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Posts Tagged ‘Immigrati’

115_Tvk8jthumbSalvini non è un uomo colto. Non a caso fino al 2018 ha vissuto come cittadino di un Paese che non c’è – la Padania – e ha diretto un partito che ne chiedeva la separazione dall’Italia: la “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”.
Cresciuto nella convinzione che la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia e le Venezie costituissero una comunità di valori armonici, un’unica realtà geografica, economica, storica e – ciò che più conta – etnica, si è poi convertito a un tragicomico nazionalismo italico, cambiando così cittadinanza e razza. Oggi infatti non è più figlio dell’inesistente etnia padana, con i suoi codicilli celtici, transpadani e cispadani, la sua identità economica, produttiva e linguistica.
Svanito il razzista secessionista, è nato dal nulla il difensore dell’etnia italiana, minacciata da fantomatiche orde di barbari immigrati. Ministro di polizia della Repubblica ieri rinnegata, Salvini è ossessionato dalla difesa dell’identità culturale italiana e se la prende con l’Europa alla quale, in realtà, è molto più vicino di quanto creda. Certo, per secoli l’Europa ha affermato il diritto di emigrare e Kant riconobbe quello di immigrare, facendo appello a una universale ospitalità garante di una pace perpetua. Quell’Europa, però non esiste più e oggi l’antico diritto è diventato un delitto.
Salvini non lo sa, ma non inventa nulla. Dice semplicemente, con la brutalità di un ignorante, ciò che pensano le classi dirigenti dell’Unione Europea, imbarbarita da una sempre più iniqua distribuzione della ricchezza: il diritto di emigrare non è mai stato un principio di civiltà, ma la copertura legale del colonialismo. Oggi, che i popoli colonizzati premono ai confini dei privilegi occidentali, quel diritto è ovunque negato, costi quel che costi, anche un ritorno al nazifascismo.
Il capo degli autonomisti settentrionali non è in grado di fare ragionamenti complessi, ma lo guida l’istinto; non  sa, ma sente che le ragioni profonde del suo razzismo – ieri padano, oggi italiano – non derivano dall’emigrazione, ma nascono dalla necessità feroce di difendere privilegi. E’ per questo che ripete la solfa del negro stupratore, punta il dito sulla minaccia dei Rom, cavilla sul clandestino economico, lancia quotidianamente lo slogan dello straniero pericoloso e se occorre fa esplodere il caso della docente che non ha sorvegliato gli studenti. Da perfetto ignorante, si affida all’istinto: guai se gli insegnanti riusciranno a far capire agli studenti che il razzismo è un’invenzione del capitalismo, un’esigenza del neoliberismo che difende il diritto di sfruttamento.
Se il leghista istintivamente capisce che la sinistra si è suicidata quando ha inseguito la destra sui temi della formazione e attacca chi fa scuola come si deve, a noi tocca difendere in ogni modo Rosa Maria Dell’Aria: la sola via d’uscita dalla tragedia che viviamo passa per la capacità che avremo di coltivare intelligenza critica e libero pensiero. E’ questa la prima e forse l’ultima trincea.

Agoravox e Fuoriregistro, 21 maggio 2019

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liberta-pensieroComunque vada, Tsipras ha dimostrato che la sedicente “classe dominante” è forte ormai solo di armi e barbarie e non ha un’idea degna di questo nome per evitare anzitutto a se stessa il baratro verso cui pensava di spingere le classi che ritiene “dominate”. I cosiddetti “poteri forti” si sentono ormai tremendamente deboli e percepiscono i primi, seri sintomi di uno stato confusionale. Più che sapere che intendono fare, d’un tratto sentono che le armi e i mercenari non sono sufficienti e intuiscono che la spinta giungerà, invisibile, dal basso, da un terremoto che si annuncia sotto i piedi sempre più incerti dei sedicenti “grandi”, violentissima e inattesa. Oggi, domani, nel futuro immediato, ma certo quando meno se l’aspettano e dove non sanno. Se la “classe dominante”, sempre più dominata dal panico, dovesse azzardarsi a forzare ulteriormente la mano, la Grecia potrebbe diventare la Spagna del tempo nostro. Gli immigrati più colti, preparati e ribelli ormai ce l’hanno chiaro e la saldatura delle lotte tra giovani sfruttati di tutte le razze, qui, nel cuore dell’Europa non è una possibilità remota o il sogno degli illusi: è l’alternativa concreta all’unione delle banche. I sedicenti grandi sono sostanzialmente degli ignoranti, sanno qualcosa d’economia, ma disprezzano la filosofia e ignorano la storia, altrimenti non sarebbero andati in giro a celebrarne l’impossibile “morte” e ne avrebbero temuto il monito: contro la dignità dei greci è già cozzato invano un immenso impero e s’è perso. La violenza impotente delle banche ci rende ormai tutti greci e presto la scena potrebbe cambiare. Vivrò quanto basta per vedere un centro sociale interrazziale accampato con armi e masserizie nei locali dell’ex BCE.

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Da un po’, negli “studi” e nelle redazioni dei Tg, la preoccupazione era ormai palpabile e a far fronte alla “crisi” non era certo bastato il palliativo del “fuori onda” impietoso di un noto “anchorman” che s’era messo a urlare: “Niente, cazzo! Niente di niente! Ansa Adnkronos, Italpress, France Press, persino l’Atene News dalla Grecia disastrata! Niente. Elettroencefalogramma da stato comatoso. Porca puttana, qua se non ci pensa un attentato coi fiocchi o non fanno fuori un altro idiota come Arrigoni, siamo veramente fottuti. Fo-ttu-ti!”.

Linguaggio da scaricante, certo, ma come dargli torto? La situazione non era più sostenibile. Con le scariche d’adrenalina per l’immancabile ecatombe estiva di poveracci annegati nel Canale di Sicilia, s’erano fatti miracoli: i penosi litigi tra motovedette italiane e maltesi, la rissa accanita su immigrati e clandestini e le proteste di Lampedusa, tutto s’era sfruttato abilmente, andando avanti così fino all’indecenza. Tra le accuse agli “sporchi marocchini”, l’irriverente dito medio mostrato agli avversari, la gamma di contumelie che dall’adirato e secco “razzista” si era spinta fino all’articolato e travolgente “culattone, amico di tutti i culattoni e leccaculo, pronto a vendere l’anima per il voto dei preti”, nulla era stato trascurato e si era giunti così allo scambio violento di oggetti tra deputati di opposte fazioni, in un Parlamento ridotto a linguaggio da trivio e costumi da angiporto. Per un mese s’era suonata la stessa solfa ed era andata sinceramente bene, tant’è che sui set televisivi, a microfoni spenti, maggioranza e opposizione s’erano reciprocamente complimentate perché, nella violenza della contrapposizione, la gente non s’era mai fermata sulle responsabilità politiche degli ultimi governi e non ricordava più nemmeno la tragedia da cui s’era partiti. Sugli sventurati lasciati a morire, s’era fatto insomma un guadagno collettivo: giornalisti a ruota libera e politici usciti dalla bufera per il rotto della cuffia. Se poi a qualcuno, tornavano in mente per caso i morti finiti in pasto ai pesci nel canale, la peggio toccava ai maltesi, alle loro maledette menzogne e ai “rompicoglioni di Lampedusa che sono più africani dei clandestini”.

Nonostante la bravura di registi e studiosi della psicologia delle masse, tuttavia, giocate tutte le carte, quelle possibili e quelle impossibili, l’esaurimento della “notizia” e le burrasche autunnali avevano spezzato l’incantesimo. Il Paese televisivo, carta assorbente di ogni messaggio occulto ed elemento decisivo nella periodica trappola elettorale d’una democrazia parlamentare sempre più virtuale e priva di partecipazione, era stato costretto a fare a meno dell’istruttiva valanga di contumelie e pubblici ceffoni cui l’avevano assuefatto i naufragi estivi. Senza più sbarchi, s’era tornati alla programmazione televisiva prescritta come terapia di mantenimento per un popolo di quizzomani e tossicodipendenti da fiction, ipnotizzato da principi danzanti con le stelle: la dose quotidiana di “Principessa Sissi”, a giorni alterni santi carabinieri e beati poliziotti e in prima serata, a fine settimana, un violento bombardamento di “sogno americano” servito in pillole nella serie televisiva di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tuttavia, senza un gossip corposo e la cura da cavallo di sputi, parolacce e pugilato politico serale c’era il rischio concreto che persino pensionate, pensionati, sebbene drogati dal poker elettronico, inebetiti da ricette culinarie e messi in crisi d’identità da casalinghe felici di stirare e vecchi ruspanti persino nei pampers, s’accorgessero del trenta per cento di nipoti disoccupati e della pensione che valeva sempre meno e cominciassero con le domande scomode sulle piazze di Atene dove, per opera e virtù dello spirito santo, milioni di greci, informavano con aria di inequivocabile disapprovazione i più noti mezzibusti, erano diventati anarco-insurrezionalisti e s’erano messi addirittura a tirare sassi al Parlamento. Le parole, usate come pietre, erano lì pronte a rassicurare: “L’Italia non è la Grecia!“. Era un po’ come con gli immigrati: “sì, certo, povera gente, però perché non se ne stanno a casa?“. La disapprovazione dei mezzibusti era un messaggio chiaro: “ma a questi greci chi gliel’ha fatto fare di sperperare tanto?”. L’Italia non è la Grecia. Questo il passaparola avviato ad arte, tra giovani stelline sculettanti, seni al vento e isole di gente diventata d’un tratto famosa senza che nessuno sapesse bene il perché. A parare eventuali colpi bassi, per un po’ aveva provveduto l’overdose dei “servizi speciali” sul solito processo per un violento omicidio con stupro all’immancabile mostro rumeno messo in onda per venti sere di seguito per impedire ogni possibilità di riflessione e offrire una via di fuga nel tran tran quotidiano sulle espulsioni, sui permessi di soggiorno, sui rischi del terrorismo e sulla necessità di bombardare qua e là la miseria in una guerra dal bilancio strano: i morti tutti civili e tutti da una parte sola. Mai la nostra.

Col razzismo levato alla gloria degli altari, l’anchorman aveva saputo cogliere l’occasione per esaltare la sua abilità in spericolate serate di “grandi ascolti”: ogni trucco era servito, anche un siparietto anglosassone fatto di commenti al vetriolo sui costumi sessuali di notori farabutti e sfaticati che un linguaggio complice e ammiccante ha traformato nell’affascinante “jet set”. L’imbroglio geniale, quello che aveva vinto la gara dello “share”, era venuto quando s’era messo a pilotare lo zapping nel manicomio serale e, contro l’offerta di cosce e tette del polo privato, aveva condotto alla vittoria il polo “progressista” del servizio pubblic, sparando a zero sul rumeno presunto assassino. Uno scoop che aveva consentito più veli sul corpo femminile e un uso a pieno regime dell’intera gamma delle contumelie, senza le quali una serata televisiva o un dibattito sull’attualità politica non ha più speranza di successo.
Quando la crisi economica s’era fatta “greca” anche dalle nostre parti, però, non c’era stato scampo: la gente aveva preso a protestare e non pareva più possibile trovare il bandolo della matassa. Temendo la rivolta, la democrazia parlamentare aveva imbavagliato il Parlamento, impegnandolo su leggi senza capo e senza coda, e aveva puntato tutto sulla “pace televisiva“. Ne erano venute fuori ore e ore di una violenta criminalizzazione del dissenso che aveva unito senza alcuna eccezione destra, sinistra e centro dello schieramento politico e, come soldati precettati, i conduttori di ogni rete. Ciò fatto, s’era sperato in un qualche evento straordinario che consentisse di uscire dal “cul de sac“. Sarà che Dio vede e provvede, sarà che il potere è potere e orienta persino la speranza, sta di fatto che a metà di un ottobre caldo, con scontri di piazza “greci” anche in Italia, la gente piena di rabbia, il fumo e le fiamme che annunciavano rivolta, l’investimento sulla nonviolenza e il pacifismo aveva dato i suoi frutti e la gente in piazza s’era divisa tra chi odiava pacificamente governo, maggioranza e opposizione e chi nutriva un identico odio ma lo esprimeva con tutta la rabbia che produce la disperazione. Per sere e sere, senza sbarchi e naufragi, senza romeni processati e senza dosi di metadone per tossicodipendenti da televisione, erano spariti i principi danzanti con le stelle, l’immancabile “Principessa Sissi” e il sogno americano a base di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tutto s’era ridotto a santi carabinieri, beati poliziotti e arcangeli Gabriele in divisa da bersaglieri. In tutte le ore, dalla mattina fino alla sera. Ventiquattrore su ventiquattro. Due giorni soli, e s’erano visti gli effetti: la gente, pentita, col capo cosparso di cenere era andata a Canossa ad implorare un pacifico fallimento dello Stato e aveva portato i suoi averi agli uffici del fisco; come per incanto, era resuscitato il “sogno americano”, nei panni dell’eroe che, col cuore gonfio di dolore, l’animo oppresso dal rimorso e il viso indurito dalla sofferenza, aveva denunciato il padre e il fratello per una presunta congiura contro il potere economico ingiustamente accusato di essersi impadronito di quello politico. Con quest’accusa infamante, l’eroe aveva sottratto la sua coscienza all’oppressione di intollerabili pensieri violenti ed era andato incontro al trionfo dei talk show.

Due giorni dopo questa vera rivoluzione, maggioranza e minoranza, riunite nel “Partito unico della maggiominoranza”, avevano impartito democratiche disposizioni ai mezzi d’informazione. Ferma restando la condanna di ogni violenza, la televisione era tenuta a trasmettere per almeno quarantotto ore consecutive, senza alcuna fascia protetta, le immagini del linciaggio d’un leader africano, un ex alleato, passato per oscuri motivi nelle file dei nemici giurati delle banche. Non c’è  reato più grave. Le forze armate di tutto il “mondo civile“, impegnate da mesi nei feroci bombardamenti di una guerra di liberazione dal dittatore, con grande sprezzo del pericolo, dal cielo libero e sgombro avevano agevolato in ogni modo il linciaggio del tiranno. E bisognava che la gente la vedesse questa manifestazione di amore per la pace e questo così evidente disprezzo per la violenza.

Porca puttana”, aveva commentato nell’immancabile “fuori onda” il solito anchorman, mentre scontava vomitando la sua nota delicatezza di stomaco, “è la migliore trasmissione sulla nonviolenza che si sia mai fatta nella storia della nostra televisione”.

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Anche oggi, la “libera” stampa cuce, scuce e rattoppa il quadro d’un Paese che non c’è. Ci hanno detto mille volte che la riforma Gelmini è passata, ma hanno “dimenticato” che ci sono centinaia di statuti da approvare e, al primo tentativo, ecco il CNR occupato. Se per ogni statuto si fanno barricate, la notizia vera non è che la legge è passata, tanto più che nelle scuole di Napoli e Torino la meritocrazia pezzente e la strisciante gerarchizzazione del personale docente sono fallite. Chi si ricorda di Roma il 14 dicembre, lo capisce bene: la notizia vera è che la prova di forza continua.

Se un governo la forza ce l’ha, e pensa di usarla, può andargli anche bene. Ma la forza governa un Paese?

Chi ha visto dai cellulari tunisini studenti e professori uccisi e un popolo insorto che urlava “non abbiamo paura” chiede ai fatti se la forza governa. E i fatti dicono no. Lì in Tunisia, dicono, non è solo rivolta della fame e, interrogati, spiegano che Ben Alì, l’amico di Frattini, Gelmini, Berlusconi e soci, il dittatore tunisino di cui grancassa e sordina coprono da vent’anni il romanzo criminale, è stato cacciato sì dalla fame, ma era soprattutto fame di diritti.

C’è fame e fame, dicono i fatti, e meglio sarebbe ascoltarli.

Diritti. Sì, certo, qui da noi la difesa è all’ordine del giorno. C’è un diluvio di “notizie iraniane” e ci sono i mille ripetuti appelli per la povera Sakinè. Siamo liberali e liberisti, noi, non c’è dubbio, ma siamo soprattutto “occidentali” e qui da noi la globalizzazione farà i conti con la civiltà. Così dice la stampa ad ogni piè sospinto. Sta di fatto, però, che abbiamo avuto vent’anni di Sakiné tunisine e i nostri pennivendoli, sbadati, striminziti, col loro misurato contagocce, con la loro scientifica avarizia, se ne sono stati rigorosamente zitti. Mai un attacco, mai una denuncia. Né sì né no. Solo da un po’ qualche . Ed è stato già molto.

A scuola, da noi, la Tunisia è solo un paese mediterraneo; confini, economia, l’indipendenza nel ’56, poi storia in pillole e tanto turismo. Del sistema politico, poco o niente, ma si sa: gli amici del regime da noi sono potenti. A ben vedere, la Tunisia s’è quasi persa nella coscienza nostra e l’avremmo dimenticata, se la grancassa non togliesse la sordina per il can can sugli immigrati e i clandestini stupratori e delinquenti, persi tra motovedette corsare nel Canal di Sicilia, i CIE di Maroni e le nostre civili galere: carne da macello per la lega di Bossi e Borghezio. Ovunque cerchi, nell’elenco liberale e liberista di “fatti tunisini” non c’è traccia dei settecento colleghi di Marchionne alleati del regime di Ben Alì per spolpare l’osso, come comanda l’etica del profitto.

Etica del profitto, certo. Se questa però è l’etica, ecco il senso reale della riforma Gelmini, ecco spiegata la volontà di sottomettere scuola e cultura al potere economico. Ecco, soprattutto, la saldatura della lotta per la cultura con quella per il lavoro. L’Italia che lotta nelle scuole e nelle università è la stessa che soffre a Mirafiori con la Fiat che “modernizza“. Diverso è il contesto, ma uguale l’origine della questione: la cosiddetta “globalizzazione“. Eccolo il problema. Di là, dal feticcio della globalizzazione, partono Gelmini, Sacconi e Marchionne, da una regola fissa: questo è, questo può e deve essere. Viste così, quale che sia l’angolo visuale, Italia e Tunisia diventano incredibilmente vicine: i giovani diplomati rapinati del futuro, i costi della “modernizzazione“, la difficile scelta tra vivere e sopravvivere che spinge in piazza e sconfigge la paura, i legami inconfessabili tra due governi complici nello sfruttamento delle risorse umane e materiali.

Lo sfruttamento. Non se ne parla più, ma esiste e cresce.

Ce l’hanno detto mille volte: a questo governo non c’è alternativa, come non c’è alternativa alla “globalizzazione“. La scelta è comunque tra fame e diritti. Da una parte ci sono il diritto al lavoro e il diritto allo studio, dall’altra la promessa d’un piatto di lenticchie. In ogni caso, scuola o lavoro, la condizione è una: rinuncia al diritto di avere diritti. Può darsi che sia così, può darsi che il civilissimo Occidente, geloso custode di una pretesa identità di fronte all’integralismo musulmano, sia al bivio fatale: o profitto o diritti. E’ la logica di Marchionne. E tuttavia, se quattrocento impiegati cinesizzano l’Italia, il modello Fiat nasce tunisino e, dopo Mirafiori, deciderà la piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 gennaio 2011

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Morto di freddo, stanco, i nervi a fior di pelle e la consapevolezza che, comunque vada, è sempre più difficile, per uno come me, stare tra i ragazzi senza correre il rischio di sembrare l’eterno “cattivo maestro“. In questo stato prendo la penna e scrivo. Faccio finta che ci sia chi me lo chieda, ma lo so: ho bisogno di domandare a me stesso che penso davvero, al di là di quello che dico nelle assemblee. Non mi sottraggo, come mi consiglia l’istinto. Non mi sottraggo e, tuttavia, per precauzione scrivo a me stesso e non provo a parlare. Senza fermarmi, come si fa quando in mano c’è la penna, mi riuscirebbe molto più difficile dire fino in fondo la mia incerta e problematica opinione.

Lascio da parte i pacifisti convinti e militanti. Ne ho un profondo rispetto. La dico come può vederla uno come me, che non ama il conflitto, ma lo ritiene parte integrante della vicenda umana e fatalmente ragiona senza scartare a priori le categorie della guerra “che è nelle cose“. Pace e guerra sono in contrasto tra loro, ma sono interdipendenti. Così voleva il filosofo antico. Metto nel conto il dissenso e la delusione. Mi capita spesso. Sono all’opposizione di me stesso, per ragioni di formazione e perché dalle presunte certezze nasce la maggior parte degli errori. Peggio sarebbe, molto più che deludente, una comoda menzogna. Di tutte, la peggiore, la più inaccettabile, sarebbe la versione annacquata d’un pensiero che nasce dal profondo e matura nel fuoco d’uno scontro. Non sono sereno. Ecco la prima verità che sento il bisogno di dire a me stesso. Non lo sono, non so esserlo. Tutta la serenità di cui sono capace si esaurisce nella discussione coi giovani, quando il senso della responsabilità prevale su tutto, anche sulla complessità d’una passione civile profonda e d’una concezione della vita che non può più registrare cambiamenti sostanziali, ma è ancora fortemente decisa a capire, ascoltare, soprattutto imparare.

La premessa è lunghissima, forse incomprensibile, certamente incompleta e incapace di spiegare la tempesta che mi porto dentro. Provo a partire da una convinzione che io e le mie contraddizioni possiamo condividere senza problemi di coscienza. Ci sono mostri costruiti ad arte da chi dall’esistenza dei mostri ricava cospicui vantaggi. Il fantomatico e ferocissimo Bin Laden, ad esempio, un mostro così consapevole della mostruosità di cui si fa portabandiera, da saper scegliere ripetutamente quando sparire con tempismo mirabile e quando resuscitare con precisione cronometrica: infallibile, ora, minuto e secondo. Abbiamo una vergogna da far passare come fatale necessità della storia? Bene. Un proclama di Bin Laden che chiama alla guerra santa ci toglie prontamente d’impaccio. I black blok sono i Bin Laden dello scontro sociale. Che il 14 potessero comparire a Roma – autentici o imitazioni grossolane, conta poco – era certo, com’è certo che domani, per arrestare un disgraziato maomettano da offrire in pasto alla folla fanatizzata e scatenare una convenientissima guerra tra i poveri, Bin Laden tornerà a lanciare un proclama. Questa è la rappresentazione mediatica. E questa diventa anche la verità in una società che mediatica e virtuale è ormai per costituzione.

Ch’è accaduto a Roma il 14 dicembre? Ti sbagli se dici che in Parlamento anche un cieco avrebbe visto che la classe dirigente non è all’altezza della drammatica situazione in cui versa il Paese? Puoi quantomeno sostenerlo con ragionevole probabilità di non dire sciocchezze: il cieco l’avrebbe visto, noi no. Noi non abbiamo visto, forse non vogliamo vederlo, ci fa male, è troppo desolante, che l’opposizione al berlusconismo è più berlusconiana di Berlusconi. Un idiota, un analfabeta della politica si sarebbe reso conto che c’è un’isola cieca e sorda in un mare in tempesta che la circonda; un’isola che non ha alcun collegamento con la terraferma e nella quale si “gioca alla democrazia“, ma si esercita di fatto un potere fuori controllo; un potere che cancella anche i diritti più elementari, in nome del mercato e del profitto. L’avrebbe visto un analfabeta della politica, noi no, noi vediamo un’isola diversa, ricca di collegamenti. Crediamo, o fingiamo di credere, che esista un dialogo tra chi affonda nella tempesta, senza speranza di toccare la terraferma, e l’isola che possiede una flotta in grado di soccorrere i naufraghi, ma le ordina di puntare le armi, stare a guardia del porto, a tutela dell’isola, e sparare a zero su chiunque s’avvicini. Anche la morte può servire alla vita e perciò, i naufraghi vadano a picco.

Roma il 14 era piena zeppa di “bamboccioni“. Così li abbiamo chiamati in maniera oltraggiosa. Da loro vorremmo senso di responsabilità, proteste pacifiche, discorsi politici, rispetto per le Istituzioni. Nel 1992, quando l’Europa delle banche prese il sopravvento su quella dei popoli, non erano nati ancora o erano bambini. Noi cominciammo a decidere che occorreva cambiare il calcolo delle pensioni e, senza domandargli come avrebbero fatto da vecchi, decidemmo di farle valere la metà delle nostre. Si sentì qualche voce di dissenso ci fu qualche battaglia – mi ricordo la mia onorata “carriera” di sindacalista finita nel fango – ma ci si disse che occorreva “realismo“. E in nome del realismo si cominciò a discutere senso e valore del lavoro a tempo indeterminato. Chi lo difese divenne subito un “conservatore“. Si misero al lavoro intelligenze sottili e cominciò la serie delle novità: co.co.co, lavoro interinale, lavoro in prestito e decidemmo insieme, senza informare i figli e i nipoti, che era ora di “piantarla coi privilegi“. Basta certezze, la concorrenza è l’anima del commercio e si fece commercio della vita. Poco ancora, poi decidemmo di spostare in avanti l’età pensionabile e cancellammo il conflitto dall’idea di sindacato. C’era lo sciopero, ma convenimmo che l’orario di un treno contava più d’un diritto violato. I treni continuarono a fare ritardo, a meno che non fossero quelli supercostosi che chi lavora non può permettersi e, tuttavia, lo sciopero s’era regolamentato. Non ci sembrò necessario chiedere un parere ai nostri ragazzi appena adolescenti. Diavolo, ne sapevamo molto più di loro, e li disarmammo, sostenendo che avremmo inventato nuove forme di lotta. Qui qualcosa si mosse e un manipolo di sindacalisti stanchi mollò la poltrona e tornò a lavorare, ma questo fu il massimo che sapemmo fare. Ci furono guerre, le chiamammo pace e le combattemmo. In verità, noi no. Noi eravamo vecchi. Andarono a morire i primi figli della nostra “rivoluzione liberale” e però fummo eroici: li decorammo. E ci giocammo la Costituzione. Se ripercorro la storia delle mie sconfitte, credo che corrisponda perfettamente al percorso che ci conduce a Roma, al 14 dicembre del 2010. Cominciò con un milione di persone condotte in piazza nella capitale contro Dini, ministro di Berlusconi passato poi con la sinistra, e ci ha portati ai centomila “black blok” che l’altro ieri hanno dato di piglio alla violenza. L’Isola dei famosi; o, se volete, Montecitorio, andava in scena in contemporanea. I docenti di ogni ordine e grado erano a casa, a casa erano i genitori e c’erano i terremotati dell’Aquila, perché feriti a morte, manipoli d’operai e qualche illuso che s’affida alle regole del gioco che non ci sono più e prende fischi per fiaschi, accusando i figli delle colpe dei padri.

La più terribile che ho ascoltato non è la faccenda dei provocatori e della violenza. Lo dico da docente. La più tremenda versione dei fatti che s’è provato a far passare è questa, onestamente incomprensibile e terribilmente fuorviante: senza il “manipolo” dei violenti brutti e cattivi, i nostri bravi giovani avrebbero salvato l’onore della scuola e dell’università. Lasciamolo perdere l’onore. Lasciamolo perdere ch’è meglio. Ognuno la legga come meglio gli pare, questa esplosione di rabbia, ma questo non è il ’68 – non si tratta di regole e nessuno si propone come classe dirigente “nel sistema“. La barzelletta dei black blok non fa ridere nessuno e quella dell’onore salvato è strumentale e autoassolutoria. Lasciamolo perdere l’onore e stiamo attenti. C’è un rischio grave. Criticando da vecchi saccenti le pratiche di lotte e chiamandosi fuori, si rischia di trasformare una battaglia contro i guasti del liberismo in un tremendo e inaccettabile scontro generazionale, col rischio fatale di un pericoloso isolamento dei nostri ragazzi. E sarebbe una catastrofe, perché in discussione ci siamo invece tutti: i cinquantenni precarizzati, gli immigrati deportati, i vecchi operai ridotti alla fame, le donne in mille modi violate e i ragazzi ricondotti a una condizione da prima rivoluzione industriale. S’è rotto un equilibrio. I giovani lottano per un futuro che abbiamo contribuito a cancellare. Delle pratiche di lotta in una realtà fortemente conflittuale, in una crisi economica e sociale che è crisi di sistema, si può discutere solo in un modo: lottando assieme, ritrovando il legame tra generazioni e lotte. Qui nascono, a un tempo, la legittimità di chi intende criticare e la possibilità di scambio tra visioni del mondo, esperienze e bisogni.

Il resto sono chiacchiere. Non tutte in buona fede.

Ecco. Ho scritto a me stesso, in una notte insonne. Quando mi leggerò, troverò che sono oscuro. Ma non è facile esser chiari, perché la storia conosce improvvise accelerazioni e brusche frenate. Questa fase come la leggi? E’ l’inizio di una sconfitta, il prezzo del passato, una di quelle “primavere della storia“; che non t’aspetti e giungono improvvise? Come fai a valutare? Tutto quello che puoi dire è che non immaginavi di doverla fare questa fatica; la fatica di misurare la tua rabbia per non innescare violenza su violenza. Non lo immaginavi. Affondano, i nostri ragazzi. Annaspano, ma vogliono riemergere e hanno ragioni da vendere. Seguirli onestamente, accompagnarli umilmente. Altro non so fare, ma credo che sia un dovere morale porgere l’altra guancia al loro ceffone. Hanno diritto di fare la loro battaglia e abbiamo il dovere di essere credibili. Poi dissentiremo, se serve, ma solo così li aiuteremo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 dicembre 2010.

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Chiamare le cose col loro nome vero è il primo gesto rivoluzionario”, affermava Rosa Luxemburg. Non prenderemo il Palazzo d’inverno, ma non ci farà male. “Il Manifesto” del 12  annunciava una mobilitazione a base di raccolta firme e rotoli di carta igienica. Anche questo va bene se altro non c’è: rotoli e carta igienica. Tuttavia, dietro l’enfasi rituale – prosa brillante, lustrini e pailettes – c’è la sinistra all’angolo, appesa al carro di una nebulosa: la “società civile” dicono gli ottimisti. Lo slogan è efficace, c’è la piazza in armi, un po’ di folclore che peccato non è e la fede illuministica nelle virtù della “ragione”. Senza intenti polemici, però, l’elemento di fondo ha un nome vero: si chiama scollamento e ci separa dalla realtà di un paese che annaspa, mentre sul fronte opposto un governo reazionario sa fare il suo mestiere: alzo zero e fuoco a volontà.

Sarà difetto di memoria, o il difetto riguarda forse gli strumenti d’analisi, sta di fatto che anni fa volemmo l’Italia arcobaleno; manterremo la pace, ci dicemmo, ma navi e soldati andarono in guerra. Se il vento consente, accendiamo candele per la legalità ma la luce non basta e il paese è più marcio; in difesa della libertà ci mettiamo ogni tanto in viola, ma il gregge parlamentare fa come i fascisti: se ne frega e passano in serie leggi liberticide. Ecco allora le firme sui rotoli di carta igienica. Per carità, ognuno a suo modo e, d’altra parte, è segno che ci siamo. In quanto a me, sono vecchio lo so e, più il tempo passa, più questo mondo non mi sembra il mio. Prendetela perciò come un sintomo di senilità e lasciatemelo dire: avanti così, col folclore e le “pensate” illuminate, i conti non li quadriamo.

I precari della scuola urlano dai tetti occupati: non ci stanno, non cedono, e sfidano un governo che schiera manganelli contro i lavoratori e altro non fa. Questo andazzo sa di Cile, hanno gridato, e induce alla sommossa. Il loro nemico, però, non è solo l’avvocato Gelmini. I precari sono un dito puntato anche contro docenti “di ruolo” e genitori più o meno “organizzati”. Gente che sui tetti non va perché è impegnata coi nodi ai  fazzoletti, con le candele accese e con la carta igienica.

C’è un mare di sofferenza, i diritti sono violati, milioni di lavoratori ridotti alla fame. Si fanno leggi che offendono le coscienze, ma per buona sorte c’è un vento che sa di tempesta. Mettiamolo in piazza questo vento. Agiamo dal basso e di concerto. La lotta dei precari della scuola sia quella di chi non ha e non avrà lavoro, dei cassintegrati e dei licenziati, dei commessi che lavorano 24 ore su 24, degli studenti ai quali tolgono scuola e università. Mettiamo tutto questo in piazza senza paura, facciamolo, poi tiriamo le somme. Quante volte si è detto? Ma non c’è stato verso. In piazza c’era l’Onda degli studenti, Gelmini tremava, ma insegnanti e genitori stavano a guardare. Sarebbe bastato affiancarli per aprire la breccia. E invece no. Ognuno per la sua strada e dio per tutti.

Lo dico chiaro, ché male non ci fa: non si può fare una lotta solo per la scuola. E se tutto si riduce a questo, la partita è persa. La battaglia è contro un disegno politico che, con gelida ferocia, colpisce la scuola statale in quanto fucina di pensiero critico, archivio vivente della memoria storica e presidio di democrazia, per colpire diritti e lavoratori. Ragionare per “compartimenti” – protestano i precari, protestano gli immigrati, oggi in piazza c’è la “No tav”, domani il “Comitato acqua”, poi Termini Imerese, poi “Libera”, ognuno col suo dramma – ci condanna. Stiamo assieme, cittadini, genitori e lavoratori. La nostra è la lotta degli operai licenziati, degli immigrati massacrati nel Mediterraneo o internati in campi di concentramento, la lotta della civiltà contro la barbarie. In questo andar da soli c’è qualcosa che sa di un nostro antico male, che ricorda Guicciardini e il “particulare”. Qualcosa che sa di calcolo di bottega. O gli insegnanti e i genitori diventano il collante tra le realtà in lotta per costruire modi e tempi d’una vertenza globale e permanente o la partita tra civiltà e barbarie è persa. E senza appello.

Ci sono momenti della storia in cui l’estremismo cammina alla rovescia, viene dall’alto, dalle istituzioni, nasce dal potere, da ceti dirigenti decisi a perpetuare se stessi. Sono i momenti in cui è necessario e legittimo reagire e chi davvero vuole aprire la gabbia non pensa a salvarsi da solo. Siamo pochi, è vero. Ma vero è anche che la scuola assediata non ha scelta: è chiamata a una lotta che va oltre il suo orizzonte. Sul Parlamento non c’è da sperare. Il Parlamento non c’è, non esiste; ci sono cricche di cooptati, camarille di vassalli che gestiscono il voto in nome e per conto di chi li ha messi a sedere nell’aula stavolta sorda e grigia. Veline, buffoni o scienziati conta poco. Sono “nominati”. Arfè, che la morte ha sottratto all’estremo oltraggio, l’aveva intuito prontamente: qui è la questione di fondo. Ineludibile e decisiva: il rapporto tra governanti e governati, coi governanti che si mettono fuori dalla legge. Il problema cruciale della legittimità di norme sancite da organismi illegalmente costituiti e, quindi, della difficile scelta tra dovere di rifiutarsi e diritto di ribellarsi. Sui modi concreti del rifiuto e sulla sua natura – obiezione pacifica che si appelli alla coscienza, o ricorso alla forza che raccolga la sfida d’un regime e lotti con ogni mezzo per abbatterlo – su questo si potrà poi riflettere e scegliere la via. Intanto occorre prendere atto: la legalità repubblicana è violata. Il governo è figlio di una legge elettorale che ha sottratto al popolo la sovranità e ha cancellato il Parlamento dalla vita politica del Paese.

Talvolta il destino si mostra chiaro alla coscienza di un popolo e gli offre una chance. Potremo far finta di non vedere, ma occorre saperlo: avremo la storia che sapremo costruirci.

Pugnalata alle spalle, la democrazia è in stato comatoso e occorre reagire. Alle leggi ingiuste, ai provvedimenti “pensati” per colpire i deboli, si oppone il rifiuto, si fa appello alla coscienza e si disobbedisce, come ha fatto il Consiglio di Circolo della Direzione Didattica di via Bandiera a Parma. Dovremmo farlo tutti. L’obiezione potrebbe essere la via giusta, ma occorre aggregare le realtà in lotta, costruire la via dello scontro mettendo assieme avvocati e giuristi, far quadrato attorno alle regole come soldati sull’ultima spiaggia, saper dire di no, tenendosi nei binari della legalità e, allo stesso tempo, ammonire: “siamo pronti a lottare”. E’ possibile farlo, milita nella nostra parte una certezza che nasce da immutabili leggi della storia e, si può esser certi, è accaduto e accadrà: non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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Da qualche parte, in città, la mia e, c’è da giurarci, quella di tanti come me che non hanno ancora alzato la bandiera bianca, ci si riunisce, si mettono insieme forza e debolezza, coraggio e disperazione, analisi e propositi e una volta ancora, fosse la millesima non sarà l’ultima, una volta ancora ci si prepara a dire “no, noi non ci stiamo!, Ora basta, la misura è colma!“.
Lo sentiremo dire, il 12 marzo, e lo ripeteremo con le parole che scrive un collega che della sua precarietà ha fatto la leva orgogliosa su cui poggiare la volontà d’un cambiamento vero:

più determinati che mai, mettiamo in campo la nostra forza, difendiamo la nostra categoria di lavoratori pubblici precari e non, attaccati, vessati e massacrati da questo governo e dai suoi ministri con riforme che ledono la nostra dignità professionale e le nostre famiglie!“.

Tanto più forte sarà questa dichiarazione di guerra a chi ci fa la guerra, tanto più agguerrita sarà – senza retorica – la trincea nella quale ci attesteremo e dalla quale partiremo all’attacco, quanto più voci unite si leveranno, più gambe insieme marceranno, più braccia leveranno un’unica bandiera, più teste lavoreranno per unire alla base ciò che al vertice si continua a dividere.
C’è un pensiero in queste mie parole, una convinzione che ritengo forte e non velleitaria, che riguarda allo stesso tempo la natura politica dell’attacco che si è portato da ogni lato in Parlamento alla formazione, lo “specifico” della nostra professione e la crisi in cui il capitale ci ha cacciato e sulla quale intende inchiodarci come su una croce inevitabile e fatale. Per assoggettarci. Smantellare il sistema formativo vuol dire indebolire, se non forse annientare, la coscienza critica e, quindi, la resistenza delle classi popolari. Quelle classi popolari alle quali noi insegnanti, tessuto connettivo del pianeta cultura, possiamo agevolmente volgerci per denunciare, seminare dubbi, costruire opposizione, produrre dissenso e avviare una “resistenza” diffusa che coinvolga gli ampi strati dell’utenza. Uniti possiamo e dobbiamo. E’ nelle nostre forze ed è compito “specifico” della nostra professione. Noi non passiamo carte e nozioni a seconda dei capricci del potere. Noi insegniamo percorsi critici e produciamo il seme fertile del dubbio. E’ un mestiere che sappiamo fare tutti e meglio faremo se troveremo la via della solidarietà. Ogni precario colpito è uno di noi che va difeso. E poi la crisi. Non è stato aggredito solo il sistema-scuola e non rischiano di cadere solo i precari. C’è un mondo colpito. Ci sono gli operai gettati sul lastrico, gli immigrati schiavizzati, i giovani pugnalati nella schiena da un progetto autoritario, molto moderno nella forma, antico e feroce nella sostanza come accade con ogni dispotismo. Noi possiamo essere, noi anzi siamo in un solo momento operai, giovani, cassintegrati, immigrati, disoccupati. Noi siamo tutto questo e non ci sono insegnanti precari, giovani ridotti alla disperazione, stranieri discriminati. C’è la scuola aggredita per aggredire i precari, gli immigrati, i giovani, gli operai. La reazione che s’è scatenata non vincerà senza espugnare la scuola, ma nessuno di noi salverà se stesso se non sapremo difendere la scuola assalita. Occorre farlo. Le armi si troveranno, si farà quadrato e le parole d’ordine sono quelle di sempre: solidarietà e lotta. E gli esempi non mancano: Lina Merlin, maestra elementare negli anni del delirio littorio non volle giurare fedeltà al regime e fu licenziata. Teresa Mattei nella vergogna del 1938, rifiutò di assistere alle lezioni sulla “salute della razza” e fu espulsa da tutte le scuole d’Italia. Non si piegarono al regime che cadde sotto il peso delle sue colpe. Entrambe portarono nella Costituente il loro contributo e oggi ci indicano la via: le mezze misure non bastano più. Occorre dire no, costi quel che costi, perché – lo dico con Don Milani – “se a fare lo stesso lavoro nella stessa bottega, il padrone arrichisce e l’operaio resta povero, vuol di che qualcosa è marcio“, vuol dire che “c’è tanto di quel disordine che non c’è molto rischio di peggiorare il mondo […] sicché non mi pare che un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe la fine del mondo“.

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