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Posts Tagged ‘La Russa’

scansione0002Si dice ed è vero: la «Grande guerra», ci costò seicentomila uomini, per lo più lavoratori, costretti in trincea dopo il «maggio radioso», nonostante i moti della «Settimana Rossa». Si tace, ma Giovanna Procacci lo ha dimostrato senza ombra di dubbi: centomila di quei morti non li fece il «nemico», ma lo Stato Maggiore e i governi del re. Prigionieri di Paesi ridotti alla fame – la Croce Rossa Internazionale chiese invano all’Italia cibo e coperte – furono lasciati al loro destino e morirono di stenti. Chi aveva voluto la guerra ritenne la resa tradimento e lasciò morire i soldati caduti in mano al nemico. Per quei centomila uomini, espulsi dalla «memoria di Stato», non scrivono artisti, non si appassionano politici, non ci sono corone e discorsi ufficiali. Condannati al silenzio persino dai baccanali nazionalisti dell’ex ministro La Russa, quando nelle scuole c’era un andirivieni di militari che narravano agli studenti le mirabili imprese della «inutile strage».
Nell’inarrestabile eclissi della ragione, invano sparute pattuglie di studiosi ricostruiscono con scrupolo filologico, dovizia di documenti e onestà professionale, le politiche culturali del fascismo, la snazionalizzazione delle «terre irredente» e la semina d’odio che tra il ’22 e il ’40, mise a coltura il vento che scatenò tempeste di sangue e morte col genocidio degli etiopi gassati e le operazioni antiguerriglia nei Balcani. Si sa, ma non si dice: per annichilire il consenso attorno all’esercito di liberazione, i lanciafiamme crearono decine di Marzabotto slave. Si finge d’ignorare persino la presa di coscienza di migliaia di soldati che, stanchi di uccidere civili, dopo l’armistizio, formarono la «Divisione Italia» e combatterono nell’esercito di Tito la guerra dell’Europa per i più alti valori della civiltà, contro il nazifascismo. Le tappe della «semina» e il suo esito sconvolgente non si conciliano con le finalità politiche della verità di Stato e della «memoria a scadenza fissa».
Saldare i conti con la propria storia non produce consenso. Nessuno perciò vuol ricordare Irma Melany Skodnik, cognata di Matteo Renato Imbriani, erede della mazziniana «Società Irredenta per l’Italia» e anima di quella «Pro Dalmazia» che nutre l’utopia della pace garantita da una patria per ogni popolo, poi, dopo la «vittoria tradita», infiltrata dai fascisti, s’impantana nel terreno melmoso della «supremazia dei popoli civili». Ricordarlo, vorrebbe dire riconoscere che, da quel momento, un nazionalismo che sa di razzismo investe come un ciclone i circuiti formativi, sicché, nel fiorire di iniziative «culturali», la fanno da padroni un «Foscolo dalmata», Michele Novelli e i canti di guerra per l’eccidio di Sciara Sciat contro «gli arabi traditori maledetti» e l’oratoria di Camillo Casilli per la «Dalmazia irredenta». La violenza nutre così una gioventù per la quale si recuperano Odoacre Caterini e le «Visioni Dalmate», poesia e geografia della razza, in cui i «rupestri contrafforti delle Dinariche staccano come inappellabile decreto di separazione etnica le turbolente terre balcaniche».
Tra il 1926 e il 1929, fascistizzato l’irredentismo e ridotta la «Pro Dalmazia» a «Comitati d’Azione Dalmata» militarmente organizzati, il fascismo s’insinua nelle coscienze dei giovani; qui un «eroe» fascista – Mario Mastrandrea, istriano e bombarolo, che ha disseminato di morti le piazze operaie – attraversa l’Italia a passo di marcia e giunge a Fiume, per portare a casa «sacre ampolle del mare di porto Barros», lì un improvvisato comitato conduce in «patria» dall’Istria, in pompa magna, fanciulli sottratti agli slavi, ospitati da famiglie italiane. L’obiettivo diventa chiaro nel 1929, quando Eugenio Coselschi, anima nera del fascismo di seconda fila, inserisce nei circuiti culturali e nelle giovani menti l’odio violento del «canto di Caleo» – il «Memento Dalmatiae»: «Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari». Di lì a poco, nel 1930, Alfredo Vittorio Russo, porta nella campagna demografica il tema della «qualità della razza e dei rapporti con l’Eugenetica». E’ l’invito aperto alla selezione della razza, al controllo delle classi subalterne e della «bassa qualità degli individui» che producono; per affrontare il pericolo giallo e quello slavo, afferma Russo, non basta il «numero», occorre proibire i matrimoni tra «gente tarata», che in genere è povera gente, e «rieducare» i figli dei «deviati» in appositi istituti.
In questo clima culturale, fioriscono i «Battaglioni Dalmati», pronti a versare fino all’ultima goccia di sangue contro la barbarie slava. Dietro le bandiere dalmate listate a lutto, con le tradizionali teste di leopardo in campo azzurro, si celano la «benevolenza» dei Principi di Piemonte e segmenti del regime: il generale Coselschi, comandante dei Comitati d’Azione per l’universalità di Roma, Enrico Scodnik con l’Associazione Volontari di guerra, l’Opera Balilla e quella per il Dopolavoro. Ettore Conti della Banca Commerciale, la Federazione Industria e Commercio e la Montecatini assicurano il sostegno economico della finanza e degli imprenditori, che pagano le spese per portare nelle scuole un irredentismo, che «formi i giovani destinati a riconquistare le terre italiane e a tenerle in pugno». Mentre una sorta di delirio produce «Gruppi d’azione irredentista corsa» e «Comitati per la Tunisia italiana», i giovani urlano la loro passione malata: «Dalmazia o morte» è il grido ricorrente. Mani e menti, ormai armate, preparano la tragedia. Sarà un bagno di sangue.
Dopo decenni, il Mediterraneo, ridotto a un cimitero, fa invano da campanello d’allarme. Qui da noi la retorica della memoria ignora ciò che è stato e alimenta il mito della «brava gente»; in Parlamento si fa strada una legge – Napolitano l’ha sollecitata – che pare sacrosanta e innocua, ma, di fatto, è un bavaglio per la «memoria fuori protocollo». «Negazionismo» è la parola magica ma si direbbe che la politica, decisa a scrivere senza intralci una verità di Stato, punti direttamente alla libertà di ricerca e di insegnamento. Quali giudici – e con quali competenze – giudicheranno gli storici non è dato capire. Su un punto, però, si può esser d’accordo: quando il passato fa tanta paura al presente, il futuro si tinge di nero.

Uscito su Fuoriregistro e su Liberazione il 10 febbraio 2014

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In queste due vecchie foto sono ritratti il ferroviere Giuseppe Spina, assassinato a Napoli, in Piazza Mercato, il 1° maggio 1920 dagli squadristi di Padovani e Navarra, perché difendeva i diritti dei lavoratori, e Maria Berardi, anarchica e antifascista irriducibile che per tutta la vita subì la persecuzione dei liberali prima, dei fascisti poi. Chi ama la libertà e la giustizia sociale  rivolga loro un cenno reverente.
Non farà male a chi legge, poi, fermarsi a riflettere sulla grave crisi che attraversa oggi la nostra democrazia. L’ex comunista Bersani, infatti, trova normale far parte della maggioranza che sostiene il liberale Monti e l’ex fascista La Russa, eredi di quelle forze politiche che furono allo stesso tempo carnefici di Giuseppe Spina e carcerieri di Maria Berardi.

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Me lo ricordo come fosse oggi. Avevo 24 anni e i bagliori di civiltà del lungo Sessantotto aprivano ancora il cuore alla speranza. Era il 20 maggio del 1970, Fini, Gasparri, La Russa e i loro camerati portavano ancora sulle spalle il peso dell’infinita miseria morale della loro storia e l’Italia approvava lo Statuto dei lavoratori. Ci fu allora tra i giovani chi criticò; si poteva fare di più e troppi rimanevano esclusi, ma lo dico con orgoglio: senza le lotte della mia generazione non sarebbe mai stato possibile. Si disse allora – e non era retorica – che la Costituzione diventava legge anche per i padroni. Sono trascorsi 42 anni, la mia vita è giunta al capolinea. Fini è Presidente di un Parlamento che vale quanto la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Gasparri e La Russa sono stati ministri e un ministro del lavoro, Elsa Fornero, lavora apertamente contro i lavoratori. Il fascismo, salvato dalla mancata epurazione, è tornato a governare e un esecutivo reazionario che nessuno ha eletto ha brutalmente espulso la Costituzione dai posti di lavoro. Si discute coi toni beceri dell’accademia se il lavoro sia un diritto, ma si finge d’ignorare che non ha più diritti: è il grazioso prestito riservato a chi serve, tace e acconsente, e si restituisce con gli interessi se e quando piace ai padroni. La vita ormai si gioca sui mercati ed è una vita da schiavi.

L’Italia batte la Germania a suon di gol, ma il suo centravanti nero, non sapesse tirar calci a un pallone su un prato verde, si troverebbe rinchiuso in un campo di concentramento; una banda di malfattori vende un’effimera vittoria calcistica come vittoria politica di un governo di senza patria nella partita del capitale italiano contro gli italiani. Noi non guadagneremo nulla dagli accordi che Monti ha strappato ai tedeschi. Ci guadagna tutt’al più chi ha quattrini accumulati: evasori, faccendieri,  ladri, speculatori e specialisti del riciclaggio. In cambio del permesso di respirare, il governo dei padroni impone ai lavoratori il lento strangolamento del fiscal compact. Tradotto in parole povere, il capitale italiano si salva a spese dei lavoratori, che continueranno a subire  tasse crescenti, tagli, licenziamenti, sfruttamento, svendita di beni comuni e rinuncia a ogni diritto. Il governo vende al grande capitale i ceti subalterni e la stampa alza il tricolore e fa festa. Se avessi ancora 24 anni mi procurerei le armi e lotterei per la libertà. Lo dico chiaro e non mi tiro indietro: è diritto dei popoli rovesciare governi traditori. 

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Quando lo capiranno sarà tardi. E’ un territorio vasto e incontrollato. Naufragano tra gli scogli di Lampedusa, il Canal di Sicilia e le aule delle scuole e delle università di tutto il Paese. Li batte la cultura e non lo sanno. E’ la storia già scritta che decide, i fatti già avvenuti e i crimini consumati, contro i quali non c’è forza che tenga. Berlusconi, Bossi, La Russa, Gasparri, Tremonti, D’Alema, Veltroni, Casini. Non si tratta solo della paccottiglia plastificata del berlusconismo. E’ un suicidio di massa. Muore di leggi razziali l’abbozzo di genocidio tentato da Maroni, si spegne per rigetto il segregazionismo di Fini, Turco e Napolitano. Cede di schianto la pretesa che una banda di mercanti formi un Parlamento, che la libera coscienza dei popoli si sottometta agli interessi di un potere che pretende di decidere persino sulla vita e sulla morte.

Se ne sono sentite tante in questi giorni, che non ci sono dubbi. La partita contro la cultura e la formazione, aperta dai tagli di Gelmini e Tremonti è stata la Waterloo di un regime fondato sull’ignoranza. Carlo Galli, politologo e “opinionista” di quelli che vanno per la maggiore, ha sputato, nel consenziente silenzio degli “intellettuali” presenti la storica sentenza: “è il vento del Nord che si leva a Milano, là dove cominciò la Resistenza“! Una bestialità che fa il pari solo con la miseria morale e l’ignoranza mostrate in Emilia dal prof. Tremonti: “Quando sono venuto a Bologna tempo fa mi hanno detto che c’erano state le primarie e che aveva vinto Merola. Pensavo di essere a Napoli e invece ero a Bologna. Se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i babà se li porterà via Merola“.

Ovunque nel Paese, tra scuola e università, l’attacco alla cultura urta contro focolai di resistenza e in cattedra ci sono ancora professori antifascisti che, per nulla intimoriti da Bossi, Garagnani e i minacciati provvedimenti fascio-leghisti, ricordano ai giovani il valore della libertà conquistata sui monti partigiani. A Napoli, che ha così risposto a Tremonti, alle amministrative hanno perso assieme Berlusconi e Bersani e, comunque vada, emerge la dignità della gente libera. Fu un napoletano di cui Tremonti ignora persino l’esistenza, Armando Diaz, a decretare la fine degli Asburgo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo – affermò dopo Vittorio Veneto – risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Era ed è antica e immutabile legge: quando un potere non ha più funzione storica, non c’è forza che tenga. E’ per questo che la vittoria del “napoletano” Merola, a Bologna, fa di Tremonti il simbolo d’un regime che implode. E così lo consegna alla storia: tragicomica marionetta dai fili spezzati.

In Spagna, intanto, a Madrid, i “giovani indignati” occupano la Puerta del Sol e la rivoluzione del Nord Africa sbarca in  Europa. Ciclamini, minimizzano pennivendoli e burattini, ma sono terrorizzati. Potrebbe essere una nuova primavera della storia. Fosse così, e tutto induce a sperare, c’è da giurarci: presto i giovani vorranno saldare i conti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 maggio 2011.

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Molti si lamentano per l’ultima trovata di Gelmini e compagni: il Ministro della Distruzione e quel nobiluomo di La Russa, incerto se trasformare il suo modesto Ministero della Difesa, in un meglio definito e costituzionalissimo Ministero della Guerra, hanno firmato un innovativo protocollo. Si intitola “allenati per la vita” – ma meglio sarebbe “scuola e pistola”   comporta l’addestramento all’uso della armi, un economico minipercorso di guerra, con tanto d’arrampicata, esecizi “ginnico-militari” e l’acquisto degli immancabili e aziendalissimi “crediti formativi”. E’ riservato naturalmente agli studenti del liceo, che, in una democrazia di ispirazione gentiliana, contano mille volte più degli “operai” confinati al “professionale” e hanno la precedenza assoluta nelle trincee della lotta per la sopravvivenza. Un’idea paramilitare della realtà, che, come al solito, ha scatenato la patetica reazione dei residui comunistelli bolscevichi, delle eterne “mammole” centriste, degeneri e panciafichiste e dei veltroniani presi in contropiede, che avevano in mente di iscrivere tutti i liceali ad un anno di scuola di guerra alla “Nunziatella”. Tutta gente che, non capisce nulla del “nuovo che avanza” e, con toni da tragedia greca, rompe le scatole col piagnisteo sulla Costituzione, il pacifismo, l’articolo undici che ripudia la guerra, il ritorno ai “balilla”, la solfa sul neofascismo e le mille amenità di una genìa di perdenti, cui si associano le proteste degli armaioli per l’esclusione dei fucili a favore delle più economiche pistole e quelle degli insegnanti che non accettano l’invasione di campo e si lamentano speciosamente con le solite affermazioni della “docenza rossa”: sono decenni che la scuola italiana non funzionava così male.

Non c’è dubbio: Gelmini e Brunetta hanno ragione. La qualità di questi docenti è veramente scadente e sconcertante. D’accordo, la scuola collassa, la ricerca muore, si tagliano le teste e le risorse. Se tutto questo è vero, vivaddio, quale occasione migliore? Se i due geniali ministri addestrano gli studenti a tirare con la pistola, cosa costa a questi fannulloni d’insegnati di mettersi a fare seriamente lezione? Il governo offre armi, munizioni e addestramento. Il resto lo facciano loro. Insegnino quali sono i bersagli da colpire!

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Fischi per fiaschi e non fa meraviglia: non è un’aquila e la sua poltrona di ministro è nata a Fiuggi e si chiama Fini Gianfranco. Certo, per carità di patria, qualcuno dovrebbe spiegare a La Russa che la vicenda storica del fascismo s’è chiusa senza onore a Salò e, se di antenati ha scelto d’occuparsi, ha preso un granchio: Comsubin risale a “Mariassalto”, la struttura della Marina che seguì la sorte del “Regno del Sud” ed ebbe per nemica la “Decima Mas”. Poco o nulla a che vedere, quindi, con la turpe vicenda di Borghese, disertore e boia nell’Italia repubblichina e poi golpista in quella repubblicana.
Se questa è la premessa d’obbligo, dopo la figuraccia del “ministro della nostalgia”, due parole occorrerà pur dirle sul valore politico della malaccorta incursione per dare a Cesare ciò che a Cesare spetta. Come da rituale, una sedicente sinistra strepita e si strappa i capelli, ma in fondo lo sa bene: La Russa è il terminale destro d’una tenaglia che a sinistra ha in Violante l’alter ego e giunge tardi a sfondare una porta già aperta. Onore al merito: se torniamo a parlare di fascismo, è perché a sinistra qualcuno s’è impegnato veramente a fondo nella strenua difesa dei “ragazzi di Salò”. Certo, la polemica è demodé ma, per capire come sia possibile che dopo settant’anni e tre generazioni, un fascismo di terza mano e un antifascismo sterilizzato tengano ancora banco, occorre tornare per un momento all’alba della Repubblica, a un’aurora che fu molto più buia di quanto in genere siamo soliti pensare. Nel buio fitto e angosciante, basterà un lumicino per veder emergere un antifascismo che non fu semplicemente piegato alla ragion di Stato, com’era probabilmente fatale, ma ridisegnato a tavolino dagli “intellettuali organici” di formazione stalino-comunista del Pci, e ci lasciò in eredità la visione distorta d’una lotta di liberazione “a senso unico”, condotta da un blocco tutto rosso e tutto “garibaldino”. Dietro la trama del disegno c’è la radice delle future e fatali degenerazioni: l’“antifascismo militante” soffocato dal rituale retorico che fa “tabula rasa” dei valori della Resistenza e finisce col salvare i gerarchi riciclati. Ci sono – e se ne sa assai poco – i segreti accordi e i compromessi inconfessati da cui nasce la legge sull’epurazione, che Togliatti, il Guardasigilli, affida alla consulenza decisiva di Gaetano Azzariti, giurista fascista e presidente del tribunale per la razza dal 1938 al 1943; ci sono la continuità dello Stato e uno statalismo sbilanciato in misura marcata verso il capitale, c’è il Concordato inserito nella Costituzione e ci sono – l’esito è fatale – Scelba, Valletta e il sindacato rosso confuso con quello giallo in una spuria commistione interclassista.
Se si torna a quei giorni solo apparentemente lontani, è facile capire come siamo giunti a La Russa e alla sua sfrontata interpretazione del ruolo di ministro della Repubblica. E, d’altra parte, senza La Russa, non sarebbe possibile cogliere il significato più profondo del percorso dei mangiafuoco e degli sparafucile della sinistra estrema, che – ancora una volta in nome della “democrazia” – aprono al dialogo e, dopo avergli tirato addosso sparando a mitraglia, ora tessono la lode sperticata di un parlamentarismo di cui sono protagonisti guitti e figuranti, contenti di trovar posto nella risorta Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Figure come quella di La Russa sono un passepartout: utilizzate con attenzione, ci dicono da dove vengono e perché fanno strada ossessioni antigiudaiche e suggestioni anticapitalistiche mutuate dal generico antiamericanismo di Ezra Pound; ci mostrano quali sono i fermenti che alimentano i conflitti tra poveri, segnati da una nuova gerarchia della disperazione – meridionali, clandestini, rumeni e, buon ultimi i rom – e un razzismo che ha ghigno padronale e si lascia attraversare con evidente compiacimento non solo da tentazioni neo-coloniali, ma da un agghiacciante ritorno allo schiavismo.
Non è difficile capirlo. Questa è la vera pandemia del nostro tempo, questa ennesima mutazione del capitalismo. Del tragico verminaio che ne deriva, della nuova, virulenta malattia che aggredisce il corpo sociale La Russa è solo un sintomo preoccupante. Il dramma vero, è che si naviga a vista e nessuno sa dire qual è la natura specifica e quale potrà essere l’evoluzione della patologia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 dicembre 2009.

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I moderati a tutti i costi, i paladini della prudenza tattica e dell’opposizione “costruttiva” sono serviti. La precipitosa ritirata di Berlusconi sul 25 aprile e sulla proposta di legge che equiparava i reduci di Salò ai partigiani dimostra quale effetto dirompente possa avere sulle mire autoritarie del governo una battaglia per la democrazia e la Costituzione ingaggiata in campo aperto, senza ricorrere a inutili tatticismi e offrire sterili aperture ad un impossibile “dialogo“.
Abbandonato il terreno d’una generosa prudenza, il presidente Napolitano ha rotto ogni indugio e, con voce per una attimo spezzata dall’impeto commosso ma col cuore impavido e la coscienza ferma, ha finalmente ammonito: piaccia o no, i partigiani sono stati fondamentali e i valori della Resistenza sono tradotti nei principi della Carta repubblicana che non è un residuato bellico. Piaccia o no, questa è la storia e non c’è governo che possa cambiarla.
Colto in contropiede da un’opposizine inattesa e “supplente“, che si accende nel Paese quanto più tace in Parlameno, intimidito da un insolito e fermo contrasto, Berlusconi ha mutato i toni e si è acconciato a malincuore a una penosa e inevitabile ritirata. Chiamato a dar conto al Paese, non ha avuto scelta: non solo ha smentito e ridicolizzato La Russa e le sue deliranti affermazioni sui partigiani rossi che “lottarono per un’Italia stalinista“, ma ha lasciato per strada Formigoni con le sue vergognose provocazioni sui giovanili errori dei repubblichini, meritatamente subissate dai fischi della civilissima Milano, stanca di integralismi ciellini, di razzismo padano, di Bossi e di Maroni.
Piaccia o no. Diamo forza a questo ammonimento, amplifichiamolo, sosteniamolo, ripetiamolo con forza ossessionanate, facciamone la bandiera d’una battaglia senza quartiere. Piaccia o no, sulle regole e sui valori non si tratta, non si fanno compromessi, non si accettano imposizioni: la ragione è tutta e interamente nostra e bene sarà per tutti che il governa la riconosca, se non vuole che ce la prendiamo, con le buone maniere se possibile, con le cattive, se necessario. Piaccia o no, non c’è spazio per le avventure ed è bene si sappia: non abbiamo paura.
I moderati a tutti i costi, i paladini della prudenza tattica e dell’opposizione “costruttiva” sono serviti: poche parole e l’eroe da burletta batte in ritirata.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 aprile 2009

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Non ho dubbi. La sensazione che provo da tempo di una pericolosa afonia dei filosofi, di una sorta di desertificazione del pensiero speculativo, è figlia naturale della mia ignoranza. Sono portato a credere, anzi, che donne e uomini di Stato come Gelmini, Bossi, Carfagna, Brambilla e La Russa, che ci parlano spesso di un loro disegno riformista, siano padroni dei delicati strumenti di lettura della storia e abbiano maturato, nel corso di una vita che giunge a gravarli di pesanti responsabilità di governo, un’adeguata filosofia della storia. Si può governare male anche solo per ignoranza, ma – come non crederlo? – Gelmini e compagni saprebbero rispondere senza esitare agli studenti che domandano spesso: A che serve un governo? E qual è l’obiettivo di istituzioni sociali liberamente costituite in un Paese di moderna democrazia borghese?
La risposta sarebbe tutto sommato facile: un sistema politico repubblicano, parlamentare e democratico, nato da una lotta lunga e sanguinosa contro due regimi totalitari, ha come unico obiettivo il benessere della popolazione. Sarebbe facile, ma non potrebbe essere la risposta di Bossi, Gelmini e soci, che hanno fatto finora quanto potevano per tutelare gli imprenditori a danno dei lavoratori, per dividere ciò che faticosamente la storia aveva unito, per colpire la scuola e la giustizia, far pagare ai poveri lo scialo dei ricchi, in una parola, favorire individui e classi sociali a danno di altri individui e di altre classi sociali. Essi avranno, di certo, una risposta diversa e, d’altro canto, stare da una parte contro un’altra, non vuol dire, in assoluto, governare male: benestanti, imprenditori e delinquenti ritengono che nella storia della Repubblica non si sia mai visto governo migliore.
Anche il papa, del resto, che critica ad ogni piè sospinto la piaga del relativismo – ecco una filosofia della storia – difende il Governo e giunge a sconfessare la sua stampa “progressista” quando s’azzarda ad attaccare Gelmini, La Russa e compagnia cantante. E non gli importa nulla se passa così da una filosofia della storia ad una storia senza filosofia.

Marc Bloch, grande storico francese, giustiziato dai nazisti, alleati dei camerati di La Russa, oggi alleato di Gelmini, Carfagna e Bossi, affermò che la storia è scienza dell’uomo organizzato in società e collocato nel tempo; egli sostenne che essa si ricostruisce, muovendosi in una duplice direzione: guardando al passato per far luce sul presente e partendo dal presente per meglio capire il passato, ora che sappiamo cos’è accaduto dopo.
A che serve un governo? Gelmini, Bossi, Carfagna, La Russa e colleghi avranno certamente una risposta. Noi, però, che conosciamo le conseguenze prodotte dalle scelte passate sul presente – e temiamo, perciò, per il futuro – noi vorremmo che ci spiegassero in virtù di quale filosofia della storia ripropongono al Paese la formula scellerata per la quale ieri il Mezzogiorno, abbandonato a se stesso dallo Stato in attesa di essere trainato dallo sviluppo del Nord, vide nascere quella “Questione Meridionale” che non si risolve certo col rinnovato egoismo del federalismo fiscale. Dovrebbero spiegarci con chiarezza quale filosofia della storia ci sia dietro il censimento dei Rom, che ricorda così da vicino la miseria morale delle leggi razziali; noi, che conosciamo le conseguenze prodotte sul presente dalle scelte passate – e temiamo, perciò, per il futuro – noi vorremmo che ci spiegassero in nome di quale profonda e nuova concezione della vita e della storia ritengono di poter ricondurre la scuola ai tempi di Gentile e di evitare, nel contempo, i guasti prodotti dal pensiero fascista.
Bloch, che amava la storia sociale e non riduceva la ricostruzione storiografica alle vicende del potere, non era, tuttavia, così sprovveduto da non capire che la storia della società è anche storia dei mutamenti del potere. Gli interessi di quello economico – noi lo sappiamo bene – possono soffocare la politica e gli effetti del potere di persuasione dei mass media sono devastanti E’ per questo che chiediamo a Gelmini, Bossi, Carfagna e La Russa quale filosofia della storia c’è dietro la continua manipolazione della realtà, quale dottrina dello sviluppo renda morale una politica che sottopone l’etica alle leggi del mercato e alla logica del profitto. Per farla breve, noi vorremmo che Gelmini e compagni rispondessero a una domanda: A che serve un governo?

Uscito su Fuoriregistro il 20 settembre 2008
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