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Posts Tagged ‘Telesio Interlandi’

marta-di-giacomoMi ricordo di un padre accusato di aver ammazzato i suoi due bambini.  Saranno dieci anni ormai, ma me lo ricordo bene, benché nessuno ne parli più. A dar retta a inquirenti e giornalisti, Ciccio e Tore Pappalardo, figli di Filippo, autotrasportatore di Gravina, la polizia li aveva cercati ovunque: campagne battute metro su metro, cisterne a decine ispezionate, ma nulla. La Questura brancolava nel buio, ma contro il padre c’era ormai un’opinione pubblica che non distingue più l’indicativo dal condizionale. E’ un gioco da ragazzi: “il padre avrebbe…”, “il padre saprebbe…”, “nella versione dei fatti del padre ci sarebbero forti contraddizioni…”.

Chi fa informazione lo sa che, ripetuto ad arte e in maniera ossessiva, un condizionale diventa indicativo; lo sa che, dopo una campagna battente, finisce che il “padre ha…”, il “padre sa…” e “nella sua versione dei fatti ci sono evidenti contraddizioni…”. Costruito il mostro, celebrato il processo sui media, sui social e nella testa sempre più confusa di una immensa giuria popolare che non conosce regole, non legge carte, non ascolta difese, non ha più dubbi, la condanna è inevitabile. Più la penna è felice e la parola convincente, più successo e più strada farà l’informatore disinformato, così che oggi, se facessimo un referendum, scopriremmo che, per gli sventurati bambini condannati a morte nel Mediterraneo, tanti, tantissimi non muoverebbero un dito, perché sì, va beh, è vero che siamo tutti figli dio, ma Salvini e Di Maio hanno ragione e avanti così non si può andare. Facessimo un referendum sul Far West, scopriremmo probabilmente che da noi siamo tutti pistoleri, che un’arma ci vuole e se ti entrano in casa, ‘sti figli di putttana neri, rumeni e rom ci vuole pure un colpo nella schiena.

Tanto poi che succede, se il caso montato ad arte diventa galera per innocenti e morti ammazzati barbaramente? Niente. Non succede niente. La penna buona si è fatta un gran nome, la carriera è diventata facile e veloce, ma attorno a noi la barbarie è cresciuta e va bene così. Siamo un popolo di smemorati. E’ vero, sì, abbiamo il reato di femminicidio, ma l’idea che la ragazza se l’è cercata non la togli dalla testa a nessuno; non dico dalla testa dei maschi, ma delle femmine benpensanti per cui il femminismo è stato soprattutto un’esasperazione ereditata dagli anni Settanta e la verità è che l’uomo è cacciatore.

In un mondo come questo il giornalista non sente il bisogno di andare a cercare Marta Di Giacomo, la giovane donna che si dichiara vittima di uno stalker ma, come accadde per Filippo Pappalardo, mette mano alla tastiera che cerca gloria e ci monta il caso: “ho letto tutto e francamente, in questa storia, trovo che molte cose non tornino”. Tra le colpe di Marta ce n’è una imperdonabile: la si coglie dalla presentazione del suo caso, uscita dalla malaccorta tastiera dell’inquisitrice, che da sola è un libro aperto e sa di razzismo:
“Marta di Giacomo, la ragazza napoletana”.
Proprio così, come succede allo stupratore vero o presunto che, se non è rumeno, rom o senegalese, non merita prime pagine e titoli dei TG.

Ciccio e Tore, non li avevano mai cercati seriamente o, se l’avevano fatto, s’era cercato male, forse perché tutti avevano già in testa una “verità”. I due ragazzi, infatti, erano sotto il naso degli inquirenti: a due passi dal Municipio e dalla stazione ferroviaria di Gravina. Morti da due anni nella cisterna di un vecchio caseggiato abbandonato, di cui però nessuno s’era curato. Uccisi da un volo di venti metri e dall’impatto assassino. Per la stampa, però, per la polizia e per i magistrati l’assassinio era lui, il padre, che giaceva in una galera senza speranza. Se per caso nel pozzo non fosse sventuratamente caduto un altro bambino, i disinformatori di turno avrebbero continuato a smontarne la versione e l’ergastolo a Filippo Pappalardo non l’avrebbe tolto nessuno.

Marta Di Giacomo non solo è napoletana. Ha un altro delitto ancora più terribile da pagare: è militante di Potere al Popolo. Questa è l’Italia d’oggi, ma le selvagge e i selvaggi che ci hanno ridotti a questo punto si mettano l’animo in pace: ci sono tramonti e albe e il mondo cambia. E’ legge della storia. Oggi nessuno ricorda Appelius, Interlandi, Ojetti e le “penne d’oro” di un tempo osceno piàù i meno come quello che viviamo.
Se poi qualcuno ricorda, come capita a me, lo fa con disgusto.

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mario_appeliusPoiché tra i milioni di ritardati mentali, disadattati e incalliti frequentatori di Centri Sociali, che hanno votato NOOOOO!!!!!!!!!!!!!!! al referendum del 4 dicembre scorso, corre insistente la voce che la vergogna definita “Governo Gentiloni” sia il “quarto Esecutivo non eletto”, le televisioni del regime si attaccano ai cavilli e si sforzano di dimostrare che siamo invece di fronte a un capolavoro di legittimità Con i toni del “Film Luce” e una faccia tosta che Mario Appelius e Telesio Interlandi non riuscirono ad avere, le reti pubbliche hanno tirato fuori gli immancabili schemini taroccati e il meglio del repertorio di una propaganda ispirata all’efficace e ignobile principio nazista: una menzogna ripetuta insistentemente diventa una inattaccabile verità.
Da qualche giorno Il telespettatore, ubriaco di menzogne e pubblicità, si trova davanti a un pasticcio costruito più o meno così…

schemino

Come vedete, dice il Teresio Interlandi di turno, tutto è corretto!
E invece No. Lo schemino manca di un passaggio fondamentale: il popolo “elegge” i Deputati e i Senatori “a suffragio universale e diretto”, sceglie cioè i suoi rappresentanti uno a uno.  Dal 2006, come ha scritto a chiare lettere la Consulta, gli elettori non hanno mai eletto i parlamentari, che sono pertanto solo dei “nominati”, come i famigerati membri dei Fasci e delle Corporazioni. Ne consegue che la fiducia al Governo la danno a titolo personale uomini mandati in Parlamento dai Partiti o – peggio ancora – da uno scellerato e costituzionalmente illegittimo premio di maggioranza. Il governo, quindi, non è eletto e non dovrebbe esserlo, ma non è legittimo perché i parlamentari non hanno i titoli per votare la fiducia: nessuno, infatti, li ha eletti.

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caligolaOra la legge consente a Renzi di uccidere la scuola e il fondo è ormai vicino. Lo sappiamo probabilmente sin dal lontano 12 dicembre del 1969, da quando giornali e telegiornali hanno preso a narrarci una storiella sedativa: dopo Piazza Fontana, Pino Pinelli – guarda caso, un anarchico – aprì una finestra della Questura di Milano e si lanciò nel vuoto, annunciando la morte dell’anarchia. Col tempo l’esito delle indagini è diventato verità di fede: si trattò di un «malore attivo». Un malore che non aveva precedenti e non ha avuto poi seguito, perché mai nessuno era morto così e a nessuno è più accaduto dopo. Il circo mediatico, però, storicamente sensibile alle ragioni del potere e geneticamente reticente, ha scelto di portarsi dentro i dubbi mai espressi finché la malattia d’un tratto è esplosa. La diagnosi ormai parla chiaro e la prognosi è disperata: elettroencefalogramma piatto e coma irreversibile.
La stampa italiana di oggi, non vale più di quella fascista ai tempi del Minculpop e dell’«Istituto Luce» di Ezio Maria Gray. Vespa farebbe invidia a Telesio Interlandi, che in gioventù fu la passione del fascista e poi «democratico» Mario Missiroli, Mentana aggiunge quotidianamente la «C» di complicità alle cinque «W» del modello anglosassone, riducendolo così a un WC, Travaglio uccide l’idea di politica e un esercito di pennivendoli e servi sciocchi si fa strada ringhiando ogni giorno come vuole il padrone: l’immigrato «terrorista», invece dell’Europa razzista, il «sangue dei vinti» per far strada ai picchiatori di Casa Pound sponsorizzati da intellettuali alla Rossi Doria, i «fannulloni» a copertura di un feroce sfruttamento e chi più ne ha più ne metta. Ognuno ringhia e morde, così come ai suoi tempi ripetutamente inveiva Ansaldo contro «l’ebreo Morghentau».
A farci la lezione sul merito e sulla valutazione, insomma, c’è una vera e propria fabbrica di menzogne, serva di chi comanda, che «Reporter senza Frontiere» pone generosamente al 73° posto dietro gran parte dell’Europa e molti Paesi dell’Africa e dell’Asia. Persino dietro la Colombia dei narcotrafficanti e dopo quell’Ungheria, che pure si è data apertamente leggi per controllare i mezzi d’informazione e chiudere giornali e programmi televisivi. Da noi non servono. A noi bastano giornalisti intimiditi, aggrediti fisicamente e colpiti nei beni e nelle persone; a noi basta che, come i grandi cartelli della droga, l’Isis e Boko Haram, politici e mafiosi soffochino l’informazione.
Siamo tra gli ultimi per libertà di stampa. La notizia però non «fa notizia» per i nostra media, sicché, quando si parla del massacro mediatico della scuola pubblica, la premessa sulla stampa è d’obbligo, se si vuol capire da quale pulpito viene la predica, quanto valga e dove vada a parare la difesa d’ufficio dei «velinari» al servizio di Confindustria.
Occuparsi di scuola ormai, non significa più discutere di strutture, investimenti, programmi, obiettivi, metodologia, didattica e centralità del rapporto docenti-discenti. All’ordine del giorno ci sono i dogmi della religione neoliberista, i versetti di una Bibbia fondamentalista che, allo scoppio della più grande crisi economica del mondo capitalista, consentì a monsignor Giavazzi di ringraziare il Dio della finanza: «questo – affermò impunemente l’economista – è un grande giorno per il capitalismo». Non l’hanno fatto papa, questo è vero, ma continua a firmare ricette che ammazzano i malati. E’ gente di questa levatura a far da sponda all’analfabetismo di valori che ispira la Riforma Renzi, un Presidente del Consiglio che stenta a parlare un italiano corretto ed è stato eletto solo dal «popolo delle primarie».
Tutti sanno quanto contino poco i referendum abrogativi e basta pensare alla vicenda dell’acqua per capirlo. I manutengoli delle «riforme europee» fingono però di essere preoccupati perché la scuola tenterà quella via. E’ davvero questo che li spaventa? Sono davvero in prima linea perché c’è il rischio di non poter affidare a una banda di kapò il compito di mantenere l’ordine nei campi d’internamento per docenti e studenti progettati da Renzi? Non è possibile che i propagandisti di Confindustria pensino davvero che abbiamo una scuola tutta studi umanistici e docenti attestati a difesa di privilegi corporativi. E non è possibile nemmeno credere che non abbiano letto la proposta di legge di iniziativa popolare ignorata dal Parlamento. Perché allora l’attaccano, ricorrendo a grossolane menzogne e a giudizi stroncativi che non hanno né capo e né coda? Perché non si fermano mai a discutere seriamente le obiezioni di incostituzionalità? Perché citano a casaccio le statistiche sulla scuola, falsificando i dati? Perché ignorano il deficit strutturale della nostra edilizia scolastica rispetto a quell’Europa che ci chiede di investire mentre sono decenni che tagliamo e ci condanna per il barbaro sfruttamento del personale, imponendoci assunzioni ben più consistenti di quelle proposte da Renzi? Si tratta solo di indigenza culturale o c’entra per caso la miseria morale?
In realtà, essi temono ben altro. Hanno paura che la preannunciata disobbedienza civile negli istituti scolastici diventi pubblica e aperta denuncia dell’illegalità su cui fonda il governo Renzi. Temono che la protesta si trasformi in esplicita delegittimazione di un governo che ha moralmente e materialmente usurpato la sovranità popolare. La malafede, insomma, nasce dalla paura che la piazza esploda e si colleghi direttamente alla vicenda greca, che ha dato colpi mortali all’Europa tedesca, di cui Renzi è lo scodinzolante servo sciocco. Sanno – ed è qui il punto – che il governo naviga in rotta di collisione con un’opposizione sociale fortissima e va, pari avanti tutta, verso gli scogli della formazione rischiando il naufragio. Sanno che la vicenda greca alimenta speranze e legittima sogni. Sanno – e perciò tremano – che non si tratta di organizzazioni sindacali o partiti coi quali si scende a patti. E’ il Paese che si sveglia da un incubo, è la gente consapevole di una realtà drammatica: dopo la Grecia toccherà all’Italia e nessuno vuole farsi rappresentare a Bruxelles da un fantoccio che non sa di che parla e dalla banda di incompetenti che Renzi ha portato al governo come cavalli di Caligola.

Fuoriregistro, 19 luglio 2015 e Agoravox, 20 luglio 2015

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Siscrive scuola si legge futuroSi scrive scuola, si legge futuro”. Questo slogan ha spinto ieri in piazza gli studenti delle superiori, mentre Lampedusa allineava sul molo nuove vittime di leggi razziali. Ovunque l’onda della protesta ha chiamato in causa il governo; nel mirino non solo Letta, ma Napolitano, “deus ex machina” di “larghe intese”, inammissibili manomissioni della Costituzione e scorciatoie presidenzialiste.
Politica, non è più tempo di tergiversare”, hanno urlato i giovani, traditi da tagli feroci travestiti da riforme: un monito chiaro, tra flash mobbing e cortei pacifici, ma carichi di tensione. Sullo sfondo, presenti come non mai, l’occupazione militare e la criminalizzazione della Valsusa e il ricorso intimidatorio al Codice Rocco, eredità del fascismo. In piazza, ferita mai rimarginata, la memoria di Genova 2001, le manganellate mai più fermate, i lacrimogeni lanciati persino dai Ministeri e i morti per polizia. Troppi e troppe volte impuniti, per non temere colpi proibiti, nel silenzio di una stampa tornata da tempo ai fasti di Telesio Interlandi e Mario Appelius.
Non s’è spenta l’eco della protesta di ieri contro lo smantellamento del sistema formativo pubblico a favore del padronato e dei suoi interessi privati e a Roma è scesa in piazza la gente che non vuole bavagli. “Dignità e Futuro per la Scuola della Costituzione”. Sotto lo striscione oggi pomeriggio,  chiamati a raccolta dal Coordinamento scuole di Roma, ecco in piazza per la Costituzione i docenti che si tenta di asservire con l’umiliazione economica e la delegittimazione sociale, secondo la triste logica del ventennio fascista. Nessuna concessione a rituali “girotondini”. Piuttosto, una risposta al fiume di parole e promesse di un ministro che non riconosce l’impotenza cui la condannano il pareggio di bilancio inserito illegalmente nella Costituzione e l’accordo sul “fiscal compact”. Il messaggio è chiaro: difesa della Costituzione, in quanto baluardo di diritti che solo la scuola statale garantisce: pari dignità, rimozione di ostacoli alla piena realizzazione umana, culturale e, quindi, sociale, di ogni cittadino. Un baluardo della convivenza civile che, nel conflitto tra le classi, guarda ai deboli, forma coscienze critiche ed è perciò illegalmente privata di fondi, a vantaggio del privato, e si discredita chiedendo alle famiglie contributi “volontari” che marcano di nuovo confini tra chi può e chi non può.
Giornali e televisioni si guardano bene dal dirlo e, se lo fanno, è solo per creare strumentali allarmi sui rischi di un terrorismo buono per tutte le occasioni: il 18 la scuola torna in piazza e apre la via alla manifestazione del 19, convocata dai movimenti di lotta per il lavoro e per i diritti di cui gran parte del Paese ignora persino l’esistenza. L’informazione, degna ormai di regimi autoritari, è muta di fronte alle richieste dei giovani, dei disoccupati, di coloro che non hanno mai lavorato, di chi è finito sul lastrico per il malgoverno, le speculazioni della finanza e una politica che ha socializzato le perdite di banche e bancarottieri e tutelato i privilegi. Di fronte alla tragedia del Paese, la ministra dell’Istruzione non trova di meglio che studiare rapporti di Enti che hanno sede legale su Marte. “Vorrei che il rapporto PIAAC OECD venisse letto da tutte le componenti del mondo dell’istruzione e della cultura” – scrive su facebook, trovando sconvolgenti dati che sono l’esito fatale di scelte politiche dei governi che degli ultimi decenni. Benché sconvolta, la ministra Carozza torna alla solfa delle promesse e delle esortazioni: “dobbiamo fare dell’istruzione e della formazione il pilastro della nostra politica economica, con coraggio riformatore, dobbiamo chiedere maggiori risorse ma dobbiamo anche cambiare la nostra scuola”.
Per carità cristiana, ministra, ma non lo vede? La scuola muore per congestione da leggi votate al cambiamento, come di leggi per l’accoglienza muoiono i “clandestini” nel Mediterraneo. Muore, clandestina tra i clandestini, uccisa dai tradimenti della politica. Non ponga mano a nuove leggi. Pretenda piuttosto che tra il 18 e il 19 non ci sia tra i suoi colleghi chi metta all’opera infiltrati, apposti cecchini sui tetti dei Ministeri e crei incidenti. Pretenda solo che si applichi la Costituzione. Invece di leggere rapporti, Ministra, legga attentamente i contenuti del Decreto 953 (l’ex disegno di legge Aprea) che sta per diventare legge. Provi a capire che significherà per la scuola il “Consiglio dell’Autonomia” che potrebbe sostituire quello d’Istituto. Immagini i danni estremi che verranno al Paese da un organo d’indirizzo della scuola che escluda i rappresentanti dei genitori e degli studenti per far posto a realtà produttive, professionali e dei servizi; provi a valutare le conseguenze della  commistione tra i fini della scuola statale e gli obiettivi di realtà private, l’insanabile contraddizione tra formazione delineata dalla Costituzione e formazione legata a interessi privati. Il suo ruolo Ministra, ricorda da vicino quello della sua collega Fornero: un’impostazione errata della scienza economica fece giustizia sommaria dei diritti dei lavoratori, un’idea malintesa di pedagogia sta per mettere al muro i “Decreti Delegati” che hanno dato dignità e democrazia al sistema formativo.
Apra le porte del suo ufficio a chi manifesta, ministra Carrozza, ascolti il Paese prima che da qualche parte prendano ad affiorare cadaveri di scuole un tempo fiorenti e resti di università ormai morenti. Non serve altro. Basta tornare a una legalità che significhi giustizia sociale. Provi a capirlo, se ci riesce: agli occhi di chi studia, lavora, paga le tasse e i costi della corruzione di politici e padroni del vapore, il Parlamento dei nominati non ha alcuna legittimità. Sullo sfondo delle piazze che protestano c’è la Grecia affamata che chiude le università nel silenzio del circo mediatico; è un tappo che non reggerà molto all’onda d’urto della crisi. La Grecia siamo noi e ci sono radici così profonde, che ogni ulivo calcificato dalla Troika nella terra di Omero è linfa sottratta alla civiltà dell’Occidente. Di questo passo, l’unico Parlamento che conterà in Europa sarà la piazza. Da troppo tempo la barbarie governa il Palazzo. Non provi anche lei a cambiare la scuola. Di cambiamento si muore. Come fa a non capirlo? Sta navigando in rotta di collisione con la democrazia. Lavori per cambiare finalmente la rotta, ministra. E’ questo il cambiamento che occorre e non c’è più tempo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2013 e col titolo Dignità e futuro per la scuola della Costituzione su “Liberazione” il 15 ottobre 2013

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