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Posts Tagged ‘Canossa’

downloadChi da tempo l’accusa di andare a caccia di poltrone dovrà presentarsi a Canossa col capo cosparso di cenere e chiedere l’assoluzione per i suoi peccati.
Lontana dalle più recenti e vergognose scelte politiche di questa turbolenta stagione, la sinistra alternativa di governo ha lanciato i suoi acuminati strali contro tutte le leggi feroci targate Renzi, Minniti e Salvini.
Sempre in nome di quella sua genetica coerenza oggi ha un ministro in un governo che non abolisce il Jobs Act, lascia vivere la “Buona Scuola”, i decreti fascisti sulla sicurezza voluti da Minniti e Salvini e non ha nulla da dire nemmeno sull’Autonomia differenziata.
E’ stata questa inattaccabile coerenza a condurre la sinistra a un’agonia che sembra sembra eterna.

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Da un po’, negli “studi” e nelle redazioni dei Tg, la preoccupazione era ormai palpabile e a far fronte alla “crisi” non era certo bastato il palliativo del “fuori onda” impietoso di un noto “anchorman” che s’era messo a urlare: “Niente, cazzo! Niente di niente! Ansa Adnkronos, Italpress, France Press, persino l’Atene News dalla Grecia disastrata! Niente. Elettroencefalogramma da stato comatoso. Porca puttana, qua se non ci pensa un attentato coi fiocchi o non fanno fuori un altro idiota come Arrigoni, siamo veramente fottuti. Fo-ttu-ti!”.

Linguaggio da scaricante, certo, ma come dargli torto? La situazione non era più sostenibile. Con le scariche d’adrenalina per l’immancabile ecatombe estiva di poveracci annegati nel Canale di Sicilia, s’erano fatti miracoli: i penosi litigi tra motovedette italiane e maltesi, la rissa accanita su immigrati e clandestini e le proteste di Lampedusa, tutto s’era sfruttato abilmente, andando avanti così fino all’indecenza. Tra le accuse agli “sporchi marocchini”, l’irriverente dito medio mostrato agli avversari, la gamma di contumelie che dall’adirato e secco “razzista” si era spinta fino all’articolato e travolgente “culattone, amico di tutti i culattoni e leccaculo, pronto a vendere l’anima per il voto dei preti”, nulla era stato trascurato e si era giunti così allo scambio violento di oggetti tra deputati di opposte fazioni, in un Parlamento ridotto a linguaggio da trivio e costumi da angiporto. Per un mese s’era suonata la stessa solfa ed era andata sinceramente bene, tant’è che sui set televisivi, a microfoni spenti, maggioranza e opposizione s’erano reciprocamente complimentate perché, nella violenza della contrapposizione, la gente non s’era mai fermata sulle responsabilità politiche degli ultimi governi e non ricordava più nemmeno la tragedia da cui s’era partiti. Sugli sventurati lasciati a morire, s’era fatto insomma un guadagno collettivo: giornalisti a ruota libera e politici usciti dalla bufera per il rotto della cuffia. Se poi a qualcuno, tornavano in mente per caso i morti finiti in pasto ai pesci nel canale, la peggio toccava ai maltesi, alle loro maledette menzogne e ai “rompicoglioni di Lampedusa che sono più africani dei clandestini”.

Nonostante la bravura di registi e studiosi della psicologia delle masse, tuttavia, giocate tutte le carte, quelle possibili e quelle impossibili, l’esaurimento della “notizia” e le burrasche autunnali avevano spezzato l’incantesimo. Il Paese televisivo, carta assorbente di ogni messaggio occulto ed elemento decisivo nella periodica trappola elettorale d’una democrazia parlamentare sempre più virtuale e priva di partecipazione, era stato costretto a fare a meno dell’istruttiva valanga di contumelie e pubblici ceffoni cui l’avevano assuefatto i naufragi estivi. Senza più sbarchi, s’era tornati alla programmazione televisiva prescritta come terapia di mantenimento per un popolo di quizzomani e tossicodipendenti da fiction, ipnotizzato da principi danzanti con le stelle: la dose quotidiana di “Principessa Sissi”, a giorni alterni santi carabinieri e beati poliziotti e in prima serata, a fine settimana, un violento bombardamento di “sogno americano” servito in pillole nella serie televisiva di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tuttavia, senza un gossip corposo e la cura da cavallo di sputi, parolacce e pugilato politico serale c’era il rischio concreto che persino pensionate, pensionati, sebbene drogati dal poker elettronico, inebetiti da ricette culinarie e messi in crisi d’identità da casalinghe felici di stirare e vecchi ruspanti persino nei pampers, s’accorgessero del trenta per cento di nipoti disoccupati e della pensione che valeva sempre meno e cominciassero con le domande scomode sulle piazze di Atene dove, per opera e virtù dello spirito santo, milioni di greci, informavano con aria di inequivocabile disapprovazione i più noti mezzibusti, erano diventati anarco-insurrezionalisti e s’erano messi addirittura a tirare sassi al Parlamento. Le parole, usate come pietre, erano lì pronte a rassicurare: “L’Italia non è la Grecia!“. Era un po’ come con gli immigrati: “sì, certo, povera gente, però perché non se ne stanno a casa?“. La disapprovazione dei mezzibusti era un messaggio chiaro: “ma a questi greci chi gliel’ha fatto fare di sperperare tanto?”. L’Italia non è la Grecia. Questo il passaparola avviato ad arte, tra giovani stelline sculettanti, seni al vento e isole di gente diventata d’un tratto famosa senza che nessuno sapesse bene il perché. A parare eventuali colpi bassi, per un po’ aveva provveduto l’overdose dei “servizi speciali” sul solito processo per un violento omicidio con stupro all’immancabile mostro rumeno messo in onda per venti sere di seguito per impedire ogni possibilità di riflessione e offrire una via di fuga nel tran tran quotidiano sulle espulsioni, sui permessi di soggiorno, sui rischi del terrorismo e sulla necessità di bombardare qua e là la miseria in una guerra dal bilancio strano: i morti tutti civili e tutti da una parte sola. Mai la nostra.

Col razzismo levato alla gloria degli altari, l’anchorman aveva saputo cogliere l’occasione per esaltare la sua abilità in spericolate serate di “grandi ascolti”: ogni trucco era servito, anche un siparietto anglosassone fatto di commenti al vetriolo sui costumi sessuali di notori farabutti e sfaticati che un linguaggio complice e ammiccante ha traformato nell’affascinante “jet set”. L’imbroglio geniale, quello che aveva vinto la gara dello “share”, era venuto quando s’era messo a pilotare lo zapping nel manicomio serale e, contro l’offerta di cosce e tette del polo privato, aveva condotto alla vittoria il polo “progressista” del servizio pubblic, sparando a zero sul rumeno presunto assassino. Uno scoop che aveva consentito più veli sul corpo femminile e un uso a pieno regime dell’intera gamma delle contumelie, senza le quali una serata televisiva o un dibattito sull’attualità politica non ha più speranza di successo.
Quando la crisi economica s’era fatta “greca” anche dalle nostre parti, però, non c’era stato scampo: la gente aveva preso a protestare e non pareva più possibile trovare il bandolo della matassa. Temendo la rivolta, la democrazia parlamentare aveva imbavagliato il Parlamento, impegnandolo su leggi senza capo e senza coda, e aveva puntato tutto sulla “pace televisiva“. Ne erano venute fuori ore e ore di una violenta criminalizzazione del dissenso che aveva unito senza alcuna eccezione destra, sinistra e centro dello schieramento politico e, come soldati precettati, i conduttori di ogni rete. Ciò fatto, s’era sperato in un qualche evento straordinario che consentisse di uscire dal “cul de sac“. Sarà che Dio vede e provvede, sarà che il potere è potere e orienta persino la speranza, sta di fatto che a metà di un ottobre caldo, con scontri di piazza “greci” anche in Italia, la gente piena di rabbia, il fumo e le fiamme che annunciavano rivolta, l’investimento sulla nonviolenza e il pacifismo aveva dato i suoi frutti e la gente in piazza s’era divisa tra chi odiava pacificamente governo, maggioranza e opposizione e chi nutriva un identico odio ma lo esprimeva con tutta la rabbia che produce la disperazione. Per sere e sere, senza sbarchi e naufragi, senza romeni processati e senza dosi di metadone per tossicodipendenti da televisione, erano spariti i principi danzanti con le stelle, l’immancabile “Principessa Sissi” e il sogno americano a base di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tutto s’era ridotto a santi carabinieri, beati poliziotti e arcangeli Gabriele in divisa da bersaglieri. In tutte le ore, dalla mattina fino alla sera. Ventiquattrore su ventiquattro. Due giorni soli, e s’erano visti gli effetti: la gente, pentita, col capo cosparso di cenere era andata a Canossa ad implorare un pacifico fallimento dello Stato e aveva portato i suoi averi agli uffici del fisco; come per incanto, era resuscitato il “sogno americano”, nei panni dell’eroe che, col cuore gonfio di dolore, l’animo oppresso dal rimorso e il viso indurito dalla sofferenza, aveva denunciato il padre e il fratello per una presunta congiura contro il potere economico ingiustamente accusato di essersi impadronito di quello politico. Con quest’accusa infamante, l’eroe aveva sottratto la sua coscienza all’oppressione di intollerabili pensieri violenti ed era andato incontro al trionfo dei talk show.

Due giorni dopo questa vera rivoluzione, maggioranza e minoranza, riunite nel “Partito unico della maggiominoranza”, avevano impartito democratiche disposizioni ai mezzi d’informazione. Ferma restando la condanna di ogni violenza, la televisione era tenuta a trasmettere per almeno quarantotto ore consecutive, senza alcuna fascia protetta, le immagini del linciaggio d’un leader africano, un ex alleato, passato per oscuri motivi nelle file dei nemici giurati delle banche. Non c’è  reato più grave. Le forze armate di tutto il “mondo civile“, impegnate da mesi nei feroci bombardamenti di una guerra di liberazione dal dittatore, con grande sprezzo del pericolo, dal cielo libero e sgombro avevano agevolato in ogni modo il linciaggio del tiranno. E bisognava che la gente la vedesse questa manifestazione di amore per la pace e questo così evidente disprezzo per la violenza.

Porca puttana”, aveva commentato nell’immancabile “fuori onda” il solito anchorman, mentre scontava vomitando la sua nota delicatezza di stomaco, “è la migliore trasmissione sulla nonviolenza che si sia mai fatta nella storia della nostra televisione”.

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Parlando di lavoro in anni non sospetti, Pietro Ichino l’ha scritto con onestà che va riconosciuta: “la sicurezza è un bene della vita”. Subito dopo, però, chiamato all’ordine dal feticcio che adora – dio ci scampi dall’integralismo degli economisti! – e sentendo sulla coscienza l’intollerabile peso dell’eresia, come ogni credente peccatore, cosparso il capo di cenere, s’è presentato a Canossa, precisando: “Ma costa, come costano tutte le polizze assicurative. I giovani italiani devono valutare questo costo; e rifiutarsi di pagarlo se è troppo alto.

Proprio così: rifiutarsi. Come se al giorno d’oggi, cococorizzati, flessibili e precari, come li han voluti la scienza di Treu e di Biagi e il singolare concerto di padroni, politici e grandi sindacati, i giovani potessero dire un sì o un no ed essere ascoltati. Ichino, Giavazzi, Alesino e compagni, presi da ben altri pensieri, non se ne sono accorti, ma i giovani i loro no li dicono da tempo; ovunque, tuttavia, a Roma come a Madrid, a Tunisi come in Siria, ognuno a suo modo, con le nobili forme liberali e quelle ignobili delle dittature che i liberali tengono in piedi, ovunque la sapienza politica del mercato ha dato l’unica risposta che conosce, quando le formule fanno bancarotta e la fame si fa sentire: repressione. Di questo Ichino non si occupa. Altri hanno il compito di por rimedio ai danni prodotti dalle sue teorie; maialino ben pasciuto e sazio, lui chiama a raccolta i benpensanti, gridando al teppismo”, o pretenda la scorta perché si sa: chi protesta è di norma un… terrorista.

Il fatto è che più gli economisti borghesi fanno le loro analisi, più il loro “mercato” si rivela un tragico “Monopoli”, in cui le previsioni puntualmente sbagliate di Giavazzi e le correzioni rovinose di Alesino mettono in gioco la vita della gente. E’ vero. Tutto può avere logica economica – ce l’aveva persino la pelle d’ebreo, usata per costruire paralumi – ma non ci sono dubbi: se non la governano una filosofia della storia e un sistema di riferimento fondato sui diritti e sulla solidarietà, la legge del mercato ha esiti aberranti. Gli studi di Gotz Aly e Susanne Heim l’hanno dimostrato: anche l’olocausto ebbe ragioni economiche. Ichino ha certamente ragione: “La sicurezza è un bene della vita”. E’ disumano, però, fa dubitare della buona fede e chiama alla mente i paralume degli ebrei, quando, correggendo se stesso, riprende la solfa del mercato e sostiene che il “problema è come conciliarla con la flessibilità del sistema produttivo.

Nel lucido delirio delle formule su cui si fonda l’analisi di mercato, non esistono uomini e costi umani. Il pianeta è un deserto. C’è un mercato senza mercanti, c’è un prodotto e non ci sono i produttori. Tutto si sacrifica a un astratto fine economico e per il resto vada come vada. E’ la logica di Mussolini che il 10 giungo del ’40 delirava: occorrono alcune migliaia di morti per sedersi da vincitori al tavolo della pace. Preso da quest’idea religiosa del mercato, come Ichino parla di lavoro e ignora i lavoratori, cosi Giavazzi, in trance, vede davanti a sé uno scenario astratto, tutto banche, Tesoro, e Federal Reserve. Questo vede e non s’accorge del macello di sogni, di speranze e vite umane travolte e spente. Tre anni fa, nel settembre 2008, quando i media prezzolati ridussero la tragedia di Lehman Brothers a un via vai di tranquilli impiegati che portavano a casa scatoloni di carta e un licenziamento, Giavazzi scrisse un’apologia del fallimento deciso dall’infallibile mercato: Ieri, sostenne, preso da irrefrenabili contrazioni di piacere “è stata una buona giornata per il capitalismo”. Così: una buona giornata. E si lanciò in un elogio adornate del Tesoro USA che, a suo modo di vedere “con grande coraggio […] ha detto basta. Il costo è stato elevato, il fallimento della terza/quarta banca d’investimento al mondo, ma il mercato ha impiegato meno di cinque minuti a capire”. Il mercato per Giavazzi aveva capito tutto e subito. Lo Stato non era intervenuto più di tanto, liquidi in circolazione ce n’erano ad abudantiam, e di che preoccuparsi? Quando c’è un problema, ci pensa il mercato. E’ come dire la provvidenza divina. Per Giavazzi il settembre del 2008 era “una svolta importante, la vittoria del mercato. Con buona pace di chi ripete che ciò che accade negli Stati Uniti è la prova che il capitalismo è finito.” Oggi sappiamo come sono andate effettivamente le cose: “E’ stata una buona giornata per il capitalismo”. ma le giovani generazioni non hanno futuro e l’intero pianeta s’è imbarbarito.

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