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Posts Tagged ‘Casini’

Cicerone_3Davide Lebro pretende un posto. Non chiedetemi chi sia, non lo so. Vuole un posto. Per sé o per uno dei suoi, non è chiaro, ma lo vuole. Scrive belle parole in una lettera brutta, ricaccia tutti, se stesso e noi, nel piccolo mondo antico da cui tentiamo di uscire con coraggio e fatica, ma non se ne importa nulla. Lui vuole un posto e ragiona così: io ti ho portato voti e tu devi darmi qualcosa in cambio. Pare un consiglio: stammi a sentire. Quando però sta zitto tu senti ciò che pensa: è meglio per te.
Il requisito fondamentale, scrive, è che sia «una persona di alto profilo, capace, competente e che sappia fare squadra».
Che farà se non ottiene il posto non è dato sapere, così come non si sa «competenti in che cosa» sarebbero Lebro e il suo uomo. Naturalmente l’autocandidato non lo dice, perché lo sa bene: metti che sia un attaccante e c’è posto per un  difensore, poi che fa? Nemmeno questo dice, ma è chiaro: cambierebbe squadra. Dici che è un ricatto? Lebro lascia tutto nel vago: dovremmo credere che stia proponendo un rappresentante dalle «competenze universali», che in genere significano tutto e sono uguali a niente.
Prendi per caso l’idea che dietro ci sia una di quelle operazioni strane, in cui Ciccio parla di Cola e Cola di Ciccio, ma alla fine dietro c’è «Cicero pro domo sua» e ti trovi davanti un esempio di «competenze universali» che fanno venire la pelle d’oca, perché stringi stringi, le competenze del  pretenzioso Lebro sono a dir poco preoccupanti.
Nella sua giovinezza, il punto qualificante è stata la partecipazione alla vita della Federico II. Stai pensando a un ricercatore di fama, a un’eccellenza della didattica, a un pensatore di quelli che fanno pensare? Levatelo dalla testa. Lebro è stato nel Consiglio di Amministrazione dell’università peggio conciata nel mondo. Quanto ci abbia messo di suo non si sa, ma certo non c’è da stare allegri.
Sarà stato un incidente di percorso, riscattato con un lampo di genio nella stagiona adulta, ti dici, perché non ti manca l’ottimismo della ragione, ma la delusione è dietro l’angolo. Diventato adulto, Lembo non si è dimostrato un’aquila e non ha riscattato un bel nulla. Nel suo curricolo, il lampo di genio è un disastro annunciato e l’uscita dal «travaglio che ha segnato la vita dei partiti di centro nel corso degli anni», vuoi sapere qual è stata? Lebro prima è stato «socio fondatore del CDU di Buttiglione ed, in seguito, Segretario amministrativo provinciale e regionale del CCD». Questo è il suo colpo di genio, che se non sbaglio significa Casini Mastella.
Non faccio il sindaco e non sputo sentenze. In una situazione come questa, con la folla di questuanti pronti all’incasso delle cambiali in bianco, immagino occorra prudenza, anche se si poteva forse provare a vincere con qualche voto e qualche Lebro in meno. Sta di fatto che ormai, comunque vada, ci sarà un problema e meglio sarebbe scaricare zavorra al più presto. Hai ragione, però. Per farlo, bisognerebbe avere a sinistra – dentro e fuori il Palazzo – forze attrezzate per una battaglia in cui si riconosca almeno il nemico vero.
Diciamocelo chiaro e fuori dai denti: si sta facendo un lavoro da preti e parrocchiani, per trasformare in vittoria una sconfitta. Lembo è l’avanguardia che annuncia l’attacco. Inutile fingere di non capirlo, è un attacco che occorre fermare. Poi si conquisteranno gli spazi minacciati dai clerico-conservatori. E’ questa la guerra in corso, anche se i nostri generali sparano tutti sulla Croce Rossa.
Così si giunse una volta all’aprile del 1948, quando si si regalò il Paese in mano alla reazione. Non c’era una via di uscita? C’era e nelle loro note riservate i prefetti la temevano molto: il mondo della sinistra schierato tutto assieme attorno a un progetto. Prevalsero invece le divisioni. Il resto lo sanno tutti, ma a quanto pare non interessa a nessuno.

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Cari «compagni democratici», auguri. Per il peso che portate del passato, per la responsabilità che già avete del futuro, per la speranza che avete assassinato, cari «compagni», auguri.

Auguri, cari «compagni», per quest’anno che avete lasciato morire indecorosamente senza voler capire che ve ne andate con lui, che l’occasione è persa. Auguri e complimenti perché vivaddio – come avete potuto? – voi che morto avete detto di volerlo, voi che pensavate di potere ingannare voi stessi, voi che pesate su bilance truccate la pace e la guerra, voi scoprite oggi che meglio sarebbe stato salvarlo l’alleato imbroglione.

Cari «compagni», auguri e complimenti per il dittatore che lascerete vinca sulle sabbie d’Africa perché sapete che vi sarà amico e per quello che invece dovrà perdere, dal momento che non sa cosa darvi in cambio d’un vittoria. Forca, patibolo, guerra, pace e democrazia, tutto sapete vendere al vostro prezzo negli scampoli di fine stagione e tutto liquidate tra l’agonia della libera stampa, l’arroganza criminosa degli editori «progressisti» – quanti velinari vuole De Benedetti al soldo del padrone? – il giornalismo «embedded» , i carnefici «bipartisan» degli immigrati di questo nostro paese sventurato. la Grecia massacrata e il Mediterraneo ridotto a un cimitero.

Auguri, «compagni», e complimenti per quest’agonia della politica, per la parata di ferrivecchi che avete messo all’opera come fossero il nuovo del mondo in tema di formazione, per la ditta «Gelmini & Profumo» che avete sostenuto, per i principi e gli ideale prostituiti agli appetiti della Confindustria, per gli alunni che aumentano nelle classi assieme ai posti di docenti tagliati e ai soldi regalati alle private in ossequio alla dottrina cattolica che fa “servo lo Stato in libera Chiesa“.

Auguri, «compagni», per Guantanamo che non vi ha convinti a chiudere col sadismo nauseante della «democrazia a stelle e strisce», come il martirio della Palestina non basta a farvi chiedere all’Onu condanne esemplari per i macellai sionisti e sanzioni che, colpendo gli aggressori, proteggano gli aggrediti

Auguri, «compagni esportatori di democrazia», e complimenti per le manganellate distribuite senza esitare ai picchetti operai e agli studenti in lotta, per le pensioni cancellate, per il ticket sul Pronto Soccorso, per i soldi pubblici regalati a banchieri lestofanti, per Mussari, Richetti, l’imbroglio Montepaschi e la «finanza buona», per la guerra che chiamate pace e per i cacciabombardieri pagati rapinando la povera gente. Per tutto questo, «compagni», auguri e complimenti.
L’anno che verrà Berlusconi continuerà a chiamarvi comunisti ma voi starete certamente col suo «partito nuovo» contro la povera gente, firmerete contratti più o meno segreti con i rossi di Casini e con Monti, braccio armato della dittatura voluta dalla finanza e ci racconterete che occorre serrare le fila e stringerci la cinghia perché il pericolo è a destra.
Bene, compagni. Fatelo. Io però non vi do retta, non vi credo e, com’è mio costume, ve lo scrivo: il pericolo immediato siete voi. Voi il pericolo vero, voi il nemico acerrimo del popolo. Non vi basterà  evocare fantasmi: voi mentite. Non possiamo più slittare a destra, perché alla vostra mano diritta c’è poco più del nulla. La destra vera, senz’anima e fede, senza storia e pudore, la destra vera, «compagni» siete voi.

Auguri, «compagni», complimenti e auguri. Ne avete un gran bisogno. All’orizzonte si sente rumore di tempesta e non vi basterà difesa. Presto vedrete la Bastiglia bruciare; è già pronta la Sala della Pallacorda e nell’ombra si raccolgono legno, lame e cesti. Ormai non basta più un processo pilotato e potete giurarci: molte teste cadranno.

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Dipinto del pittore Hypnos

Dipinto del pittore Hypnos

E’ vero, i tagli del governo tecnico producono infine i danni che ci fanno greci, ma questo è vietato raccontarlo. Non si deve sapere. Siamo al punto che a Napoli da giorni si gela, ma a scuola non c’è riscaldamento. Fai fatica a dirlo perché lo sai, non ci vuole molto ad avviare l’inaccettabile scaricabarile: “e i genitori non protestano? Magari gli insegnanti sono contenti”! E tu prova a dire che quelli gelano con gli alunni. “E’ il sindaco Masaniello, sono i soliti napoletani“!
Il governo no. Il governo non c’entra.
Ciò che più colpisce è che la brutta faccenda passa sotto silenzio. La stampa, sempre pronta a lottare contro i “bavagli”, da un po’ s’è zittita da sola e il santino Monti, costruito apposta per abbagliarci, continua a brillare. C’è un dire e non dire che fa paura. Si ammette e si sopporta, perché, divisi in due squadre per vent’anni, tutto ciò che ci resta è tornare a tifare. E si sa, al tifoso non importa nulla di come hai giocato. Conta che vinci. Il meccanismo è semplice e collaudato.
E’ vero, si dice, in tredici mesi la disoccupazione è cresciuta e ai giovani s’è negata la speranza. Prima, però… E qui si tace. Altro non serve e ci si capisce: prima, “quando c’era lui, all’estero ci prendevano in giro! Come se oggi ci portassero ad esempio.
E’ verissimo, in pensione si va ormai dopo morti e chi sopravvive alla Fornero farà i conti con la fame. Certo che è vero, per gli assicuratori è stata manna dal cielo. Sì, però prima… E per quel prima che avremmo colpevolmente voluto, ora accettiamo il poi che ipoteca il futuro quanto e più del passato.
D’accordo, sì, con gli esodati l’errore è stato veramente tragico e sarebbe stupido negarlo, qualcuno s’è ammazzato… E’ vero, sì, lavoro non ce n’è e di tutto si sentiva il bisogno, tranne che d’una legge per licenziare… Certo che è vero, s’erano promesse due regole fisse, il rigore e l’equità, poi, strada facendo, il rigore è diventato macelleria sociale, l’equità è sparita, i ricchi hanno scialato e i poveri hanno pagato. Sì, però prima…
Non c’è dubbio, è così: la violenza delle forze dell’ordine ha toccato punte cilene e in piazza non c’è stato un giorno senza manganellate, lacrimogeni e onesti cittadini trattati come malfattori. Ed è vero, sì, in tredici mesi la scuola è stata rasa al suolo e nessuno ha trovato la cosa contraria ai principi della Costituzione. Le scuole dei preti hanno fatto fortuna e quelle statali sono ridotte in miseria. Per un mistero glorioso, Gelmini, travestita da professore universitario, s’è fatta una e trina e ha potuto governare la scuola passando per Profumo, Rossi Doria e la dott.ssa Ugolini. Il Paese, confuso, ha taciuto e non s’è scosso nemmeno quando Napolitano, sorpreso a telefono con un inquisito, ha denunciato i giudici per lesa maestà.
Abbiamo ministri indagati per frode fiscale e sottosegretari rinviati a giudizio per truffa, ma ci siamo detti che però prima… In quanto ai giornali e alle televisioni, c’è mancato solo che il Papa rivendicasse il suo diritto a nominare i santi. Tutto il governo Monti, persino un sospetto ateo come Polillo, è stato levato alla gloria degli altari.
E’ vero, sì, per tredici mesi non s’è parlato di Berlusconi e dei suoi processi, non s’è avuta notizia di escort, scandali e malgoverno. Era un pilastro del paradiso e bisognava tacere. Ci siamo raccontati di un male necessario per una colpa da espiare: con mille euro al mese, vivevamo sopra le righe e lo sapevamo. Napolitano, Bersani, Casini e Fini sono serviti: non s’è votato quando Berlusconi era davvero finito e si sarebbe potuto ripulire il Paese e questo è il risultato. Si è mentito e si continua a mentire: Berlusconi era d’un tratto diventato uno “statista”, tutto prudenza, saggezza e senso di responsabilità e i tecnici, che hanno saputo solo scodinzolare ai mercati, son diventati d’un tratto comunisti, decisi a far pagare la crisi a chi l’ha prodotta: un ceffone mai visto è pronto per gli evasori, si farà guerra a mafia e corruzione e via di corsa con la patrimoniale. I fatti, però, parlano chiaro: uniti e concordi, Berlusconi e Monti hanno consentito le spese più inutili e vergognose, ci hanno addossato i miliardi per lo sporco affare Tav, per gli F-35 e per le banche degli usurai.
Per tredici mesi è stato il trionfo del buongoverno. Ora che il Paese affonda e il dubbio si fa strada nelle menti ottenebrate, ora che un accenno di polo delle sinistre si va costituendo, ecco il colpo di teatro: c’è il diavolo che torna. E fa paura. Come un gregge impaurito dal lupo che minaccia, ci gettiamo imploranti davanti all’altare dei nuovi santi. Va bene tutto e ci facciano a pezzi governi di brava gente e di incorrotti professori. Sulla stampa torna il baccanale: Ruby è sparita ma ricompare, i fari si accendono sui tribunali, non c’è scandalo su cui non si torni. Avremo tre mesi di fuoco incrociato: da un lato l’inferno, che però sosteneva il paradiso, dall’altro l’incontaminata purezza tecnica affiancata da tutto il nuovo della politica: Casini, Bersani, Vendola e Napolitano. Accadrà di tutto e sembreremo persino liberi: voteremo. Poi ci risveglieremo. La prima immagine che vedremo sarà di una chiarezza veramente olimpica: Monti, beato e santo, nella gloria degli angeli Fornero, Profumo, Catricalà e Polillo e un governo di “larghe intese“. Forse allora qualcuno si ricorderà che San Polillo, quando era solo beato, di mestiere faceva il consulente economico del gruppo parlamentare del Popolo della Libertà…

Uscito sul “Manifesto” il 15 dicembre del 2012

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Chi può lo avverta, il dottor Clini: le notizie che riguardano il clima sono da choc: “Addio al Polo”, titola oggi “Affari Italiani”. “Entro dieci anni scomparirà il ghiaccio”. Secondo le ultime stime l’Artico potrebbe essere definitivamente sgombero dai ghiacci nel periodo estivo alla fine del XXI secolo, ma estati senza ghiaccio potrebbero verificarsi già entro i prossimi dieci anni”. Non sono chiacchiere da bar. Si tratta di scienziati, quelli veri, non di economisti alla Monti, che si sono inciuchiti, correndo appresso alle pazzie neoliberiste di Friedrich August von Hayek.

Dei poli, del clima, del disastro incombente Clini non sa, o finge di non sapere, com’è accaduto con Taranto, finché un magistrato non l’ha scosso dal suo lungo sonno; non muove un dito, non dice una parola, non prende iniziative politiche, non coinvolge il sedicente governo di cui fa parte. Nulla. A fine mese prende lo stipendio che gli pagano i lavoratori italiani che sta massacrando insieme a Fornero e soci, e se ne sta in panciolle, felice e contento, come se nulla fosse. Chi può, lo avverta: la questione ambientale non c’entra nulla con le bande di speculatori che mettono mano alla tasca e investono per far profitti senza che nessuno gli rompa le scatole con l’inquinamento. E’ precisamente l’opposto.

Chi può, chieda a Clini se lui e il governo di cui fa parte si sono dati una politica ambientale o aspettano che gliela detti l’Ilva. Chi può, per carità, si complimenti con Clini e Monti. In dieci mesi, grazie a Bersani, Casini, Alfano e Napolitano, sono riusciti là dove Berlusconi aveva fallito: hanno finalmente creato il governo dell’azienda Italia che sta sfasciando la Repubblica: aria, acqua, terra e vita umana.

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Non lo dirò col linguaggio da trivio del deputato che mostra il dito, ma la premessa è d’obbligo: se il variegato campionario di zerbini che impazza coi sondaggi la piantasse di spacciar veline, il terremoto sarebbe evidente: la maggior parte degli italiani non ne può più di Monti e della sua maggioranza bulgara che, fuori dal Parlamento, è una screditata minoranza. Sui modi si potrà discutere, sulla sostanza c’è poco da dire: l’on. Barbato ha ragione. Se dici Monti, Bersani, Alfano e Casini, più del quaranta per cento degli italiani, quasi metà Paese, si prende l’orticaria, brandisce il crocefisso e urla come invasata: “Vade retro Satana!”. In quanto alla mezzaluna votante, 20 stanno con Grillo, 15 si dividono tra Vendola, Di Pietro, Maroni e Ferrero e il dato, infine, non è solo chiaro, ma rivelatore: fuori del Palazzo, la Bulgaria di Monti è un’invenzione pericolosa, l’effetto d’una causa su cui si impone il silenzio ad ogni costo.

Alla prova dei fatti, Monti in testa, i celebrati professori si sono rivelati asini matricolati. Pochi giorni fa, Squinzi, il Presidente della Confindustria che, com’è universalmente noto, s’è formato alla scuola del bolscevico Zinoviev, gliene ha cantate quattro in tono tutto sommato misurato e se l’è presa col pinco pallino, chiamato a far da ruota di scorta a un governo che, su un percorso accidentato, buca copertoni un metro sì e uno no: il ragioniere Bondi, ha detto, in sostanza il noto sovversivo, ha “fatto solo macelleria sociale”. Se un giudizio così chiaro, netto e pesante nasce a destra, per  volontario “fuoco amico”, non c’è scampo, tu pensi: il venditore di tappeti che nessuno ha mai votato e occupa come un clandestino la poltrona che fu di Giolitti, perché, si dice, il governo eletto non sapeva governare lo spread, tenterà la via della risposta politica. Invece no. Invece la testa sopraffina che ha gettato sul lastrico per errore o dolo centinaia di migliaia di onesti cittadini, che ha affamato i pensionati, che guadagnano mille volte meno di lui, ha cancellato lo Statuto dei lavoratori e ci ha fatto registrare picchi vertiginosi nella disoccupazione giovanile, l’ineffabile professore, non ha trovato di meglio che attaccarsi di nuovo allo spread, che evidentemente neanche lui governa, e invitare Squinzi a star zitto. Sarà pur vero che pinco pallo è un macellaio, nessuno deve dirlo. “Taci, il nemico ti ascolta!”,  è stata, quindi,  la risposta demenziale. D’accordo, à la guerre comme à la guerre, ma quale generale punta alla vittoria, sparando addosso ai suoi? Qui c’è altro e va detto.

Fosse stato in piazza, alla testa di familiari di imprenditori suicidati dalle banche, il Presidente di Confindustria avrebbe probabilmente sperimentato il significato concreto del monito postdemocratico: una banda di manganellatori in divisa protetti dall’anonimato gli avrebbe spaccato le ossa, come accade di norma nelle piazze del belpaese, poi il Manganelli si sarebbe scusato – c’è una beffarda sintonia tra le parole e i fatti – e il sottosegretario De Gennaro avrebbe espresso la sua solidarietà nei confronti dei “servitori dello Stato” che, non a caso, hanno sempre più spesso in petto i segni distintivi delle campagne di guerra e sono scelti apposta tra “guerrieri della democrazia” che girano il mondo, sparando a pescatori e “terroristi” nelle eroiche guerre che sosteniamo alla faccia della Costituzione.

Se ancora qualcuno non l’avesse capito, questa banda d’invasati è decisa a imporre con la censura e la violenza una  ricetta velenosa. Da Genova a Basiano corre un filo rosso e insanguinato ed è ormai chiaro: siamo indigeni in un Paese coloniale. Ha ragione Angelo D’Orsi quando scrive che “le lacrime e il sangue non sono più metafora”, ma il discorso a questo punto non può fermarsi qui. La finanza e i tecnocrati si muovono con violenza perché seguono un progetto preciso e conoscono Marx meglio di noi. Sanno bene che “una nuova rivoluzione non è possibile, se non in seguito a una nuova crisi. L’una però è altrettanto sicura quanto l’altra”. Lo sanno e si preparano; perciò Monti intima a Squinzi di tacere e scatena il manganello. E noi, noi che la crisi la paghiamo, noi che ormai vediamo versare lacrime e sangue, noi che faremo? Lasceremo che rigore e violenza tengano a battesimo la nuova dittatura?

Uscito sul “Manifesto” il 14 luglio 2012 e su  “Fuoriregistro” il 14 luglio 2012

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In inglese, che, com’è noto, da novembre è la lingua ufficiale del governo italiano, si dice “spending review“. Non è una novità del tecnici. Sta per l’ormai politicamente scorretta “razionalizzazione” e nel linguaggio corrente di chi non conosce gli agi della “Bocconi” e l’oro di Banca Intesa, significa semplicemente “tagli”. Per l’ex ministro Gelmini – che delle sforbiciate di Tremonti fu la spietata esecutrice, la scuola non è in grado di sostenerne di nuovi, ma il governo è di parere contrario. Trincerandosi dietro cortine fumogene e miserevoli giochi di parole, dichiara di voler “valorizzare le risorse”, ma si prepara di fatto a tagliare, dimenticando la sbandierata “centralità dell’istruzione”.
Nessuno è in grado di prevedere quanto ancora durerà la paralisi dell’intelligenza critica causata dall’uscita di scena di Berlusconi, ma il quadro è sempre più allarmante. Celebrati i mesti funerali della Sanità pubblica, un Paese in lutto assiste impotente ai ripetuti suicidi di disperati senza futuro, mentre il governo si accinge ad assestare il colpo di grazia alla scuola. Tra i cacciabombardieri e la formazione della nostra gioventù la banda Monti, sostenuta dall’inedito trio Alfano – Bersani – Casini, non dimostra incertezze e riduce nuovamente i fondi per la scuola, rivelando così le nascoste finalità del suo programma: garantire il profitto e cancellare i diritti.
Non bastassero tasse, balzelli, pensioni ridotte a un miraggio, figli eternamente sfruttati o disoccupati da aiutare, a piegare la debole resistenza dei docenti pensano l’umiliazione di stipendi da fame, la prussiana bandiera di un efficientismo quantitativo, sterile quanto mortificante, lo strapotere dei dirigenti, la pagella per i docenti, la congerie di sterili adempimenti burocratici e, dulcis in fundo, l’Invalsi e la valutazione immediata di quell’investimento sul futuro che si chiama insegnamento, di cui, intanto, si sta cancellando la libertà.
La democrazia è a rischio. E’ tempo di prenderne atto, cogliendo i segnali deboli, ma univoci che ci vengono dall’Europa. Dopo il voto, i giornali del potere propongono un’analisi strumentale e irrazionale degli avvenimenti greci, francesi e tedeschi, per farci temere il rischio incombente di una neonata opposizione degli estremi, per indurci a credere che uscito di scena Sarkozy, indebolita la triade che strangola la Grecia e la Merkel che perde ovunque i tedeschi votino, insomma, battuta l’Europa iperliberista, ci attendono il caos, la valanga antisistema, il trionfo dell’antipolitica. E’ una menzogna da cui guardarsi e la scuola può avere in questa decisiva battaglia un ruolo fondamentale. Portiamo in classe i giornali, confrontiamone le analisi con la lezione che viene dalla storia, dalla Carta Costituzionale, dal Manifesto di Ventotene, dagli obiettivi della Resistenza europea al nazifascismo, leggiamo loro la legge Bolkestein e paragoniamola allo Statuto dei lavoratori. Abbiamo mille strumenti didattici per spiegare ai nostri giovani che il voto degli elettori europei non alimenta una pericolosa forza antisistema, che fa paura e distrugge speranze e vite umane. E’ il contrario: quel voto mette in discussione l’illegittimo potere della finanza come espressione di un pensiero unico, dice no a chi ci terrorizza con un debito che non abbiamo contratto e dovremmo pagare, mette in crisi quel tanto di democrazia conquistato col sangue nella lotta di liberazione dal nazifascismo. Spieghiamo loro cos’era l’Europa dei popoli, così che capiscano che quello di ieri è stato un voto europeista contro populismo e autoritarismo. Francesi, greci e tedeschi, non chiedono nuove frontiere e divisioni, ma un’Europa veramente unita, che sottometta la finanza ai diritti dei cittadini. Deve essere chiaro soprattutto che quando diciamo finanza, diciamo destra estrema e non di rado fascismo. Il voto di ieri, perciò, non va contro l’Unione Europea, ne chiede semplicemente un’altra. Quella vera: l’Europa dei popoli.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 maggio 2012 e su “Paese Sera” l’otto maggio 2012

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Non sa bene di che parli – non è colpa sua e con un po’ d’impegno qualcosa imparerà – tuttavia ne parla. Si limita alle formule della propaganda, ma parla e ogni volta fai fatica a capirlo. L’ultima esternazione la riferisce l’Adnkronos e lascia di stucco: non ci sono soldi per dotare le scuole italiane delle necessarie tecnologie, ha scoperto il neoministro rettore, poi, sibillino ha subito chiosato: “questo non accade solo in Italia“. “Occorrerà chiederle a Sarkozy e alla Merkell, come fa la Grecia“? si son chiesti interdetti i giornalisti, mentre prendevano appunti, pensando alle difficoltà del momento e ai rapporti tesi tra i Paesi europei, ma Profumo non ha consentito riflessioni approfondite e ha continuato deciso, come impone il pugno di ferro nel guanto di velluto o, se preferite, lo stile di questa compagnia di guitti che c’è chi si ostina a chiamare governo. Prima o poi occorrerà ringraziare Berlusconi, Bersani e Casini che fanno il gioco delle tre carte: ieri facevano a gara per distinguersi tra loro in centro, sinistra e destra, oggi cantano a coro le lodi e i peccati “veniali” di un aborto politico che si chiama “salva Italia” e massacra gli italiani. Quelli, s’intende, che da sempre lavorano e pagano. Agli altri garantisce un salvacondotto che grida vendetta: evasori, guerrafondai, speculatori, mercanti d’armi, nullafacenti e mariuoli noti e ignoti, che hanno fatto la storia del debito nel nostro sventurato Paese, sono tutti al sicuro.
Partito a ruota libera, Profumo, ha voluto aggiungere la sua seconda strabiliante scoperta: a scuola “ci sono però ancora sacche di inefficienza da rivedere“. A scuola, naturalmente, perché il mondo da cui proviene – l’accademia – è un modello d’efficienza, efficiente è la classe politica nella quale s’è andato a rifugiare ed efficientissimo il governo di cui fa parte. Un governo che, dopo aver confermato gli ineccepibili tagli di Gelmini e Tremonti, spara a raffica innovative imposte indirette.
Sempre più tecnico e scientifico, ma sempre più fatalmente politico, Profumo ha esposto ieri la sua idea di uscita dalla crisi. Voi pensate che la via maestra per recuperare fondi da utilizzare per il miglioramento tecnologico di quel moribondo che si chiama scuola siano gli investimenti sottratti all’aeronautica militare, pronta a sperperare trenta miliardi in cacciabombardieri per far guerre ripudiate dalla Costituzione? Se lo pesante, sbagliate. Per aiutare la scuola italiana, ha sostenuto serafico il ministro, occorre “reingegnerizzare le risorse per evitare le inefficienze”. Che dice, che vuol dire? E’ presto detto: Occorre “valorizzare i docenti” e per farlo, si sa, bisogna valutarli. Profumo non sa non sa che Gelmini ne ha fatto un cavallo di battaglia e si lancia nell’apologia della sua nuovissima politica: la “valutazione, centrale in ogni processo di cambiamento, non deve essere vista come un atto sanzionatorio nei confronti dei docenti, ma in funzione di un miglioramento della qualità della scuola, tramite prove strutturate e standardizzate, che consentano confronti tra i risultati”.
Forte di questa batteria di luminose amenità, l’uomo di Monti, ha tirato fuori l’inglese. Quando può, lo fa con piacere. Gli studi glielo consentono, king George glielo consiglia e Monti, si sa, pretende il massimo di internazionalismo: quello borghese. Sia stile o sia ceto, la classe è classe e può colpire profondamente la sprovveduta fantasia dei docenti, depressa dal provincialismo della Gelmini. La ricetta anglosassone, insomma, non poteva mancare e il ministro non ha perso tempo: “attraverso la valutazione” ha sostenuto infatti solennemente “le scuole potranno esprimere pienamente la propria autonomia responsabile tramite la trasparenza del proprio operato, in linea con le migliori esperienze internazionali. Questo processo va inserito in un contesto più ampio, che contempli l’intero orizzonte della ‘smart city’, cioè di una città in cui i servizi ai cittadini siano accessibili, trasparenti, condivisi“. Sarà che non tutti sono all’altezza dell’inglese di Profumo, sarà che stiamo andando alla malora, a qualcuno è sembrato di cogliere nelle parole del ministro un novità davvero decisiva. Il caso Magri ha fatto scuola e il Paese si modernizza. Tra i servizi accessibili e condivisi, ai numerosissimi docenti ormai disperati sarà garantito quello “fine vita“. Così hanno letto, alcuni, le promesse del ministro: gli insegnanti si potranno suicidare tranquillamente. Il Miur darà gli indirizzi necessari e avranno persino facoltà di scelta. Il viaggio all’estero, però, sarà a carico degli aspiranti suicidi. Il governo Monti, si sa, assicura tutti i diritti. Il fatto è che, come le risorse, anche i diritti sono tutti all’estero. E’ consentito accedervi, certo, siamo in democrazia, ma occorrerà pagarsi il viaggio. Anche per il suicidio, sarà lotta di classe.

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