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Posts Tagged ‘Fornero’

downloadFine giugno del 1901. Al ponte di Albersan, sul Canal Bianco, tre chilometri da Berra Ferrarese, c’è la bonifica delle terre alla destra del Po: 22.000 ettari e pane assicurato, se la terra non fosse in mano alla «Banca di Torino». E quando mai dove trovi una banca c’è pane assicurato per la povera gente? Nelle paludi muoiono di fatica contadini che vengono dalle province di Rovigo e Ferrara, romagnoli del Polesine, divisi dal fiume ma uniti dalla fede socialista e da sentimenti di solidarietà. Gente che sciopera solo se non trova alternativa alla fame. Un contadino mangia solo se lavora e a Berra si sciopera perché, allora come oggi, il lavoro si paga con salari da fame.
Alla richiesta di qualche centesimo in più, la Società delle Bonifiche ferraresi, sostenuta da capitali bancari, non solo ha risposto picche, ma ha messo a frutto persino la fame, creata apposta dai padroni, e ha reclutato crumiri in Piemonte. Fame contro fame, diritti contro disperazione. E’ il solito gioco e il 1901 somiglia maledettamente al 2015, coi padroni del vapore che prima producono la crisi e poi la usano come un’arma contro i diritti e la povera gente. Un gioco da ragazzi: «prendere o lasciare». E se il ricatto non basta, c’è lo Stato, pronto a coprire le spalle agli sfruttatori, e c’è la “legalità”, la scienza che i padroni usano con sapiente ferocia per strangolare nei tribunali la giustizia sociale.
Appena i contadini scendono in sciopero, la proprietà invoca l’intervento delle Autorità. Poche ore, poi attorno al ponte brulicano soldati in tenuta da campagna. Anche per questo i lavoratori pagano: per garantire un lavoro sicuro e il futuro alla gente in divisa. La salute degli sfruttatori si chiama repressione. La truppa è in trincea. In testa ai fanti, all’imbocco del ponte, c’è Lionello Di Benedetto, un tenente napoletano, e di fronte, sulla destra del canale, luccicano altri fucili.
Giunti in corteo dalla strada di Berra, gli scioperanti provano ad attraversare il ponte. La tromba, tre squilli e un brivido serpeggia tra i lavoratori: quando non porta pallottole, la tromba annuncia sciabolate e botte. I contadini mostrano fazzoletti bianchi in segno di pace e Calisto Desvò, presidente della Lega di Villanova Marchesana, si toglie il cappello e si avvia verso l’ufficiale. I figli hanno fame. L’ultimo sguardo ai compagni: fazzoletti bianchi, bandiere rosse, volti segnati da stenti e fatica, ma tanta dignità. E’ il secolo dei lavoratori, pensa, mentre cammina dopo gli squilli minacciosi e al tenente: «Domando la parola!». Risponde la pistola: sei colpi consecutivi in petto e in testa. Così finiscono sciopero e vita del socialista Desvò. Così, col sangue versato, i lavoratori conquistano i diritti che Renzi oggi cancella.
La stampa, persino quella padronale (a quei tempi c’erano anche giornali operai) narra i particolari. Dietro la truppa, il proprietario era una furia, chiedeva di far fuoco e indicava gli scioperanti. Dopo le revolverate erano giunte le fucilate. «Fuoco!» s’era sentito urlare. « Per questa gente non c’è altro che il piombo! Fuoco!».
Mentre i contadini inermi si davano alla fuga terrorizzati, centrata alla schiena e alla nuca – una palla a bruciapelo le portò via metà della testa – se ne andò per sempre Cesira Nicchio, lasciando due figli. Attorno a lei quattro compagni rantolanti – Ferruccio Fusetti, Albino Gardellini, Sante Livieri e Augusto Nanetti – e decine di feriti in fuga disperata. S’era udita però, rabbiosa, in punto di morte, una voce urlare per l’ultima volta la sua fede: «Coraggio compagni! Viva il socialismo!».
Non sapremo mai se il cronista ci mise del suo, ma del proprietario si narra l’estrema provocazione:
«I morti sono pochi; ci vogliono ancora pallottole per i capi!».
Chi crede che l’Italia di Bava-Beccaris, col cannone in batteria che spara sui manifestanti inermi, sia un «incidente di percorso», non conosce la storia e non capisce che la scuola e l’università sono state assalite dai governi del secolo nuovo, perché non educassero una gioventù consapevole dei propri diritti e del sangue che sono costati. Qui da noi l’«incidente di percorso» non sono stati Crispi, Pelloux, Mussolini e l’omicidio di Pino Pinelli. Questa è la regola. Per capirlo, basta contare i giovani assassinati in guerre volute solo dai padroni, mettere assieme la gente ammazzata nelle piazze, contare i morti volontariamente uccisi sul lavoro, i suicidi per disperazione, il massacro sociale di Monti, Fornero e Renzi: l’unico, autentico «incidente di percorso» qui da noi è stato quel tanto di democrazia consentito talora dal saggio di profitto e dal bisogno di pace sociale. Quella democrazia di cui Renzi si riempie ogni giorno la bocca e intanto la cancella.
Non c’è stato nessun diritto ottenuto per grazia ricevuta. I lavoratori li hanno conquistati sempre e solo pagandoli col sangue e l’unica primavera della legalità nella nostra storia è stata quella imposta ai padroni tra il 1943 e il 1945, ai tempi della Resistenza. E’ questa la lezione terribile ma istruttiva che insegna la storia ai ceti subalterni: la dignità e i diritti si conquistano col sangue e col sangue si difendono. Ecco perché la scuola non farà più il suo mestiere.
Il resto sono chiacchiere.

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Vicentini_2Va bene sì, anzi, non va bene niente, ma è Pasqua e faccio gli auguri a tutti. Auguri ad amiche e amici.
Auguri anche ai nemici come Monti, Fornero, Renzi e Napolitano?
Sì, certo, cavolo, siamo a Pasqua e bisogna essere buoni. A questa gente, perciò, rivolgo i miei auguri:
Che facciano al più presto la loro felice visita a San Pietro. Possibilmente assieme, così ci sarà il primo sciopero nella storia dell’altro mondo. Scenderanno in piazza uniti nella lotta, angeli, arcangeli, santi e diavoli di ogni specie. “Fuori la feccia dall’alto dei cieli!”
Il padreterno, gli piaccia o no, sarà così finalmente costretto a spiegare perché è stato tanto terribilmente sfaticato. E’ facile dire che lavorò per sei giorni e il settimo riposò. Se in Paradiso non fosse ormai giunto il defunto Statuto dei Lavoratori, sarebbe licenziato in tronco. Diciamo la verità, una volta tanto: si poteva anche stancare un pochino di più, il creatore onnipotente! Ci avrebbe almeno evitato oscenità così disonorevoli per il genere umano.

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rivoluzIl 26 maggio del 1927, nel discorso dell’Annunziata, Mussolini, che di reazione s’intendeva più degli intellettuali della nuova destra, presenta l’Italia come «una democrazia accentrata, […] nella quale il popolo circola a suo agio, perché, afferma, o immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà, o sarà al di fuori e l’assalterà». Come l’Italia d’oggi, il fascismo non era una democrazia, ma i profeti della «governance» nel trionfo della post democrazia ignorano persino la lezione del duce: conservatore o progressista, chi sente nemico lo Stato entra in conflitto con le Istituzioni che non lo rappresentano. In un punto, però, la polemica sulla «sinistra conservatrice», animata da intellettuali attenti alla nuova scala delle gerarchie sociali, coincide con i temi del dibattito politico di quegli anni di crisi: anche allora, di fronte al dilemma inquietante – «o trasformarsi o perire», per dirla con Alfredo Rocco, la borghesia imboccò la via della violenza, addossandone la colpa alle utopie egualitarie dei ceti subalterni.
Per ingabbiare i processi dialettici di un corpo sociale in ebollizione, però, al duce servì quel Codice Rocco che noi oggi abbiamo, sicché, mentre i proconsoli dell’Impero smantellano la Costituzione antifascista, il sistema di regole che strangola il conflitto – l’«indisciplina collettiva» direbbero Rocco, Macrì e Saviano – è entrato subito in gioco, come ben sanno gli operai di Terni. Sul versante sociale, quindi, l’«autoritarismo democratico» di Marchionne, Monti, Fornero, Sacconi e – buon ultimo – Renzi, non ha avuto problemi e senza colpo ferire Squinzi ha salutato la Caporetto dei sindacati. Lo Stato, uscito dall’agnosticismo in tema di lotta di classe, è in campo coi padroni e il Corporativismo è nei fatti.
Si può anche ignorarlo, ma è un dato di fatto: chi definisce il conflitto «conservazione» riprende la polemica sul sindacato «passatista», tant’è che ascoltare Renzi è come leggere Bottai, che ai suoi tempi diceva: «Doveva essere entusiasmante mettersi alla testa del proprio Sindacato e affermare la battaglia sulla piazza» ma «oggi questi argomenti non servono più a nulla, perché la forza è nello Stato e solo nello Stato». Anche oggi, si afferma che il conflitto tende alla «conservazione» e gli si oppone il vento della «Rivoluzione, […] lo stabilirsi di una nuova morale e di una nuova politica». Cosa sia stata negli anni Venti, in tempo di crisi, la «rivoluzione» cui tornano oggi Renzi e gli intellettuali della nuova destra, fu presto chiaro: il trionfo dei «rivoluzionari» in camicia nera sugli operai rossi e conservatori non «modernizzò», né creò l’impossibile riequilibrio tra «uguaglianza» e «mercato», che oggi si riesuma dal peggiore armamentario liberista. Consentì, questo sì, grazie al manganello e al Codice Rocco, la riorganizzazione dell’economia, sbilanciata in senso finanziario, e una ristrutturazione industriale sulla pelle dei lavoratori, ma dimostrò l’incompatibilità della democrazia col capitale finanziario e consentì a Grifone di denunciare «la mitologia delle necessità oggettive, del primato della tecnica e delle soluzioni obbligate», strumenti ideologici di politiche creditizie e monetarie tese a far sì che «le scelte del potere si ammantino, assai più che le scelte produttive, di un falso velo di necessità oggettiva».
E’ facile oggi, in una grave crisi della democrazia, spacciare per «riforme istituzionali» le tappe di una svolta autoritaria, utilizzando concetti astratti come progressismo e conservazione. La verità è che il conflitto sociale è sotto processo, perché sotto processo è la democrazia. Poiché non si può negare che il movimento operaio, pagando con la galera e col sangue, conquistando potere in fabbrica e nelle compagne, costringendo i padroni ai contratti, ha legittimato e consolidato la democrazia, si alimenta nell’immaginario collettivo la falsa convinzione che la forza della sinistra italiana del Novecento, pur rispettando le regole, abbia alterato il rapporto sviluppo-eguaglianza e spezzato il nesso Stato-mercato. Più che storia, però, questa è mitologia.
Mito è la borghesia liberale «tollerante», perché, senza tornare a Crispi o ai connubi col fascismo, fermandosi ai primi vent’anni di repubblica, la «tolleranza» lasciò in piazza un centinaio di morti e dal 1946 al 1966 produsse 15.000 perseguitati politici, riconosciuti da una legge dello Stato. Una classe dirigente così arrogante da processare i giovani cui lascia un Paese di gran lunga peggiore di quello ricevuto in eredità, definendoli conservatori, è ingenerosa e irresponsabile. Un giovane oggi è per forza di cose conservatore: lotta per conservare almeno parte dei diritti di cui ha goduto chi oggi si erge a giudice mentre glieli nega. Né, del resto, progredire è sinonimo di migliorare: si può anche avanzare verso il peggio e a contare non è la direzione di marcia, ma i valori di riferimento. Se la civiltà arretra di fronte alla barbarie, si progredisce arretrando.
Su un punto occorre esser chiari: chi processa la sinistra, in nome di valori liberali e liberisti, rischia di muoversi verso la melma crispina, gli spettri del ’98, i modernizzatori alla Mussolini e i cialtroni che tollerarono Hitler per scagliarlo contro i bolscevichi. Per Mussolini e i fascisti, Gramsci fu conservatore, lo scrissero mille volte e videro il progresso nelle Corporazioni e la conservazione nel sindacato di classe. Proprio come oggi. Di questo passo, i giovani finiranno sovversivi, ma non sarà conservazione: sovversivi furono Gramsci e Pertini. Se un Paese ripudia i valori della Costituzione e cancella dal suo orizzonte persino Montesquieu, è fatale: i progressisti veri diventano banditi come i partigiani. Si può giocare con le parole quanto si vuole, ma il progressismo di Marchionne esiste solo se manipoliamo la storia per fare la morale ai giovani che non si rassegnano. La storia ci dice che quando Cesare è il progressista, Bruto mette mano al pugnale; quando il pane del popolo sono i dolci della regina, la ghigliottina cala inesorabile; quando il progressismo colpisce la povera gente e si arrocca al sicuro nel Palazzo d’Inverno, i giovani diventano così conservatori, da schierarsi con giacobini e bolscevichi, bruciare la Bastiglia e portare il ferro e il fuoco negli stucchi e negli ori di Pietroburgo. Si dirà che sono violenti, ma è una menzogna. I giovani odiano la violenza, ma non intendono subirla inerti. Perciò oggi sono conservatori: conservano il diritto alla legittima difesa.

Uscito su Agoravox e Fuoriregistro il 21 novembre 2014 e su MenteCritica il 24 novembre 2014

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Copia di 122226371320146_PUPO2Palazzo Chigi produce l’ennesimo capolavoro. Manca solo la colonna sonora; qualcuno suggerisce “Bella Ciao”, ma non si vorrebbe suonarla a Piazzale Loreto. Dopo “La cura Monti” e “L’omicidio Letta”, il copione è pronto e il titolo è tutto un programma: “Renzi shock”, l’ha chiamato il regista Napolitano. Da mesi ormai l’asta batte e ribatte sulla tavoletta e il rumore secco scuote i torpidi addetti: “Ciak! Motore, azione! Silenzio! Si Gira!”. Puntualmente, però, qualcuno sbaglia e si ricomincia.
Dopo la lacrimante Fornero, ministro del lavoro e delle politiche sociali nel disastro guidato da Monti, tocca ora alla sorridente Madia, Dio sa perché ministro della Pubblica Amministrazione nel governo incubo guidato dal pupo fiorentino. La Fornero bloccò gli insegnanti in servizio nell’anno 2011/2012 e non li mandò in pensione; il puffo di Rignano aveva solennemente promesso di voltare pagina, poi, come al solito, è cambiata la scena. Ciak! Motore, azione! Silenzio! Si gira!” e i docenti sono stati bloccati di nuovo con la valigia in mano sul piede di partenza. I conti ormai non li sa fare nessuno, nemmeno quelli facili facili che basta un pallottoliere. Mancano 45 milioni di euro: l’illusionista fiorentino se li è fregati per darli ai generali.
Le cose ora stanno così: trovati i soldi per le pallottole afghane – 450 milioni di euro sull’unghia in fruscianti biglietti firmati Bicciè – non c’è un soldo bucato per i sempre più vecchi docenti da pensionare e ormai pare chiaro: i 4.000 mila “Quota 96” in pensione ci andranno a novant’anni.
Il pupo fiorentino che governa l’Italia è come la Regia Marina: ciò che dice la sera non vale la mattina.

Uscito su Fuoriregistro il 5 agosto 2014.

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berlusconi-e-napolitanoE’ ufficiale: i soli, autentici clandestini che popolano il bel paese sono i deputati e i senatori che bivaccano alla maniera fascista nelle grigie e sempre più sorde aule parlamentari. Tra loro, vagolano sfaccendati, in conto spese a pensionati e lavoratori molti disonorevoli che, già abusivi, nel 2009 approvarono col “pacchetto sicurezza”, l’ignominia che rese la clandestinità un reato.
Meno di due anni fa, a gennaio del 2012, quando la Consulta bocciò i quesiti referendari contro la legge elettorale che oggi “scopre” incostituzionale, Antonio Di Pietro lo disse senza mezze parole: “si sta facendo scempio della democrazia, manca solo l’olio di ricino”. Napolitano, garante di una Costituzione che, a giudicare dai fatti, non ha mai letto con la dovuta attenzione, non ci pensò due volte e, loquace oltre misura, si affrettò a sentenziare, acido e malaccorto: “affermazioni volgari e scorrette”. Contro l’uomo di “mani pulite” si scatenò immediata la canea dei leccapiedi, il fuoco vendicativo di pennivendoli, velinari e servi di chi le mani le ha sempre avute sporche e in quattro e quattr’otto l’ex magistrato fu fatto fuori col “metodo Boffo”. Non è bastato, però. Dove fossero la volgarità a la scorrettezza oggi Napolitano – unico Presidente rieletto nella storia della Repubblica – non può più far finta d’ignorarlo. In un impeto di ritrovata lucidità, infatti, gliel’ha spiegato a chiare lettere e senza tema di smentite, quella Corte Costituzionale che due anni fa s’era tirata indietro, sperando che la banda degli abusivi modificasse la situazione di grave illegittimità.
In attesa che gli azzeccagarbugli dei partiti inventino un nuovo imbroglio, la rediviva Consulta vive nel terrore e spera ardentemente che, sulle ali dell’entusiasmo, non ci sia chi la interroghi anche sui “Saggi”, sulla modifica dell’articolo 138 e sulla legittima potestà del Parlamento a intervenire in tema di compravendita di armi, che Napolitano ritiene affare privato del Consiglio di Difesa da lui presieduto. Il terremoto, è evidente, assumerebbe i connotati della catastrofe e nemmeno un’armata di azzeccagarbugli e scafati scartiloffisti tirerebbe fuori dal fango in cui affondano le Istituzioni e i comitati d’affari che si fanno chiamare partiti.
La stampa di regime prende ovviamente tempo, si sforza di trasformare la tragedia in farsa e ridurre la vicenda a scontro tra tifosi. E’ il gioco delle parti: chi invoca il “tutti a casa subito, qui sono illegittime nomine, leggi varate e enrico_letta_angelino_alfano
atti compiuti”, chi si veste di moderazione, monta in cattedra e contesta gli “estremisti” che, con ottime ragioni morali, chiedono di punto in bianco l’epurazione e una Repubblica decapitata, senza Capo dello Stato, senza Governo e senza Parlamento,. con cariche vacanti per tutte le funzioni pubbliche da queste derivate. Chiacchiere, naturalmente, utili a gettare acqua sul fuoco della rabbia, incanalandola negli argini di polemiche puramente accademiche su vedute giurisprudenziali e sentenze poco chiare sulla disapplicazione della legge quando essa derivi dalla patente illegittimità di chi la emana. Tutti pensano che che si dovrebbe, ma al momento non c’è chi sappia sa se sia possibile, come assicura il “Fatto Quotidiano”, mettere in discussione le spese oltraggiose per i cacciabombardieri e sostenere l’illegittimità di Equitalia, dell’usura di Stato e delle leggi Fornero su pensioni e Statuto dei Lavoratori. Per non parlare del pareggio di bilancio in Costituzione. A meno di voler mettere mano alle armi, non si farà; sarà tutt’al più compito di un Parlamento legittimo, eletto e non nominato; in quanto a Napolitano, il senso dello Stato è come il coraggio, se non ce l’hai non c’è chi te lo possa prestare. L’avesse, non aspetterebbe le decisioni del nuovo Parlamento per liberare il Paese di una ingombrante presenza.
C’è un limite a tutto, anche alla pazienza dei popoli ed è un dato di fatto a dir poco inconfutabile: se Parlamento, governo e alte cariche dello Stato proveranno a insistere sulla legittimità di questa sorta di Camera dei Fasci e delle Corporazioni a modificare le regole del gioco, tentando di cambiare la Costituzione con la scusa delle riforme istituzionali, non ci sono dubbi: la sfida al Paese si potrebbe trasformare in un’avventura pericolosa. E, per favore, nessuno tiri in ballo i cattivi maestri e l’incitamento alla ribellione: la violenza è nei fatti, lampante, inaccettabile e per molti versi anche sanguinosa. Proviene da un potere illegittimamente costituito che prima sgombrerà il campo e meglio sarà; tutto ciò che è consentito ai disonorevoli clandestini è di approvare una legge proporzionale, restituire la parola al popolo sovrano e togliere definitivamente il disturbo. Eventuali riflessioni sui temi della governabilità, del governo e della governance, risulterebbero oltraggiose quanto e più del sistema di voto proposto dagli aristocratici nella sala della Pallacorda. E allora sì, allora nessuno si potrebbe dire certo di salvare la Bastiglia.

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Siscrive scuola si legge futuroSi scrive scuola, si legge futuro”. Questo slogan ha spinto ieri in piazza gli studenti delle superiori, mentre Lampedusa allineava sul molo nuove vittime di leggi razziali. Ovunque l’onda della protesta ha chiamato in causa il governo; nel mirino non solo Letta, ma Napolitano, “deus ex machina” di “larghe intese”, inammissibili manomissioni della Costituzione e scorciatoie presidenzialiste.
Politica, non è più tempo di tergiversare”, hanno urlato i giovani, traditi da tagli feroci travestiti da riforme: un monito chiaro, tra flash mobbing e cortei pacifici, ma carichi di tensione. Sullo sfondo, presenti come non mai, l’occupazione militare e la criminalizzazione della Valsusa e il ricorso intimidatorio al Codice Rocco, eredità del fascismo. In piazza, ferita mai rimarginata, la memoria di Genova 2001, le manganellate mai più fermate, i lacrimogeni lanciati persino dai Ministeri e i morti per polizia. Troppi e troppe volte impuniti, per non temere colpi proibiti, nel silenzio di una stampa tornata da tempo ai fasti di Telesio Interlandi e Mario Appelius.
Non s’è spenta l’eco della protesta di ieri contro lo smantellamento del sistema formativo pubblico a favore del padronato e dei suoi interessi privati e a Roma è scesa in piazza la gente che non vuole bavagli. “Dignità e Futuro per la Scuola della Costituzione”. Sotto lo striscione oggi pomeriggio,  chiamati a raccolta dal Coordinamento scuole di Roma, ecco in piazza per la Costituzione i docenti che si tenta di asservire con l’umiliazione economica e la delegittimazione sociale, secondo la triste logica del ventennio fascista. Nessuna concessione a rituali “girotondini”. Piuttosto, una risposta al fiume di parole e promesse di un ministro che non riconosce l’impotenza cui la condannano il pareggio di bilancio inserito illegalmente nella Costituzione e l’accordo sul “fiscal compact”. Il messaggio è chiaro: difesa della Costituzione, in quanto baluardo di diritti che solo la scuola statale garantisce: pari dignità, rimozione di ostacoli alla piena realizzazione umana, culturale e, quindi, sociale, di ogni cittadino. Un baluardo della convivenza civile che, nel conflitto tra le classi, guarda ai deboli, forma coscienze critiche ed è perciò illegalmente privata di fondi, a vantaggio del privato, e si discredita chiedendo alle famiglie contributi “volontari” che marcano di nuovo confini tra chi può e chi non può.
Giornali e televisioni si guardano bene dal dirlo e, se lo fanno, è solo per creare strumentali allarmi sui rischi di un terrorismo buono per tutte le occasioni: il 18 la scuola torna in piazza e apre la via alla manifestazione del 19, convocata dai movimenti di lotta per il lavoro e per i diritti di cui gran parte del Paese ignora persino l’esistenza. L’informazione, degna ormai di regimi autoritari, è muta di fronte alle richieste dei giovani, dei disoccupati, di coloro che non hanno mai lavorato, di chi è finito sul lastrico per il malgoverno, le speculazioni della finanza e una politica che ha socializzato le perdite di banche e bancarottieri e tutelato i privilegi. Di fronte alla tragedia del Paese, la ministra dell’Istruzione non trova di meglio che studiare rapporti di Enti che hanno sede legale su Marte. “Vorrei che il rapporto PIAAC OECD venisse letto da tutte le componenti del mondo dell’istruzione e della cultura” – scrive su facebook, trovando sconvolgenti dati che sono l’esito fatale di scelte politiche dei governi che degli ultimi decenni. Benché sconvolta, la ministra Carozza torna alla solfa delle promesse e delle esortazioni: “dobbiamo fare dell’istruzione e della formazione il pilastro della nostra politica economica, con coraggio riformatore, dobbiamo chiedere maggiori risorse ma dobbiamo anche cambiare la nostra scuola”.
Per carità cristiana, ministra, ma non lo vede? La scuola muore per congestione da leggi votate al cambiamento, come di leggi per l’accoglienza muoiono i “clandestini” nel Mediterraneo. Muore, clandestina tra i clandestini, uccisa dai tradimenti della politica. Non ponga mano a nuove leggi. Pretenda piuttosto che tra il 18 e il 19 non ci sia tra i suoi colleghi chi metta all’opera infiltrati, apposti cecchini sui tetti dei Ministeri e crei incidenti. Pretenda solo che si applichi la Costituzione. Invece di leggere rapporti, Ministra, legga attentamente i contenuti del Decreto 953 (l’ex disegno di legge Aprea) che sta per diventare legge. Provi a capire che significherà per la scuola il “Consiglio dell’Autonomia” che potrebbe sostituire quello d’Istituto. Immagini i danni estremi che verranno al Paese da un organo d’indirizzo della scuola che escluda i rappresentanti dei genitori e degli studenti per far posto a realtà produttive, professionali e dei servizi; provi a valutare le conseguenze della  commistione tra i fini della scuola statale e gli obiettivi di realtà private, l’insanabile contraddizione tra formazione delineata dalla Costituzione e formazione legata a interessi privati. Il suo ruolo Ministra, ricorda da vicino quello della sua collega Fornero: un’impostazione errata della scienza economica fece giustizia sommaria dei diritti dei lavoratori, un’idea malintesa di pedagogia sta per mettere al muro i “Decreti Delegati” che hanno dato dignità e democrazia al sistema formativo.
Apra le porte del suo ufficio a chi manifesta, ministra Carrozza, ascolti il Paese prima che da qualche parte prendano ad affiorare cadaveri di scuole un tempo fiorenti e resti di università ormai morenti. Non serve altro. Basta tornare a una legalità che significhi giustizia sociale. Provi a capirlo, se ci riesce: agli occhi di chi studia, lavora, paga le tasse e i costi della corruzione di politici e padroni del vapore, il Parlamento dei nominati non ha alcuna legittimità. Sullo sfondo delle piazze che protestano c’è la Grecia affamata che chiude le università nel silenzio del circo mediatico; è un tappo che non reggerà molto all’onda d’urto della crisi. La Grecia siamo noi e ci sono radici così profonde, che ogni ulivo calcificato dalla Troika nella terra di Omero è linfa sottratta alla civiltà dell’Occidente. Di questo passo, l’unico Parlamento che conterà in Europa sarà la piazza. Da troppo tempo la barbarie governa il Palazzo. Non provi anche lei a cambiare la scuola. Di cambiamento si muore. Come fa a non capirlo? Sta navigando in rotta di collisione con la democrazia. Lavori per cambiare finalmente la rotta, ministra. E’ questo il cambiamento che occorre e non c’è più tempo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2013 e col titolo Dignità e futuro per la scuola della Costituzione su “Liberazione” il 15 ottobre 2013

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E’ un miracolo da non credere. Schiantato il Parlamento dalla pochezza dei parlamentari e dal fuoco di fila della stampa padronale, la valanga dei suicidi «politici» s’è arrestata come per incanto. Non ci si ammazza più per la legge Fornero, per Equitalia che fa da strozzino, né per le banche che non ti fanno credito. Imperanti Napolitano e Letta, il mondo ha cambiato volto, le banche hanno aperto i cordoni della borsa, Equitalia è diventata «fatebenefratelli» e la Fornero, sciolta nel pianto, ormai non fa danni.
Intendiamoci. Di persone che si tolgono la vita ce ne sono tante ancora purtroppo, ma la «velina» è cambiata e la fabbrica del consenso s’è data una linea nuova: ora ti togli la vita solo per depressione e solitudine. E’ regola fissa. Non fa meraviglia perciò se, a dar retta a pennivendoli scribacchini, due giorni fa, sconfitto dalla vita, per queste ragioni s’è ucciso Giovanni Biscardi: il dramma d’un anziano pensionato tristemente maturato nella melanconia e nella solitudine. Pazienza se dietro c’è la lunga lotta d’un uomo che al capitale e ai padroni non s’è mai piegato, che ha saputo dire tutti i no che doveva e paga il prezzo amaro della sconfitta. Sconfitta sindacale, sconfitta di lavoratore in cui la vita e i suoi «spigoli» c’entrano veramente poco. Così vuole il circo mediatico, così fa comodo al potere.
Giovanni Biscardi era orgogliosamente figlio d’operai e non l’ha mai dimenticato per tutta la vita. Mai, nemmeno quando la multinazionale in cui lavorava gli fece ponti d’oro perché diventasse un «cane del padrone». Che diavolo voleva e di che si lamentava? Un «quadro» è un «quadro» anche se il padre è stato un operaio. Da una parte i soldi, dall’altra i principi d’una vita, lui però non ci stette a pensare. Rifiutò. In piazza, tra le bandiere al vento, potevi magari non trovarlo, Giovanni Biscardi, ma si portava dentro un suo sentimento anarchico convinto e il senso profondo della solidarietà e della giustizia sociale. Quando scattò la rappresaglia, non fece una piega e non si tirò indietro. Vincenzo Gagliano, troppo isolato nella segretaria della Camera del Lavoro di Napoli, giocò le carte che aveva, ma alla fine la Cgil si limitò alla difesa d’ufficio. Biscardi contrattò il tanto di buonuscita che poteva strappare e se ne andò sbattendo la porta. Da allora ha vissuto come poteva, con la sua grande dignità e non è stato mai solo. Era circondato da affetti profondi e con profondo affetto li ricambiava. La solitudine, quella di cui ora ciancia la stampa dei padroni, è di natura ben diversa. E’ nata della violenza di tempi barbari e s’è presentata d’un tratto, insidiosa e vile, quando il potere ha deciso di giocarsi ai dadi vita e dignità dei lavoratori e i camerati oggi uniti dalle «larghe intese» hanno decretato che la pensione, faticosamente attesa, sarebbe giunta solo un anno dopo del previsto. Sono stati quel decreto e quell’anno a decidere di una vita. La pensione lui la pretendeva. Era la sua rivalsa morale, il segno tangibile che, nel lungo e amaro scontro, in fondo ce l’aveva fatta e l’aveva spuntata .
Al ponte fatale da cui s’è precipitato non l’hanno condotto né la «sorte cinica e bara», come narra la «fiction» del circo mediatico, né una inesistente solitudine che diventa uno schiaffo al dolore di chi l’ha amato. A quel ponte ce l’hanno portato le scelte assassine di chi ci governa. «Avremmo dovuto andare fino in fondo negli anni Settanta», ripeteva negli ultimi tempi, «ora è tardi».
E’ morto venerdì 12. Sabato, all’obitorio, un magistrato che intendeva sottrarlo alla morsa della burocrazia, s’è dovuto arrendere: mancava il referto delle forze dell’ordine. Troppa fatica per lorsignori nel fine settimana. Se tutto andrà bene, la vicenda terrena si chiuderà tra due giorni. Questo è il nostro Paese oggi, un Paese che la «libera stampa» si guarda bene dal raccontare. Il Paese che Giovanni Biscardi ha provato coraggiosamente a cambiare.
Che la terra sia lieve a un combattente.

Uscito su Liberazione, Contropiano e Report on Line il 14 luglio 2013.

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