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Archive for the ‘Racconti’ Category

Un uomo può vivere a lungo in un suo modo particolare, può svegliarsi ogni giorno alla stessa ora, fare le stesse cose per anni e continuare a credere di essere in grado, volendolo, di cambiare tutto, mettersi a fare il contrario e vivere al rovescio. Un uomo può non tentare mai la sorte e non arrischiare mai nulla, così, senza un motivo, semplicemente per paura di farlo, eppure continuare a credere che prima o poi la sua grande carta verrà, che l’asso comparirà nella manica e che sarà capace di giocarlo bene. Un uomo può persino non essere mai nato e tuttavia contare cinquant’anni e sperare di poterne contare ancora chissà quanti.
Finché in lui queste illusioni sono la realtà, per un uomo così fatto non esistono squilibri, non sono possibili incrinature: nel grafico dei bilanci della sua esistenza non c’è posto per le sfasature.


Per Gionata Rimani era stato sempre così. La sua era una vita dai grafici perfetti, il sogno di un navigato capitano d’industria: simmetrici, con sbalzi fisiologici e, ciò che più conta, senza nessun segnale d’un possibile crac.
L’illusione di Gionata era semplice: marito e padre perfetto.
Sì, l’illusione della sua vita era quella e, a dire il vero, il grafico dei suoi giorni si faceva veramente costante dacché s’era sposato. Prima no, prima qualche squilibrio c’era stato, per via di certi palpiti politici, di certi amori acerbi per la violenza delle squadracce – violenza ed amori prudenti, s’intende, che si manifestavano solo quando i neri erano in molti a forti addosso a pochi rossi.
Il balzo più forte l’andamento tranquillo dei suoi grafici l’aveva registrato al tempo delle sirene, degli allarmi e degli improvvisi richiami alle armi, quando portammo la civiltà in lande sperdute dell’Africa Orientale, decidemmo di spezzare le reni alla Grecia e domare la protervia bolscevica. Ma s’era trovato il modo, tra lui e il padre, d’evitare quell’impiccio grave della guerra: era una violenza imprudente la guerra e senza amore. No, non gli andava a genio.
La madre non l’aveva conosciuta e per il padre che moriva – c’era la guerra, morivano tutti – non c’era stato grande affanno. Certo, la guerra era stata terribile, per lui, con tutti quei giovani infilati entro le divise di mezzo mondo, ai quali occorreva spiegare che sì, sembrava forte e sano, ma era solo apparenza: Gionata era malato.


Finita la guerra – e messa sotto naftalina l’ingombrante camicia nera – ogni cosa aveva preso a girare per il verso giusto e s’era anche sposato. Ricordava ancora bene Gionata il giorno del suo matrimonio che l’aveva fatto d’improvviso marito; e ricordava ancora il viso della moglie in quella prima notte. Quanti impicci, che moine sciocche e che fatica far intendere subito a quel corpo bello e desiderabile sotto il peso del suo, che l’amore era quello.
Certo, poi talvolta gli era parso che ci fosse anche dell’altro, era venuto anche un sentimento strano, ma complicato, forse l’amore che gli diceva la moglie in quella prima notte, ma se n’era tenuto lontano e se n’era andato con quello ogni altro sentimento. L’amore era diventato un’abitudine necessaria.
I figli li aveva voluti, erano suoi, li amava. Di loro amava tutto, per loro lasciava correre cose che avrebbe dovuto impedire e prendeva però la sua parte. Per loro sognava e si faceva in quattro. I figli li amava a tal punto ch’era giunto a chiedersi a volte, quand’erano ancora bambini, perché si chiamasse Gionata ed aveva avuto paura che potessero vergognarsi di quel nome e di quel loro padre, di quel Gionata Rimani: per il nome, pensava, solo per il nome e null’altro. E solo per quello s’era molto turbato.
La sua illusione era d’essere marito e padre felice. Se n’era convinto via via che il tempo trascorreva senza dare scosse alla sua vita, se n’era convinto guardando i suoi figli crescere mentre invecchiava. Non che tra loro ci fossero gran confidenza e rapporti profondi. No. Anzi non capiva il loro volere per forza evadere e – non era portato per certe cose – non si spiegava da dove volessero evadere. Pensava che la nuova società s’era creata i suoi miti: qualunquismo, ad esempio. I suoi figli disprezzavano profondamente i qualunquisti e qualche volta se lo chiedeva se per caso egli fosse un qualunquista. Ma poi si tranquillizzava: non c’entrava nulla lui coi miti dei suoi figli. Lui era il padre – si diceva – ravviandosi i radi capelli sulla fronte stempiata e socchiudendo gli occhi bovini, raddrizzandosi gli occhiali ormai spessi sul naso lucido e tirandosi su i pantaloni che si assestavano fatalmente sotto la pancia gonfia: era un qualunquista borghese d’aspetto classico, apparentemente alieno da nevrosi.
Coi figli in realtà non si capiva, ma era un padre felice perché non s’avvedeva della cosa.
Non s’avvedeva nemmeno, in verità – ma in fondo perché avrebbe dovuto? – che la moglie sembrava ringiovanire più che invecchiare, mentre lui stava invecchiando velocemente; non s’accorgeva nemmeno che il lavoro lo prendeva, lo assorbiva del tutto – non era quello un alienarsi, un subire, un divenire senza volerlo nevrotico? – e che tra lui e la moglie l’amore non lo si faceva più e, a farlo, era amaro e senza fremiti. Lei non si rifiutava, è vero, ma non partecipava. Era distratta, a volta fredda.
Oltre quell’amore non ce n’era altro tra lui e la moglie, ma Gionata pensava, con un po’ di gioia maligna, che anche la moglie era ormai vecchia e che sembrava giovane di fuori molto più di quanto poi lo fosse dentro. Concludeva così che poteva essere davvero felice.


Può sembrare strano eppure era proprio così. Senza aver capito i figli e senza esser da loro capito, senza amare la moglie e senza esserne amato, per Gionata la realtà era nell’illusione di essere un padre e un marito felice. Capita più spesso di quanto si creda e per questa illusione il grafico della sua esistenza mostrava un mirabile equilibrio.
Un’esistenza come quella di Gionata, insomma, così comune, così tranquilla, era di quelle destinate a seguire la norma e finire in un silenzio assoluto, senza rimpianti e senza fretta, come una candela, magari con un ultimo guizzo, con un gesto e una comica finali.

Come accade spesso, tuttavia, più importante è il suo compito, più danni una trave produce cadendo. Quando aveva avuto la certezza del tradimento della moglie, a Gionata era sembrato d’essere colpito da una grave malattia. Gli era capitato l’incidente sbagliato, quello più grave di tutti: a Gionata poteva andar bene il fallimento economico, la servitù allo straniero, l’infarto al miocardio, tutto poteva andar bene tranne quello: persino i figli sapevano. Da tempo, da prima che se accorgesse.
Una civiltà crolla con i suoi miti, un uomo con le sue illusioni. Per uno come Gionata, non c’è tristezza peggiore che esser costretto a girarsi ed a guardarsi indietro. Il vuoto è spaventoso ed è il vero dolore dell’uomo sconfitto dalla vita ch’egli stesso si è creato. Gionata ora si sentiva solo. Non aveva di che ricordare, non aveva a che attaccarsi: non un’idea politica, non un’iniziativa da prendere da solo e per se stesso. Nulla.
Motivi seri, argomenti capaci di convincere un uomo come lui a sentirsi in pace con se stesso – per gli altri, si sa, c’è sempre una maschera pulita e seria da mostrare e lo sapeva – ad aver voglia di mettersi davanti alla propria coscienza – anche lui ne aveva una, ed ora la sentiva – per ricominciare la farsa del padre e del marito felice, quei motivi seri che ci spingono normalmente a mentire persino a noi stessi, Gionata sentì di non averli. Nulla, nessun gesto eroico, nessun bambino da salvaguardare. No, solo due traditori complici della madre.
In questi casi la gente incivile spara ed uccide, quella “civile” ricorre alla legge.


Gionata non poteva fare entrambe le cose e non sapeva sceglierne una.
Era davvero solo, Gionata, e certe cose sono insopportabili quando non si è più giovani e non c’è più voglia d’inventarsi una menzogna per la quale vivere.
Il grafico di Gionata Rimani aveva così d’un tratto segnato una inarrestabile flessione: l’incrinatura era giunta alla profondità in cui la realtà, privata dell’illusione, trasforma un uomo in un pupazzo a cu la sorte si è divertita a tagliare i fili.
Gionata lo seppe subito. Gli rimaneva un solo modo per sopravvivere: impazzire.

23 maggio 1968
Uscito su “Fuoriregistro” il 4 ottobre 2003

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Il partito dell’astevoto_elettorale_fondo-magazinensione chiese al partito del voto che il risultato del non voto fosse calcolato tra i voti dati. «Se non voto, ho votato per il partito del non voto», gridavano i leader astensionisti, ma urtavano contro la resistenza del premier uscente che a muso duro, aspramente replicava: «questo partito non esiste, perciò chi non vota non può essere e non sarà calcolato tra gli elettori votanti».
Tutto in fondo sembrava estremamente logico, ma il brutto imbroglio, che sapeva maledettamente di broglio morale, perché nessuno avrebbe mai potuto dimostrare che qualcuno l’avesse materialmente organizzato, prese ad un certo punto corpo e da dubbio ch’era, diventò certezza, quando si giunse all’esito della competizione. Lo scrutinio si fece e i voti si contarono dopo una stranissima campagna elettorale, durante la quale il premier uscente aveva parlato e tenuto banco, chiedendo ripetutamente al Paese un «voto per il cambiamento», mentre gli avversari avevano chiesto ai cittadini di non recarsi alle urne, perché da cambiare c’era solo quel deficiente del Presidente in carica.
Non si muore due volte e perciò Josè Saramago non morì d’invidia: se n’era andato per sempre prima del risultato elettorale, che non era costato complicati conteggi e verifiche attente. Il premier, infatti, aveva vinto e il voto che aveva chiesto, a rigor di legge, l’aveva avuto. Dai seggi infatti, il responso delle urne era giunto chiarissimo: tutto il Paese s’era astenuto, tranne un elettore. Non c’erano dubbi: un avente diritto aveva votato. Poiché si trattava di un solo voto, l’unico espresso in tutto il Paese e un solo elettore, il premier uscente, s’era presentato alle urne di buon mattino, capirono tutti e non era difficile: quel voto l’aveva dato a se stesso l’uomo più odiato del Paese: il premier del partito del voto, che aveva così sbaragliato il campo degli avversari. La sera il leader vittorioso, si presentò alla televisione per un messaggio diffuso a reti unificate. «Forse – dichiarò – oggi non ha vinto la democrazia e la maggioranza di governo che io legittimamente rappresenterò, poi vedrò se da solo, farà le sue riflessioni. Devo dire però che a me della democrazia non interessa sinceramente nulla e ciò che volevo l’ho ottenuto: un voto per il cambiamento. E’ un voto che nella migliore tradizione del Paese, promette di cambiare tutto, per non cambiare niente».

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«Come t’è venuto in mente di rileggerlo?», ti chiedi angosciato, mentre il vecchio libro torna al suo posto nello scaffale della libreria. Il punto di domanda, però, non si ferma in coda alla frase. Cade giù a picco nel mare delle riflessioni e apre cerchi concentrici, come un sasso in uno specchio d’acqua. Non hai voglia di cercare una qualche risposta, ma il Guevara uccisodiavoletto critico che ti vive dentro da sempre incalza petulante: «Perché l’hai riletto?».
Potresti dirgli che non ricordi e non t’importa di sapere perché, ma quello insisterebbe e perciò gli rispondi, anche se in fondo parli solo a te stesso:
«Non lo so. Forse perché il vecchio Jhon Pilger va raccontando in giro che ormai “1984” passa per un libro d’altri tempi, una storia superata, inoffensiva e a modo suo persino rasserenante. Sì, forse è andata così. E’ stato Pilger».
Non fai in tempo a dirlo, ed ecco che anche Pilger diventa un sasso che cade nel lago profondo dei pensieri e apre cerchi sempre più larghi, uno nell’altro, uno più largo dell’altro. E’ una vertigine oscura che ti confonde: ieri, oggi, insiemi infiniti di punti tutti ugualmente distanti dal sasso che affonda, punto da cui parte il raggio di una circonferenza che si allarga… Piaccia o no, si riflette.
Ora che ci pensi, mentre leggevi, ti sei ricordato che Orwell l’aveva previsto il rischio che le democrazie, svuotate, si chiamassero fuori, riducendosi a forma che banalizza la sostanza. Altro che libro d’altri tempi! In fondo Orwell ci aveva messi sull’avviso: «per essere corrotti dal totalitarismo non occorre vivere in un paese totalitario».
«M’ha fatto bene rileggere, anche se c’è poco da stare allegri», mi dico, mentre il diavoletto critico mi toglie la parola:
«Una democrazia malata, tutta forma e niente sostanza è il brodo di cultura ideale per un nuovo totalitarismo. Non vedi? Più sale la febbre ai Parlamenti, più si parla ossessivamente di crisi, più numerosi sono i sedicenti democratici che insistono sulla panacea di tutti i mali: le loro maledette «riforme». Ci vogliono, dicono, tentando d’essere persuasivi, sono indispensabili, perché, se non si fanno, il capitale straniero non presta soccorso e ci va di mezzo la povera gente».
«Diavolo d’un diavoletto, hai ragione!», esclami, con un senso d’angoscia. «Questa falsa speranza non è la trovata estemporanea di gente che non sa come affrontare la crisi. E’ l’esatto contrario: una pillola di propaganda per sprovveduti, che parte da un principio rivoluzionario, lo rovescia come un guanto e ne fa una verità per fede di un integralismo controrivoluzionario».
«L’hai capito, eh!» ti fa compiaciuto il diavoletto, mentre il sasso allarga i cerchi e ti porta lontano.
«Certo che ho capito, diamine. Una volta tutto questo ce l’avevamo chiaro… Il capitale privato straniero…» cominci a dire, mentre rivive un mondo, ma il diavoletto ti anticipa e ti toglie le parole di bocca. Ora sì, ora è proprio la tua coscienza ritrovata, il tuo lontano passato: un giovane biondo, gli occhi celesti e i riflessi pronti.
«Il capitale straniero non si muove per generosità» mi dice con tono didattico. «Non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale privato straniero si mobilita per aiutare se stesso».
Rammenti il corpo senza vita d’un uomo che non morirà ed esclami emozionato: «Guevara, Ernesto Guevara, il Che. Ed è vero, verissimo! Chi l’ha liquidata a colpi di fucile come meritava, gentaglia come questa, ci ha lasciato in eredità la sua lezione. E importa poco se non tutto è andato come voleva. Chi aveva da pagare pagò e la prossima volta andrà meglio».
In realtà, non sei tranquillo come pare: «Scatenare una guerra nei confini dell’impero?», chiedi a te stesso, mentre una domanda sorge insopprimibile: «Chi dice che il momento è buono? E dopo, come se ne esce dopo?».
La risposta è immediata: «Tu lo sai bene che è il momento giusto».
Chi è che parla ora? Tu o il diavoletto che ti ha indotto a ragionare con te stesso? Chiunque sia, ancora una volta ti torna in mente il Che:
«Quando le condizioni pacifiche di lotta si esauriscono, quando i poteri ancora una volta tradiscono il popolo, non soltanto si può, ma si deve inalberare la bandiera della rivoluzione».
E’ il diavoletto, coscienza critica e angelo custode, che parla alla tua titubanza:
«Non sai come si fa a scatenare una guerra nei confini dell’impero? Davvero non lo sai? Guardati attorno. Non vedi? Ci sono armi a volontà, basta volerle. Cura di farti capire e non tentare la via individuale, perché gli ideali nobili hanno bisogno di molte braccia e liberi consensi. Gli uomini non mancano, come non mancano le ragioni politiche e morali. Si vive come servi in fazzoletti di terra espropriata e inzuppata di rabbia, ma la rabbia è benzina. Un cerino, uno solo e i pifferai la pianteranno. Sfruttamento, bambini massacrati, l’immancabile guerra umanitaria al “barbaro” di turno. Basta. Gli incendi scoppieranno facilmente. Difficile sarà domarli; quando sei alle prese col fuoco e alle spalle ti scoppia un nuovo incendio, tutto si complica e il terzo diventa devastante. Quanti macellai in armi girano il mondo per conto dell’impero? Dovranno richiamarli a tutta velocità e non basteranno. Si tratta solo di decidersi e organizzarsi…».
Ora ti pare di vederli il fumo che si leva e il fuoco che avvampa, acre e liberatorio. Nel fumo, l’antica lezione:
«Il guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un rivoluzionario. Il guerrigliero è un riformatore sociale. Il guerrigliero impugna le armi come protesta adirata del popolo contro i suoi oppressori  e lotta per cambiare il regime sociale che tiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio della miseria».
Non basta condannare la violenza, se un potere violento esaurisce ogni condizione pacifica di lotta. E mentre parli a te stesso, uno dentro l’altro, uno più largo dell’altro, mille cerchi si vanno allargando.

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La scuola superiore che ricordo da studente era un groviglio di contraddizioni. Classista e selettiva, privilegiava disciplina e nozione e poteva anche andar bene a chi aveva le carte in regola per frequentarla. Mi ci trovai per sbaglio – a quei tempi cominciava a capitare sempre più spesso a chi viveva di poco – per l’ostinazione appassionata di mia madre. Se n’era fatta una questione di vita o di morte che a scuola continuassi, lei, autodidatta, che per bisogno prima, per passione poi, aveva calcato con molto onore le tavole del palcoscenico e s’era ritirata, dopo aver rifiutato una “scrittura” del grandissimo Eduardo: mio padre riteneva che nella vita d’una donna stimabile il teatro non ci fosse posto per il teatro.
La preparazione per l’esame di ammissione – ce ne voleva uno perché ai proletari era riservato a spese dello Stato solo l’avviamento professionale – costò ai miei genitori una stretta di cinghia che arrotondò le entrate di un giovane procuratore legale. Cominciai che l’Armata Rossa entrava a Budapest e Che Guevara iniziava con Castro la rivoluzione cubana – mentre i computer a transistor si preparavano a mandare a casa le schede perforate – e me ne andai che il Sant’Uffizio – c’era ancora, ma chi se lo ricorda? – rinnovava la scomunica ai comunisti e la rivoluzione vittoriosa portava il guerrigliero Guevara alla testa della “Banca National“: un Draghi rivoluzionario che poi sarà ministro. Ogni tempo ha gli uomini che merita.
Avevo la testa piena di declinazioni, recitavo D’Annunzio coi pastori d’Abruzzo e Omero, tradotto da Monti, mi aveva incantato per sempre con l’umanità del suo Ettore alle porte Scee. Devo dire che Achille non riscuoteva che rari consensi: operai o borghesi, venivamo da una guerra devastante, ferite dentro e fuori e il consumismo che s’annunciava non aveva ancora spento ricordi e umanità. Tranne i fascisti convinti e clericali codini, ognuno coltivava nell’anima una scintilla di solidarietà che faceva luce nel buio più profondo. Dei grandi dolori collettivi, la scia che più tarda a morire è la speranza.
Credo che Napoli avesse allora un solo liceo scientifico – il “Cuoco” si diceva in città – ma pochi sapevano che era intitolato al grande storico della rivoluzione del ‘99 – e non era affollato. Quella piccola parte di classe lavoratrice che aveva i figli a scuola nella élite del “superiore” puntava a “un titolo di studio finito” perché sperava di trasformare al più presto lo studio in lavoro. Era ad un tempo subordinazione di classe, problema di vita concreta e questione di censo. Geometri, ragionieri e periti era quanto di meglio si potesse sperare ed era un’impresa quasi impossibile. Posto perciò ne trovai subito, ma era un mondo chiuso e dentro – lo appresi a mie spese – si combatteva sordamente una battaglia di democrazia.
La scuola – ogni scuola – è figlia del suo tempo. Il mio fu tempo di conquiste della classi lavoratrici. E la battaglia passò anche per la scuola. Una volta si diceva: non è “portato” per la matematica. Mia madre, che aveva l’acutezza d’intuizione che hanno gli artisti, contestò subito la formuletta becera che mi bollava. Ma l’arte e la cultura non hanno ascolto nei palazzi del potere se non sono servili – “Cultura! Cultura! Ne avete paura! scandivano ieri i nostri teatranti fuori Montecitorio” – e il potere, nella scuola superiore che mi vide studente, era dalla parte degli insegnanti che contrabbandavano per scienza la storia delle intelligenze che sono “portate“.
– Non è portato per la matematica!
Quante volte gliel’avrà detto, pace all’anima sua, l’ex gerarca ch’era in cattedra al Cuoco, e quante volte mia madre rintuzzò come poteva quella menzogna, ma Goebbels aveva ragione: una menzogna ripetuta mille volte diventa una verità. Fu vero, quindi, che io non ero “portato” per la matematica e falso che pagavo il prezzo di una battaglia politica. Troppi grilli per la testa con la tessera di giovane comunista in un liceo che riconosceva cittadinanza solo ai giovani missini del Fronte della Gioventù, che poi sono andati al governo della repubblica antifascista. Così, tra un’assemblea illegale per il “rappresentante di classe” e un rapporto con sospensione per ragioni di disciplina, mi trovai in un gruppo di teste dure che camminava in salita.
La scuola – ogni scuola – è figlia del suo tempo. Il mio fu tempo di conquiste della classi lavoratrici. E la battaglia passò per la scuola.
Attorno alla cattedra di italiano e di storia e filosofia ci raccogliemmo in un gruppo sparuto e, senza far retorica, demmo filo da torcere al campo avverso. Entrò nel liceo a vele spiegate il testo del comunista Salinari e tutta la letteratura che è stata, che è e che sarà io l’ho imparata in quegli anni; trovai le chiavi di lettura e l’animo di un giovane, per aprirsi, non chiede che questo: una chiave che lo aiuti a leggere il mondo come gli pare. A vele spiegate la lezione di Dante si levò veramente nell’empireo. Tecce era il mio professore – a Napoli la scuola ha conosciuto il sindacato andandogli appresso – ed aveva cultura gramsciana. I missini si sfaldarono e giungemmo persino a sentire sospiri ammirati. Benigni col suo Dante non stupisce chi fu in quella trincea.
La storia contemporanea non feci a tempo a studiarla. Il quinto anno di liceo non l’ho mai frequentato, ma tra il terzo e il quarto anno la storia ce la insegnò Mario Benvenuto, reduce dalla tragedia dell’Armir, socialista e studioso di Marx, che non aveva pari nell’aprire la mente d’un giovane.
– Se incontrate il generale Messe – ci disse a inizio dei suoi corsi – dategli un calcio in culo e ditegli che ve l’ha chiesto il vostro professore. Dite Benvenuto e il calcio se lo tiene.
Di più ideologico c’era solo l’insegnamento della matematica, impartito dal fascista, di cui ricordo bene il cognome e non lo faccio. Dico solo che era preparato e apertamente feroce. Provocava perché dalla sua parte stava il potere. Avrei potuto starmene zitto, ma non lo feci e sapevo che l’avrei pagata. Ferii così profondamente mia madre e feci molto male a me stesso, ma fu anche una grande lezione di vita.
A partire da Messe e dalla tragedia dell’esercito italiano in Russia, feci storia contemporanea per due anni, se parlammo di Serse o provammo e ragionare del Re Sole: storia contemporanea sempre e comunque. Ed io, che di storia del nostro tempo oggi un poco mi intendo, ho imparato da quel professore l’essenziale. Sono venuti poi maestri celebrati d’accademia, ma in quei due anni ho incontrato la storia.
Lasciai il liceo, perché non c’era voto alto nelle materie letterarie che potesse ribaltare la sentenza inappellabile della matematica: tra scritto e orale, la media del tre.
Ho odiato ed amato quella scuola, nella quale ho imparato persino la matematica dal professore fascista – sapeva insegnarla, anche se mi costrinse a lasciare – e ci ho riconosciuto un principio: una società esprime un modello di scuola. Quel modello e non altro. Entro il modello poi agiscono, con una fedeltà speculare a ciò che accade all’esterno, forze, istanze e bisogni.
Certo, gli attori sono quelli di sempre – ragazzi, insegnanti, il personale non docente, le famiglie – e si muovono come possono e sanno, con quanto può esserci di buono e di cattivo, le punte alte e quelle basse, ma il copione lo scrive il mondo nel quale essi vivono.
Oggi il mondo è quello che è: trionfa il neoliberismo e quando gli estremi si toccano, le differenze sono somiglianze. Come in ogni momento della storia, tuttavia, entro le istituzioni nate per la conservazione – e la scuola è tra queste – cresce fatalmente un’alternativa. Una generazione si forma, per le vie e con i mezzi che ha, entro la realtà che trova e se crede la cambia. Prima o poi i nostri ragazzi cambieranno la scuola, perché cambieranno il mondo. Lo faranno e ci chiederanno conto di quello che stiamo combinando. Quando accadrà sarà molto difficile parlar loro di governance, governement e autonomia. La “scuola del silenzio” troverà voce per urlare.
Vorrei avere un respiro ancora per poter sorridere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 ottobre 2005.

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vicoloPer me smoke significa Forcella alla fine degli anni quaranta.
Vuoi sapere cos’è Forcella? Se hai un’idea tua di una bellezza divina, sciupata e maltrattata, se sai riconoscere un incubo, ma non hai paura di sognare, mettili assieme, paradiso e inferno, e saprai cos’è Napoli. Forcella è una strada di Napoli, Via Vicaria Vecchia c’è scritto sulle carte, una strada che scende verso un bivio e non è lontana dal mare. Di Forcella ricordo una chiesa caduta, che non c’è più, nera di fumo e di crepe che parevano rughe. Una bomba l’aveva centrata e pareva l’occhio guercio e bendato di un bucaniere. Era lì per fare la guardia a un antico budello: Vico Sant’Agostino alla Zecca, di fronte a Via delle Zite, vico di monache forse, certamente di zitelle, che si chiamava un tempo «Capo di Vico». Le conoscevo come le mie tasche quelle viuzze senza sole. Sono nato a Vico Zuroli, dove qualcuno conservava ciò che rimaneva d’una scatenata «devozione» popolare e ricordava Armelinda d’Ettore, la «santa», che in una casa di quel budello aveva vissuto.
Smoke per me è la divisa bianca dei marinai americani, le loro scarpe nere, lucide di «cromatina» e i lacci legati tra loro per farli inciampare, quando una mano svelta sfilava portafogli.
Smoke, per me, sono le bancarelle colorate del contrabbando di sigarette, pronte a sparire nell’ombra malata assieme ai cartoni variopinti delle “stecche” con le scritte inglesi storpiate dalla pronuncia scugnizza: «Pallaman! Lucstrai! Cammell!»
Questo è stato per me smoke e anch’io l’ho urlato come tanti. Urlavo, vendevo e se per caso ci piombava addosso« ‘a finanza», sfidavo la paura e facevo l’eroe. Tre passi e sparivo: «‘int’e vicoli ‘a finanza non nce trase…»
Smoke vuol dire pallore di ragazzini fatti solo di occhi grandi, svegli e profondi.
Smoke vuol dire per me occhi tristi.
Sono stato così, me lo ricordo bene; pronto a segnalare «a polisse» e «a finanza», convinto che il mondo avesse i suoi confini tra Via Duomo e le mura greche di Piazza Calenda, dove il malconcio «Cinema Teatro Trianon» m’incantava. Ci aveva recitato mia madre prima della guerra e anche a me piaceva recitare; per palcoscenico avevo la strada e ci mettevo in scena la commedia del coraggio che non avevo nella sfida precoce alla vita. Il cuore in petto mi batteva forte per la paura che non confessavo e correvo, correvo senza meta, avanti e indietro, dal barbacane che accecava il vicolo e mi metteva al riparo, alla strada di fronte, l’antica Via delle Zite, che misurava la forza delle mie gambe magre negli scatti improvvisi, nei salti sempre più lunghi oltre i cumuli di verdura di scarto che si allungavano da un marciapiede all’altro.
Correvo. Oltre i banchi di frutta e di pesce, a tutta velocità verso l’antico Sedil Capuano, assieme a compagni abituati alla diffidenza e alla solidarietà della strada. Compagni senza nome, che avevano solo soprannomi pittoreschi e barbari. Due più di tutti ricordo, sciupati, malaticci e subito affaticati, caratteristi per istinto, nati su quella scena improvvisata e sempre pronta a cambiare: Zé Monaco e l’inspiegato e rachitico Auccetiello. Recitavamo assieme, da artisti consumati, imitando l’andatura e i modi della gente che passava e riempiva la via di voci, colori e odore di vita; la gente che ci ignorava e scivolava via come fanno i tronchi sulla corrente dei fiumi, senza parlare, conservando gelosa i suoi segreti. Eravamo noi a decidere, a seconda dell’umore e dell’ora, se il pubblico dovesse amare o lottare, sperare o disperare. Noi, pronti a sberleffi e capriole, usavamo la gente come ispirazione, copione e pubblico d’occasione.
Smoke, per me, è Sant’Agostino alla Zecca, dove una sera scura piansi le lacrime che avevo – avevo appena visto sparire su, verso Sedil Capuano, mia madre in lite con mio padre – e sperai di morire. Mi trascinarono via i due compagni barbari, Zé Monaco e Auccetiello, con le parole incomprensibili d’una lingua che non era mia, ma dolci, sorprendentemente dolci – sono così in ogni lingua le parole della solidarietà: dolci come una musica – e non mi lasciarono più finché non mi tornò un sorriso anemico e non presi a recitare l’uomo forte, come facevo sempre per paura che si scoprisse la paura. Non avevano mamma, quei due, e Vico Sant’Agostino alla Zecca li aveva adottati. Io una mamma, invece ce l’avevo e la mia guerra un giorno finì.
Me ne andai una sera d’inverno. All’angolo del vicolo, i pantaloncini corti legati con lo spago, i gambali di gomma telata, le magliette di lana consumata, slabbrate e penzoloni, gli occhi più grandi del solito, due compagni disperati mi salutarono, piangendo.
«Nce vedimme».
Non ci tornai mai più. Ora è cambiato tutto, c’è chi conta le repubbliche e dice che siamo alla terza., Se ci passate, però, li trovate. Le repubbliche cambiano, ma loro sono sempre là, sessant’anni dopo.
Zé Monaco e l’inspiegato e rachitico Auccetiello. Per loro non è mai cambiato niente.

Da Fuoriregistro, 9 agosto 2003.

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Ho lavorato dodici ore e va così da molte settimane. La notte, quando mi accorgo che non ho più la forza di andare avanti, lascio poche parole scritte con una penna rossa sul foglio che ho davanti: sei arrivato qui… domani devi ricominciare dai documenti che hai ordinato lì, nell’angolo sinistro della scrivania. C’è un mondo da scoprire in quelle carte ammonticchiate una sull’altra e ricorda: prima di interrompere, hai trovato le tracce di Salvatore Mauriello. Te l’aspettavi, è vero, ma è importante ugualmente, perché è un’altra figura di antifascista che c’era, ebbe un ruolo ma non ce ne hanno parlato. Un caso? Una scelta? Come che sia, è una conferma. Tuttavia, non è il caso di far troppa festa. Non  puoi certamente fermarti qui e convincerti che hai capito. Non è così. Hai visto quante domande ti facevi stasera? Tante e le risposte ancora non le avevi tutte.
Domattina, appena sveglio, ricomincerò dalle domande, lo so. La ricerca storica a volte è una via crucis. Una gran parte della tua vita se ne va in una sorta di muto dialogo con mille persone che non ci sono più. Fortuna che, se le interroghi, una riposta te la danno, sennò sarebbe davvero una cosa da pazzi. Una via di mezzo tra il cimitero e il manicomio. Fortuna che sono stati militanti e hanno vissuto per un sistema di valori che continui a sentire tuo; fortuna che sono stati e sono uomini e donne di grande valore, per quanto sconosciuti o, forse, grandi proprio perché ignorati, accantonati, messi da parte e dimenticati. Si guarda in alto, ai leader, e ci si dimentica che senza soldati valorosi non ci sono generali vittoriosi.
Quante cose ho imparato oggi e quante ne porterò inevitabilmente con me! La cosa peggiore di tutte, però, non è la tristezza delle loro sconfitte. I fatti di cui ti parlano, la storia che ti raccontano è di per sé così ricca di umanità e così viva e vitale, che il peggio comincia quando alzi gli occhi e ti guardi attorno. Ma come abbiamo fatto a ridurci così? Monti, Renzi, Napolitano, D’Alema. Quando alzo gli occhi e mi guardo attorno, capisco che la sintesi vera tra manicomio e cimitero sta fuori dalle mie carte. E’ il mondo in cui viviamo.
Come ne usciamo?
Ricordati. Domani è questo che devi chiedere ai muti protagonisti delle tue quotidiane, interminabili chiacchierate. Come ne usciamo?

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Roma – Corrispondenza di guerra.

Mentre le forze armate dell’Africa risalgono la penisola italiana, e presto si congiungeranno alle vittoriose armate liberatrici dell’America Latina che sono ormai in Germania, nel cuore dell’Unione Europea ormai sconfitta, la realtà dello sterminio si fa più agghiacciante e si fa fatica a capire come si possa essere giunti a tanto senza che nessuno abbia mosso un dito. Qualcosa, certo, si sapeva. Da decenni ormai gli Stati membri dell’Unione avevano creato campi di concentramento per arginare quella che definivano “immigrazione illegale”. I primi campi erano sorti nel 1990; si chiamavono Centri di Identificazione ed Espulsione ed erano disseminati in tutti i Paese dell’Unione e ben presto si riempirono di sventurati. Poco più di vent’anni dopo, nel 2002, ce n’erano già 420. Era noto che si trattava di luoghi di detenzione in cui le forze dell’ordine avevano un così forte potere discrezionale, che in Italia spesso l’ingresso fu vietato persino a giornalisti e parlamentari. Si sapeva pure che inizialmente gli immigrati erano consegnati ai dittatori del nord Africa, tenuti in piedi dalle democrazie autoritarie dell’Occidente, e da questi sterminati nel deserto o lasciati a marcire in galera. Quando l’Africa cominciò a marciare verso la democrazia, l’Europa, in cui giungevano ancora a ondate gli immigrati dell’Est, si organizzò diversamente. Nel silenzio complice di una popolazione inebetita dalla propaganda di regime, la durata massima del fermo dei migranti crebbe di anno in anno, Nel 2012 in Italia e Grecia si era giunti già a 18 mesi, tant’è che, in un soprassalto di dignità, l’Italia era stata condannata per le politiche sull’immigrazione, ma non era servito a nulla. Nel Paese guida di una tragedia che ora assume i connotati del genocidio, non si riuscì mai a far approvare una legge sulla tortura e inutilmente, prima di essere messa a tacere per sempre, la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo condannò all’unanimità il Paese mediterraneo per una politica di respingimenti che si fondava su trattamenti degradanti e sulla tortura. In quegli anni, però, la democrazia agonizzava e uno dei tecnici chiamati a governare senza che il Paese andasse alle urne – un tale Riccardi – dichiarò che occorreva “ripensare la politica sull’immigrazione“. Ci ripensò così a lungo che, quando il governo cadde in un oscuro scontro per il potere, non era cambiato nulla. Respingimenti, internamento in campi di concentramento, tortura, tutto andò poi avanti come se nulla fosse e un silenzio tombale cadde sugli eventi successivi. L’allora ministro degli affari Interni, un ex prefetto di cui la storia non ricorda nulla se non che si chiamava Cancellieri, si limitò ad osservare che la sentenza andava “rispettata“. Non furono però rispettati i diritti umani ed oggi, mentre i liberatori avanzano, il mondo si accorge che il nazifascismo non è mai morto.

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