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Posts Tagged ‘Siberia’

SiberiaMettere a posto carte e archiviare così la propria vita significa anche fare incontri strani e tornare indietro di trent’anni. Non ricordavo più questa pazzia, ma mi ha messo allegria tornare alla “Siberia”, un quartiere di Napoli, uno dei più difficili. Ci ho lavorato dal 1981 al 1996 e sono stati anni indimenticabili, come i tanti studenti che mi porto nel cuore. Tra documenti politici, volantini, relazioni e testi teatrali scritti a scuola con quei ragazzi, che poi li recitavano, su un foglio ingiallito c’era questa inclassificabile serie di parole dedicate a ragazze, ragazzi e colleghi. Chi leggerà probabilmente non capirà molto. Per me questo è un mondo di sentimenti, di affetti e di ricordi che non ho voluto seppellire nella cantinola.

Doppe tre anni di combattimenti,
scaramucce cruente e ferimenti,
venuta è l’ora e ‘a pace s’è firmata.
Onore e gloria, gloria e onore spetta
a chisti prufessure ‘int’a sconfitta.
E’ stata, è overo, comme sarrà scritto,
quasi ‘na ritirata ‘e Caporetto,
ma certamente passerà alla storia
nun tanto chi ha ottenuto la vittoria,
quanto degli sconfitti ‘a resistenza
fiera e tenace annanz’a presidenza:
Là cadde con onore l’Italiano
di fronte al dilagare musulmano
e ‘a grammatica primma fui piegata
da o’ tiro di linguaggi neostrogoti:
Chiù e mille foglie dell’antologia
perirono così nella moria.
Cull’Algebra, ca Scienza e Astronomia
fui fatta fora pure a Giometria,
fucilata ca Storia e ‘a Giografia
quann’in dribbling stretto Maradona
facette gol pure a Napulione.
‘A Tecnica, ca Musica e ‘o Disegno
po’ so’ rimaste sotto a ‘na lavagna:
Cu mbruoglie, scartiloffie e co’ curagge,
l’Inglese sulamente ‘int’a la stragge
a stiento ‘a pelle infine s’è salvata
e ‘a casa chianu chianu è arriturnata:
Sta ‘nterra stiso Aragno oltre il cancello
cumm’a ‘n’alpino ‘ncopp’all’Adamello;
Tutto stracciato l’è caduto accanto
ammapusciato il Piccolo Garzanti.
Dama cadde più in là, Maria Teresa,
dei numeri reali alla difesa,
‘nziem’Amatruda ‘int’a ‘na croma chiusi
cu Della Sala, cu Staiano e Vuosi:
Del cappellano, l’ottimo Lopresti,
pare che il corpo senza scalpo resti;
Santangelo e po’ Pepe strenuamente
caddero alla Palestra eroicamente.
Di tutti insomma non s’hanno notizie
se non che di martìri e di sevizie.
Ma mò c’avite vinto oi mammalucchi,
stateve zitte, basta cull’allucchi!
Scrivete – e pe’ favore, senza errori –
‘ncop’a nu marmo appiso ‘nfacci’o muro:
«Mandati da Falcucci allo sbaraglio
– chissà si po’ fui solo pe’ nu sbaglio –
caddero valorosi quanto inermi
al loro posto i professori fermi».

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Pina entrò nella mia vita per caso. Ci si fece un posto che pochi hanno mai avuto e nessuno glielo avrebbe tolto se, quindici anni dopo il nostro incontro, una mattina di quelle che non sono uguali ad altre, non avessimo scelto di affidare la nostra sorte al caso. E allora sì, perché noi lo volemmo, poi ci si divise e ciò che venne dopo doveva venire: non si affida impunemente alla sorte ciò che dà un senso a molta parte della propria vita.
I fili che ci avevano condotti al nostro appuntamento erano parte di una storia collettiva: sessantottini si prendeva a dire qua e là, chi per invidia malevola, chi con disprezzo astioso, mettendo insieme qualche ragione e numerosi torti. E’ vero, si potrebbe provare a smentirli, ma a che servirebbe fare qui la storia di un manipolo di giuda mercanti, che vendono fumo dalle colonne di giornali prezzolati e s’arrampicano sugli scranni untuosi di quelle istituzioni tante volte spregiate? Ogni tempo li porta con sé: hanno largo consenso nei giorni della storia che dal passato si avviano a quel futuro che sarà il presente di nuove generazioni, poi, esclusi da ogni tempo, si perdono in una irrimediabile oscurità. Esistono sempre e non sono mai esistiti.

Io e Pina avevamo viaggiato sullo stesso treno, ognuno una carrozza, ma il binario era quello: dalla stessa parte, con gli stessi sogni, sulla stessa barricata. E ci eravamo attardati nella giovinezza senza accorgerci della maturità alla quale un’idea cronologica della vita ci aveva assegnati. E’ una verità banale, ma puoi stentare a capirla: col tempo che passa, occorre diventare adulti. Fa parte del gioco e, se non ci arrivi da solo, qualcuno prima o poi te lo dice. Ma è proprio vero che l’apparenza inganna: piccola, i capelli neri tagliati a caschetto, il viso lievemente largo che aveva preso a truccare molto tardi, usando il rimmel molto più che l’ombretto, Pina pareva una di quelle “signorine charleston” degli anni ’30.
Inganna l’apparenza, le avevo confessato in un giorno di stanchezza mortale, in cui tutti, chissà perché, persino lei, solitamente così acuta, tutti mi vedevano felice e forse, a vedermi, felice davvero dovevo apparire.
Ma felice di che? – la interruppi, mentre mi si era messa sottobraccio e mi teneva stretto – Felice perché?
E non lo vedi? I ragazzi ti stanno attorno, ti cercano, ti vogliono bene. Perché non sei contento?
C’era quasi timore nella sua voce dalle inflessioni fini, articolate, che se aveva paura tremava, se era felice si spezzava, se lottava con l’ansia era concitata. La voce di chi mette l’anima nelle parole ed esprime nel tono e nella musica dei suoni ciò che dentro gli vive.

Sembravo contento e sorridevo. Ma contento di che?
‘O pruvessore! – aveva gridato qualcuno mentre entravo in classe. Gli evviva mi avevano sommerso e Pina se li era goduti. Conoscevo da tempo la sua teoria:
Se apri una breccia nei cuori, poi si parla. Parlano poi – diceva – e, se lo fanno, vai dal cuore alla testa e lasci il segno.
Contento di che? Che ne avremmo poi fatto di Formisano, se persino la natura s’era divertita a farlo doppio nel viso, come doppio sempre più gli facevano il cuore in petto la scuola della strada, le regole della famiglia e la miseria morale che gli affaristi della politica contrapponevano giorno dopo giorno alla miseria materiale da cui traeva forze la camorra. Che ne avremmo fatto di quello spilungone col viso d’un coniglio e un occhio storto che gli faceva il profilo destro diverso da quello sinistro e gli inquietava il volto che inquietava?
Contento di che? Tornerei a chiedertelo oggi ancora, amica mia, se solo sapessi come farmi ascoltare e dove andare a cercare la risposta. E una, una almeno tu l’avresti, non ho dubbi. Breve, di quelle che facevano luce nel buio che dentro mi insidia da sempre.
Contento di che, Pina? Di essermi trovato a passare con l’auto davanti al crocchio dei giovani eccitati, chiusi a cerchio attorno all’aggressione? Perché fu naturale soccorrerlo Formisano, che la lingua e le mani non sapeva e non voleva tenerle a freno, messo sotto da tre, quattro ragazzi più grandi e più grossi, mentre prendeva calci e pugni e, senza lamenti, restituiva come poteva, colpo su colpo, persino coi morsi, e soccombeva insanguinato? Perché il pugno che presi anch’io mi spezzò un dente, mentre qualcuno s’era messo a urlare: E’ ‘o pruvessore!
Contento di che? Del filo di sangue che disegnando un rivolo giù, fino alla camicia, sconfiggeva penosamente le mie impossibili lezioni sulla superiorità del dialogo? Quella superiorità che il ragazzo insanguinato non aveva mai voluto accettare e tornò a rifiutare in un soffio, mentre lo strappavo a viva forza dalle grinfie dei suoi carnefici:
Avite visto chi aveva ragione?
Contento di che? Di quel consenso che mi trasformava in uno di loro?
Solo così si può provare a parlargli – mi disse Pina senza rabbuiarsi – solo così e lo sai: tu suoni a orecchio. Uno di loro. E’ la musica giusta.

E suonai, Pina, suonammo, dopo che un terremoto più terribile di quello che aveva scosso ogni pietra della città divenne un’onda d’urto micidiale che investì le coscienze e tutti incarognì. Suonammo, Pina, senza gli strumenti. Me la ricordo ancora la tua ragazza violentata dal padre – quanto parlasti, quanta strada facesti dal cuore alla testa! – quella ragazza che un giorno si lanciò a corpo morto nella vetrata del balcone dell’aula. E quell’improbabile fantino grassoccio che giorno dopo giorno mi incalzava:
Venite pruvessò, stasera è sicuro, ve facit’e sorde. Tengo ‘o cavallo buono e a vuie v’o dico! Stasera arrivo primmo, pure si trovo nu cavallo ch’è chiù forte. Venite pruvessò, stanotte chiudimm’a strada pe’ Casoria e ve facite ‘e sorde.
Suonammo, Pina, sorridendo, quando la malizia delle ragazzine che sapevano tutto della vita ci sussurrò all’orecchio:
Site ‘na bella coppia, ma tenite famiglia… – e i colleghi maligni se ne stavano zitti, ma facevano sì con la testa.

Ex sessantottini, Pina. Ma cosa vuol dire? Quelli che sanno mettere insieme un “Comitato genitori e docenti” a Via Cannola al Trivio, nel vecchio Rione Sant’Alfonso, alla Siberia, dove siamo di casa e dove gli alunni che hanno già un “nome” ci fanno da scorta? Dove comanda ‘O romano, un criminale latitante, ufficialmente super ricercato all’estero, mentre i nostri ragazzi ci dicono orgogliosi che va e viene da casa perché “ten‘e sorde e si paga l’amici pulite, ‘a gente comm’ a vuie?”.
Cosa vuol dire? Che siamo gente che nel “Comitato” hanno saputo portare le mogli e le sorelle dei camorristi e quelle si rivoltano contro i padri e i mariti che fittano la scuola data in prestito ai terremotati per farne casa d’appuntamento, deposito di droga e refurtiva, covo per ricercati? Che tutto quessto non serve a niente perché finiamo contro il muro invalicabile dei silenzi e delle collusioni? Contro il muro custodito da scienziati della borghesia passati ai posti di comando?
Vedite, pruvessò, chi aveva ragione?

Ex sessantottini, Pina. Che vuol dire? Che tutti i giorni la stampa cittadina confeziona un prodotto da tre soldi per raccontare, come fossero imprese coraggiose ed epiche, che il “gruppo di fuoco legato alla potente famiglia di Bakù ha riaperto lo scontro per il controllo del territorio“. Tutti i giorni, là dove si potrebbe titolare semplicemente: “Un deliquente esce dal fango e spara“? Che vuol dire? Domandiamolo al giornalista famoso, sceso una volta al Sud dal suo Piemonte – è storia antica. Quello che, entrando in città dalla tangenziale, attraverso lo svincolo del Corso Malta, sull’alto viadotto che sovrasta la “Siberia”, si ricorda – chi vuoi che non lo sappia? – che quella è la “più insanguinata strada di Napoli perché la città per cui passa è divisa fra i clan della camorra; le rese dei conti avvengono nei punti di confine, rapide sparatorie, scontri e fughe su motociclette potenti, e, a cose fatte, arrivano i “falchi”, i poliziotti motociclisti o gli “zingari”, come chiamano i carabinieri in divisa nera. I cadaveri non li tocca nessuno prima che arrivino le autoambulanze a ritirarli. Lungo la tangenziale avvengono anche molti scippi classici; due in motoretta che raggiungono la donna con la borsetta a tracolla e gliela tirano via come una frustata“.
Ma che dice, Pina, questo giornalista scrittore e partigiano? Il giornalista che non si ferma giù nell’inferno, non scende là dove i cadaveri si toccano: che storia è mai questa, chi glielo ha detto dei carabinieri zingari e di quello che si tocca? Non scende, no, perché gli basta vedere dall’alto l’oleografica strada che va dall’aeroporto al mare, e mostra in fondo il Vesuvio a gobbe da cammello e raccontare alla gente la favola delle borsette a tracolla e degli scippi sulla tangenziale. Gli basta raccontare con le parole di un tassista che è inutile dirlo, “ha una bella faccia feroce e istrionica“, gli parla del tempo che è cambiato, del “sole acqua” che sta sulla città e non inserisce il tassametro perché vuole rubargli qualcosa sulla corsa: “uno o due euro, purché sia lui a deciderlo, lui che è più intelligente del forestiero. La maledetta presunzione individualista per la quale un napoletano è pronto a dannarsi“.

Che vuol dire, Pina, ex sessantottini? Che ogni denuncia del “Comitato genitori e docenti”, in via Piazzolla al Trivio, cadeva sistematicamente nel vuoto e per un miracolo del Signore vecchi malati comparivano d’incanto nei loro lettucci nella nostra scuola data in prestito a inesistenti terremotati ogni volta che a sirene spiegate arrivavano in forza polizia e carabinieri?
Tutto questo ci siamo raccontati in un giorno, un giorno solo, uno di quelli che non sono uguali ad altri e ti lasciano il segno. Quel padre – ricordi? – che ci aveva pregato in un italiano inusuale e stentato di non continuare a denunciare il figlio che non veniva a scuola.
Lavora, gli ho trovato un posto – ripeteva – e cu ‘sti carabinieri ‘o posto chillo ‘o perde!
Il posto ce l’aveva davvero: una bancarella che ufficialmente vendeva sigarette di contrabbando ma copriva lo spaccio di eroina.
Tutto ci siamo raccontati in un giorno. Che la scuola chiudeva, perché ora a sinistra ci si orientava per l’efficienza e i tagli alla spesa pubblica e, a conti fatti, costavamo troppo. Dimensionamento, razionalizzazione, accorpamento erano le parole d’ordine della scuola azienda. Tutto ci siamo raccontati quel giorno, e io ti ricordai – ridesti fino alle lacrime – di quella rappresentante dei genitori in Consiglio di classe ch’era venuta a una riunione affannata e in ritardo, con una creatura stretta tra le braccia, chiedendo scusa a tutti – c’eravamo guadagnati un gran rispetto! – e s’era accomodata al suo posto.
Scusate per il bambino, nun tenevo a chi lasciarlo!
Ma il bambino tutto sporco, che lei teneva in braccio con amore, puzzava in maniera insopportabile e anche di questo la donna si scusò:
Se tornavo a casa per lavarlo, ccà nun ce venevo. E ci tenevo a venire. Sapete come vanno qua le cose. Sono uscita dal portone, pochi metri e hanno cominciato a sparare. Tenevo davanti ‘o cassunetto ‘e zinco da’ munnezza. Voi che avreste fatto al posto mio? Ci ho messo dentro il bambino e me so’ arreparata. E’ per questo che puzza!

Non so più quante volte l’avevamo detto, Pina:
Ma perché non chiediamo il trasferimento? Sono quindici anni che stiamo qua.
Sono stanca, dicesti.
Anch’io, risposi.
Testa o croce, mormorasti, e mi desti la monetina. Croce. E’ il trasferimento…
Un lampo di tristezza.

Uscito su Fuoriregistro il 28 febbraio 2006

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Michele Giraudo non sapeva molto di nulla e conosceva poco di quasi tutto ma, dopo anni di catena di montaggio, nessuno gli dava torto quando sosteneva che ormai l’unico modello di successo prodotto dalla Fiat, era la confusione.
Ma quella non fa concorrenza! commentava.
Da tempo i discorsi di padroni e politici gli parevano tutti uguali e non li capiva. e, in quanto ai sindacalisti, se qualcuno glieli nominava allargava le braccia sconsolato:
Chi li capisce è bravo! Ripeteva. E peli sulla lingua non ne aveva. Per lui, dietro i toni polemici, i gesti teatrali e le reazioni sempre più scomposte, c’erano disaccordi che non capiva.
Qui del lavoro non interessa niente più a nessuno. Che pensa il padrone? Che dicono gli imprenditori? Di questo si tratta. E noi? Noi che pensiamo? Noi stiamo con le armi in mano, ma io sparo a te e tu a me. Uno trova disastrosa la strada che l’altro ritiene miracolosa. Il muro contro muro lo fanno tra loro i sindacati, la lotta ce la facciamo tra noi e così dividiamo i lavoratori.
E come dargli torto? Non s’erano mai visti tanti licenziamenti e la situazione si faceva di giorno in giorno più confusa.
E’ un gioco al massacro. Prima dicevi prete, soldato, pacifista, e sapevi bene di cosa parlavi. Ora no. Ora i preti sono per la guerra perché con quella si fa la pace e i pacifisti collaborano coi militari armati sino ai denti, ma non vogliono sentir parlare di guerra. Loro sono solo “operatori di pace”.
Chi? gli domandava Luigi, un giovane operaio meridionale che non sempre lo seguiva nelle sue sfuriate in stretto torinese, ma aveva un fiducia sconfinata nel “compagno Michele” che in assemblea non la faceva buona a nessuno. E Michele gli rispondeva con sperimentata pazienza, anche se uno più pronto di Luigi gli avrebbe visto negli occhi un malcelato lampo di compatimento:
Soldati e pacifisti. Poi scuoteva la testa tonda, folta, bruna e arruffata, e sembrava dire: che vuoi che ti dica? Ecco qua, sei uno dei migliori prodotti dell’ultimo modello Fiat. Così va il mondo ormai. La scuola s’è sfasciata davvero e qui, in fabbrica, la cultura operaia sta scomparendo.
Di una cosa era esperto, Michele, e ne sapeva più dei centomila “esperti” che ogni sera si accapigliavano in questo o quell’angolo del “piccolo schermo”, discutendo del “bene del paese”, che, urlavano tutti, dandosi sulla voce, “è il bene più prezioso dell’operaio e dell’azienda”. Una cosa conosceva bene: “lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” – come diceva, ironico e tagliente, quasi sillabando – visto però dalla parte di chi è sfruttato, non da quella dell’intellettuale che fa la teoria.
Te li raccomando gli intellettuali, Luigi. Brutta razza, dammi retta, Tienili alla larga.
Ma ora sono diventati “lavoratori della cultura”, non l’hai visto come difendono a scuola dello Stato? replicava Luigi sconcertato, ma a Michele le chiacchiere non piacevano e c’era una questione di solidarietà che lo mandava in bestia:
Già, lavoratori! – esclamava. Un attimo, poi esplodeva: ma la Gelmini ha licenziato centomila precari e che hanno fatto? Tu li hai sentiti parlare?
Beh, onestamente no…
E non li sentirai, sta tranquillo.
Luigi, giovane com’era, conosceva solo il “sindacato dei servizi” e di lotte non capiva nulla, ma il sangue nelle vene ce l’aveva, perciò stringeva occhi e labbra in un moto di genuino disgusto e, senza nemmeno sapere il perché, ritornava al punto centrale della questione:
Se tutti vogliono questo benedetto bene nostro, sbottava esasperato, perché non si trova mai la via che mette tutti d’accordo una volta e per sempre?
Perché? – replicava Michele, senza pensarci su – Perché è sbagliato il punto di partenza. Non sta in piedi questa teoria. Chi l’ha detto che il bene dell’operaio è sempre uguale a quello dell’azienda? Così hai voglia di cercarla una via che unisce. Non la trovi. Senza lottare per conquistare e difendere diritti, gli operai devono rassegnarsi: per stare bene, non solo devono vivere peggio dei padroni, ma devono riconoscere che meglio di questo “peggio” non potranno mai stare, anzi, se così peggio non basta, c’è il peggio del peggio. Questo è il mercato.
E allora che dobbiamo fare? Rispondeva Luigi intimorito ed eccitato.
Stare insieme, lottare e, se necessario, ribellarsi, caro Luigi. Ribellarsi. Quando non se ne può più, quando ti vogliono togliere tutto, anche la dignità, allora devi dire basta. Facci caso: quando si parla del bene dei lavoratori, la parola tocca a tutti. Parlano cani e porci ma l’operaio no, l’operaio non l’ascolta nessuno.
Luigi annuiva sconsolato, mentre guardava il compagno con evidente ammirazione. Col nonno e col padre, per tre generazioni, la sua famiglia, era stata alla Fiat. Il nonno era entrato al Lingotto sin dai tempi di Ugo Gobbato e c’era rimasto fino al 1939, quando era stato mandato a Mirafiori, Luigi l’aveva sentito mille volte raccontare la storia di quegli anni alla Fiat: era come parlassero assieme migliaia di operai.
Altro che operai fascisti, diceva Michele. queste cazzate le dicono i compagni intellettuali, che attaccano il somaro al carro del padrone. Qui, a Mirafiori, il 15 maggio del ‘39 venne Mussolini in persona per l’inaugurazione. I capoccioni del sindacato fascista gli avevano assicurato il trionfo, ma si trovò di fronte una massa di lavoratori muti. Fece domande, parlò agli operai, chiese risposte, ma niente. Gelo e silenzio: su molte migliaia di presenti, risposero solo quattro gatti. No, no, niente fascismo da noi.
Niente?
Niente, tranne i capi, i dirigenti e poche centinaia di scemi e venduti che si trovano in ogni tempo e in ogni paese.
Potresti fare il professore di storia, diceva talvolta Luigi e non aveva torto. Ma Michele, come sempre, era amaro e tagliente:
No, no. Agli studenti parlano i professori di storia, i compagni “lavoratori della cultura”, come li chiami tu, quelli che a Mirafiori gridavano viva il Duce e quando cadde il fascismo diventarono tutti socialisti e comunisti. La fabbrica è nostra, Luigi. Quelli come mio nonno lo sapevano bene ed erano pronti a lottare. Noi, no, noi non abbiamo più memoria, ce ne siamo dimenticati e questi qua ci fregano. Noi abbiamo detto no al fascismo dei padroni, noi abbiamo fatto gli scioperi nel ‘43. Noi siamo andati in montagna a fare i partigiani a difendere le fabbriche e a sabotare la produzione e dopo tutto questo ci hanno schedati tutti, ci hanno messo in galera e perseguitato peggio dei fascisti.

La sua cultura, Michele se l’era costruita così, legando il filo della sua esperienza di vita ai ricordi, ai racconti, ai mille piccoli e grandi fatti appresi dal nonno e dal padre. Questo per anni era stato il merito suo vero, quello che gli aveva conquistato la stima e la fiducia dei compagni. Michele ricordava e pazienza se nessuno gli dava la parola. La difendeva come poteva, la memoria, fuori del piccolo rettangolo luminoso da cui era escluso, la “memoria storica” della grande fabbrica italiana di automobili.
Grosso e tozzo, come viene su chi non conosce palestre e s’è abbrutito precocemente nella fatica, Michele portava con sé quel miracolo di scienza comune che era allo stesso tempo vicenda personale ed esperienza collettiva. Quando si discuteva, le sue parole avevano i tratti semplici della storia popolare che non sa di lucerna, non si scrive nel chiuso delle biblioteche o nella polvere degli archivi, non s’insegna e non s’insegnerà mai nelle scuole della repubblica, ma s’è trasmessa per cento e più anni di generazione in generazione, seguendo il filo rosso della fatica, delle lotte feroci e delle nobili speranze, sempre più spesso liquidate in tre paragrafi asciutti e reticenti in manuali di storia buoni per coprire di motivi nobili, gli ignobili interessi e le passioni inconfessabili che stanno dietro la sequela noiosa delle date, delle guerre e dei trattati. Dietro la storia dei padroni che cancella la vicenda umana.
Di questo, anche di questo Michele era in grado di discutere. Che i libri di storia stessero cambiando, non poteva saperlo, ma capiva bene ch’era cambiato il mondo e non era solo geloso custode dei sui ricordi. Per lui, ogni occasione era buona per raccontare.
E’ una ricchezza anche questa, gli aveva detto più volte il padre quando s’era accorto della fine precoce che lo sorprendeva, non è facile spenderla, però tienila da conto che può tornarti utile talvolta.
Se ne ricordò una sera, tornando dalla catena di montaggio, tra degrado e cantieri della nuova modernizzazione, quando raggiunse le due stanze che gli facevano da casa, tra il Doria e la Barriera di Milano, e si lasciò cadere sul divano davanti alla televisione. S’era portato in casa l’odore medievale delle concerie, dei battitori da panno, delle peste da canapa e da olio che il nonno gli aveva insegnato a sentire cinquanta e più anni prima, conservato misteriosamente nella testa degli operai fino a oggi, impastato nel cemento che si sbriciola dov’erano fabbriche e ci sono covili d’immigrati. E’ un fatto psicologico si diceva da una vita, ma quella sera, come per incanto, l’odore familiare aveva ceduto il posto alla puzza inconfondibile della menzogna. S’era guardato intorno e c’era poco da sbagliare: la puzza era lì, nel piccolo e vecchio apparecchio televisivo che tra danni materiali e morali, canone d’abbonamento, corrente e pubblicità ingannevoli e petulanti, gli costava così tanto, che aveva pensato più volte di chiudere il conto e, se non l’aveva mai fatto, era stato perché è un mondo, questo, in cui si paga tutto col tempo del lavoro che ti ruba il tempo della vita, sicché anche chiudere un conto, quale che sia, chiede a un operaio sacrifici impossibili. La verità era semplice e amara. In quel piccolo e maledetto schermo una qualche scemenza per passare il tempo la trovi, una partita di calcio, un filmetto tutto sogni americani, uno sballo di scazzottate parlamentari, le curve procaci delle veline, sia quel che sia, in qualche modo passi la serata, ché altrimenti sei solo, ti scoli la bottiglia delle grandi occasioni che non verranno mai o ti fai di spinelli. E poi non è che vivi meglio.
Qui ci vendiamo tutti, mormorò disgustato, ma accese ugualmente e sibilò: è una droga.
Michele non avrebbe saputo descriverlo bene – tra le parole “colte” si muoveva male – ma a puzzare era uno dall’aria tonta e bovina, più furbo e maligno che intelligente, pesante troppo, soprattutto per chi può permettersi palestre, e soprattutto sfuggente, incapace di guardare negli occhi e sempre obliquo. Uno, pensò subito l’operaio, che se lo metti stasera alla catena domani marca visita e poi si dà da fare coi capi per patteggiare protezioni.
Perché tanta puzza? Era la manfrina di sempre. Domande concordate risposte senza un cane che dicesse ma che stai dicendo? E continuava così. Ogni parola un colpo di rivoltella:
La Fiat non ha debiti col Paese, abbiamo restituito tutto…
Tutto?
Michele saltava su dal divanetto traballante e per poco non lo sfasciava. Tutto? Anche i morti fatti in guerra dalle mitragliatrici raffreddate ad acqua inceppate nel gelo della Siberia? E che si pagano i morti? E il fascismo? E Valletta? E la salute che se ne va alla catena? Che cazzo hai pagato? Che hai pagato?
Ma quello non poteva sentirlo e il giornalista annuiva concordando.
Il mercato globale è questo: il lavoro costa, fuori si paga meno e perciò meno pause, meno malattie, niente sciopero e in fabbrica solo il sindacato che è d’accordo…
E per il giornalista tutto giusto.
Michele non urlava più da solo. Nel buio della stanza ora c’erano il nonno e il padre.
Luigi tradirà, ma ci vuole pazienza…
A loro non gli basta vincere, pretendono di stravincere.
Il nonno sibilò: poi c’è chi si lamenta di Piazzale Loreto.
Il padre annuì. Col padre solo due parole: tutto questo parte da lontano. Io mi ricordo la bomba di Piazza Fontana.
E la televisione continuava a gracchiare:
Due sindacati hanno già firmato. L’altro cederà. Basta lacci e lotta di classe. E’ un gran bel momento per tutti quelli che hanno faticato. Un’intesa è raggiunta, va bene per i lavoratori e per il futuro dello stabilimento. Mirafiori inizia oggi una nuova fase della sua vita.
– La fase del ricatto, sibilò il nonno.
Poi i due vecchi svanirono nel nulla.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 gennaio 2011

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