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Archive for the ‘Racconti’ Category


Una linea sottile sulla fronte larga e stempiata. Null’altro. A guardarla da fuori, la terribile tempesta del dubbio era tutta lì: una ruga che segnava la pelle. Federico aveva un aspetto ancora giovanile, e ti colpiva per gli occhi di un intenso verde acquamarina, il sorriso dolce e senza età sulle labbra sottili, il naso greco e il sereno, armonioso disegno del viso.
– Sicuro, Lina, certo, sicurissimo e non pensare, per favore, che sicurezza e dubbio siano davvero così alternativi, da essere incompatibili. Si può aver certezza di un dubbio. Sai volare più alto tu.
Lina sprofondò le belle mani inquiete nelle larghe tasche del suo camice bianco e sussurrò in un sospiro:
– Nei patti che ci hanno uniti, quando questa impresa disperata è iniziata, c’era anche questo, ricordi? Uno sarà il dubbio dell’altra anche quando la certezza apparirà non solo ragionevole, ma sostenuta dalle prove di laboratorio possibili in queste condizioni.
Era stanchissima. Mentre poggiava la schiena sul muro, se ne rese conto e respirò profondamente. Uno specchio le avrebbe restituito di sé l’immagine dei giorni bui: il viso troppo lungo, il naso lievemente aguzzo, gli occhi, solitamente fulminanti, ora lenti e un po’ spenti, le labbra carnose serrate in una smorfia e in testa – per guardare lì non bastava uno specchio – in testa quell’idea parassita e insistente del sogno: «Sto dormendo, dormo… tra poco mi sveglio di soprassalto e tutto cambia. Sto dormendo, sì, sto solo sognando…».
Federico la conosceva così bene ormai, che seppe leggerle il pensiero dietro l’insolita opacità delle pupille:
– E smettila di pensare che sogni, smettila di fuggire o tentare di evadere
– Smettila di dubitare, lo interruppe Lina con la voce spezzata dall’ansia. Questo vorresti. Che smettessi di dubitare, per non farti ancora domande alle quali non sai dare risposte. Lascia dormire per una volta la ragione, mi dici, riconosci che sei impotente. Non saremo mai certi, mai, se non metteremo alla prova la nostra scienza. E’ questo che vuoi?
Federico ebbe un moto di stizza e per un attimo sembrò meno giovanile e sereno. Levò lo sguardo dalle carte che aveva continuato a studiare, mentre Lina parlava, e replicò solo apparentemente calmo:
– Sono io che decido, lo sai.
– Giochi d’azzardo – sibilò la donna, guardandolo di sbieco, con gli occhi improvvisamente stretti e taglienti. Nella voce, però, non c’era disprezzo. – Non ti racconto perché siamo ormai a questo. Conosci ogni cosa meglio di me.
– Certo che so, la interruppe Federico scostando la lampada accesa nella penombra del laboratorio. Come tu sai che stavolta la scelta è assolutamente obbligata.
– Un po’ di tempo, Federico, un poco forse ne avremmo ancora
– Non faremo in due giorni quello che in tanti non hanno potuto o saputo fare in due secoli.
Quando sfiorò con la punta dell’indice il piccolo monitor che aveva davanti, Lina si arrese.
– Non ci hanno lasciato scelta, esclamò disperata.Federico non rispose.
Non c’era più nulla da dire. Il pianeta disseminato di scorie nucleari andava incontro al suo destino. Non c’era più nulla da dire e non c’era più tempo, le scorie stavano distruggendo ogni involucro protettivo. Due secoli prima, la sicurezza mai matematica di una scienza orgogliosa fino all’arroganza, sollecitata da interessi economici e oscure questioni politiche, aveva ritenuto d’avallare la scelta d’una nuova energia nucleare. Studiosi di ogni tendenza – Federico e Lina di quel tempo – s’erano scontrati in un dibattito che aveva fatalmente assunto i caratteri ideologici di contrapposte crociate. Erano tempi in cui la più terribile ideologia consisteva nella negazione delle ideologie e non c’era stato scampo: s’era smarrita la consapevolezza che la terra non è un laboratorio e l’umanità non può essere ridotta a cavia. Ciò che soprattutto s’era persa era la consapevolezza d’un rischio inaccettabile: scaricare sugli ignari pronipoti il peso d’un egoismo miope e miserabile. Due secoli dopo, la storia si ripeteva al contrario. I due scienziati potevano litigare, ma non avevano scelta. Due giorni ancora e sarebbe finita per sempre.
Federico si preparò a dare le ultime disposizioni. Attorno a lui non vide segni di panico. Solo rassegnazione. E fu Lina a rompere un silenzio che le pesava come una lastra di piombo.
– Non so chi abbia ragione, Federico, tu con la tua certezza dubbiosa, io con i miei dubbi timorosi. Lo vedremo tra poco. Prima, però, dimmi cosa pensi: se andrà bene, comincerà davvero una nuova storia?
Ricordi quello che hai detto poco fa, parlando del patto che ci ha condotto a questa impresa disperata? Uno sarà il dubbio dell’altra anche quando la certezza gli apparirà ragionevole. In tempi di disperazione, questo patto ha funzionato. Se oggi riusciremo, la disperazione svanirà. Verrà il tempo delle certezze…
Una ruga sottile segnò l’ampia fronte di Federico e un’ombra velò per un attimo i suoi occhi più verdi del mare.

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La crisi non abita in Costa Smeralda. Proprietà privata più che Repubblica nata dalla Resistenza, Porto Cervo è un groviglio di ville e prepotenti divieti; è cemento con velleità di architetti in un mondo di «case fotocopia». Non c’è storia, non ci sono radici, si vive secondo logiche da «usa e getta», come insegna la filosofia del mercato, ma nel suo genere è un capolavoro: un nulla riempito di milioni.
Porto Rotondo, per sfida, tiene all’ancora uno squalo nero, un lungo siluro dalla bocca vorace e gli occhi sottili che promettono pazzie; in Piazza Quadra persino le ottantenni platinate si «rifanno» labbra e seni. Una ce n’è, visibilmente crucciata perché «Fabrizio, poverino, stasera non sarà dei nostri, ma che vuoi che ti dica? Una volta i giovani sfidavano la vita e la lotta era bella». E’ un rimpianto risentito, da vita sprecata, questo della vecchia, da vita per se stessa vissuta, vita per cui non conta un altro tempo, conta il suo. Il tempo degli altri non esiste.

Questo è l’inizio di un breve racconto. Se ti incuriosisce e vuoi continuare a leggere, clicca su “Canto libre

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Lascia in pace quel muro e metti via il piccone. Un muro è teatro e memoria: su il sipario e va in scena la vita. Su un muro poggiò elmo e spada il soldato stanco, reduce dalla ferocia della guerra; lì, su quel muro, dove il soldato poggiò la sua spada, pianse per l’amore ritrovato una fanciulla felice, senza sapere che spalle a quel muro, proprio lì, nell’ombra complice di squallide serate, la prostituta vendeva la sua innocenza perduta…

Questo è l’inizio di un breve e pazzo racconto. Se ti incuriosisce e vuoi continuare a leggere, clicca su “Canto Libre

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Un libro on line

– Guarda, stavolta voglio essere chiaro: l’acquisto online ormai non è solo una comodità. E’ uno dei caratteri nuovi della modernità!
Quante volte Antonio le aveva sentite così entusiaste e convinte, le reclute del «nuovismo» e quante volte aveva chiesto dove mai fosse scritto che ciò che è nuovo è sempre buono. Risposte non ne aveva avute, ma spesso gli era piovuto addosso, come un bollino qualità, il giudizio sprezzante di quelli che Antonio chiamava «neofuturisti del consumismo»:
– Il problema, caro Antonio, non è che seiinvecchiato. Il guaio è che tu sei nato vecchio, che è una cosa diversa! E’ una vita che fai il rivoluzionario, ma sei la prova vivente che tu e la tua sinistra siete stati e sarete sempre la peggiore espressione della conservazione! Non sapete guardare al futuro.
Perché avesse cambiato d’un tratto opinione non era facile capire e una spiegazione non ce l’aveva nemmeno lui. Stanco di fare il bastian contrario, di ostentare con puntiglio una diversità che ricordava l’odiato anticonformismo radicalchic?
Antonio non l’aveva capito, tuttavia, anche se non l’avrebbe mai confessato, ci entrava di certo una speranza: cogliere un segno di approvazione negli occhi castani e dolci della signorina Maria, un’insegnante di musica che, nonostante gli anni, gli aveva risvegliato nel cuore inaridito turbamenti di cui non aveva più memoria. Fosse quel che fosse, era andata così: all’ombra di un platano, nel solleone di fine giugno che scottava nonostante il rosso del tramonto, tra i soliti commenti sconci dei «giovanilisti» ormai settantenni su cosce, culi e tette delle badanti slave in giro tra aiuole e panchine coi loro vecchi incartapecoriti, Antonio l’aveva annunciato un po’ farfugliando, un po’ guardando di sott’occhi Maria che a quell’ora, nel parco, non mancava mai:
– Ho ordinato un libro online alla Feltrinelli!
Qualcuno applaudì, ma un commento feroce spense i consensi:
– Adesso bisogna solo aspettare cheFeltrinelli chiuda!
Tra applausi, commenti e battute sconce, Antonio colse l’ombra che attraversò come un velo gli occhi profondi e ancora limpidi di Maria e sentì la ferita dolorosa della delusione. “Ma come, pensò, pareva che fossi la prima a criticarmi e ora mi guardi come ti avessi tradita?

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Mentre saliva a fatica su per gli ultimi tornanti e guidava attentamente, a filo di gas, Sebastiano Neghelli aveva l’impressione che l’auto fosse in difficoltà. Era come se il motore si fosse messo d’un tratto a pensare e chissà perché rifiutasse di andare avanti.
Il piccolo paese, poco più di trecento metri sul mare, in equilibrio su un pizzo roccioso tra Policastro e Salerno, si raccoglieva indolente e non inseguiva certo la globalizzazione.
Sul depliant della “Pro loco” tracce di cavalieri e Angioini, un Guido d’Albert che vi giunse al seguito di Carlo I e passaggi da un padrone all’altro: i Sanseverino, la badia di Cava, i d’Alemagna che l’acquistarono armi in pugno  per venderlo ben presto ai principi Capano. I principi lo tennero a lungo, finché si estinsero alla fine del secolo dei lumi, del quale la “Pro loco” tace, perché non pare sia passato mai per questi monti. Il paese, con la sua gente e le sue case incantate tra il verde, non aveva percepito il cambiamento e non s’era mai del tutto scosso da una sua inspiegata sospensione del tempo.
Quando fu nell’abitato, tra le vie domenicali strette e solitarie, Sebastiano si perse: la storia di una eterna nobiltà feudale gli si era parata davanti e aveva tempi suoi, lunghi e sfasati. La spia della benzina ferma al rosso, l’aveva ricondotto al presente ed era andato difilato alla piazza che ospitava il Municipio.
L’uomo seduto su un muretto basso, davanti alla massiccia torre quadrangolare ch’era stata un tempo palazzo Capano, l’aveva guardato con sincero stupore:
– E voi, la benzina venite a cercarla da noi? Qui non c’è un distributore. Tornate indietro, scendete  giù in pianura fino al mare, svoltate a destra, salite verso nord e lì, se non ha chiuso, trovate un benzinaio.
– Se non mi fermo prima… mormorò Sebastiano sfiduciato, mentre scrutava a fondo l’uomo che gli parlava.

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Rocco Capano

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Dopo ore di discussione “muro contro muro”, si era fermi al punto di partenza e nessuno avrebbe potuto dire su quale posizione si sarebbe formata una maggoranza nel turbolento Consiglio di Classe. Tuttavia era a loro, a quei docenti, che toccava decidere, ai componenti del disorientato “organo di democrazia  del basso”, come lo chiamava con impareggiabile ipocrisia  Enzina Delfino, la dirigente scolastica che aveva dipinto sul viso il suo disprezzo per gli organi collegiali della scuola.
L’atmosfera si era fatta così elettrica, che in un sussulto do orgoglio “Matematica e Fisica”, al secolo Maria Teresa Scacco, con la voce ferma dei momenti di passione, s”era rivolta alla preside guardandola negli occhi e più o meno volontariamente, con tono allusivo e breutale le aveva detto quello che pensava:
– Siamo qui da ore e diventa sempre più evidente: l’andamento dei lavori del Consiglio incarna alla perfezione il frutto malato d’un matrimonio incestuoso. Le lo sa bene, preside. Un nanerottolo deforme…

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https://www.cantolibre.it/cinque-in-condotta-come-cambiare-la-vita-di-un-ragazzo/

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Latino americano

bukowski-636x395Quando quel maledetto convegno sul fascismo terminò, non ne potevo più. Invitato come ospite, l’avevo scoperto solo quando era iniziato: i relatori, anche quelli italiani, parlavano esclusivamente in inglese e non c’era traduzione simultanea, perché, mi avevano spiegato con falsa cortesia, “è una lingua che ormai tutti gli storici capiscono certamente”. Senza scompormi, avevo risposto che le regole hanno sempre un’eccezione e mi ero seduto al posto che mi avevano indicato.
La giornata fu lunga, noiosa e sonnolenta. Non capii una parola, ma mi rassegnai. Grazie alla bontà di un giovane ricercatore, seppi che l’ultima comunicazione aveva un titolo Bukowski-1che trovai decisamente sconcertante: “Il Fascismo regime inclusivo”. Ci misi un po’ a capirlo, poi mi convinsi che non sbagliavo: da giovane, lo storico che stava parlando era stato un militante convinto della sinistra estrema rivoluzionaria e bolscevica. Riscosse consensi unanimi e concluse l’intervento ricevendo l’abbraccio plateale di un gigante che per poco non lo stritolò. Il ricercatore gentile, notando il mio sguardo stupito, mi disse che il colosso era un “maestro” americano. Alzai le braccia in segno di resa e il ricercatore mi regalò un sorriso decisamente enigmatico.

Se non vi siete annoiati e volete proseguire, ecco il link che vi parta a “Canto Libre”:

Latino americano

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Potosi_miniera_copertina-802x499I cinquantaquattro chilometri che separano Lecce da Racale Vittorio Corvaglia li aveva fatti molto raramente nella sua vita. Della città pugliese non conosceva molto, ma ricordava bene la prima volta che c’era stato, una sera di febbraio del 1959, quand’era partito soldato con una valigia sgangherata, le scarpe grossolane della campagna, due giacche di rigatino blu tinto e stinto indossate l’una sull’altra e un cono di lana floscio calcato sui capelli neri, folti e ricciuti per proteggersi dal freddo. La “cartolina rosa” lo spediva al Car dell’84° Reggimento di fanteria “Venezia”, di stanza a Pistoia nella “Caserma Marini”, e il pianto inatteso e quasi isterico della sorella Ida aveva reso fatalmente cupo lo spiazzo davanti alla stazione, col vento che fischiava tra il tufo dei palazzi, la pioggia battente e i coni di luce dei fanali che disegnavano mulinelli sullo stradone che conduceva al centro.
lecceE proprio alla stazione, tornando a casa col congedo in tasca, aveva trovato il manifesto della Federazione Carbonifera belga che gli aveva cambiato la vita. Non poteva sfuggirgli, era un pugno negli occhi: fondo lilla, caratteri neri e marcati e lo slogan pensato apposta per invitare alla lettura: “L’operaio italiano è uno dei migliori”. Come s’aspettavano i belgi impegnati nella “battaglia del carbone”, Vittorio aveva letto fino in fondo dapprima incuriosito, poi attento e interessato: “Operai Italiani, approfittate dei vantaggi particolari che il Belgio assicura ai suoi minatori.. Il viaggio dall’Italia è del tutto gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio si fa in ferrovia e dura solo 18 ore. Poche semplici formalità d’uso, e anche la vostra famiglia potrà poi raggiungervi in Belgio”.
A Racale Vittorio aveva amici e una ragazza ma, partendo soldato, l’aveva capito: fidanzata e amici sono cose serie e un uomo senza lavoro è solo un sbandato. Il manifesto era preciso e dettagliato. C’era tutto ciò che poteva servire: le condizioni di vita che sembrarono buone, il salario, che in Puglia un “caporale” non ti avrebbe mai pagato, la promessa di un alloggio dignitoso, e di un lavoro duro, ma fisso e tutelato.
Ida stavolta l’aveva salutato senza piangere. Il distacco da Vittorio soldato era stato lezione di vita. E senza piangere l’avevano lasciato alla stazione persino i genitori: meglio belga che schiavo di caporali

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https://www.cantolibre.it/ahmed-il-marocchino/

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– Tutto in fondo ci è ignoto.

Questa fu la prima risposta del primo cattivo maestro alla prima domanda del suo primo allievo.
– Tutto in fondo ci è ignoto – proseguì – ma tutto ha una spiegazione ed è sempre possibile trovarla.
Non aveva paura, il maestro.

Si vedeva dal viso,  disteso nonostante le rughe, dagli occhi lucenti che nel buio non tremavano, dalla noncuranza con cui s’avvolgeva nel rosso mantello mentre l’aria si faceva pungente. Di fulmini e tuoni ne aveva visti tanti nella sua lunga vita e sapeva bene che quella furia del cielo solo di rado fa del male a un uomo. Tanto bastava perché il vecchio se ne stesse sereno nel buio della notte. La successione repentina, inattesa e accecante dei segmenti di luce nell’universo nero come pece, il fragore terrificante del tuono, la totale ignoranza di quello che realmente accadeva rendevano folle di paura il pastore. Il giovane che un attimo prima appariva forte e sicuro di sé, col fiato corto, i capelli neri scompigliati dal vento sul viso pallido e ansioso, solo dal vecchio sperava ormai salvezza.

– E quale spiegazione posso dare a me stesso, stanotte, perché le mie gambe forti, veloci e ferme non tornino a tremare?

La notte, intanto, tornava serena. Il vento portava lontano il temporale e presto, spazzate via le nuvole, la luce della luna piena avrebbe restituito cuore e voce agli uccelli della notte. La tempesta se ne stava andando via così com’era venuta.

-Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera conte. Apri il tuo cuore alla verità e vedrai svanire la loro giusta ira. Fingendo di non rispondere, il vecchio, in verità, una risposta l’aveva data: il male era da cercare nel cuore del giovane terrorizzato. La reazione del pastore gli avrebbe consentito di misurare quale fosse la forza della sua parola, ma il vecchio ne era perfettamente consapevole: l’ignoranza del suo allievo era la sua unica e vera conoscenza e, quando il giovane, impaurito, cadde in ginocchio e alzò le mani al cielo, sorrise compiaciuto.

– Oggi ho disobbedito al mio padrone – gridò il pastore, strappandosi i capelli e confessando quella che ormai era per lui la causa scatenante dei fulmini – l’ho ingannato, ho tenuto per me un po’ del suo formaggio e non gli ho detto nulla. Non lo farò mai più, dovessi morir di fame.

Nessuno può dire con certezza dove sia il confine che corre tra inganno e potere e mente chi ci racconta che Ercole ha liberato Prometeo. La verità è che in ogni ignorante superstizioso vive nascosto un Ulisse. Talvolta parte, non ha un poeta che ne canti l’epico viaggio, ma parte il nostro Ulisse e varca le sue colonne d’Ercole.

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Il vecchio e il ladro

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Latino americano

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Quando quel maledetto convegno sul fascismo terminò, non ne potevo veramente più. Invitato come ospite, l’avevo scoperto solo quando era cominciato: i relatori utilizzavano esclusivamente l’inglese e non c’era traduzione simultanea, perché, mi era stato poi detto con falsa cortesia, “di questi tempi tutti gli storici capiscono certamente l’inglese”.  Senza scompormi, avevo risposto che tutte le regole hanno un’eccezione e avevo preso posto. 
La giornata fu lunga, noiosa e sonnolenta. Non capii una parola, ma mi rassegnai. Per la bontà di un giovane ricercatore seppi che l’ultima comunicazione, aveva un titolo che mi sembrò decisamente sconcertante: “Il Fascismo regime inclusivo”. Ci misi un po’ a capirlo, poi mi convinsi che non sbagliavo: lo storico che stava parlando era stato da giovane un militante convinto della sinistra estrema rivoluzionaria e bolscevica. Riscosse consensi unanimi e concluse l’intervento ricevendo l’abbraccio plateale di un gigante che per poco non lo stritolò. Il ricercatore gentile, notando il mio sguardo stupito, mi disse che il colosso era un “maestro” americano. Alzai le braccia in segno di resa e il ricercatore mi regalò un sorriso decisamente enigmatico.
Un’ora dopo, a cena, il gigante era seduto di fronte a me. A farci compagnia c’erano due portaborse impacciati e ossequiosi, pronti a fare salamelecchi anche a me. Secondo la loro scienza, infatti, se ero seduto al tavolo del “maestro”, non potevo essere certamente l’ultimo della compagnia. Eravamo in Italia e col cameriere non ebbi problemi. Con i commensali, che utilizzavano invece rigorosamente l’inglese, feci scena muta, finché il “maestro” americano non manifestò, tradotta dai portaborse, la sua meraviglia: “esistono storici che non conoscono l’inglese?”.
Ricevuto il messaggio, chiesi ai due sconcertati compagni di cena la cortesia di tradurre la mia risposta per l’americano, al quale non giunse così solo la conferma della mia “ignoranza”, ma anche una domanda: “il professore non conosce l’inglese, ma parla il francese. C’è modo di comunicare?”. L’anglosassone, preso chiaramente in contropiede, pregò i portaborse – che avevano assunto d’un tratto un’aria da zerbino – di farmi sapere che non conosceva la lingua di Napoleone.
Dopo questo breve scambio di notizie, il “maestro” tacque. Intanto, ritrovato l’italiano, gli zerbini mi chiesero garbatamente chi fossi. Probabilmente stavano cercando di definire una gerarchia e stabilire quale contegno tenere. Mentre i due calcolavano le rispettive misure, guardai il “maestro” silenzioso e il viso, che non conosce lingue ma si legge molto facilmente, mi disse che l’eguaglianza ristabilita – io non conoscevo l’inglese, ma a lui mancavano francese e italiano – non andava a genio all’americano. Pochi minuti dopo, infatti, ritrovati i modi sicuri del maestro, l’uomo parlottò con i portaborse e assunse un’aria chiaramente furba. Un po’ incerti, ma pronti a tutto fare per non scontentare il capo americano,  i due tradussero in coro quella che si presentava come un’offerta originale e persino geniale, ma puntava invece molto probabilmente a ripristinare l’iniziale presunta distanza: “il professore chiede se lei conosce il latino. Lui lo parla e l’ha spesso utilizzato come strumento di comunicazione”.
Mi avevano posto la domanda così ad alta voce, che dai tavoli circostanti qualche grande nome si avvicinò incuriosito. L’offerta nascondeva evidentemente un’insidia e molti sperarono di godersi la mia inevitabile figuraccia. Per la prima volta in quella maledetta serata sorrisi divertito. Poiché, tranne la ricerca storica, non ho mai amato nulla più dei versi di Catullo veronese, mi sembrò che l’americano mi avesse offerto una splendida occasione di riscatto. Per nulla intimorito, chiesi ai due zerbini di manifestare il mio consenso, sottoponendo al “maestro” generoso il significato profondo che aveva avuto per me quella giornata. Non dissi ai traduttori  che si era trattato per me di una squallida e sconcertante ostentazione di potere; affidai il messaggio a un piccolo foglio di carta su cui scrissi a memoria le immortali parole del mio Catullo:

Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere,
nec scire utrum sis albus an ater homo.

Gli zerbini, istintivamente preoccupati, tradussero l’italiano e consegnarono il latino al divertito americano. Per un po’ il “maestro” si mostrò fiducioso. Lesse, rilesse, si passò ripetutamente la mano tra i capelli folti e bianchi come le neve, socchiuse gli occhi, li riaprì, pensò, litigò con le sue conoscenze romane, faticò, sospirò, ma non cavò un ragno dal buco.
I “grandi nomi”, tutti suoi amici, provarono a sbirciare per suggerire, ma li fermai con l’indice puntato e non osarono riprovarci. Attesi la resa, poi tradussi in italiano i versi per gli zerbini e affidai loro l’ingrato compito di tradurre in inglese Catullo, tradotto dal latino nel mio italiano e di consegnare la loro traduzione all’americano con una mia giovanile poesia in italiano, che mi sembrò particolarmente adatta alla situazione. Agli zerbini atterriti, ma incapaci di ribellarsi, il compito di tradurre anche il commento. Sul foglio che gli affidai c’era una lezione che l’americano e i suoi amici italiani non potranno mai capire davvero, nemmeno se sostituiranno gli zerbini con traduttori miracolosi .
Prima naturalmente Catullo:

“Cesare, non faccio nulla per poterti piacere
e non voglio sapere se sei un uomo bianco o nero”.

Seguiva a ruota semplice ma, in quella occasione, micidiale quella ch’è stata la bussola della mia vita: 

“Amico, se ti compri,
pagati quanto vali.
Non un quattrino in più.
Credimi, non sentirti prezioso,
tanto nemmeno serve e poi si muore.
Ma se ti vendono un giorno per caso
e magari all’incanto,
tu non avere prezzo:
Stattene duro e il banditore
invano attenda di picchiare il martelletto”.

Non aspettai risposte. Andai via salutando la compagnia con un cenno della mano e riservai ai pallidi zerbini i primi versi d’una ironica poesiola del mio immortale Catullo: 

“Ameana puella defututa,
tota milia me decem poposcit,
ista turpicolo puella naso […].
Proprinqui, quibus est puellae curae, 
amicos, medicos convocate:
non esta sana puella, nec rogare
qualis sit solet: est imaginosa”:
(“Ammiana, fanciulla un po’ avvizzita,
 diecimila sesterzi ben mi chiese,
questa bimba dal naso bruttino:
Parenti, che alla fanciulla badate,
convocate gli amici ed i dottori:
la bimba non è sana e non chiedete
di quale male soffra; s’è ammattita).  


 

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