per il tuo indefettibile impegno, ti porgiamo il nostro più grato e affettuoso saluto.

Coordinamento Precari Scuola Napoli, Docenti in lotta contro la 107 e Cobas Scuola Napoli

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Alla Dirigente del Liceo Classico “G.B. Vico” di Napoli, Prof. Maria Clotilde Paisio, al Collegio Docenti,

e, per conoscenza, ai Dirigenti e Collegi di tutti gli Istituti di Napoli e Provincia

Sono passati due anni da quel 5 Maggio di speranza e di giusta ribellione in cui 650.000 docenti, presidi e lavoratori della Scuola pubblica scesero in piazza, paralizzando il paese, per difendere la propria dignità e il proprio ruolo educativo, dicendo “NO” ad una riforma che, per stroncare la mobilità sociale e trasformare un diritto inalienabile in una merce, ha stravolto la facies e la funzione della Scuola modellata sulle prescrizioni di quella Costituzione che pure da poco è scampata, grazie a un sussulto di coscienza popolare, al pericolo di essere cancellata.

Dopo quel moto non spontaneo, ma suscitato da chi ha continuato a postulare l’esigenza di respingere dalle fondamenta l’impianto classista e puramente economicistico della riforma sfociata nel varo della L. 107, senza edulcorarne i principi inaccettabili, la sacrosanta protesta, con la complicità dei sindacati concertativi, acquiescenti e compiacenti, è rientrata, e i docenti subiscono, oggi, gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica che non può essere accettata, ancorché “legalizzata”, perché manomette la coscienza, calpesta principi deontologici inderogabili, e, soprattutto, preordina i destini degli studenti e delle studentesse.

Le prove INVALSI costituiscono l’alfa e l’omega del processo di mercificazione del diritto all’istruzione e di asservimento della Scuola a interessi esterni ed estranei ai processi educativi: i test, infatti, da un lato stravolgono a monte le pratiche didattiche e la programmazione dei docenti, sopprimendo la libertà di insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione; dall’altro, creano “a valle” un’antimetodica classifica – sulla base di indici tutt’altro che imparziali o “oggettivi” – degli studenti, dei docenti e delle Scuole, senza alcun riguardo per le specificità territoriali, contestuali, individuali.

Abbiamo letto, sul sito della Vs. Scuola, la comunicazione indirizzata alle famiglie a agli studenti delle classi interessate dai quiz (Prot. n. 3334/B1 del 29-09-2017), in cui si rende noto che queste asfittiche prove vengono considerate dalla Dirigenza come una prassi che ormai è diventata consuetudinaria: ci permettiamo di far presente che la consuetudine non può sostituire né surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche che orientano la società; aggiungiamo, poi, che la reiterazione di un comportamento o di una pratica non ne configura la liceità né la bontà.

Ci rifiutiamo di pensare che la Scuola si lasci imporre uno strumento discutibile e che non ha contribuito a statuire; ci rifiutiamo di accettare la logica ricattatoria di istituzioni che pretendono di condizionare l’erogazione dei fondi per l’istruzione pubblica, che dovrebbero essere attinti alla fiscalità generale, alla totale rinuncia alla libertà di insegnamento e di apprendimento.

Abbiamo letto, anche, che il collegio docenti del Liceo “Vico”, il giorno 11 aprile, ha deliberato di comminare sanzioni agli studenti e alle studentesse che intendessero sottrarsi all’avvilente valutazione econometrica legata ai quiz INVALSI. La cosa ci intristisce non poco.

Come insegnanti (i presidi sono ex insegnanti), sappiamo che ci sono margini ineliminabili di soggettività in ogni valutazione, e sappiamo che la valutazione è un processo relazionale e ricorsivo, non sincronico e puramente meccanico. Come insegnanti, dovremmo pretendere il rispetto delle nostre competenze e prerogative di professionisti dell’educazione e formazione; come insegnanti, dovremmo credere che la nostra missione è quella di rendere indipendenti nel giudizio e critici nel pensiero i nostri studenti.

Come è possibile, dunque, che abdichiamo in modo così clamoroso al nostro precipuo dovere? Come possiamo cadere nel paradosso di punire gli studenti perché si rifiutano di essere conformisti, di essere schedati (è ormai palese e risaputo che i quiz INVALSI non sono affatto anonimi!) e selezionati su base economica? Come possiamo trovare giusto e normativo che vengano coartati nella libera interpretazione dei fatti e degli atti culturalmente connotati? Come possiamo biasimarli per aver compreso che i saperi non si trasmettono e non si misurano mettendo crocette a risposte preconfezionate?

E’ coerente che si abusi, in ogni verbale, dichiarazione o documento, dell’espressione “pensiero critico” e si ricorra poi alle minacce quando gli studenti non obbediscono perinde ac cadaver a un diktat che offende la Scuola e perverte l’insegnamento?

Ci chiediamo e vi chiediamo che stima possano avere di noi questi ragazzi, della cui indisciplina ci lamentiamo spesso, vedendo che non sappiamo reagire neppure alla violenza di chi ci trasforma in addestratori, mandandoci in classe un valutatore esterno e concorrenziale, abilitato ad applicare parametri slegati dalla didattica praticata e vissuta in aula.

Ci chiediamo e vi chiediamo che rispetto possano avere di noi questi ragazzi, una volta che abbiano constatato e capito che la loro carriera scolastica e universitaria sarà determinata dai risultati INVALSI e non dalle prove di verifica da noi pensate per loro.

Ci chiediamo con che grado di verosimiglianza, coerenza e maturità professionale si possa interdirli da attività che costituiscono non momenti ludici e accessori, ma parte integrante dell’azione didattica.

Ci chiediamo quali possano essere le forme alternative di protesta suggerite agli studenti che rifiutano i quiz, se non forme addomesticate e perfettamente integrate nella logica di un sistema che giustamente essi vogliono evellere, avendone compreso e sperimentato l’iniquità.

Ci chiediamo e vi chiediamo, infine, che idea i nostri ragazzi e le nostre ragazze si possano fare di noi come cittadini e come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta facilità e pavidità alla libertà, alla dignità, all’essenza del nostro lavoro, alla nostra passione per l’insegnamento libero e creativo e alla collegialità democratica, che ne è il presupposto e il riflesso.

Vi sollecitiamo a ritirare i provvedimenti deliberati contro i ragazzi renitenti ai test; vi chiediamo di considerare gli effetti sperequatori e discriminanti delle prove INVALSI, ormai noti, e le conseguenze di un atteggiamento di pronità a questo vero e proprio sistema di controllo sociale e ideologico, conseguenze che, ben vagliate da istituti di grandissimo prestigio come il Liceo Mamiani di Roma, hanno portato a deliberare il rifiuto permanente del “teaching to the test” e della “somministrazione” dei quiz.

Chi vuole distruggere la Scuola sostiene che essa debba “prendere atto” di cambiamenti che vengono presentati come inevitabili, quasi metafisici, e che invece sono il frutto di esiziali e regressive scelte economico-politiche.

Noi sosteniamo che la Scuola non debba prendere atto, ma debba prendere posizione su quanto la coinvolge e rischia di travolgerla, anche e, anzi, soprattutto se il cambiamento assume le vesti e la cogenza di un provvedimento legislativo.

A tal proposito, ci è grato condividere con Voi questo calzante e illuminato pensiero di Don Milani: “Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. […] La scuola […] siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità […], dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico […]. Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché vengano cambiate”.

Ill.ma Preside, cari Colleghi: abbiamo un’enorme responsabilità, in questa triste congiuntura politica, che usa la crisi come un alibi per azzerare diritti faticosamente conquistati: quella di resistere a chi vuole renderci ridicoli ed esautorarci di fronte alla generazione che sta crescendo. Eludere la responsabilità significherebbe deludere un’intera generazione. Nessuna paura, per chi insegna, dovrebbe essere più forte.

Coordinamento Precari della Scuola di Napoli
Docenti in lotta contro la 107
Cobas Scuola Napoli
Firmatario aderente: Prof. Giuseppe Aragno, storico dell’antifascismo

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visita-guidata-pedamentina-san-martino-640x400.jpgEsiste un elemento decisivo per la sorte di un progetto politico di svolta e rinnovamento: la sua necessità storica. O ha risposte da dare alle domande pressanti che non trovano ascolto nei partiti e nei movimenti presenti sulla scena – e si afferma perciò come motore di un cambiamento storicamente necessario – o un movimento politico è destinato al naufragio. Nella Francia dell’89, i club in cui si raccolsero gli uomini della rivoluzione rispondevano a un problema storico ineludibile: la necessità che le redini del potere politico passassero dalle mani ormai inadeguate dell’aristocrazia parassitaria a quelle delle classi sociali che producevano la ricchezza sperperata dalla nobiltà. Quando i parigini incendiarono la Bastiglia, i ceti popolari – il proletariato e le diverse componenti della borghesia – erano il cuore pulsante della vita economica e sociale del Paese, ma non avevano accesso alle leve del potere politico, perché lo Stato era modellato sugli interessi di un’aristocrazia che aveva esaurito la sua funzione storica. E’ sempre così nei momenti di svolta. Si dice solitamente che l’Impero di Roma cadde per l’urto dei barbari, ma molto prima che ciò accadesse il “civis romanus”, un tempo orgoglioso baluardo della “res pubblica”, oppresso dal fisco e nauseato dalla corruttela, varcava il sacro “limes” e si stabiliva presso i barbari, dov’era più libero e meno angariato. Si potrebbero citare mille esempi, anzitutto la rivoluzione d’ottobre, ma questa è una riflessione politica e guarda alla storia solo perché essa suscita domande, sollecita risposte e aiuta a definire un percorso.

Nessuno si stupirà se dopo una premessa rivolta a eventi di immensa portata storica, giungono domande su una realtà apparentemente locale, come quella napoletana. Poiché le “piccole storie” ci aiutano spesso a capire la “grande storia”, Napoli può dirci se e fino a che punto esiste una necessità storica che giustifichi la nascita di un nuovo movimento politico. L’esperienza partenopea di questi anni, per cominciare, è compatibile con il quadro nazionale e internazionale nel quale si è realizzata, o siamo di fronte a realtà radicalmente alternative? Non è una domanda banale e non è la sola che ci pongono alcuni dati di fatto. Dopo la seconda affermazione elettorale di De Magistris, del suo “progetto di governo”, del personale politico che è stato in gran parte riconfermato, dopo il tracollo napoletano dell’intero schieramento politico nazionale, si può ancora parlare di isolamento e populismo? Di fronte all’innegabile maturazione di gruppi militanti e attivisti, alla loro scelta di autonomia spesso critica, ma dialettica e costruttiva, si può ancora parlare di una “narrazione” priva di fondamento? Se i dati formali e gli slogan elettorali si sono “riempiti” di scelte, di contenuti e di significati innovativi, la cosiddetta “città ribelle” è un’invenzione propagandistica? E’ propaganda, anche quando esistono ormai dei fatti e una storia con cui fare i conti? Anche quando essa fonda su un coagulo di principi, su una sia pur iniziale “teoria”  e una pratica ad essa legata, che spiegano il risultato e danno senso alla ostinata richiesta di autonomia che viene da più parti, da più territori e da classi sociali diverse tra loro?

Forse non è così, forse non è “narrazione” e non si tratta di slogan. Forse il consenso è dovuto alle prime risposte politiche date alla ostinata, incalzante richiesta di discontinuità, di rottura con quanto è accaduto e accade al livello romano nell’Italia di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Una richiesta che viene dal basso e ha un peso fortissimo perché nasce da una necessità storica: uscire da una crisi economica che è crisi di sistema. L’esperienza napoletana esiste e ha vinto le sue prime battaglie perché ha dato le prime, sia pur parziali risposte a questa domanda e perciò non potrà convivere con l’Italia “romana” che l’assedia. Potrà vivere e affermarsi solo se non si adatterà alla convivenza, se lavorerà per costruire un sistema alternativo, se sarà il motore di un cambiamento reale e non solo locale, se impedirà che tutto resti com’è, e vorrà dare il colpo di grazia al passato che non intende morire.

Tuttavia, poiché nulla è più pericoloso delle speranze suscitate e deluse, un problema esiste: così com’è, il movimento che si organizza è di per sé proposta alternativa che risponde in pieno alla necessità storica della rottura del pensiero unico e delle strutture politiche che esso ha messo in campo, o ha bisogno di attrezzarsi? E’ questo il nodo politico da affrontare, senza badare troppo ai tentativi di banalizzazione – il populismo alla Masaniello – e senza voler replicare alla ridicola criminalizzazione – il sindaco dei sovversivi nella città di camorra. Quello che conta è ben altro. Conta cercare un modello organizzativo, che non sia scelta tecnica, ma politica, costruire un contenitore e metterci dentro contenuti all’altezza della sfida.

In questo senso, l’esperienza fin qui accumulata può essere preziosa, perché suggerisce in via diretta le domande cui dare risposte. I vincoli di bilancio, per esempio, con cui si scontra quotidianamente e sistematicamente l’Amministrazione, sono semplicemente un problema locale, l’esito fatale del presunto isolamento di Napoli, o, viceversa, la prova che l’Unione Europea e i vassalli e valvassori che governano per conto di Draghi e soci le provincie dell’Impero, costituiscono il nodo concreto da sciogliere, il terreno di scontro su cui si decide il futuro? Se, come pare evidente, l’Unione Europea è lo scudo del passato e dei privilegi di classe, se è la conservazione dell’esistente e ad un tempo la reazione al cambiamento, allora un movimento politico che nasce e si organizza per cambiare l’esistente, ha bisogno di definire le sue scelte sulle grandi questioni di questo tempo buio. Non basta dire che si è antiliberisti. Occorre che questa parola diventi una scelta di campo rispetto all’Europa così com’è; occorre che la Costituzione, levata come bandiera, significhi strumento di ribellione attorno a un principio: non è il bilancio che pesa sullo stato sociale, ma lo stato sociale che decide del bilancio.

Questa affermazione di principio, nucleo di una teoria e allo stesso sangue e carne della Costituzione, chiede di essere definita in una linea politica. Un movimento che ha l’ambizione di essere nuovo e radicalmente alternativo, ma orienta l’ago della sua bussola verso la Costituzione del 1948 potrebbe apparire contraddittorio, se non rispondesse a una necessità e non si inserisse in un contesto che si intende cambiare. Si può avere perciò come guida la Costituzione e poi lasciare che essa viva con la ferita profonda del Trattato sulla stabilità e la governance nell’unione economica e monetaria, meglio conosciuto come “fiscal compact”? Probabilmente non c’è speranza di cambiare i trattati, ma fingiamo di crederlo possibile. Nel frattempo che si fa? Si lascia che essi dissanguino la povera gente, rendano impossibile la battaglia politica, screditando chi amministra, o si sceglie l’obiettivo programmatico immediato del ritorno alla Costituzione e alla sua totale incompatibilità con l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio? Non è forse quest’obbligo che strangola la “città ribelle”, strangola il Sud e tutti Sud dell’Unione? E’ così, certo, ma non basta dirselo, occorre scriverlo e farne un obiettivo immediato e praticato, che cementi alla base il patto su cui si è costruita l’unità d’intenti con una base eterogenea, ma unita e compatta sulla battaglia del referendum. Diciamolo, quindi, ma scriviamolo e facciamolo. E’ questa una linea politica, su di essa si decidono alleanze e si produce una prassi: noi non accettiamo questa regola che impone una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL. Non l’accettiamo perché non si concilia con i principi della nostra Costituzione e non sta in piedi nemmeno se si fa riferimento a Spinelli. Non lo facciamo, non per astratte velleità rivoluzionarie, ma perché dalla nostra c’è una sentenza chiarissima della Consulta – la n. 275 del 2016 – in cui si afferma a chiare lettere un principio che ci consegna un’arma: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

La ragione storica, anzi, la necessità storica per cui un movimento politico può e deve nascere, ha oggi le radici in un’antica scelta: quella tra socialismo e barbarie, perché oggi barbarie è sinonimo di Unione Europea. E’ il corso della storia che si ribella e ci chiede di scegliere tra l’Europa di Napolitano e quella di Calamandrei. Una scelta che impone di rovesciare la teoria e la pratica dei governi targati PD: non è l’equilibrio del bilancio a decidere del diritto alla salute e della libertà dei lavoratori, ma il contrario: é la garanzia dei diritti che impone al bilancio le spese e il rispetto dei lavoratori. Di questo, credo, si debba parlare, su questo prendere decisioni e fare scelte per costruire un movimento politico che intende governare e cambiare. Partendo da un punto: da Monti in poi, la Costituzione è stata stravolta. E’ vero che occorre applicarla, ma è necessario anzitutto restituirle ciò che le hanno tolto: la sua anima sociale. Quando l’avremo fatto, constateremo che è l’intero corpus normativo dell’UE che non si concilia con la nostra Costituzione.

 Agoravox, 24 aprile 2017, Fuoriregistro, 25 aprile 2017

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salvini camicia verdeUna riflessione di Ciro Crescentini, mi offre l’opportunità di avanzare una proposta pacificatrice. Il giornalista napoletano ritiene, infatti, «che bisognerebbe dare una risposta, replicare o almeno fare un’attenta riflessione su quanto pubblicato oggi dal “Il giornale”», un quotidiano notoriamente di destra, molto preoccupato per i “70 facinorosi incappucciati che tengono in ostaggio Giggino“.
In verità, una prima risposta pennivendoli e velinari del circo mediatico se la sono già data. Dopo la sparizione delle auto incendiate e delle devastazioni, ridotte al rango di una volgare sassaiola, ora sono spariti i terroristi e ci resta solo un pugno di generici “facinorosi”. A questo punto mi pare ci sia spazio per una soluzione equilibrata che ci consentirebbe di riaprire finalmente il dialogo con Salvini, sciaguratamente interrotto dalle note intemperanze di Luigi De Magistris. Dei facinorosi, infatti, potrebbe occuparsi proprio  lui, il Salvini nazionale, e liberare così il malcapitato ostaggio.
Se non sbaglio, il razzista padano in questo genere di cose è un autentico specialista. Potrebbe mettere su qualche ronda in camicia verde – quella nera non va più di moda – chiedere un’autorizzazione a Minniti, che gliela darebbe di certo – tra i due ormai c’è un innegabile feeling – e organizzare la caccia all’uomo, come ha promesso di fare con gli immigrati. In quattro e quattr’otto li prenderebbe con la forza, gli darebbe una lezione e farebbe finalmente piazza pulita. Non è questa, in fondo, la sua vera missione politica?
Animo, su, scriviamo ai campioni di legalità del “Giornale”, che sostengono il loro nobiluomo padano e avviamo così una fase nuova nei rapporti Nord-Sud….

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In qualche modo abbiamo rotto l’accerchiamento mediatico e infranto il muro del silenzio. L’articolo che riguarda la gestione della vicenda Salvini da parte del ministro Minniti e gli scontri addebitati strumentalmente al sindaco De Magistris, per numero di voti e di letture è al diciannovesimo posto tra le notizie politiche uscite oggi sul web in Italia, compresi i blog dei grandi nomi. L’articolo, nato sul mio Blog, è uscito poi su tre giornali on line (Agoravox, Contropiano e Canto Libre), che ringrazio per l’ospitalità). Non ha ricevuto commenti negativi e ha riscosso notevoli consensi.
In una giornata che non manca di note inquietanti, una luce si è accesa nel buio. Al marinaio tocca ora tenere la rotta e portare la barca a un approdo sicuro.

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