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E’ un dato di fatto su cui riflettere attentamente, perché non riguarda solo «Potere al popolo» e nemmeno semplicemente le elezioni politiche di marzo. Molto probabilmente l’accostamento a Corbin e al suo movimento nasce da una lettura della realtà politica italiana che passa attraverso il filtro dell’esperienza britannica e contiene quindi una inconsapevole forzatura, tuttavia non c’è dubbio: quando un giornale inglese del livello dell’«Indipendent»  tenta un’analisi seria del movimento nato a Roma nel novembre scorso, è impossibile ignorare la miseria morale che caratterizza ormai la nostra stampa e, di conseguenza, la condizione di coma profondo in cui versano la democrazia e la vita politica nel nostro Paese.
Alla vigilia di elezioni che giungono dopo l’approvazione di una legge elettorale passata con ripetuti voti di fiducia e ancora una volta inconciliabile con la Costituzione, questa condizione va segnalata, perché se ne prenda coscienza prima di scegliere per chi votare o decidere per l’astensione. Il dato è di per sé clamoroso: non solo in Spagna, Francia e Portogallo, ma ora anche nel Regno Unito la partecipazione alla battaglia politica e alla competizione elettorale di un nuovo e significativo movimento, suscita l’attenzione dei giornali. Non ci sarebbe nulla di eccezionale, se qui la stampa non ignorasse la vicenda o non ne parlasse solo per darne un’immagine deformata. Così stando le cose, l’articolo del giornale inglese diventa di fatto una nuova, indiretta ma significativa conferma dei dati rivelatori emersi dalla classifica sulla libertà di stampa stilata da «Reporter senza frontiere», che vede l’Italia al 52° posto.
E’ difficile dire se questa indecente posizione sia determinata solo dal fatto che i nostri giornalisti sono intimiditi e minacciati, o sia anche – e forse soprattutto – la conseguenza di politiche scellerate che hanno consentito una inaccettabile concentrazione di potere in un settore vitale per la vita di una democrazia. Sta di fatto che – a parte eccezioni sempre più rare – l’informazione nel nostro Paese è in mano a pennivendoli e velinari, sicché, per conoscere ciò che anima la nostra vita politica, bisogna armarsi di pazienza e andare a cercare le notizie fuori dai nostri confini. Chi più chi meno, tutti i partiti che si accingono a chiederci il voto si sono compromessi con governi che hanno epurato giornalisti, ignorato gravissimi conflitti di interesse e agevolato un innaturale ed estremo intreccio tra informazione e gruppi di potere economico e politico. Se oggi si può parlare di «anomalia italiana», è perché chi ci ha governato ha consentito una inaccettabile concentrazione dei media, il conflitto di interesse di cui è figlio il polo mediatico berlusconiano e ha reso ferreo il controllo politico esercitato dal governo in carica sulla televisione pubblica.
Stavolta non solo è importante votare, ma occorre recarsi alle urne ricordandolo bene: è per colpa di chi ci ha governati e chiede di tornare a farlo, se l’Italia per libertà di stampa è situata agli ultimi posti tra i Paesi dell’Unione Europea. Le ragioni sono molteplici e profonde, ma risalgono tutte alle scelte dei partiti che ci chiedono il voto. E poiché siamo convinti che la libertà di espressione sia un diritto di tutti, è necessario lottare contro chi ha deciso che l’informazione sia, com’è stato scritto«una pratica disinformata».
L’articolo dell’«Indipendent» non affronta direttamente il problema, ma per il fatto stesso che è stato scritto è un inconsapevole invito a votare la lista di «Potere al popolo». Un voto necessario, per chi vuole evitare che il nostro Paese conquisti il primo posto nella classifica di quella disinformazione che di fatto aiuterebbe neoliberismo e finanza a imporci il sistema politico più adatto alle esigenze del capitale finanziario: il nuovo e più pericoloso fascismo di cui ci sono mille e sempre più preoccupanti segnali. Bisogna perciò averlo chiaro: nel lungo processo di disfacimento della repubblica nata dall’antifascismo, gli esponenti della sedicente sinistra, raccolta sotto le insegne di «Liberi e Uguali», Grasso, D’Alema, Bersani e a quanto pare persino don Antonio Bassolino, hanno tutti gravissime responsabilità per la lunga agonia della nostra democrazia.

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segnale-stradale-direzionale-21773234E’ un ritornello alla moda, ma pure un imbroglio: non c’è più destra e nemmeno sinistra. Al governo però c’è la destra e si chiama PD.
C’è il sindacato che s’è messo assieme a Confindustria. Una volta dicevi corporazione, ma ora non c’è più destra e non c’è più sinistra…
C’è l’opposizione e la fanno i 5Stelle, una destra-sinistra, una pantomina interclassista un po’ antagonista e un po’ liberista. Recitano in Parlamento, ma in piazza non ci vanno, sennò perdono pezzi e i rossi vanno contro i neri.
Sinistra o destra? Un premio a chi indovina! Venghino signori, venghino e fate il vostro gioco! Il trucco c’è, ma non si vede
Ci sono Bersani e D’Alema e si stanno ritrovando: nasce un nuovo partito? E’ la panacea di tutti i mali, però per favore, tenetelo a mente: meglio se dite soggetto politico e poi v’inventate un complemento oggetto. E’ un’analisi logica.
C’è la guerra infinita e il suo maremoto di migranti. Però chi se ne frega? Li affoghiamo tutti e poi diciamo messa.
Ci sono le pensioni in discussione, ma pure questa  è una guerra e si sa: si punta allo sterminio.
Ogni giorno c’è qualcosa e tutta non puoi dirla mai. Non ce la fai.
Nelle scuole semidistrutte i colpi giungono come mazzate, però stiamo calmi e abbiamo pure fede. Ci pensano i capi d’istituto. In fondo un fallimento ha un estremo bisogno di curatori.
Ci vorrebbe una grande battaglia di democrazia, ma ognuno ha il suo prezzo e siamo sul mercato.
Dove non riesce il capo, compare il kapò: ti cambia le mansioni, ti taglia lo stipendio e dopo tre anni di contratto – a tempo, s’intende, indeterminato – lui che fa? Ti licenzia.
Dirla tutta e fuori dai denti non è mai facile, però la dignità non è in vendita e non si baratta. Chi pensa che sia finita, presto vedrà che la lotta invece è appena cominciata.

Fuoriregistro, 7 settembre 2015

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Bomba d'acqua su Pisa (Stefano Degl'Innocenti)Il paese è migliore di quanto mostri il surreale duello quotidiano tra  «rottamatori» di Renzi e «rottamati» di Bersani. La scuola, per far riferimento a un pilastro fondante della società che Renzi crede di poter distruggere impunemente, è molto meno rassegnata di quanto si pensi. Basta conoscerla per sentire il fremito che muove l’aria nelle aule cadenti. E non è questione di precari, di sacrosanta amarezza per il lavoro promesso e negato, di salari, ferie o problemi per cui è facile tirare in ballo l’egoismo corporativo e i gufi conservatori. E’ ben altro: uno stato febbrile di coscienze allarmate, un’inquietudine profonda che coinvolge docenti «garantiti», personale amministrativo, studenti e famiglie più consapevoli. Chi ha memoria ricorda l’indignazione sorda, crescente e inascoltata che annunciò l’esplosione inattesa per il «concorsaccio da sei milioni» e segnò la fine di Luigi Berlinguer.
E’ vero, a quei tempi il governo non poteva contare sulla macchina da guerra che spiana la via a Renzi, ma non è meno vero che Berlinguer non si era spinto al punto da bocciare sprezzantemente una legge d’iniziativa popolare nata dall’impegno di intelligenze acute e dalla passione competente della scuola militante. Non c’è anestetico in grado di cancellare il dolore per la violenta coltellata inferta alla scuola e alla democrazia da un governo geneticamente debole, come quello di Renzi, sfiduciato alla nascita da una sentenza della Corte Costituzionale che delegittima politicamente e moralmente questo Parlamento di figuranti.
Le manifestazioni si annunciano a catena Gli argini reggeranno? Se il fiume carsico che diventa sempre più impetuoso troverà sbocco nello sciopero del 12 maggio, che minaccia di far saltare le prove Invalsi e mettere insieme i docenti, gli studenti, i genitori più consapevoli, la Cgil e il sindacalismo di base, gli argini salteranno e faranno strada a una bomba d’acqua simile a quella che travolse Berlinguer.
Benché blindata, la malaccorta consultazione sulla «Buona Scuola», voluta dal governo per dare una mano di vernice democratica a un’operazione profondamente reazionaria, non solo è naufragata pietosamente, ma si è trasformata in un boomerang micidiale, animando un’opposizione motivata e competente, che non lascia spazi ai twitter. E’ accaduto di tutto: più di duecento mozioni contrarie cestinate con infinita arroganza, l’inevitabile protesta repressa a colpi di polizia e soprattutto, inattesa, la resurrezione di Comitati agguerriti a sostegno di una Legge di iniziativa popolare che, sottoscritta da centomila cittadini è diventata un’alternativa concreta alle proposte inaccettabili del governo. Un’alternativa sprezzantemente respinta pochi giorni fa, in sede referente, da Commissioni Parlamentari formate da illustri sconosciuti che nessuno ha mai eletto. La sfida ha i connotati dell’oltraggio ed è resa più grave dai contenuti del disegno governativo che, tra annunci da venditori di tappeti e imbarazzanti rinvii, è più insolente e liberticida di quella «Legge Aprea», bloccata nel 2011 da una mobilitazione forte e corale.
In spregio della Costituzione, il governo stavolta va ben oltre la fallita sortita berlusconiana. Se la legge Aprea assegnava al dirigente scolastico potestà di chiamata diretta dei docenti, Renzi va oltre, attribuendo ai capi d’Istituito il potere di licenziare i docenti a proprio  esclusivo giudizio, anche per il mancato superamento dell’anno di prova. Se Aprea spalancava le porte della scuola ai privati e alle imprese, introducendoli nei consigli d’Istituto, Renzi, con scelta scellerata, assegna ai Dirigenti Scolastici il potere di gestire da soli e direttamente i rapporti con le forze economiche territoriali, pronte a condizionare la formazione e l’istruzione, a fare della Scuola un mercato che sdogani il lavoro minorile e al nero e offra alle imprese manodopera abbondante, gratuita e senza tutela. In una sorta di delirio di onnipotenza, Renzi, chiede per sé qualcosa come 13 deleghe, compresa quella di ispirazione fascista che dice di riformare – ma di fatto sopprime – gli Organi Collegiali.
Questa la portata dell’attacco, che non è rivolto ai docenti, come lascia strumentalmente credere il complice circo mediatico, dopo l’oscena campagna sui «fannulloni». E’ una sfida violenta, che mira a colpire le Istituzioni democratiche del paese, di cui, piaccia o no, la scuola è trave portante. D’altra parte, Renzi non ha scelta: nega la funzione costituzionale della Scuola perché la Costituzione è il principale ostacolo alla realizzazione del suo progetto reazionario e non basta stravolgerla nelle aule del Parlamento: va sradicata dalle aule scolastiche in cui si formano i cittadini, potenziali nemici di Renzi finché non saranno ridotti a bestiame votante. Di qui l’attacco alle pari opportunità, di qui le scuole di diverso livello e le risorse iniquamente distribuite.
In quanto ai docenti, non c’è dubbio: per piegare il Paese, occorre piegarne la resistenza, per debole che possa apparire. Si spiega così la scelta di creare albi regionali, abolire la titolarità di cattedra per gli insegnanti di ruolo, qualora siano costretti a ricorrere alla mobilità territoriale o professionale, e costringerli all’inferno del precariato; si spiegano così il lavoro decontrattualizzato, le valutazioni arbitrarie, affidate alla via scivolosa dei test Invalsi, frutto velenoso dell’intrusione di Confindustria nella didattica, e infine la soppressione della libertà d’insegnamento, che l’articolo 33 della Costituzione tutela, in quanto primo confine tra democrazia e regimi autoritari. Il ricatto ai precari, che l’Europa ci impone di immettere in ruolo e Renzi recluta solo a condizione che accettino la mobilità selvaggia e il demansionamento, insegnando materie per cui non sono abilitati, la distruzione della collegialità, con le diverse componenti della Scuola escluse dalla costruzione del progetto formativo, sono il prezzo che Renzi paga ai suoi sponsor: i padroni, che pretendono una scuola classista, che sia fabbrica di sfruttati e di rassegnati soldatini del capitale.
Se non trova un freno immediato, questa è la cifra reale della scuola di Renzi: non più la preziosa fucina socratica della coscienza critica, ma l’anticamera di un ufficio di collocamento.

Fuoriregistro, 17 aprile 2015 e Agoravox, 18 aprile 2015

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La devastazione e il saccheggio qui da noi si sono visti davvero, non c’è dubbio, ma non s’è trattato del reato di un pugno di esasperati manifestanti. No. Il Paese è stato devastato e saccheggiato dalle politiche di classe di un governo liberticida. Il reato grave che abbiamo commesso è di segno diametralmente opposto: abbiamo consentito che ci devastassero e ci siamo fatti passivamente saccheggiare: lavoro, salute, ambiente, diritti. Non c’è nulla che sia sfuggito ai lanzichenecchi al soldo di Bruxelles. Nulla.
Dei tre contemporanei suicidi che in questi giorni hanno funestato le nostre tragiche cronache, uno, almeno uno, quello che ha causato gli altri due, è conseguenza diretta di una legge iniqua, immorale e tecnicamente sbagliata, voluta – incredibile a dirsi – dal governo “tecnico” di Monti, sostenuto in tandem dal duo Berlusconi-Bersani. Era un “esodato”, si dice nel linguaggio forbito della signora Fornero, che di quei suicidi è la responsabile più diretta. Un cittadino a cui un crimine diventato legge della Repubblica aveva tolto in una sola volta il lavoro, lo stipendio e la pensione.
In una democrazia parlamentare, quelle morti avrebbero indotto il nuovo Parlamento a mettere alla porta il governo e probabilmente a chiamare i responsabili a dar conto delle loro scelte distruttive al popolo sovrano che non solo non li ha mai eletti, ma li ha apertamente ricusati quando è stato finalmente chiamato a votare.
Al contrario, quel governo che ieri non aveva alcuna legittimità, oggi, dopo le elezioni, ancora una volta grazie a Bersani, Berlusconi e Napolitano, ha assunto un potere del tutto incompatibile con la democrazia parlamentare e opera nel più assoluto disprezzo della Costituzione e di quella divisione dei poteri che fu il vanto di Montesquieu. Le Camere, infatti, private del diritto di far funzionare le Commissioni e di fatto paralizzate, non sono in grado di svolgere il loro ruolo vitale di controllo dell’Esecutivo. Dopo quasi due anni di scelte forzate e di strappi alla legalità, ormai la democrazia nel nostro Paese è del tutto abolita. Dopo due anni di tradimenti e violenze, nei palazzi del potere e nelle piazze, un pugno di individui governa contro il popolo.
Chi s’illude che per uscire da questa tragedia basterà fingere di non vedere e subire questa inaudita violenza, commette un errore fatale. Chi spera di salvarsi elemosinando diritti e affidandosi ancora una volta a chi ha tradito, non solo rinuncia a lottare, ma merita la servitù che ci stanno imponendo.
Non è più tempo di salire sui tetti e sulle gru, di occupare isole e sperare nei miracoli. E’ venuto il momento di reagire. Ciò che da soli i nostri giovani provarono a fare il 14 dicembre del 2010, si può ancora tentare affiancandoli. Non è Grillo che deve occupare il Parlamento. Tocca ai lavoratori e ai giovani. Quei giovani, per i quali i diritti conquistati dai padri sono diventati un sogno impossibile. Non c’è altro modo e non c’è più tempo. Bisogna finalmente fermare il sacheggio e la devastazione.

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La coerenza ha un prezzo, mi dico, mentre si scatena il diluvio di biografie, elogi e dichiarazioni di consenso: donnafuori dalle beghe della politicaun buon segnale di cambiamento
Ma di che parliamo? Dell’ultima edizione riveduta e corretta della Camera dei Fasci e delle Corporazioni? Qualcuno sa dirmi chi l’ha eletta deputata la Boldrini? Vendola, Bersani, il “popolo delle primarie“? E chi l’ha messa ora lì, seduta sullo scranno di Presidente? I deputati che abbiamo scelto o una banda di “nominati“? E la maggioranza di sedicenti “rappresentanti del popolo” seduti sui “democratici” banchi di Bersani e dei suoi, sono lì per volontà degli elettori o sono il dono velenoso d’una legge truffa più fascista di quella ideata dal fascista Acerbo?

La coerenza ha un prezzo, ma io voglio pagarlo. Non faccio applausi e non riconosco qualità alla signora che oggi ci ha recitato il prevedibile monologo sui grandi valori della democrazia. Se la signora fosse davvero onesta, non sarebbe dov’è e occorre dirselo: la pantomima che in queste ore si va rappresentando è una farsa che volge in tragedia. Tutto quello che ci può raccontare con incredibile arroganza è il mistero di un popolo che, espropriato di un diritto conquistato col sangue, si leva in piedi e applaude chi l’ha rapinato.

 Ho sempre pensato che fosse una sciocchezza, ma comincio a temere che sia maledettamente vero: ognuno è artefice del proprio destino.

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Il fascismo, regime del capitale finanziario”: così intitolò Pietro Grifone il capitolo di un suo lontano, ma ancor valido saggio, che dalla Marcia su Roma giungeva alle iniziali prove di governo fascista, tra il 1922 e il 1926. Sarà un caso ma l’esordio di Roberta Lombardi, neo deputata e capogruppo parlamentare del Movimento a Cinque Stelle, ci riconduce proprio al “senso dello Stato” del primo fascismo, dando così al rappresentante  di una massa fin qui indistinta l’occasione di aprire il discorso su un tema che pensavi avrebbe aperto la sinistra: il nodo, storico sì ma anzitutto politico, del ruolo che nei momenti decisivi assumono non gli individui o i singoli gruppi politici, ma le forze economiche, le classi sociali e gli interessi organizzati.
Più che accendere una polemica retrospettiva, è evidente che l’esponente del Movimento di Grillo ha inteso mettere al centro della riflessione sulla squilibrata situazione politica italiana una prospettiva di stabilizzazione orientata a destra, che non va intesa come un’eresia che riguarda il passato, ma una inquietante prospettiva per il futuro. Del primo fascismo si possono avere, infatti, le più diverse opinioni, indiscutibile, decisiva e preziosa addirittura per il nostro capitalismo fu la funzione stabilizzatrice in un contesto di tremenda crisi economica e di grave incertezza sociale.
A voler guardare freddamente gli eventi, senza fermarsi a recriminare sui rischi per la repubblica nati dalle scelte di Napolitano dopo le dimissioni di Berlusconi, l’intreccio tra politica e storia che si delinea nel Movimento di Grillo per i suoi rapporti con Casa Pound, per la messa al bando del sindacato e le considerazioni sul primo fascismo, conferma alcuni dati di fatto e pone domande cui occorre dar risposte: è possibile gestire la globalizzazione con un progetto socialdemocratico, come ha tentato di fare Bersani, nell’illusione di rafforzare a un tempo la democrazia nella società e nelle imprese, senza modificare radicalmente regole del gioco e “modi” di produzione? E’ possibile farlo, se per globalizzazione s’intendono Marchionne e il dominio del capitalismo finanziario? Il PD ha scommesso sul sì. Di qui probabilmente i conti che non quadrano, l’indebolimento e la perdita di credibilità di fronte agli effetti di una espansione del capitale che non cancella le differenze, radicalizza lo scontro col lavoro e, per dirla con Foa “spacca il mondo in due”. Un capitale che, è bene ricordarlo, rifiuta la linea della collaborazione, ma chiede al sindacato e al suo partito di riferimento di isolare le “ali sinistre”, indebolendo così la loro stessa base di consenso e producendo masse “tradite”, che non si sentono più rappresentate.
Il primo fascismo di cui parla l’esponente di Grillo non esiste. I fasci ebbero identità e vita reale solo quando divennero  squadrismo e furono capaci, questo sì, di attrarre miti e frustrazioni di alcuni sindacalisti rivoluzionari, come Rossoni, Michele Bianchi e Agostino Lanzillo, che, tentando di risolvere la pratica sindacale nel rapporto diretto dei lavoratori coi padroni, si aprirono facilmente all’idea corporativa, dando credito alla concezione autoritaria dello Stato fascista in nome della rivoluzione. Quale modello ne nacque e di che parla, quindi, nella sostanza, il movimento di Grillo? Evidentemente di un pensiero politico che riconosce l’autorità aziendale e finisce in braccio al capitale, inseguendo due miti: quello dell’efficienza e della produttività e quello della “bontà” del modello corporativo rispetto al “caos” e alla “corruzione” della mediazione sindacale e della democrazia parlamentare.
Grillo e i suoi rispondono così a Bersani e in fondo si capisce. Qui da noi, le gravi crisi del capitale sono storicamente incompatibili con i modelli della socialdemocrazia. Purtroppo, però, né Bersani, né Grillo pongono in discussione la struttura del credito e la proterva libertà del mercato, il ruolo della banca mista, la socializzazione delle perdite a fronte della totale privatizzazione degli utili e l’iniqua divisione della ricchezza tra le classi sociali. Problemi che mettono a rischio la“sovranità popolare” e la democrazia come valori reali. Il modello “giolittiano“ di Bersani, adatto al più ad un’economia in cui l’industria decolla e domanda tregua sociale, mette in ombra i temi della“sovranità popolare” e della democrazia reale, che sono valori e non formule vuote di contenuti, e naufraga di fronte a una crisi che non consente mediazioni e non chiede pace sociale. In questo contesto, col capitale che non accetta procedure sindacali, il “modello Grillo” diventa punto riferimento per forti interessi materiali, ma intercetta anche attese, delusioni, bisogni concreti che, nel deserto di valori lasciato in eredità dal berlusconismo, si saldano in una base di consenso trasversale alle classi sociali, tenute assieme da un individualismo che diventa elemento decisivo di una sorta di egemonia culturale. Grillo, che modifica persino il linguaggio della politica, attirando la rabbia all’amo della “democrazia diretta“, diventa vincente perché si nutre di problemi reali e, mentre tiene viva nella base la sensazione di una ritrovata rappresentanza e l’illusione di una rivoluzione, si offre al potere economico come elemento di stabilizzazione su base autoritaria. Ecco il significato reale del cenno al deformato “fascismo della prima ora”. Un significato che spiega ad un tempo la logica che in basso blocca la proposta di Bersani e assicura buon gioco a quella di Grillo, in alto rende quest’ultimo molto più credibile di quanto si creda. Così stando le cose, il discorso del deputato del Movimento 5 Stelle non è pericoloso per i suoi riferimenti alla storia passata, ma per la minaccia che potrebbe costituire per la storia che verrà.
Non è passato molto dai recenti accordi tra Cgil e Confindustria. Dalle colonne del Manifesto ci fu modo di far cenno ai rischi di un rinato autoritarismo. “Chiacchiere da bar sport”, si rispose dai soliti “grilli parlanti”. Ora che Grillo getta il Paese nel caos, sarebbe il caso di riflettere seriamente sulla nostra storia. La convergenza tra fascismo e grande capitale non fu, come si racconta assai spesso, figlia legittima della cecità del massimalismo. Se una paternità venuta al regime da sinistra si può riconoscere, bene, essa tocca molto probabilmente ai riformisti, che, finiti in orbita liberale, dimenticarono che le riforme vere sono quelle “di struttura” e nascono come strumento di lotta di classe. Come Grillo, anche Mussolini, era solo e tale dichiarava di volere restare: “Siamo soli  dinanzi alle nostre terribili responsabilità, soli e da soli dobbiamo giungere un porto”. Furono i liberali a dargli una mano, assicurandogli un’alleanza che egli accettò senza esitare, tradendo così i “rivoluzionari” che gli avevano creduto. Oggi la lezione dovrebbe esser chiara: una sinistra di classe veramente unita avrebbe forse salvato il Paese da una tragedia.

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Sul filo di lana e nella logica oltraggiosa del “voto utile“, Skuola, sponsorizzata da Mediaset e Tgcom24, ha pensato bene di chiarire ai lettori-elettori i progetti per la scuola dai “grandi” protagonisti delle elezioni, senza interpellare gli altri candidati. L’iniziativa è quantomeno singolare. I rapporti tra la scuola malata e l’equipe dei “guaritori” dovrebbero essere ormai chiari: Bersani Monti e Berlusconi l’hanno governata assieme in piena concordia. Assieme hanno deciso i rovinosi tagli, l’illegale concorso a quiz e la sorte riservata ai precari; assieme hanno trasferito milioni di euro dal pubblico al privato in sfregio alla Costituzione e non c’è stato gran dissenso nemmeno sulle campagne di stampa per l’orario dei docenti e l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Scuola, istruzione e ricerca, fortilizi di democrazia, strumenti imprescindibili di promozione e riscatto sociale e autentici motori di quello sviluppo invano cercato nella trappola del rigore, nella mortificazione dei lavoratori, nell’attacco ai diritti e nella difesa di privilegi di classe, non avevano mai conosciuto il tracollo che viviamo. La trionfante DC del’48 non giunse a fare delle politiche per la conoscenza il perno di quel “sovversivismo dei ceti dirigenti” che ha ispirato Monti, il suo governo e la maggioranza che l’ha sostenuto. In linea con una tendenza tipica del neoliberismo all’italiana, Monti, Berlusconi e Bersani non si sono limitati infatti a una devastante rinuncia agli investimenti, ma hanno dilapidato un patrimonio di conoscenze e di esperienze pedagogiche e didattiche. Per un anno si è parlato di merito mentre si tagliavano servizi, si sono violate le regole mentre si bandivano crociate per la cultura della legalità, si è battuto sul tasto della formazione e lì ci si è fermati, ignorando che essa è solo una parte del mondo più ampio e complesso che si definisce educazione. Al tirar delle somme, è emerso il disastro e dopo le infinite chiacchiere sulla meritocrazia i docenti, messi sotto processo, hanno potuto verificare che ciò che si voleva da loro era solo la disponibilità a smetterla di educare, di fornire, cioè, strumenti in grado di formare coscienze, scegliere tra sistemi di valori, ricavare dall’insegnamento ciò che sarà utile per la durata di una vita che chiede anzitutto autonomia e capacità di relazione dialettica col tempo che cambia. Si voleva dimenticassero, in ultima analisi, che usar bene una penna, non significa “esser padroni del pennino e dell’inchiostro” ma aver parole da dire quale che sia lo strumento utilizzato: il miscuglio di acqua e polvere colorata con cui la preistoria ci parla dalle sue caverne, la biro, la matita, la tastiera virtuale di un tablet o quale che sia domani lo strumento tecnico che ci consentirà la comunicazione grafica. Si voleva che si limitassero a fornire agli studenti un minimo di competenze da spendere in tempo breve sul mercato del lavoro, per farne una piccola, alienata rotella del grande ingranaggio della produzione. Era, a ben vedere, la messa al bando del “Prometeo”, di “colui che riflette prima” e poi si schiera in un conflitto che è legge di vita e nel titanico scontro, metafora classica della lotta di classe, sa come rubare il fuoco agli dei.
Una scelta politica di fondo, quindi, perché ormai è chiaro: a dar retta agli stregoni del capitale, ai docenti tocca stravolgere il “tempo” della scuola, il vero capitale del loro investimento sul futuro; un “tempo” che è l’elemento di distinzione tra una programmazione che guarda lontano e quella che si limita a interventi a “ricaduta immediata”, verificabili in senso quantitativo nel breve volger di un anno. Di qui l’Invalsi e i quiz che levano alla gloria degli altari la nozione in nome di una utilità momentanea, buona per derubare i ceti subalterni di una “scuola per la vita” e disarmare Prometeo, difendendo dal furto il fuoco degli dei. Chi ha dato uno sguardo alla legge di stabilità, conosce la miseria della filosofia che sta dietro le scelte condivise dai tre “grandi” e la domanda a questo punto è legittima: perché “Skuola” e in generale il circo mediatico danno tanto spazio ai protagonisti di un sfascio senza precedenti, lasciando fuori Grillo, Ingroia e Giannino?
Se il caso Giannino, profeta della meritocrazia scivolato, guarda caso, proprio su questioni di merito e di educazione – due lauree inventate per rimpinguare il percorso di studi – induce a riflettere sui mostri che genera l’impuro connubio tra merito e mercato, non meno interessante è il “caso Grillo”. Al di là del ritorno alla “politica in piazza” e delle conseguenti “piazzate”, il suo programma, infatti, mette la scuola su binari “transitabili” dagli addetti ai lavori e attacca le due destre già alleate nel sostegno a Monti con un’affermazione che non fa spazio a equivoci: abolizione della legge Gelmini. Alla chiarezza dell’incipit, però, seguono poi il rifiuto dei finanziamenti dello Stato alle scuole confessionali e private, che fa l’occhiolino al dissenso di sinistra e, per rovescio, i cavalli di battaglia di Profumo, in modo da non dimenticare le delusioni della destra: abolizione del valore legale dei titoli di studio e integrazione Università/Aziende; infine, per star dietro al “nuovismo”, che è un “ismo” vitale per il populismo, tutto il web del mondo, il possibile e l’impossibile, senza criteri didattici, con l’abolizione graduale dei libri di scuola stampati e quindi la loro gratuità. Principi sani e fanfaronate, com’è nello stile della casa, ma Skuola ha fatto la sua scelta: l’alba del nuova politica nasce con Berlusconi, muore con Monti e fa i conti con Bersani. Altro non conviene ci sia e non se ne parla. Svanisce così la sinistra raccolta attorno a Ingroia con un programma che si colloca in modo consapevole fuori l’«arco incostituzionale» dei neoliberisti e scandalizza i sacerdoti del dio mercato con quel suo inizio che riafferma il valore universale della scuola, dell’università della ricerca pubbliche. Chi l’ha pensato, non ha cercato a tutti i costi il nuovo ed è, anzi, tornato schiettamente alla “vecchia” tradizione di uomini come Calamandrei, all’idea di una repubblica che garantisce l’accesso ai saperi per tutte e tutti, in base al principio indiscutibile che non esiste altra via per assicurare al Paese cittadine e cittadini liberi e consapevoli; un ritorno a dottrine sociali o addirittura all’«eresia socialista» della centralità della conoscenza, tanto cara ai padri Costituenti, da indurli a farne il tema del terzo principio della legge fondamentale della repubblica. Anche qui netto è il rifiuto della legge Gelmini, voluta da Berlusconi, cara a Monti e Profumo e mai seriamente messa in discussione da Bersani. Un rifiuto che si accompagna a proposte di ispirazione europeista, l’Europa antifascista di Spinelli, però, che è agli antipodi dell’Unione bancaria di Monti, Bersani e compagnia cantante: l’obbligo scolastico a 18 anni e il ritiro del blocco degli organici imposto dalle ultime leggi finanziarie, tutte ispirate, giova dirlo, al delirio monetarista di sacerdoti e servi sciocchi dell’Europa germanica. In questo solco di ispirazione democratica e di “statalismo socialista” – ecco un’altra eresia – si pongono il rifiuto di “qualsiasi progetto di privatizzazione del sistema di istruzione” che unisce sostanzialmente i tre “grandi”, e la stabilizzazione del personale precario. Novità significativa, la visione articolata delle politiche culturali. Sarà “passato” anche questo – siamo a Spinelli e al “Club del Coccodrillo”, al tempo in cui il nesso tra formare e informare era così chiaro, che Gaetano Arfè cercò di far nascere un telegiornale europeo – ma per Ingroia e compagni, scuola, università e formazione viaggiano sullo stesso binario di una seria riforma dell’informazione e del sistema radiotelevisivo che ne spezzi la subordinazione ai poteri economico-finanziario.
Di tutto ciò s’è parlato poco e si capisce il perché: la ricetta è alternativa. Né, maghi, né guaritori e nemmeno “miracoli rivoluzionari”. Senso della storia, però, occhio volto al futuro e, per farla breve, tanta Costituzione. Le urne non cambieranno il mondo, ma a ragionare onestamente bisognerà dirlo: col loro voto scuola e università hanno l’occasione di valutare con decisiva chiarezza l’Invalsi, l’Anvur, e la pletora di ignoranti che da tempo millanta crediti che non ha.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 febbraio 2103

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