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Posts Tagged ‘Nettuno’

Un branco di australopitechi si sarebbe ribellato. Una tribù di trogloditi l’avrebbe cacciato via d’istinto e una comunità d’ominidi l’avrebbe punito, il ringhio vile: “fora d’i ball” sarebbe costato caro per sempre, ovunque e comunque, dal miocene all’età della pietra, dalla preistoria alla storia. L’istinto della bestia o l’onore del guerriero si sarebbero rivoltati e le femmine ne avrebbero fatto un punto d’onore: nessun genere di rapporto. Nulla, dalle necessità del sesso, alla carità d’una spidocchiata. Persino le pulci sarebbero saltate vie, nauseate dal sangue velenoso, e l’intero pianeta si sarebbe trovato unito in un universale e memorabile diluvio. Nulla sarebbe rimasto com’era.
L’evoluzione della specie, invece, qui da noi, oggi, s’è prima fermata, incerta e sospesa, poi ha scelto d’invertire il suo corso.

Duecentocinquanta esseri umani e, tra essi, numerosi cuccioli d’uomo, sono stati uccisi dal civilissimo Mediterraneo, inorridito di sé stesso, ma Nettuno chiama a testimone il fato e si discolpa: non è stato per sua scelta che l’onda mortale ha sommerso gli sventurati in cerca di scampo. E’ l’ordine delle cose che s’è sovvertito: gli dei non han colpe e non c’entrano nemmeno i diavoli e l’inferno. Tutto nasce da una disumana ferocia nel cuore d’un evo nuovo. L’ultimo, forse, che la storia consente.

Fora d’i ball” è la compiuta sintesi storica della civiltà dei consumi, nel trionfo della globalizzazione. L’ha scritta il degenerato discendente d’un innocente scimpanzé, capo d’una tribù di gorilla svergognati che, a disonore dei nobili antenati babbuini, non si rivoltano per istinto, non si indignano in nome d’un antico genoma, non si vergognano di se stessi e del genere che si dice umano.

C’è un’onda verde biliosa che avvelena la terra, appesta l’aria, ammorba l’acqua. Le femmine, contagiate, non inorridiscono per il seme del loro ventre ucciso; fanno sesso e spidocchiano, indifferenti, e i maschi si sottomettono a capi senza onore. Se non si leva subito, di villaggio in villaggio, un urlo di guerra, se il naturale amore per se stessi e la solidarietà che da sempre ci lega nella sventura non ci induce all’immediata rivolta, non c’è più futuro. Ci sono momenti della storia in cui la pace prende le armi e va in guerra, senza patria o bandiere. E’ la sola guerra “umanitaria” che si combatte in natura: quella, senza quartiere, della dignità negata.

Uscito il 7 aprile 2011 su “Fuoriregstro” e sul “Manifesto” il 9 aprile 2011

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Legge dopo legge, decreto dopo decreto, un popolo che ha avuto nella sua storia Verri e Beccaria va a lezione di democrazia dai “pericolosi clandestini che trova normale chiudere in un campo di concentramento a Lampedusa, in nome evidentemente dell’accoglienza e di una storia d’emigrazione che al mondo probabilmente non ha pari.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto, facendo il tiro a segno sui diritti, ci comincia ad apparire del tutto naturale che qualcuno neghi ai musulmani il diritto di pregare. E continuiamo a crederci un popolo liberale che si muove nel solco della storia e della tradizione che risale a Cavour: “libera chiesa in libero Stato“.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto, figli della “patria del diritto” e della civiltà giuridica romana“, eredi di Cicerone e Cesare, teniamo in piedi Tribunali e Corti d’Appello, vantiamo in Cassazione il fior fiore dei giudici, ma sputiamo sulle loro sentenze e, in nome d’un rinnovato Medio Evo, ci neghiamo il diritto di morire con la dignità, che pure riconosciamo ai nostri cani.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto – fingiamo d’ignorarlo ma lo sappiamo bene – sono anni ormai che da noi per taluni reati non c’è bisogna di chiedere documenti: hanno tutti una patria e, ovviamente, sono tutti clandestini. Il rapimento d’un bambino è Rom, lo spaccio della droga, ci su può giurare è sempre e certamente Senegalese, lo sfruttamento della prostituzione è per vocazione Albanese e la violenza sessuale è rigorosamente Rumena.
Se a Guidonia, però, una folla inferociata minaccia il linciaggio, se a Nettuno tre figli nostri danno fuoco a un indiano e, solidali e spavaldi, gli amici se la ridono, tanto si sa, è solo un marocchino, se tutto questo accade, non si sono dubbi: il reato è italiano, si chiama razzismo e se volete trovare i mandanti morali, non perdete tempo: cercate in Parlamento.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 febbraio 2009

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