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Posts Tagged ‘De Magistris’

E’ il caso di ricordarlo: non si comprende il senso profondo della storia moderna se non si ha ben chiaro il concetto di rappresentanza politica. In suo nome si è combattuta infatti la battaglia epocale contro la monarchia assoluta e dalla sua vittoria sono nati il superamento dell’ancien régime, il sistema politico costituzionale in età liberale e le democrazie del Novecento.
Oggi, al di là dell’ideale irrealizzato della democrazia diretta e partecipativa, la realizzazione concreta della rappresentanza politica sono le assemblee parlamentari periodicamente elette e i parlamentari che ne costituiscono il “contenuto”. Questo non significa naturalmente che la vicenda storica sia ferma alla Rivoluzione francese. La fine della rappresentanza per ceti, la nascita dei partiti di massa, il suffragio universale, il voto alle donne, per esempio, hanno modificato e affinato il concetto iniziale di rappresentanza.
Benché il contrasto sul significato e sulla funzione dei rappresentanti sia insuperato  ancora insuperato, è indiscutibile: nel processo storico che ci conduce al mondo contemporaneo, il regime politico rappresentativo costituisce l’antitesi dei regimi che non sono soggetti al controllo politico dei cittadini. Benché non cancelli del tutto la distanza tra governanti e governati, la democrazia rappresentativa garantisce a questi ultimi il controllo sul potere politico. In questo senso, il ruolo della minoranza, il rispetto che a essa deve la maggioranza e la distanza netta che divide l’una dall’altra è il carattere costitutivo della nostra repubblica parlamentare.
Quale che sia il ruolo che si voglia assegnare ai parlamentari – quello di delegato, di fiduciario o di “specchio fedele” in un quadro di rappresentatività sociologica – in una democrazia più il numero dei parlamentari è adeguato a quello dei cittadini, più netto è il confine tra maggioranza e minoranza, più reale è la finzione di rappresentanza del Parlamento e non ci sono dubbi: le strutture della democrazia e l’ethos stesso della rappresentanza perdono ogni valore reale quando la minoranza si confonde con la maggioranza, al punto che un parlamentare può essere eletto con il contemporaneo appoggio delle forze di opposizione e di quelle di maggioranza. Quale controllo reale, quale rapporto fiduciario, quale ruolo di delega può assicurare un parlamentare eletto in questo modo? E come si potrà parlare di “regime politico rappresentativo”?
In questo senso, il caso di Sandro Ruotolo – per forza di cose il senatore meno votato nella storia della Repubblica – sostenuto da demA e dal PD, da chi governa e da chi si oppone, da nemici acerrimi come De Luca e De Magistris, dal PD e da chi, come Renzi, ha rotto col PD, non è solo un esempio doloroso del degrado della politica, ma una grave ferita a quella garanzia del “controllo” da cui trae la sua legittimità la nostra democrazia rappresentativa.

 

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A partire dal minuto 41 del confronto tra gli  esponenti delle forze in campo in lotta per un posto al Senato nel Collegio 7 di Napoli, Giuseppe Aragno, di Potere al Popolo, sostituisce Sandro Ruotolo – il latitante candidato del sindaco – e nei limiti del possibile difende De Magistris dagli attacchi della destra e dei 5Stelle.
A pensarci, l’atteggiamento del giornalista è decisamente strano. Prima dichiara che, se sarà eletto, siederà nel gruppo misto, poi lascia che siano altri a difendere De Magistris. E’ triste pensarlo, ma sembra quasi che Ruotolo si vergogni di chi l’ha candidato…

 

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Giuseppe-Aragno-Napoli-Potere-al-Popolo-720x300Anche a Napoli si tengono elezioni suppletive per sostituire un senatore deceduto. La destra schiera il solito capofila di clientele a dir poco “oscure”, il Pd mette in campo Sandro Ruotolo e riunisce dai peggiori renziani fino a De Magistris e Sinistra Italiana, in quello che sembra un test per le prossime elezioni regionali.

83579042_851058615390922_4674432063238045696_nLa prima fila alla presentazione di Sandro Ruotolo dice tutto

Potere al Popolo va quindi in logica solitudine – inutile, anzi dannoso, far “risucchiare” un abbozzo di alternativa reale dentro un orrendo calderone popolato di cacciatori di poltrone – e schiera Giuseppe Aragno, illustre storico, che centra subito da par suo il perché di questa scelta.
Un’intervista video da ascoltare affiancandola a quella di Elisabetta Canitano, che a Roma  corre contro il ministro dell’economia Gualtieri.
“Noi siamo antiliberisti, le destra e il centrosinistra hanno contribuito insieme allo sfascio del nostro paese – commenta Aragno – andiamo da soli perché siamo antiliberisti e poteremo nella campagna elettorale e speriamo in Parlamento, la voce di una sinistra che non c’è più”.
Sulla scelta di andare da soli, il candidato di Potere al popolo spiega: “Andiamo da soli, ma saremmo andati con De Magistris, ma ci hanno detto di no. Dietro Ruotolo c’è Renzi, c’è il Pd, ci sono quei personaggi e quei gruppi politici che hanno contribuito a creare i problemi nel paese e nello stesso Comune di Napoli”.

Redazione di Contropiano

Fonte: Fanpage
L’intervista video:
https://www.youtube.com/watch?v=AlnrRzLURkQ&feature=emb_logo

 

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downloadDenunciando la vergognosa congiura, Alessio Gemma, ottima firma di “Repubblica”, è di una chiarezza olimpica e capisci chi sta bloccando il Consiglio Comunale di Napoli e perché lo fa.
Anzitutto i “clan”: “Sono gli eletti dei gruppi Agorà, Verdi e Riformisti democratici”. Subito dopo i motivi: “De Magistris non li coinvolge nella Giunta”. Seguono i numeri e le possibili conseguenze: “tre gruppi che sommano sette consiglieri: senza il loro voto la maggioranza in consiglio non esiste più”.
Che vogliono? “Mandare a casa l’ex pm” così “votiamo a maggio insieme alle regionali”. Come raggiungere l’obiettivo? Non presentarsi al consiglio Comunale.
Stefano Buono, dei Verdi, è chiarissimo: “Lo logoriamo, dopo una settimana si arrende. È finito…”. Ciro Langella di Agorà, non ha dubbi: “Tutti noi abbiamo i voti per essere eletti un’altra volta”. Non lo dice, ma l’intento è chiaro: li offriremo a chi ci darà ciò che De Magistris non vuole darci. Uno scambio, insomma, dopo qualcosa che fa pensare a un tentativo di estorsione. Il verde Marco Gaudini non ha già fatto i conti: “se facciamo questa operazione, prendiamo ancora più voti”.
Tu pensi a un ricatto ma per i congiurati si tratta di una “operazione”.  Il “do ut des” lo chiarisce poi Carmine Sgambati, anche lui di Agorà: “Gli assessori li decidiamo noi, altrimenti arrivederci e grazie…”. Più pratico, Gabriele Mundo (Riformisti democratici), fissa il valore del dare e dell’avere: “Se mi vuoi dare Asia, devo mettere il presidente e due consiglieri”.
Ad evitare querele, Repubblica offre ai lettori la sconsolante registrazione di una riunione dei capiclan, che vale la pena di riportare. Prima però una considerazione. E’ evidente: non siamo di fronte a Bruto e Cassio che si accingono ad accoltellare Cesare, avendo l’intento nobile di salvare la Repubblica dalla dittatura. Qui si tratta solo di capi di gruppi organizzati che utilizzano la politica a fini squisitamente personali. De Magistris insomma è finito nel mirino perché si rifiuta di cedere a un ricatto, che non colpisce lui, ma la città. Non mi intendo di leggi, ma mi sorge il dubbio fondato che in questa sporca faccenda ci sia qualcosa che interessi da vicino la Magistratura.
Ecco il video di “Repubblica”. Sarei tentato di definirlo “corpo del reato”:

https://video.repubblica.it/edizione/napoli/napoli-rimpasto-in-comune-ecco-l-audio-segreto-del-patto-contro-il-sindaco-lo-logoriamo-e-votiamo-a-maggio/346619/347202

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Chi  mi conosce sa che questo blog è «casa mia», che qui scrivo io e non lascio spazio ad altri. Qui piange, ride e vive il mio pensiero. Molto raramente e solo per mia scelta ospito le parole di altri. Quando accade è perché qualcosa mi colpisce davvero e merita che le apra la porta. Ecco perché stasera ospito una riflessione sul voto regionale che si è appena concluso in Sardegna. L’ha scritta Salvatore Prinzi, un giovane amico a cui voglio davvero bene, del quale conosco e ammiro la lucida capacità di analisi e l’immensa onestà intellettuale.
Ci sono due punti nel suo ragionamento, dai quali capisci perché «Potere al Popolo!» ha un futuro. Il primo, piaccia o no, più o meno crociano, fa tornare alla mente il legame strettissimo che lega la storia alla politica, se la storia si legge come pensiero e azione. Un legame evidente in queste parole: «Capisco che molte compagne e compagni pensino che la situazione non sia eccezionale e che si possa continuare ‘come al solito’, ma a mio avviso il 4 marzo 2018 ha aperto le fogne, e la parte più schifosa del paese è uscita alla luce senza più remore, sentendosi invincibile. Perciò penso che non possiamo permetterci un altro 4 marzo: la barbarie avanzerebbe e potremmo trovarci rapidamente in una situazione tipo Ungheria di Orban…».
Il secondo punto, più difficile da cogliere, è un invito alla riflessione rivolto molto garbatamente a quanti, riferendosi al passato, lo utilizzano come un strumento attraverso il quale emettere sentenze, affannarsi a «fare giustizia», condannare gli altri e assolvere se stessi, quasi che il passato al quale si appellano avesse il compito di giudicare ed emettere sentenze. Basta leggere, per capire che dietro la proposta di cercare un’intesa con altre forze politiche, non c’erano accordi preconfezionati, imbrogli e retropensieri. Ora che tutto sembra concluso, cercare una soluzione, mentre assistiamo al naufragio sardo, sembra praticamente impossibile. Eppure mai come oggi c’è bisogno di una soluzione e mai come oggi appare chiaro che «La soluzione l’abbiamo sotto gli occhi, si era quasi arrivati a stringerla nei tavoli con De Magistris: non può essere una lista accozzaglia con dentro tutto e il contrario di tutto, perché già il PD farà il listone europeista.
Non può essere una lista della sinistra identitaria, che taglia fuori i giovani e le esperienze oggi più interessanti.
Deve essere una lista chiaramente di rottura con quest’Europa, che sia il versante italiano della proposta della France Insoumise, di Podemos e di altre forze innovative della sinistra europea.
Una lista che dia voce soprattutto ai movimenti, alle figure degne della resistenza, alla forze civiche, alle esperienze locali come quella di Napoli, che ha la caratteristica di rompere con i diktat ma anche di parlare a vasti strati popolari».
«Potere al Popolo!», scrive Salvatore Prinzi, «ha fatto nelle settimane scorse questa proposta, perché non si rassegna alla miseria del presente, alla depressione, e ama aprire spazi di movimento e di incontro. Sappiamo di non essere i soli a pensarla così. E allora facciamoci sentire!».
Egli si mostra così molto generoso con chi ha remato contro e dimostra che le opposizioni preconcette vengono quasi sempre da chi manca di senso storico. C’è ancora tempo per capirlo? Non lo so, ma sono d’accordo con lui: «Facciamoci sentire».

Ecco la riflessione di Salvatore:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=617745738722212&id=100014603741995&__tn__=K-R

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L’uomo nuovo della sedicente sinistra europea, fu protagonista della favola bella nel 1994: bandiere rosse al vento, lavoratori galvanizzati, il liberista Dini che invano aggrediva le pensioni e mille assemblee in cui mettevi la faccia: “no pasaran” promettevi. E non passarono.
Cofferati, che oggi pretende di rappresentare quella sinistra che ha pugnalato, fu l’uomo del tradimento nel 1995: Dini alla testa di un governo tecnico, le bandiere rosse ammainate, le pensioni azzannate e i lavoratori che nelle assemblee che ti chiamavano venduto.
Passato alla politica, Cofferati fu il sindaco “sceriffo” di Bologna e anticipò la stagione di Minniti e Salvini. Per Sinistra Italiana la storia tuttavia non conta e non ha dubbi: l’uomo del cambiamento è lui, Cofferati, che naturalmente non delude le aspettative e s’è messo d’impegno a costruire un’insalata russa di “europeisti convinti”. Non allievi di Rosselli e Spinelli, ma complici e servi di Merkell e Macron. Venuto fuori dall’ombra alle spalle di De Magistris, punta a riunire in una lista rossoverde il redivivo Bonelli, i liberisti di Diem 25 e Possibile di Civati, uno di cui tutto ciò che ricordi sono Renzi e la “Leopolda”. Benché si tenti di trascinarla in fondo al baratro, Rifondazione giustamente non c’è: non vuole tradire se stessa e non può dimenticare l’area di Essere Sindacato e le tante battaglie fatte contro Cofferati.
Non so se tra i generali senza esercito reclutati dall’ex sindaco “sceriffo” qualcuno pensi di poter veramente ingannare di nuovo i delusi elettori dei 5 Stelle in fuga, o intercettare chi si sente smarrito e non ha più riferimenti. Di certo c’è che il castello di carta poggia su una sola speranza, malaccortamente spacciata per certezza: Luigi De Magistris ha alzato bandiera bianca.
Ognuno racconti ciò che gli pare. I fatti di norma riportano poi con i piedi per terra i venditori di fumo. Chi può escludere che nei prossimi giorni la notizia che De Magistris è in campo con demA, Rifondazione e Potere al Popolo non farà in un sol colpo giustizia di una finta sinistra e dell’ambiguo progetto degli europeisti alla Cofferati?
Per gli elettori ingannati dai grillini, traditi dal PD e seriamente preoccupati per l’onda montante di una destra estrema e pericolosa, emergerebbe infine quel riferimento che aspettano invano da tempo: il primo passo di una forza politica nuova, in grado di parlare a milioni di italiani. Tanti sono infatti, milioni, gli elettori che, senza essere antieuropeisti o nazionalisti, vogliono semplicemente la fine dell’Europa delle banche e la nascita di quella dei popoli. Un’Europa unita, che, stracciati trattati mai approvati, sia figlia infine di un processo Costituente. Tutti sanno che questo sarebbe per il nostro Paese il primo indispensabile passo verso politiche economiche e sociali favorevoli alle classi più colpite dalla crisi.
Se questo riferimento dovesse apparire – e non è detto che non accada –  il problema del chi governerebbe l’Unione e come intenderebbe farlo non sarebbe all’ordine del giorno. Bisognerebbe prima vederla nascere. Per questo, quindi, non solo si potrebbe, ma probabilmente si dovrebbe stare insieme anche solo in nome dell’antiliberismo.
Sinistra Italiana e Cofferati sanno bene che le cose stanno così e per questo lavorano contro Luigi De Magistris e un’alleanza tra demA, Potere al Popolo e Rifondazione.

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Credo di poterlo dire senza temere smentite: mi sono battuto a viso aperto perché «Potere al Popolo!» diventasse quello che è e tornerei a farlo. Quando si è trattato di scegliere tra due concezioni della politica, sono stato tra i più duri con la vecchia sinistra, ho attaccato senza mezze parole Rifondazione e non ho avuto dubbi nemmeno quando si è trattato di rompere i rapporti politici con Luigi De Magistris, un amico, un uomo che stimo e che, tuttavia, provava a costruire una coalizione estranea alla sua storia e inconciliabile con la visione della politica da cui siamo nati.
Per ragioni di coerenza, pur essendo convinto che l’isolamento sarebbe stato un peso estremamente gravoso, ho ritenuto che nelle condizioni in cui versa il Paese, ci toccasse l’obbligo morale di presentarci alle elezioni: eravamo l’unica forza che affrontava la battaglia dal punto di vista delle classi subalterne con la capacità di assumere una posizione propositiva.
Sarei rimasto di quest’avviso, se sul filo di lana una trattativa avviata e condotta dal nostro Coordinamento con demA e in prima persona con De Magistris, non avesse dato risultati inattesi e soprattutto estremamente positivi. A demA abbiamo posto quattro condizioni che riassumono il punto di vista di «Potere al Popolo!» sull’Europa, indicano i suoi riferimenti e le sue ricette. Tutt’e quattro le condizioni sono state accettate e questo per me ha un valore enorme. Dimostra che una sinistra autentica, che sa cosa vuole e ha il coraggio di osare, non solo è in grado di spostare equilibri, ma ha spazi da occupare.
Conosco De Magistris, è mio amico, lo stimo e gli credo. Per quanto mi riguarda la sua scelta cancella d’un sol colpo le ragioni per cui eravamo giunti alla conclusione di presentarci da soli e ci consente di prendere posizione là dove le nostre idee possono parlare non solo ai militanti. Si apre un processo, si creano occasioni e le nostre proposte diventano strumenti di egemonia.
Per essere coerenti ci vuole coraggio e a noi non è mancato. Abbiamo messo in campo un’organizzazione autonoma, nuova e adeguata agli obiettivi che si propone. Ora ci vuole di nuovo coraggio: quello di fare alleanze. A me questo coraggio non manca, perciò, nel pieno rispetto di chi la pensa diversamente, darò il mio voto all’alleanza con Luigi De Magistris.  E lasciatemelo dire: questa scelta allontana per ora un’immagine che farebbe bene solo alle destre: un dibattito tra due trincee nemiche, una con Viola Carofalo e  l’altra con Luigi De Magistris.

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Dopo il ponte il torrente.
La Calabria dopo la Liguria.
E morti, morti ovunque, morti tra mare e terra, morti d’ogni colore.
Tanti, tantissimi. Certamente troppi, se non avessimo una storica tradizione di gregge.
E’ vero, Di Maio non ha colpa per il Paese fisicamente e moralmente disastrato. E’ sua  però la colpa, se al governo c’è un antico disastratore.
Sua è la colpa e tanto basta.
E’ vero, finché l’ovile avrà Martina per alternativa, i disastrati resteranno in mano ai disastratori e i disastri continueranno.
Noi però abbiamo De Magistris, che è un leader, abbiamo forze cospicue, un po’ disperse ma sane e abbiamo una domanda che cresce e non trova risposta. Abbiamo quasi tutto. Basterebbe fissare i contenuti, definire quella che un tempo si chiamava “linea” e voleva dire identità e programmi.
Se finalmente ci convincessimo che i diritti civili non sono  mai al sicuro, se al sicuro non sono quelli sociali, avremmo in un momento solo fatto metà del percorso, perché abbiamo tanto – un leader, le forze fisiche, le risorse morali – e c’è una domanda pressante che attende risposta.
Diamoci una linea e ricordiamo: persino l’ovile fascista produsse Resistenza. Aveva dalla sua, come noi oggi, la forza delle ragioni. Quella che annichilì le ragioni della forza.

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notavPremessa
C’è da piangere, lo so, ma non so fare a meno di sorridere amaramente di fronte a chi si strappa i capelli perché – dice – “incombe il fascismo”. Un fascismo che si prepara a combattere costruendo un fronte unito che va da Grasso e Boldrini al PD.
A parte quelle coperte dalla foglia di fico del provvedimento “speciale”, dal 1946 a oggi la prima legge compiutamente fascista – sostanza e forma – l’ha firmata Marco Minniti, storico dirigente del PD. Grasso e Boldrini hanno applaudito, Mattarella ha firmato senza fiatare e nessuno si è strappato i capelli. De Magistris ha manifestato un aperto dissenso, annunciando un’ordinanza che ne avrebbe capovolto la logica, poi però non l’ha fatta.
La tragedia italiana oggi non vede sulla scena semplicemente un governo pericoloso, ma legalmente eletto. Recitano un ruolo anche il consenso per le scelte di Mattarella, altrettanto  pericolose, e il fatto che ad aprire la via a una possibile reazione siano stati sedicenti antifascisti come Grasso, Boldrini, il PD e soci, che hanno strozzato il dibattito alle Camere e hanno presentato, firmato o avallato leggi contro i lavoratori che la destra non avrebbe mai potuto far passare. Tragiche sono anche le valutazioni di cui si sono rese spesso responsabili forze politiche sedicenti di sinistra, ispirate all’antico costume dei due pesi delle due misure. Un costume per cui, se un’infamia viene da destra, l’hanno commessa i fascisti, se nasce a sinistra si tratta solo di compagni che sbagliano.
La verità è che un fronte di lotta democratica con Grasso, Boldrini e il PD è una tragicomica barzelletta.

Appunti
Abbiamo scarse forze.
Nessuna di esse può costruire da sola l’alternativa e organizzare una qualche resistenza.
Potere al Popolo è stata l’unica forza di sinistra così lucida, da capire che in vista delle elezioni di marzo non si poteva stare alla finestra, ma è stata lasciata sola e non ha potuto raggiungere l’obiettivo minimo immediato.
I “moderati” raccolti attorno a Montanari, dopo il tradimento della Falcone, si sono divisi e sono stati di fatto fuori dalla lotta, accusando Potere al Popolo di settarismo. Questo atteggiamento superficiale e per molti versi irresponsabile, ha aperto l’autostrada su cui corrono Salvini e Di Maio.
De Magistris, che avrebbe potuto prendere la testa del movimento nato al Brancaccio, impedire la nascita di Leu e raccogliere le forze della democrazia, ha sottovalutato i rischi e si è limitato a guardare.
Nel precipitare della crisi l’attendismo è stato una scelta superficiale e per molti versi irresponsabile, che ha agevolato la corsa di Salvini e Di Maio. Sia Montanari che De Magistris hanno dimostrato purtroppo seri limiti nella capacità di analisi del momento storico.
La difesa di Mattarella in funzione antifascista è di una impressionante cecità. Mirava forse a rimettere in gioco il PD, che di per sé è già destra, ha rafforzato invece l’estrema destra, già molto forte.
Oggi c’è un governo con Salvini ministro di polizia e in Parlamento manca una opposizione di sinistra che conti. La lotta sociale in piazza, già debolissima nella nostra società disgregata, si colloca al limite dell’impossibile.
Cresce la barbarie.
I centri sociali sono a rischio e i militanti faranno i conti con il codice Rocco.
La costruzione di un’alternativa in grado di organizzare una “resistenza” e muoversi tra le maglie di una deriva autoritaria non è solo un irrinunciabile obiettivo politico, ma una necessità storicamente fondata.
Potere al Popolo paga il prezzo di un prolungato scontro interno tra le sue anime; la scelta di risolvere i problemi organizzativi con riunioni di un gruppo ristretto –  un Coordinamento non eletto, che rappresenta per lo più le aree organizzate – rischia di snaturare la splendida intuizione iniziale di un reale lavoro dal basso. Le potenzialità sono ancora elevate, le adesioni significative e la base attiva, come si è visto alla recente assemblea nazionale. La democrazia interna è però ancora debole e sul gran lavoro della base pesa una struttura organizzativa che, al momento, è ancora di tipo verticistico. C’è – ed è serio – il rischio di costruire un “partito dei militanti”, che non saprà parlare alla gente.
Montanari ha una visibilità mediatica legata soprattutto al suo ruolo di intellettuale che, partito da intenti inclusivi, ormai più che unire, divide. Definendo settari i protagonisti dell’iniziativa di Potere al Popolo, ha dimostrato scarsa prudenza. A lui fa riferimento parte della sinistra moderata, che deve però dialogare con quella alternativa, se, come dice, intende unirsi a chi tenta di ricostruire la sinistra nel nostro Paese.
Il Congresso di demA non si è occupato di contenuti; ha fatto spazio a Laura Boldrini, Anna Falcone e al PD e non ha chiarito quale ruolo e con quali alleati intende svolgere De Magistris, che in questi ultimi anni, pur tra mille difficoltà, ha saputo creare a Napoli un modello di amministrazione alternativo a quello neoliberista. L’unico, in una grande città del nostro Paese. La sua organizzazione non ha ancora una identità precisa e sul tema dell’Europa è stata finora più vicina a Diem25 che a Mélenchon. De Magistris può parlare alla sinistra, moderati compresi, ma non deve dimenticare di esser nato fuori dal centro-sinistra. Un’origine che gli dovrebbe consigliare di non dare troppo spazio alle componenti di demA che lavorano per dividerlo da Potere al Popolo.
La sinistra da noi ha scritto la storia quando ha saputo tenere assieme in maniera equilibrata la sua anima autenticamente riformista e le avanguardie rivoluzionarie; questo dovrebbe indurre le sue componenti a una riflessione comune e a un dialogo costruttivo, avendo presente che le “dottrine” – anche quelle che hanno avuto una forte capacità propulsiva – non sono eterne e non sempre offrono soluzioni per i cambiamenti profondi della realtà sociale.
Leu è un prodotto di laboratorio, una parte del problema, non la soluzione, ma una base ce l’ha. Se, come pare, c’è il rischio di una deriva autoritaria, occorre che Potere al Popolo, De Magistris e tutte le forze in campo autenticamente antiliberiste trovino modo di parlarsi e di parlare alle realtà di base e ai singoli cittidini disorientati e privi di ogni riferimento. Su un punto è necessaria la massima intransigenza: il PD è oggi il partito del capitale finanziario ed è il vero responsabile di questo  sfascio. Porte chiuse per i suoi dirigenti, quindi, e capacità di parlare alla sua base, così come bisogna dialogare con la sinistra interna ai 5 Stelle.
Occorre il coraggio necessario a mettere da parte i pregiudizi.
Occorre la coerenza sufficiente a chiudere con il passato che non ha più una funzione storica.
Occorre un legame forte con quanto del nostro passato invece vive e ha ancora qualcosa da insegnarci.
Occorre il coraggio di mediare, e perciò non va spezzato il filo della memoria storica.
Occorre tempo, ma potrebbe anche darsi che non ce ne sia molto.
Per me certamente non basterà e in fondo non mi dispiace. Da troppo tempo mi sento straniero a casa mia. Straniero e solo.

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