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Posts Tagged ‘berlusconismo’

Invano ci ammonisce Brecht: “Sia lode al dubbio”. Prima di lui, con l’ironia tagliente tipica di un tempo che s’apre al nuovo e volta pagina alla storia, Voltaire metteva in guardia dai rischi terribili delle “certezze”: «Quanti anni ha il vostro amico Christophe?» «Ventotto; ho visto il suo contratto di matrimonio, il suo certificato di battesimo; lo conosco fin dall’infanzia ne sono certo». […] Venti altri confermano la cosa, allorché vengo a sapere che il certificato di battesimo di Christophe, per segrete ragioni e per un intrigo singolare, è stato retrodatato. Quelli con cui avevo parlato non ne sanno ancora niente; tuttavia hanno sempre la certezza di ciò che non è».
Forse perché l’originale aveva un aspetto più alterato della copia manomessa, in quest’ambiguo e irrimediabile novembre c’è un’inflazione di certificati falsi che passano facilmente per documenti autentici della democrazia e giurano in tanti: tutto va bene, madama la marchesa. Non ci torno su per il gusto d’una polemica retrospettiva e nemmeno per la tentazione sciocca di marcare il confine e vincere poi l’inutile partita dei rimpianti, quando verrà il momento della soddisfazione amara e si ricorderà che “qualcuno, però, l’aveva detto”.
No. C’è dell’altro e non è cosa da poco. C’è che se n’è andato a casa un governo ch’era una vergogna nazionale e si saluta come vittoria della latitante democrazia parlamentare la nomina di un manipolo di sfingi, che ha la fiducia di un Parlamento di nominati, ma non ha mai presentato uno straccio di programma. C’è che siamo passati da un’inaccettabile vergogna a un tragico paradosso, e chi dubita della legalità costituzionale dell’oscura faccenda tocca un nervo scoperto.
“Imbecilli”, sibila Scalfari, brandendo la Costituzione come fosse una clava, però s’impappina e per quanto cavilli non cava un ragno dal buco. E’ vero, Monti guida un governo tenuto in piedi da una maggioranza predeterminata e questo, di per sé, non è un oltraggio allo Statuto. Un governo che avesse chiesto e ottenuto la fiducia per varare alcune norme spiegate a chiare lettere al Parlamento vivrebbe del voto di una sorta di “maggiominoranza”, ma sarebbe legittimo e pazienza per chi ha votato nero e finisce così rappresentato dal bianco. Il fatto è, però, che Monti, chiamato da Napolitano a guidare un governo tutto banche, banchieri e università private non ha mai comunicato cosa intende fare, sicché la “fiducia” s’è ridotta alla firma d’una cambiale in bianco. Non poteva essere diversamente. Il programma gliel’ha dettato la Banca Centrale Europea e Monti non poteva sottoporlo al Parlamento: sarebbe tornato a casa senza remissione di peccato, perché nessun partito è obbligato per Statuto ad avere vocazioni suicide.
Le divinazioni, i sortilegi, le ossessioni, sono stati per secoli la cosa più certa al mondo agli occhi dei popoli e il meccanismo, purtroppo funziona ancora. In un paese berlusconiano ben prima di Berlusconi, perché stupirsi se la pretesa vittoria ci abbaglia e non vediamo quanto berlusconismo c’è nella maniera in cui è caduto il suo governo? Ossessionati da Berlusconi, tutto ciò che ci è parso penoso, quando veniva dalla sua politica, ora ci va bene, perché viene da sedicenti “tecnici” e fingiamo di non sapere che da tempo ormai sono i “tecnici” a governare la politica. I “tecnici” sì, che invece lo sanno bene: la storia del capitalismo è la storia della pirateria organizzata da pochi che s’appropriano del lavoro di molti. Per anni, chi è sceso in piazza contro un governo che smantellava il sistema formativo in un paese che di formazione ha più bisogno che di pane, ha fatto i conti con i tecnici che sostenevano la Gelmini. Per anni, chi attaccava l’ispirazione apertamente reazionaria che spinge Marchionne a incunearsi nella condizione di profonda sofferenza della classe lavoratrice, per giocare con le vite, dividerle e sottometterle, s’è trovato contro i “tecnici” pronti a difendere la ferocia del capitale. Ora tutto è tornato a posto e non ci sono problemi. Monti riparte dalla riforma Gelmini, Marchionne prosegue nella sua cieca offensiva e dei conflitti d’interesse non parla più nessuno. Se t’azzardi a dubitare e non ti allinei non hai scampo: diventi un imbecille.
Christophe, intanto, se la ride. Lui l’ha capito, Voltaire ha perso la partita e i “lumi” sono spenti. E’ il sonno della ragione.

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Quando lo capiranno sarà tardi. E’ un territorio vasto e incontrollato. Naufragano tra gli scogli di Lampedusa, il Canal di Sicilia e le aule delle scuole e delle università di tutto il Paese. Li batte la cultura e non lo sanno. E’ la storia già scritta che decide, i fatti già avvenuti e i crimini consumati, contro i quali non c’è forza che tenga. Berlusconi, Bossi, La Russa, Gasparri, Tremonti, D’Alema, Veltroni, Casini. Non si tratta solo della paccottiglia plastificata del berlusconismo. E’ un suicidio di massa. Muore di leggi razziali l’abbozzo di genocidio tentato da Maroni, si spegne per rigetto il segregazionismo di Fini, Turco e Napolitano. Cede di schianto la pretesa che una banda di mercanti formi un Parlamento, che la libera coscienza dei popoli si sottometta agli interessi di un potere che pretende di decidere persino sulla vita e sulla morte.

Se ne sono sentite tante in questi giorni, che non ci sono dubbi. La partita contro la cultura e la formazione, aperta dai tagli di Gelmini e Tremonti è stata la Waterloo di un regime fondato sull’ignoranza. Carlo Galli, politologo e “opinionista” di quelli che vanno per la maggiore, ha sputato, nel consenziente silenzio degli “intellettuali” presenti la storica sentenza: “è il vento del Nord che si leva a Milano, là dove cominciò la Resistenza“! Una bestialità che fa il pari solo con la miseria morale e l’ignoranza mostrate in Emilia dal prof. Tremonti: “Quando sono venuto a Bologna tempo fa mi hanno detto che c’erano state le primarie e che aveva vinto Merola. Pensavo di essere a Napoli e invece ero a Bologna. Se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i babà se li porterà via Merola“.

Ovunque nel Paese, tra scuola e università, l’attacco alla cultura urta contro focolai di resistenza e in cattedra ci sono ancora professori antifascisti che, per nulla intimoriti da Bossi, Garagnani e i minacciati provvedimenti fascio-leghisti, ricordano ai giovani il valore della libertà conquistata sui monti partigiani. A Napoli, che ha così risposto a Tremonti, alle amministrative hanno perso assieme Berlusconi e Bersani e, comunque vada, emerge la dignità della gente libera. Fu un napoletano di cui Tremonti ignora persino l’esistenza, Armando Diaz, a decretare la fine degli Asburgo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo – affermò dopo Vittorio Veneto – risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Era ed è antica e immutabile legge: quando un potere non ha più funzione storica, non c’è forza che tenga. E’ per questo che la vittoria del “napoletano” Merola, a Bologna, fa di Tremonti il simbolo d’un regime che implode. E così lo consegna alla storia: tragicomica marionetta dai fili spezzati.

In Spagna, intanto, a Madrid, i “giovani indignati” occupano la Puerta del Sol e la rivoluzione del Nord Africa sbarca in  Europa. Ciclamini, minimizzano pennivendoli e burattini, ma sono terrorizzati. Potrebbe essere una nuova primavera della storia. Fosse così, e tutto induce a sperare, c’è da giurarci: presto i giovani vorranno saldare i conti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 maggio 2011.

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Morto di freddo, stanco, i nervi a fior di pelle e la consapevolezza che, comunque vada, è sempre più difficile, per uno come me, stare tra i ragazzi senza correre il rischio di sembrare l’eterno “cattivo maestro“. In questo stato prendo la penna e scrivo. Faccio finta che ci sia chi me lo chieda, ma lo so: ho bisogno di domandare a me stesso che penso davvero, al di là di quello che dico nelle assemblee. Non mi sottraggo, come mi consiglia l’istinto. Non mi sottraggo e, tuttavia, per precauzione scrivo a me stesso e non provo a parlare. Senza fermarmi, come si fa quando in mano c’è la penna, mi riuscirebbe molto più difficile dire fino in fondo la mia incerta e problematica opinione.

Lascio da parte i pacifisti convinti e militanti. Ne ho un profondo rispetto. La dico come può vederla uno come me, che non ama il conflitto, ma lo ritiene parte integrante della vicenda umana e fatalmente ragiona senza scartare a priori le categorie della guerra “che è nelle cose“. Pace e guerra sono in contrasto tra loro, ma sono interdipendenti. Così voleva il filosofo antico. Metto nel conto il dissenso e la delusione. Mi capita spesso. Sono all’opposizione di me stesso, per ragioni di formazione e perché dalle presunte certezze nasce la maggior parte degli errori. Peggio sarebbe, molto più che deludente, una comoda menzogna. Di tutte, la peggiore, la più inaccettabile, sarebbe la versione annacquata d’un pensiero che nasce dal profondo e matura nel fuoco d’uno scontro. Non sono sereno. Ecco la prima verità che sento il bisogno di dire a me stesso. Non lo sono, non so esserlo. Tutta la serenità di cui sono capace si esaurisce nella discussione coi giovani, quando il senso della responsabilità prevale su tutto, anche sulla complessità d’una passione civile profonda e d’una concezione della vita che non può più registrare cambiamenti sostanziali, ma è ancora fortemente decisa a capire, ascoltare, soprattutto imparare.

La premessa è lunghissima, forse incomprensibile, certamente incompleta e incapace di spiegare la tempesta che mi porto dentro. Provo a partire da una convinzione che io e le mie contraddizioni possiamo condividere senza problemi di coscienza. Ci sono mostri costruiti ad arte da chi dall’esistenza dei mostri ricava cospicui vantaggi. Il fantomatico e ferocissimo Bin Laden, ad esempio, un mostro così consapevole della mostruosità di cui si fa portabandiera, da saper scegliere ripetutamente quando sparire con tempismo mirabile e quando resuscitare con precisione cronometrica: infallibile, ora, minuto e secondo. Abbiamo una vergogna da far passare come fatale necessità della storia? Bene. Un proclama di Bin Laden che chiama alla guerra santa ci toglie prontamente d’impaccio. I black blok sono i Bin Laden dello scontro sociale. Che il 14 potessero comparire a Roma – autentici o imitazioni grossolane, conta poco – era certo, com’è certo che domani, per arrestare un disgraziato maomettano da offrire in pasto alla folla fanatizzata e scatenare una convenientissima guerra tra i poveri, Bin Laden tornerà a lanciare un proclama. Questa è la rappresentazione mediatica. E questa diventa anche la verità in una società che mediatica e virtuale è ormai per costituzione.

Ch’è accaduto a Roma il 14 dicembre? Ti sbagli se dici che in Parlamento anche un cieco avrebbe visto che la classe dirigente non è all’altezza della drammatica situazione in cui versa il Paese? Puoi quantomeno sostenerlo con ragionevole probabilità di non dire sciocchezze: il cieco l’avrebbe visto, noi no. Noi non abbiamo visto, forse non vogliamo vederlo, ci fa male, è troppo desolante, che l’opposizione al berlusconismo è più berlusconiana di Berlusconi. Un idiota, un analfabeta della politica si sarebbe reso conto che c’è un’isola cieca e sorda in un mare in tempesta che la circonda; un’isola che non ha alcun collegamento con la terraferma e nella quale si “gioca alla democrazia“, ma si esercita di fatto un potere fuori controllo; un potere che cancella anche i diritti più elementari, in nome del mercato e del profitto. L’avrebbe visto un analfabeta della politica, noi no, noi vediamo un’isola diversa, ricca di collegamenti. Crediamo, o fingiamo di credere, che esista un dialogo tra chi affonda nella tempesta, senza speranza di toccare la terraferma, e l’isola che possiede una flotta in grado di soccorrere i naufraghi, ma le ordina di puntare le armi, stare a guardia del porto, a tutela dell’isola, e sparare a zero su chiunque s’avvicini. Anche la morte può servire alla vita e perciò, i naufraghi vadano a picco.

Roma il 14 era piena zeppa di “bamboccioni“. Così li abbiamo chiamati in maniera oltraggiosa. Da loro vorremmo senso di responsabilità, proteste pacifiche, discorsi politici, rispetto per le Istituzioni. Nel 1992, quando l’Europa delle banche prese il sopravvento su quella dei popoli, non erano nati ancora o erano bambini. Noi cominciammo a decidere che occorreva cambiare il calcolo delle pensioni e, senza domandargli come avrebbero fatto da vecchi, decidemmo di farle valere la metà delle nostre. Si sentì qualche voce di dissenso ci fu qualche battaglia – mi ricordo la mia onorata “carriera” di sindacalista finita nel fango – ma ci si disse che occorreva “realismo“. E in nome del realismo si cominciò a discutere senso e valore del lavoro a tempo indeterminato. Chi lo difese divenne subito un “conservatore“. Si misero al lavoro intelligenze sottili e cominciò la serie delle novità: co.co.co, lavoro interinale, lavoro in prestito e decidemmo insieme, senza informare i figli e i nipoti, che era ora di “piantarla coi privilegi“. Basta certezze, la concorrenza è l’anima del commercio e si fece commercio della vita. Poco ancora, poi decidemmo di spostare in avanti l’età pensionabile e cancellammo il conflitto dall’idea di sindacato. C’era lo sciopero, ma convenimmo che l’orario di un treno contava più d’un diritto violato. I treni continuarono a fare ritardo, a meno che non fossero quelli supercostosi che chi lavora non può permettersi e, tuttavia, lo sciopero s’era regolamentato. Non ci sembrò necessario chiedere un parere ai nostri ragazzi appena adolescenti. Diavolo, ne sapevamo molto più di loro, e li disarmammo, sostenendo che avremmo inventato nuove forme di lotta. Qui qualcosa si mosse e un manipolo di sindacalisti stanchi mollò la poltrona e tornò a lavorare, ma questo fu il massimo che sapemmo fare. Ci furono guerre, le chiamammo pace e le combattemmo. In verità, noi no. Noi eravamo vecchi. Andarono a morire i primi figli della nostra “rivoluzione liberale” e però fummo eroici: li decorammo. E ci giocammo la Costituzione. Se ripercorro la storia delle mie sconfitte, credo che corrisponda perfettamente al percorso che ci conduce a Roma, al 14 dicembre del 2010. Cominciò con un milione di persone condotte in piazza nella capitale contro Dini, ministro di Berlusconi passato poi con la sinistra, e ci ha portati ai centomila “black blok” che l’altro ieri hanno dato di piglio alla violenza. L’Isola dei famosi; o, se volete, Montecitorio, andava in scena in contemporanea. I docenti di ogni ordine e grado erano a casa, a casa erano i genitori e c’erano i terremotati dell’Aquila, perché feriti a morte, manipoli d’operai e qualche illuso che s’affida alle regole del gioco che non ci sono più e prende fischi per fiaschi, accusando i figli delle colpe dei padri.

La più terribile che ho ascoltato non è la faccenda dei provocatori e della violenza. Lo dico da docente. La più tremenda versione dei fatti che s’è provato a far passare è questa, onestamente incomprensibile e terribilmente fuorviante: senza il “manipolo” dei violenti brutti e cattivi, i nostri bravi giovani avrebbero salvato l’onore della scuola e dell’università. Lasciamolo perdere l’onore. Lasciamolo perdere ch’è meglio. Ognuno la legga come meglio gli pare, questa esplosione di rabbia, ma questo non è il ’68 – non si tratta di regole e nessuno si propone come classe dirigente “nel sistema“. La barzelletta dei black blok non fa ridere nessuno e quella dell’onore salvato è strumentale e autoassolutoria. Lasciamolo perdere l’onore e stiamo attenti. C’è un rischio grave. Criticando da vecchi saccenti le pratiche di lotte e chiamandosi fuori, si rischia di trasformare una battaglia contro i guasti del liberismo in un tremendo e inaccettabile scontro generazionale, col rischio fatale di un pericoloso isolamento dei nostri ragazzi. E sarebbe una catastrofe, perché in discussione ci siamo invece tutti: i cinquantenni precarizzati, gli immigrati deportati, i vecchi operai ridotti alla fame, le donne in mille modi violate e i ragazzi ricondotti a una condizione da prima rivoluzione industriale. S’è rotto un equilibrio. I giovani lottano per un futuro che abbiamo contribuito a cancellare. Delle pratiche di lotta in una realtà fortemente conflittuale, in una crisi economica e sociale che è crisi di sistema, si può discutere solo in un modo: lottando assieme, ritrovando il legame tra generazioni e lotte. Qui nascono, a un tempo, la legittimità di chi intende criticare e la possibilità di scambio tra visioni del mondo, esperienze e bisogni.

Il resto sono chiacchiere. Non tutte in buona fede.

Ecco. Ho scritto a me stesso, in una notte insonne. Quando mi leggerò, troverò che sono oscuro. Ma non è facile esser chiari, perché la storia conosce improvvise accelerazioni e brusche frenate. Questa fase come la leggi? E’ l’inizio di una sconfitta, il prezzo del passato, una di quelle “primavere della storia“; che non t’aspetti e giungono improvvise? Come fai a valutare? Tutto quello che puoi dire è che non immaginavi di doverla fare questa fatica; la fatica di misurare la tua rabbia per non innescare violenza su violenza. Non lo immaginavi. Affondano, i nostri ragazzi. Annaspano, ma vogliono riemergere e hanno ragioni da vendere. Seguirli onestamente, accompagnarli umilmente. Altro non so fare, ma credo che sia un dovere morale porgere l’altra guancia al loro ceffone. Hanno diritto di fare la loro battaglia e abbiamo il dovere di essere credibili. Poi dissentiremo, se serve, ma solo così li aiuteremo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 dicembre 2010.

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Il polverone che s’è levato attorno alla vicenda Fini, può fa ben sperare per la fine di Berlusconi, ma rischia di coprire la pericolosissima china sulla quale il berlusconismo di destra e di sinistra ha cacciato il Paese. Della crisi della nostra democrazia, checché ne pensino i rivoluzionari da strapazzo e i pasdaran del nuovo che avanza, Fini è responsabile a destra, quanto Veltroni a sinistra e non lo salva il “gran gesto” ora che tutto rischia d’andare a catafascio e persino una nullità come Marchionne fa il maramaldo e sputa nel piatto in cui ha lautamente mangiato.

Non c’è dubbio, se l’ingombrante guitto che confonde la politica con il trono di cartapesta della “Mediaset” chiuderà la sua penosa vicenda impolitica, non solo ci leveremo di torno Cicchitto, Bondi, Gasparri e l’angelico Capezzone – che non è cosa da poco – ma eviteremo, per il momento, il disastro del sistema formativo e daremo un’immediata pedata nel sedere all’italo canadese della Fiat. Magari scopriremo poi che con Bersani e soci gli risarciremo il danno con gli interessi, ma il punto non è questo. Il punto è che manderemo al diavolo Tremonti, Calderoli e la loro sudicia idea di federare la miseria e dividere l’Italia per soddisfare gli egoismi di qualche produttore di latte e di un banda di fanatici in divisa verde. E’ qui, però, che la faccenda pare complicarsi.

Se il governo dei nobiluomini Scajola, Fitto, Brancher, Caliedo, Cosentino e Berlusconi, va gambe all’aria, cade miseramente nel nulla anche l’astuto progetto dei fascio-leghisti. Le cose stanno così, lo sanno tutti, anche se nessuno lo dice: il movimento politico denominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”, meglio noto come “Lega Nord” o “Lega Nord – Padania”, ha come prima finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania”. Così dichiara urbi et orbi lo Statuto del partito, approvato nel marzo 2002 e mai modificato. E’ vero, Maroni e soci dicono di volerci arrivare “attraverso metodi democratici e il […] riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”, ma quel galantuomo di Bossi, che sente puzza di bruciato, spara ormai a pallettoni. L’ha fatto il 31 luglio a Colico, ad una delle adunate in cui si galvanizza la minacciata guerriglia verde. Bossi  non si è limitato, infatti, a rifiutare un Governo tecnico. No. Il ministro della Repubblica l’ha detto chiaro: “Non staranno fermi, cercheranno di puntare su un governo tecnico […]. Ma se questo scenario dovesse profilarsi la Lega non starà ferma. Fortunatamente la Lega ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine.

Ci sarebbe devvero da ridere, se non venisse da piangere.

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Spesso, nell’imbarbarimento di quest’anno terribile per la democrazia, mi sono tornati in mente Arfè e le nostre ultime conversazioni nel suo studio. Benché vecchio, malato e stanco, Arfè, sapeva guardare ancora avanti e la comprensibile nostalgia per gli anni della giovinezza non lasciava molto spazio all’avvilimento. Il 13 settembre saranno due anni ma, non so bene perché, tutto mi pare incredibilmente lontano: l’ombra della sera che giungeva inavvertita, i suoi ricordi, le mie domande e lo sforzo ostinato di leggere il presente alla luce del passato. Non so com’è andata. Sarà che abbiamo col tempo un rapporto davvero soggettivo, sarà che le sconfitte pesano e rendono tutto più vago e sfumato o che i punti di riferimento contano più di quanto crediamo, d’un tratto mi accorgo che questi ultimi mesi sono stati per me lunghi come anni. E anni, molti anni, ho la sensazione di aver vissuto da quando Arfè se n’è andato. Per ricordarlo, nel secondo, mesto anniversario della morte e, allo stesso tempo, per vincere questa sensazione intollerabile d’una lontananza che assume i connotati dello sconforto e apre la via ad una sorta di resa incondizionata, in questi ultimi giorni mi sono perso tra le carte che di lui conservo. Qui scorrendo, lì ricordando o leggendo, m’è passato davanti il suo mondo. Ho ritrovato così, con emozione crescente, il dirigente politico che si distinse ai vertici del partito socialista per le doti culturali, la singolare onestà intellettuale e la rigorosa formazione, forgiata a Napoli alla scuola di Croce e affinata nella Firenze degli anni Cinquanta dall’amicizia e dalla collaborazioni con uomini della statura di Calamadrei, Salvemini, Codignola, Enriques Agnoletti, La Pira e Don Milani. Tra articoli, lettere e annotazioni, ho ritrovato il pensiero lucido e profondo dello storico e la passione del militante, l’uno complementare all’altro e, insieme, capaci di cogliere in largo anticipo il naufragio del craxismo, nel limiti di un pragmatismo alieno da preoccupazioni etiche e pronto a sottrarsi al rigore della più autentica tradizione socialista. Mentre le carte scorrevano, in un andirivieni tra passato e presente, una foto di Arfè mi ha sorriso dalla copertina d’un bel libro fresco di stampa: Il Ponte di Gaetano Arfè 1954-2007, uscito in questi giorni per i tipi del Ponte Editore, per ricordare lo storico, l’intellettuale e il dirigente politico con l’aiuto di un gruppo di ingegni scelti – Enzo Collotti, Donatella Cherubini, Andrea Ricciardi, Andrea Becherucci e Marcello Rossi – che presentano i suoi numerosi scritti usciti sul “Ponte” di Calamandrei. Un libro da leggere, penso, mentre smetto di cercare e, per ricordarlo ai lettori, ricavo dal prezioso volume un articolo molto significativo. E’ l’Arfè a me forse più familiare, l’uomo che, di fronte allo sfacelo della vita politica italiana, benché vecchio, non si tira indietro, non rinunzia a lottare e diventa, osserva la Cherubini, “un libero tiratore“, come fu Salvemini per gran parte del Novecento. Il grande storico è consapevole che un ciclo si è ormai chiuso, ma rivendica alla sua generazione il nesso profondo tra agire politico e coerenza etica rispetto a un quadro di riferimento costituito da grandi valori. In questo senso, il frequente ricorso a note autobiografiche non è solo la testimonianza viva di un’esprienza politica, ma una scelta consapevole, per la quale la partecipazione alla guerra di liberazione, il ruolo svolto negli anni decisivi della nascita della repubblica e della ricostituzione delle organizzazioni dei lavoratori, l’approdo al Parlamento europeo diventano, di per sé, “fatti della storia”. Quando Arfè scrive l’articolo – siamo nel 2006 – il berlusconismo ha contagiato da tempo quello che è stato il suo campo. L’intellettuale rigoroso non si fa illusioni, ma rimane storico e militante e non rincorre l’inutile e amara soddisfazione di chi ha previsto la tragedia. Ciò che cerca è un obiettivo a cui ancorarsi, una trincea da cui riorganizzare la lotta. Arfè conserva implacabile la sua lucidità, è tagliente e amaro, ma non si lascia andare a uno sterile pessimismo. Con una intuizione che sfiora la premonizione avverte il rischio paradossale di “un paese a maggioranza laico che finisce sotto la cappa del clericalismo“. Lo sguardo è acutissimo, la franchezza estrema, la passione immutata e i termini del problema gli appaiono chiari: la “malapianta del berlusconismo” va estirpata. Non è solo una dichiarazione d’intenti. Ci sono strumenti, c’è ancora un ethos della politica, ci sono i valori e i principi della Costituzione.
L’uomo non è più con noi, ma la morte non spegne il pensiero fecondo. Tocca a noi far sì che un seme ne germogli. Possiamo e dobbiamo. Arfè ci fu maestro.

Giuseppe Aragno

 

Per estirpare la malapianta
Quaderno del Ponte n. 6, giugno 2006

La battaglia per la difesa della costituzione sta arrivando alla sua fase decisiva.
Dopo Caporetto, siamo sulla linea del Piave e c’è da sperare che tenga. Io credo però che a questo punto giovi, non per cedere al gusto sterile della recriminazione ma per poter riprendere e conservare l’iniziativa, fermare l’attenzione su alcune questioni che nel loro susseguirsi e nel loro concatenarsi hanno generato la situazione drammatica, intrisa di grottesco, nella quale ci troviamo.
La prima è che la “repubblica dei partiti” è stata investita nella sua fase calante da una sorta di controrivoluzione culturale a dimensione internazionale che ha messo in crisi idealità e principi fin lì generalmente accettati e che erano il retaggio della Resistenza. Il risultato più vistoso è stato il declino della cultura storica e il dilagante prevalere di quella sociologica e, in essa, di quella sua sottospecie che è la politologia, ampollosamente presentata come scienza della politica.
I nostri vecchi ebbero, fin troppo forte, il senso della storia. Comunisti e socialisti, in particolare, ritennero di muoversi sul filo della sua onda lunga, quella partita dalla Rivoluzione di ottobre, e tardarono a rendersi conto – i comunisti per tempi disastrosamente lunghi – che l’onda si era infranta. Non cedettero pero mai all’illusione che i meccanismi della politica potessero essere modificati secondo moduli scolasticamente inventati o innestandovi pezzi estranei, frutto di tutt’altre e irriproducibili esperienze.
La “repubblica dei partiti” aveva al suo attivo la ricostruzione dell’Italia dopo la catastrofe, aveva costruito istituzioni democratiche forti del consenso popolare, che avevano resistito alle lacerazioni della guerra fredda, avevano superato la crisi del centrismo, avevano consentito la svolta del centrosinistra e un forte avanzamento sociale e civile della società italiana, nonostante le manovre eversive di ordine interno e internazionale. Suo punto di debolezza rimaneva quello che la presenza di un Partito comunista radicato massicciamente nel paese e dotato di un quadro dirigente capace e autorevole, ma ancora legato per più fili all’Unione Sovietica, rendeva impraticabili alternative di governo. Il problema di un rinnovamento si poneva in termini di urgenza. Craxi e Berlinguer, fatte salve tutte le differenze e le divergenze, culturali, politiche e temperamentali, lo intuirono ma non riuscirono a risolverlo. Su questa situazione calarono, convergendo, due eventi di natura e dimensioni diverse: la fatidica caduta del muro di Berlino, l’esplosione di Tangentopoli, dietro la quale era anche la rivolta torbida di una “società civile”, in realtà incivile e anarcoide che intendeva abbattere il primato, intriso ormai di arroganza, della politica. Sulle rovine calarono i politologi a insegnare le leggi della politica a un giovane e ambizioso quadro dirigente, provinciale, idealmente e culturalmente indigente, disavvezzo a studiare e a riflettere, avvezzo a nutrirsi degli editoriali e dei pastoni dei maggiori quotidiani italiani.
La polemica contro i vizi della partitocrazia si tradusse, con clamorosa ignoranza della storia, in svalutazione del partito in quanto tale e in esaltazione della cosiddetta società civile, di per sé, nella sua massa, prona a tutti i conformismi e rotta a tutte le corruzioni, quella a cui Berlusconi ha dato organica rappresentanza.
La denuncia della “obsolescenza delle ideologie” si risolse in negazione delle idealità che sono state, e restano, nel bene e nel male, fattori attivi di storia; sono state considerate ciarpame le classiche dottrine politiche liberali e socialiste sulle quali si è costruita la civiltà europea e con esse l’etica che ne promanava.
Si è parlato di bipolarismo e siamo arrivati a un bipolarismo fatto di due coalizioni eterogenee e rissose, una sola delle quali ha il discutibile privilegio di avere un padre-padrone, e nelle quali convivono, accanto a residuati dei partiti storici, modeste compagnie di ventura che non disdegnano il ricatto politico. Gli uni e le altre sono regolamentate da norme rispetto alle quali il centralismo democratico di togliattiana memoria era un modello di rispetto del buon costume politico.
Si è svalutato di fatto il parlamento con una serie di provvedimenti e di regole: la riduzione a una delle preferenze, una riforma elettorale sgangherata e balorda, il limite delle due legislature per i parlamentari che non hanno santi in paradiso – una per imparare il mestiere, la seconda per dimenticarlo nell’impegno di procurarsi un’occupazione alla scadenza del mandato – mentre manca un corpo di parlamentari di lungo corso che assicuri continuità ed efficacia al lavoro legislativo. Il punto d’approdo è lo sconcio della nomina dei senatori e dei deputati da parte delle gerarchie partitiche, un ritorno ai tempi della Camera dei fasci e delle corporazioni. I pochi casi di “primarie” che si sono registrati sono rimasti casi di folklore politico, direi per nostra fortuna perché temo fortemente che se si fossero diffusi avremmo assistito a episodi assai poco edificanti.
Si è voluta l’elezione diretta degli amministratori locali e si sono creati centri di potere personale, sottratti a ogni controllo, portati, se non addirittura costretti, a organizzarsi in clientele, aperte in molti casi a infiltrazioni mafiose. Su questo sfasciume istituzionale dovrebbe ergersi un presidente dotato di poteri che non hanno i monarchi.
A creare il terreno idoneo al fiorire e al fruttificare di tante idiozie un contributo importante lo ha dato il cosiddetto revisionismo che ha investito tutti i campi delle scienze umane, ma, con effetti particolarmente vistosi, la storia. Studiosi che hanno violentato la metodologia storica e sciacalli d’archivio si sono mobilitati perché la pacificazione nazionale divenisse parificazione tra carcerieri e carcerati, assassini e assassinati, torturatori e torturati. Le brecce che l’offensiva apri anche nel fronte antifascista furono rilevanti. L’onorevole Violante scopri il patriottismo dei «ragazzi di Salò», senza curarsi di spiegare quale patria questi avessero scelta. Inconscio precursore, un canzonettista napoletano aveva cantato sulle rovine ancora calde della guerra: «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, dimentichiamo il passato guardando il cielo e il mare». E’ mancato poco che ai combattenti di Salò venisse riconosciuta con apposito provvedimento legislativo la qualifica di combattenti. L’obiettivo era e resta chiaro: la Costituzione nata dalla Resistenza deve perdere il titolo della sua legittimità storica, la coscienza nazionale repubblicana e democratica deve essere frantumata, la patria deve essere degradata ad azienda. Il federalismo che vanta una mobilissima tradizione nella storia d’Italia da Carlo Cattaneo a Silvio Trentin e che Spinelli levò a bandiera dell’Europa unita è divenuto l’ideologia becera faziosa e razzista di una sparuta minoranza che ha segnato di sé la vita della repubblica berlusconiana.
Corre voce, e anch’io ci credo, che la democrazia sia un regime carico di difetti ma che finora non ne è stato inventato uno migliore. Ma una democrazia senza partiti non è democrazia, è un regime aperto a tutte le involuzioni plebiscitarie e totalitarie. Non è possibile governare democraticamente un paese moderno senza strumenti di organizzazione e di orientamento delle masse che non siano le antenne televisive, di selezione del quadro dirigente, di controllo dei rappresentanti. E non è possibile inventare i partiti. Nell’Italia repubblicana essi hanno tratto i loro titoli di legittimità e anche di nobiltà dalla Resistenza che fu integralmente opera loro, ci hanno dato la Costituzione, hanno portato il nostro paese disfatto dal fascismo a essere tra i protagonisti dell’integrazione europea, hanno isolato e battuto, senza leggi eccezionali, il terrorismo rosso, bianco e nero. Il solo partito inventato, quello di Berlusconi, ha portato nella lotta politica una carica primitiva di spirito illiberale e di velleità eversive dalle quali è stato costretto a prendere le distanze finanche Pier Ferdinando Casini nelle cui vene scorre ancora a un residuo di sangue democristiano.
E qui un monito va rivolto ai sostenitori della nuova invenzione del genio italico. Il partito democratico, che non ha riscontri in Europa, ma ci avvicina al modello americano. Il primo punto è l’estrema, difficilmente superabile, difficoltà di far convivere nella stessa formazione politica laici e cattolici in una fase in cui le gerarchie vaticane avanzano la pretesa di essere la sola fonte dell’etica che deve ispirare l’azione politica nei campi della scuola, della ricerca scientifica, dei rapporti sociali e civili. I cattolici poterono organicamente collaborare coi partiti laici e poi coi socialisti perché i rapporti erano di reciproca autonomia.. Il divorzio e l’aborto furono possibili, senza traumatiche rotture, perché i democristiani ebbero la possibilità di dire il loro “no” e di battersi lealmente e democraticamente nel parlamento e nel paese. All’interno dello stesso partito un’intesa sarebbe stata impossibile. Il problema si ripresenterebbe oggi – se ne vedono già i segni – e potremmo avere il paradosso di un paese a maggioranza laico che finisce sotto la cappa del clericalismo, grazie al gioco dei compromessi dettati dall’opportunismo.
Ma c’è una seconda considerazione da fare. E vero che non è più ipotizzabile un partito che abbia una propria dottrina ufficiale, ma non può avere un avvenire un partito che non abbia una tradizione a cui rifarsi, una cultura alla quale attingere, delle idee-guida alle quali ispirarsi. Il riformismo informe del quale si parla e straparla può coprire qualsiasi realtà, anche il berlusconismo. Un partito d’avvenire ha bisogno di riprendere e sviluppare tutti i motivi critici nei confronti del sistema nel quale viviamo. Non ci sono provvedimenti di riforma per restituire vivibilità alle metropoli, per sgominare la criminalità divenuta una potenza mondiale, per regolare le migrazioni massicce di dannati della terra, per liberare miliardi di esseri umani dalla fame, dalle malattie, dai genocidi, per porre fine alle guerra e ai terrorismi che esse evocano, per contenere gli sconvolgimenti climatici, per salvare le risorse necessarie alla sopravvivenza dei nostri figli e dei nostri nipoti. Per questo urge una svolta nella concezione della funzione della politica, dei suoi principi, dei suoi valori. Non si può più, come agli albori della rivoluzione industriale, assegnare al mercato il ruolo della divina provvidenza, ipotizzare, in forme adeguate, il ritorno alla legge bronzea del salario – oggi è il precariato a vita – per governare il lavoro, ignorare che lo sviluppo, cosi come viene inteso e perseguito, è una minaccia alla vita del pianeta terra.
Ora il referendum è alle porte e bisogna cercare di vincerlo. Non temo i suoi sostenitori, molti dei quali hanno votato l’affossamento della Costituzione sotto la minaccia dello sferza, pur riconoscendo, come ha detto uno di essi della legge elettorale, che è una «porcata». Temo il disimpegno e anche l’ignavia di molti dei difensori dell’attuale Costituzione. Paghi di aver portato al Quirinale Giorgio Napoletano – vecchio e carissimo amico al quale rivolgo, quale collaboratore (forse il più antico) del «Ponte», l’augurio fraterno della rivista e mio personale -, Marini a Palazzo Madama e Bertinotti a Montecitorio, i difensori della Costituzione non appaiono impegnati in quel massiccio sforzo di mobilitazione che caratterizzò i grandi referendum della nostra storia, quello per la repubblica, quello per il divorzio, quello per l’aborto.
Ma quand’anche la sorte ci arridesse, resta tutto aperto il problema di rinnovare dal profondo la cultura politica del ceto dirigente del nostro paese, di estirpare dalle radici la malapianta del berlusconismo che alligna anche tra le file della nuova maggioranza, di ritornare ai valori e ai principi che la Costituzione ha affermato, per calarli nella realtà italiana ed europea del nostro tempo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 settembre 2009

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