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La riflessione di Potere al Popolo sul ruolo dell’Università e della Ricerca nel mondo della formazione è stata finora debole e frammentaria. Ho già provato a porre l’accento sul problema, ma vale la pena di tornarci su, cercando risposte a domande emerse sin dalla nascita di Pap e cadute sostanzialmente nel vuoto. Perché, ad esempio, quando si tratta di discutere i docenti sono in genere più numerosi degli studenti? E perché tra gli insegnanti, gli «anziani» prevalgono sui più giovani?
Non si tratta di domande banali e per trovare risposte adeguate occorre forse «capovolgere» il nostro modo di impostare il ragionamento: invece di partire da ciò che vogliamo, bisogna forse cominciare da ciò che è accaduto. Poiché la volontà di correggere ciò che funziona male è la molla che sentiamo più forte, in genere procediamo in questo modo: la scuola così com’è non va per queste ragioni, noi la cambieremo e sarà come la vogliamo. E via con proposte di modifiche, leggi d’iniziativa popolare, raccolta firme, manifestazioni eccetera. Va bene così, o al nostro ragionamento manca qualcosa?

Si può pensare che manchi una riflessione sulle conseguenze prodotte dalle misure neoliberiste sul mondo della conoscenza e quindi nella società? Si può supporre che una di queste conseguenze produca un serio problema di partecipazione? Io penso di sì e credo che dovremmo anzitutto capire come siamo giunti a questo punto e quali siano i meccanismi che hanno prodotto una diffusa indifferenza. Individuarli consente di capire se e quanto c’entrino con la formazione e come si possa eventualmente smontarli. Tra noi vive ormai almeno una generazione di giovani – studenti e docenti – educata nelle agenzie di formazione di un Paese soffocato nei confini che vanno da Bassanini a Renzi. Una generazione, forse qualcosa in più di una generazione, cui sono stati abilmente sottratti gli strumenti che formano il pensiero critico, la capacità di pensare con la propria testa e valutare liberamente, che in fondo è anche capacità di opporsi, di non rassegnarsi, non cedere all’egoismo, all’indifferenza e al qualunquismo.
E’ vero, contano i dati materiali, ma l’aria che respiriamo non conta? Ciò che apprendiamo a casa, a scuola, nelle strade, dai social e dalla televisione un peso non ce l’ha? E che ruolo ha giocato nella sconfitta della sinistra? Una sconfitta culturale, prima ancora che politica, come sembrano dirci i milioni di voti ai 5 Stelle, che non sono solo meridionali e – ciò che più conta – per molti versi si incontrano agevolmente con gli altri milioni finiti alla destra leghista. In genere si pensa a un regime anzitutto come repressione, ma è una visone miope. Un regime reprime, ma bada anche a costruire consenso. Per farlo, sterilizza la conoscenza come potenziale arma di lotta e di fatto manipola il pensiero. Se ignoro i miei diritti, se non li riconosco nemmeno come tali, non rifiuto lo sfruttamento, ringrazio lo sfruttatore e divento persino ostile a chi vuole combatterlo. All’inizio della storia del movimento operaio e socialista, i lavoratori salutavano e ringraziavano i loro carnefici, se elargivano «benefici» e li definivano «padri dei lavoratori».

Torniamo al punto. Da tempo l’università è il laboratorio in cui il neoliberismo crea i suoi «intellettuali», forma i futuri docenti alla sua filosofia e ne fa preziosi veicoli di quel «pensiero unico», che essi poi insegnano nelle scuole alle giovani generazioni. Com’è ovvio, i contenuti di questo insegnamento sono quelli consentiti da un sistema di valutazione che, di fatto, costituisce uno strumento di controllo sulla cultura. E’ vero, università finanziate da adeguati investimenti dello Stato sono decisive per la crescita del tessuto sociale. Esse sono un irrinunciabile bene comune, che dovrebbe rendere possibile ciò che il giovane Gramsci chiese ai suoi coetanei, quando scrisse: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza». Le cose però non stanno così. Noi riusciamo ancora a vedere – e perciò li combattiamo – gli effetti macroscopici delle politiche neoliberiste: livelli di precarietà elevatissimi nell’area docente, sfiducia degli studenti e immatricolazioni che calano. L’Italia è l’ultimo paese europeo per percentuale di laureati, ma impone restrizioni al passaggio scuola superiore-Università; da noi le difficoltà economiche causano la rinunzia all’iscrizione e i numerosi abbandoni, ma la tassazione universitaria pubblica è più alta che altrove e abbiamo creato figure paradossali, quali gli «idonei non beneficiari», giovani ai quali, cioè, si riconosce il bisogno di un sostegno che però non avranno. Il diritto allo studio è un’astrazione, l’università è indebolita dalla penuria dei finanziamenti, isolata dal contesto sociale, e inaccessibile ai ceti meno abbienti. La sua decadenza è tra le cause principali del decadimento culturale, etico e politico della Repubblica.

Ridotta così, l’Università va rifondata, ma c’è un problema che in genere ci sfugge. Se diciamo Invalsi, molti di noi capiscono che parliamo di assurdi criteri di valutazione. Contro l’Invalsi perciò lottiamo. Se diciamo Anvur, si tratta ancora di valutazione, una valutazione che diventa addirittura controllo sulla cultura, ma pochi lo sanno e non è facile difendersi. Eppure, così com’è, la valutazione della ricerca è una galera per i ricercatori. Non è un tema da tre soldi. Se non lo affrontiamo, non avremo mai chiaro dove si nasconde uno dei principali nemici di una formazione critica generalizzata e di alto livello, sottratta agli interessi delle imprese e alle loro logiche di corto respiro.
La formazione non è un corpo a sé. Il suo principio-guida è nella Costituzione, quando, mettendo ordine e armonia tra uomo, lavoro e società, essa dice che quest’ultima è fondata sul lavoro, ma la sovranità non appartiene al mercato, bensì al popolo. Solo seguendo questa bussola, l’Università, ad esempio, può insegnare che le risorse della natura non costituiscono un patrimonio a disposizione delle ragioni del profitto, ma fanno parte di un ecosistema che ha inviolabili equilibri e che dal loro rispetto dipendono la nostra vita e quella di chi abiterà la terra dopo di noi. Ma l’Università questo non può più farlo, perché, gli equilibri ambientali sono subordinati agli interessi economici. Se le cose stanno così, si spiega il ruolo centrale svolto dall’Anvur: costruire sacerdoti del pensiero unico e spegnare nella maggior parte degli studenti la capacità di organizzare resistenza.

Ecco la risposta alle domande da cui siamo partiti. L’Anvur è un’agenzia che fa della quantità della produzione scientifica la misura della qualità di testi che le commissioni non leggono. Per l’Anvur, un lavoro vale se l’editore conta molto – meglio se straniero – se c’è chi lo cita – gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore «produce» molto e partecipa a convegni internazionali. Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a una sorta di «speedy gonzales» che dalla laurea al concorso, in tredici anni, ha firmato otto saggi e «curato» nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo, come Cristo i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. A conti fatti, rigo più rigo meno, 200 pagine all’anno per tredici anni. Un impegno che non gli ha impedito di organizzare undici convegni, dire la sua in ventinove simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali, svolgere il ruolo di revisore per valutare «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, presentare quattro progetti di rilevanza nazionale e internazionale e, dulcis in fundo, trovare modo di partecipare alle attività di otto comitati scientifici. La commissione che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, non s’è posta la domanda cruciale: quanto tempo il candidato ha potuto dedicare alla ricerca?

A che serve questo meccanismo e quali effetti produce sull’insegnamento? Perché l’Anvur con la sua logica produttivistica impone alla ricerca vincoli temporali, se i progetti di qualità richiedono spesso anni di lavoro e tutti sanno che il valore reale della ricerca è la qualità, che si misura in base alla metodologia, all’originalità, alla capacità innovativa e alla ricchezza creativa? La risposta è semplice: l’Anvur sa che il legame forte tra «grandi editori» e «baroni» che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se studio gli anarchici, per esempio, non pubblico i risultati delle mie ricerche e non vinco concorsi. Di conseguenza studierò altro e nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Se voglio occuparmi di salute mentale e seguire la scuola di Basaglia e Piro, non otterrò cattedre con le mie ricerche, perché non troverò editori. O rinuncio, o batto la via farmacologica. La conseguenza è una salute mentale che torna a soluzioni repressive, narcotici e letti di contenzione e una università dai cui insegnamenti sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del disagio come male sociale.
Potremmo continuare, ma ormai dovrebbe esser chiaro. Valutare per controllare significa imporre dall’esterno «obiettivi di valore» che ispirano periodiche verifiche della qualità dell’insegnamento; significa creare docenti che tutelano potere e mercato. Significa decidere cosa diranno i libri di testo. E’ questo meccanismo che rende apatico lo studente, impreparato e subordinato il docente, formato al pensiero dominante. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto stretto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava sugli studenti è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.

Il Blog dei Pazzi, 30 dicembre 2010

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images«All’azienda scuola sono stati sottratti 10 miliardi di euro e non si sa più come evitare il fallimento? Per favore, calma e ricordiamoci che la miglior difesa e l’attacco». Parlano chiaro tra loro il Presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, perché in fondo sanno di non correre rischi. Il mondo dell’informazione, quello che conta soprattutto e ha grande influenza sull’opinione pubblica, è tutto dalla loro parte e questo ha un peso decisivo. Se la stampa non fosse legata al carro dei padroni del vapore, il governo sarebbe al capolinea; aveva esordito promettendo dimissioni se non avesse lavorato per salvare dal fallimento il sistema formativo e oggi sarebbe facile metterlo alle corde: la scuola e l’università mancano persino di ossigeno in sala rianimazione e lo sfascio è evidente. Al governo però – orribile a dirsi! – ci sono assieme Berlusconi col suo impero mediatico e il PD, che con De Benedetti non ha certo difficoltà nella manipolazione delle coscienze. Passata parola, perciò, in un battibaleno la linea è tracciata e da sera a mattino si scatena un inferno. Anzitutto riflettori accesi sui 400 milioni stanziati dal governo per la Ricerca e la Scuola. Pensate che sia solo un’elemosina e vi sembra acqua che non toglie sete? Avete certamente ragione, ma il fuoco di fila di giornali e televisioni copre lo scandalo, convince i dubbiosi, zittisce i critici e capovolge i fatti. Non c’è giornale o televisione che non esulti, non venda patacche,  non trasformi la miseria in ricchezza, non parli di inversione di tendenza. L’azienda è sempre più vicina al fallimento, ma non c’è mezzobusto che non registri la scelta illuminata d’una classe dirigente che ha finalmente messo al primo punto della sua agenda il pianeta formazione.
E’ vero, sì, il 70 % degli undicimila vincitori di un imbroglio chiamato concorso rimarrà a casa, ma niente paura: è pronto un piano triennale di assunzioni che porterà a scuola 69.000 nuovi docenti… E poiché c’è ancora una pattuglia di insegnanti che non ama il quieto vivere, tenta di dar battaglia, e fa notare che è ora di piantarla con le promesse, ecco la stampa passare all’attacco: «Se non si inquadrano gli insegnati» – titola il giornalismo indipendente – «è inutile che il governo punti sulla formula magica Scuola–futuro». Il fuoco di fila è micidiale: «Per chi non lo sapesse» – cantano in coro le televisioni – «gli alunni sono somari perché i docenti non conoscono il loro mestiere!». E’ un coro da tragedia greca, una criminalizzazione da Colonna Infame e in fondo qualche ragione ce l’hanno. Politici e stampa sono, di fatto, la prova vivente dei limiti del nostro sistema formativo. Se avesse funzionato, noi non avremmo giornalisti messi così male che, al paragone, persino Interlandi vincerebbe il premio Pulitzer e risulterebbe un modello d’indipendenza. In quanto ai politici, spesso praticamente analfabeti, c’è poco da lamentarsi: probabilmente Renzi e compagni sono usciti quasi tutti dalle nostre aule.
Il fatto è, però, che noi, asini matricolati, abbiamo frequentato le facoltà in cui insegnano e ci hanno insegnato a insegnare i docenti delle nostre università. Se dagli studenti si dovessero giudicare gli insegnanti, beh, non ci sarebbero dubbi: gli asini per eccellenza andrebbero cercati là. Invece per loro la regola non vale. Sono tutti bravi, anzi, sono tutti bravissimi, come Berlinguer, Profumo e Carrozza, docenti universitari e ministri dell’Istruzione.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2013 e su Liberazione.it il 18 settembre 2013

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Sul filo di lana e nella logica oltraggiosa del “voto utile“, Skuola, sponsorizzata da Mediaset e Tgcom24, ha pensato bene di chiarire ai lettori-elettori i progetti per la scuola dai “grandi” protagonisti delle elezioni, senza interpellare gli altri candidati. L’iniziativa è quantomeno singolare. I rapporti tra la scuola malata e l’equipe dei “guaritori” dovrebbero essere ormai chiari: Bersani Monti e Berlusconi l’hanno governata assieme in piena concordia. Assieme hanno deciso i rovinosi tagli, l’illegale concorso a quiz e la sorte riservata ai precari; assieme hanno trasferito milioni di euro dal pubblico al privato in sfregio alla Costituzione e non c’è stato gran dissenso nemmeno sulle campagne di stampa per l’orario dei docenti e l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Scuola, istruzione e ricerca, fortilizi di democrazia, strumenti imprescindibili di promozione e riscatto sociale e autentici motori di quello sviluppo invano cercato nella trappola del rigore, nella mortificazione dei lavoratori, nell’attacco ai diritti e nella difesa di privilegi di classe, non avevano mai conosciuto il tracollo che viviamo. La trionfante DC del’48 non giunse a fare delle politiche per la conoscenza il perno di quel “sovversivismo dei ceti dirigenti” che ha ispirato Monti, il suo governo e la maggioranza che l’ha sostenuto. In linea con una tendenza tipica del neoliberismo all’italiana, Monti, Berlusconi e Bersani non si sono limitati infatti a una devastante rinuncia agli investimenti, ma hanno dilapidato un patrimonio di conoscenze e di esperienze pedagogiche e didattiche. Per un anno si è parlato di merito mentre si tagliavano servizi, si sono violate le regole mentre si bandivano crociate per la cultura della legalità, si è battuto sul tasto della formazione e lì ci si è fermati, ignorando che essa è solo una parte del mondo più ampio e complesso che si definisce educazione. Al tirar delle somme, è emerso il disastro e dopo le infinite chiacchiere sulla meritocrazia i docenti, messi sotto processo, hanno potuto verificare che ciò che si voleva da loro era solo la disponibilità a smetterla di educare, di fornire, cioè, strumenti in grado di formare coscienze, scegliere tra sistemi di valori, ricavare dall’insegnamento ciò che sarà utile per la durata di una vita che chiede anzitutto autonomia e capacità di relazione dialettica col tempo che cambia. Si voleva dimenticassero, in ultima analisi, che usar bene una penna, non significa “esser padroni del pennino e dell’inchiostro” ma aver parole da dire quale che sia lo strumento utilizzato: il miscuglio di acqua e polvere colorata con cui la preistoria ci parla dalle sue caverne, la biro, la matita, la tastiera virtuale di un tablet o quale che sia domani lo strumento tecnico che ci consentirà la comunicazione grafica. Si voleva che si limitassero a fornire agli studenti un minimo di competenze da spendere in tempo breve sul mercato del lavoro, per farne una piccola, alienata rotella del grande ingranaggio della produzione. Era, a ben vedere, la messa al bando del “Prometeo”, di “colui che riflette prima” e poi si schiera in un conflitto che è legge di vita e nel titanico scontro, metafora classica della lotta di classe, sa come rubare il fuoco agli dei.
Una scelta politica di fondo, quindi, perché ormai è chiaro: a dar retta agli stregoni del capitale, ai docenti tocca stravolgere il “tempo” della scuola, il vero capitale del loro investimento sul futuro; un “tempo” che è l’elemento di distinzione tra una programmazione che guarda lontano e quella che si limita a interventi a “ricaduta immediata”, verificabili in senso quantitativo nel breve volger di un anno. Di qui l’Invalsi e i quiz che levano alla gloria degli altari la nozione in nome di una utilità momentanea, buona per derubare i ceti subalterni di una “scuola per la vita” e disarmare Prometeo, difendendo dal furto il fuoco degli dei. Chi ha dato uno sguardo alla legge di stabilità, conosce la miseria della filosofia che sta dietro le scelte condivise dai tre “grandi” e la domanda a questo punto è legittima: perché “Skuola” e in generale il circo mediatico danno tanto spazio ai protagonisti di un sfascio senza precedenti, lasciando fuori Grillo, Ingroia e Giannino?
Se il caso Giannino, profeta della meritocrazia scivolato, guarda caso, proprio su questioni di merito e di educazione – due lauree inventate per rimpinguare il percorso di studi – induce a riflettere sui mostri che genera l’impuro connubio tra merito e mercato, non meno interessante è il “caso Grillo”. Al di là del ritorno alla “politica in piazza” e delle conseguenti “piazzate”, il suo programma, infatti, mette la scuola su binari “transitabili” dagli addetti ai lavori e attacca le due destre già alleate nel sostegno a Monti con un’affermazione che non fa spazio a equivoci: abolizione della legge Gelmini. Alla chiarezza dell’incipit, però, seguono poi il rifiuto dei finanziamenti dello Stato alle scuole confessionali e private, che fa l’occhiolino al dissenso di sinistra e, per rovescio, i cavalli di battaglia di Profumo, in modo da non dimenticare le delusioni della destra: abolizione del valore legale dei titoli di studio e integrazione Università/Aziende; infine, per star dietro al “nuovismo”, che è un “ismo” vitale per il populismo, tutto il web del mondo, il possibile e l’impossibile, senza criteri didattici, con l’abolizione graduale dei libri di scuola stampati e quindi la loro gratuità. Principi sani e fanfaronate, com’è nello stile della casa, ma Skuola ha fatto la sua scelta: l’alba del nuova politica nasce con Berlusconi, muore con Monti e fa i conti con Bersani. Altro non conviene ci sia e non se ne parla. Svanisce così la sinistra raccolta attorno a Ingroia con un programma che si colloca in modo consapevole fuori l’«arco incostituzionale» dei neoliberisti e scandalizza i sacerdoti del dio mercato con quel suo inizio che riafferma il valore universale della scuola, dell’università della ricerca pubbliche. Chi l’ha pensato, non ha cercato a tutti i costi il nuovo ed è, anzi, tornato schiettamente alla “vecchia” tradizione di uomini come Calamandrei, all’idea di una repubblica che garantisce l’accesso ai saperi per tutte e tutti, in base al principio indiscutibile che non esiste altra via per assicurare al Paese cittadine e cittadini liberi e consapevoli; un ritorno a dottrine sociali o addirittura all’«eresia socialista» della centralità della conoscenza, tanto cara ai padri Costituenti, da indurli a farne il tema del terzo principio della legge fondamentale della repubblica. Anche qui netto è il rifiuto della legge Gelmini, voluta da Berlusconi, cara a Monti e Profumo e mai seriamente messa in discussione da Bersani. Un rifiuto che si accompagna a proposte di ispirazione europeista, l’Europa antifascista di Spinelli, però, che è agli antipodi dell’Unione bancaria di Monti, Bersani e compagnia cantante: l’obbligo scolastico a 18 anni e il ritiro del blocco degli organici imposto dalle ultime leggi finanziarie, tutte ispirate, giova dirlo, al delirio monetarista di sacerdoti e servi sciocchi dell’Europa germanica. In questo solco di ispirazione democratica e di “statalismo socialista” – ecco un’altra eresia – si pongono il rifiuto di “qualsiasi progetto di privatizzazione del sistema di istruzione” che unisce sostanzialmente i tre “grandi”, e la stabilizzazione del personale precario. Novità significativa, la visione articolata delle politiche culturali. Sarà “passato” anche questo – siamo a Spinelli e al “Club del Coccodrillo”, al tempo in cui il nesso tra formare e informare era così chiaro, che Gaetano Arfè cercò di far nascere un telegiornale europeo – ma per Ingroia e compagni, scuola, università e formazione viaggiano sullo stesso binario di una seria riforma dell’informazione e del sistema radiotelevisivo che ne spezzi la subordinazione ai poteri economico-finanziario.
Di tutto ciò s’è parlato poco e si capisce il perché: la ricetta è alternativa. Né, maghi, né guaritori e nemmeno “miracoli rivoluzionari”. Senso della storia, però, occhio volto al futuro e, per farla breve, tanta Costituzione. Le urne non cambieranno il mondo, ma a ragionare onestamente bisognerà dirlo: col loro voto scuola e università hanno l’occasione di valutare con decisiva chiarezza l’Invalsi, l’Anvur, e la pletora di ignoranti che da tempo millanta crediti che non ha.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 febbraio 2103

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Stefano Esposito e Mario Pittoni sono stati “nominati” rispettivamente deputato e senatore nell’aprile del 2008. Il primo l’ha imposto agli italiani il segretario del Partito Democratico, il secondo ce l’ha regalato il padre padrone della Lega Padana. Negli anni vituperati della “prima repubblica” non sarebbero mai entrati alle Camere, in quelli nostri, che politologi, pennivendoli e velinari definiscono della “transizione“, godono di laute prebende, vasti privilegi e conseguenti onori. Accomunati dalla fede liberista, Esposito è pagato per far l’opposizione al governo, Pittoni, per sostenerlo, ma la fatica che fanno per dimostrare le contrapposte appartenenze ricorda Sisifo e il suo impossibile macigno. Entrambi federalisti, entrambi liberali e liberisti, più spesso d’accordo che divisi, s’occupano tutt’e due, nessuno sa bene in nome di quali titoli conquistati sul campo, di questioni legate alla scuola e anche qui, dietro le differenze sbandierate, dietro gli scontri sanguinosi recitati nell’aula sorda e grigia e le diverse linee ufficiali dei partiti, le vicinanze spurie sono ben più marcate delle distanze ostentate.

Lo sanno tutti. In tema di politica ormai vige il principio antico della regia marina: ciò che dici stasera non vale domattina. Non fa meraviglia, perciò, se oggi, mentre sul dramma dei precari della scuola Bersani punta il dito sul Governo e la Lega s’attesta a difesa, il democratico Esposito s’incontri a Torino col leghista Pittoni per un’intesa sulla questione delle graduatorie a pettine e sulla proposta di emendamenti legata al “bonus di permanenza“. Qui non conta entrare nel merito della proposta. Il trattamento ricevuto dai precari della scuola dalle due destre che in Parlamento recitano a turno i ruoli di maggioranza e opposizione basta da solo a giustificare centomila piazze italiane occupate e una rivolta ben più che nordafricana. Importa notare due cose: tra divergenze sbandierate e convergenze realizzate, questa maggioranza e questa opposizione hanno smantellato assieme scuola, università e ricerca. Non importa se alla fine la spunteranno Pittone e la Lega, sicché gli insegnanti che non hanno lasciato la propria provincia riceveranno un punteggio aggiuntivo, o se le cose rimarranno com’erano e ogni docente otterrà in graduatoria la posizione che gli spettava in base al punteggio maturato. Pettine o no, l’oltraggio sanguinoso al lavoro e ai diritti, l’attacco micidiale alla scuola, il disprezzo delle regole e della funzione decisiva del sistema formativo è tale, che non saranno Esposito e Pittone a migliorare o peggiorare il quadro. Conta invece, questo sì, nel clima euforico delle vittorie elettorali e nei legittimi sogni legati ai referendum, la consapevolezza che la via elettorale non produce automaticamente la soluzione della crisi, che fortissimo, anzi, è il rischio che tutto si riduca all’ennesima trucco dei gattopardi.

Abbiamo di fronte due destre consorziate per il potere contro i diritti. Due bande che si spalleggiano da anni, sceneggiando lo scontro nel palazzo e soffocando la rabbia nelle piazze. Abilmente Esposito e Pittone segnano confini inesistenti per ingannare i polli, ma in Parlamento siede gente che, da Genova 2001, copre sistematicamente le spalle a ogni prepotenza dell’ordine costituito, gente che ha lasciato passare ogni vergogna e in dieci anni, destra o sinistra è stato lo stesso, non ha voluto mettere insieme una Commissione d’inchiesta sulla macelleria cilena, sulle guerre incostituzionali condotte con armi proibite, sui bilanci di scuola e sanità criminalmente dissestati per incrementare la spesa militare. Gente che s’è assunta in solido la responsabilità del dissesto idrogeologico e delle sue tragiche conseguenze. Si può anche credere, è legittimo e la speranza è l’ultima a morire, che una marea di voti antisistema produca un pacifico terremoto, sicché finalmente poi si volti pagina. Si può e si deve crederlo. Dopo il 14 dicembre del 2010, tuttavia, con i giovani in piazza come a Tunisi e i deputati barricati nel palazzo per vendere e comprare voti, quel “golpe bianco” procede strisciante. Bene sarebbe, perciò, se Esposito e Pittone potessero sentire che non è più tempo di trucchi, che l’unità alla base s’è saldata: precari, lavoratori ancora “garantiti“, disoccupati e cassintegrati. Si parla da giorni di “un nuovo modo di fare politica“; sembra riguardi leader e partiti e non è vero. Il “nuovo modo” è antico e riguarda noi: dietro i gentili “Cahiers de Doléances “, c’è la rabbia che incendiò la Bastiglia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 giugno 2011

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Per una volta, contro ogni regola di questo Blog, ospito un appello. Lo ricevo dalla “Rete 29 aprile” e lo mando in giro. Sarebbe stato meglio se i ricercatori l’avessero capito due anni fa che da soli non si passa, quando toccò alla scuola, ma questo non è il momento delle divisioni. Ora occorre davvero far quadrato, perché siamo alla resa dei conti. Non si può essere tutti là, ma una mano la si dà anche solo facendo girare l’appello. L’opposizione tace, buona parte del Paese è sconcertato e inerte, letteralmente drogato dalla propaganda e dalle televisoni commerciali. Siamo sull’orlo di una catastrofe senza precedenti ed occorre REAGIRE. Ora, subito, in ogni modo possibile. Fini e i suoi giocano una partita personale e sono sempre stati complici di Berlusconi. Questo Parlamento che nessuno di noi ha eletto è illegittimo e sta distruggendo il futuro di intere generazioni di giovani. Non si può più stare a guardare. Ne va dell’avvenire dei figli e dei nipoti. REAGIRE! RESISTERE! Ecco la parola d’ordine che occorre far circolare.
 

PARTECIPIAMO TUTTI UNITI AL PRESIDIO CONTRO IL DDL GELMINI IL 24

NOVEMBRE A PARTIRE DALLE

ORE 10,00 A PIAZZA MONTECITORIO

In Italia è in atto una fase di oscuramento totale. Si sta cercando in ogni modo e con ogni mezzo di ridurre la capacità di reazione delle persone.

I tagli alla Cultura¸, le leggi sulla scuola e sull’Università portate avanti dalla Gelmini, così come il decreto intercettazioni appaiono come il segno di un unico progetto. Vale a dire diminuire l?informazione e, soprattutto, ridurre la possibilità di formare menti pensanti che possano in qualche modo opporsi a questo modo di condurre le cose.

Cultura, Università, scuola e informazione consentono alle persone di pensare.

Perché si vuole annientare tutto questo? Cosa c’è dietro questo disegno?

Siamo Ricercatori della Rete 29 aprile, una rete che coinvolge 40 atenei italiani in lotta contro il DDL Gelmini. Quella che stiamo portando avanti non è una battaglia corporativa, ma è l’estremo tentativo di opporsi a un Disegno di Legge che porterà alla progressiva chiusura dell’università pubblica.

Il 24 e 25 sarà approvato il Disegno di Legge Gelmini.

Se questo avverrà si sancirà di fatto la chiusura dell’Università pubblica.

 

Questo disegno di legge prevede, infatti, l’ingresso dei privati nelle università che potranno decidere anche delle politiche culturali.

Potete immaginare cosa succederà? Chi dei privati avrà interesse a finanziare facoltà che non hanno un immediato ritorno economico?

Il governo dell’Università sarà nelle mani dei privati che potranno decidere dell’apertura e chiusura dei Corsi di Laurea e la vendita dei beni immobili.

Avranno anche il controllo sulle linee di ricerca, quella ricerca di soluzioni nuove di cui Il Paese ha disperato bisogno per invertire la rotta del declino. Un declino che si traduce non solo in impoverimento culturale, ma anche in un crescente deterioramento delle condizioni di vita di tutti i cittadini, dall’università alla scuola, dai teatri alle fabbriche.

I precari che da anni collaborano al funzionamento dell’Università con insegnamenti e ricerche praticamente non avranno più possibilità di accesso. Le persone entreranno solo per chiamata diretta e a decidere il loro ingresso saranno in pochi.

Noi ricercatori siamo dichiarati figura a esaurimento, senza più possibilità di fare ricerca per mancanza di fondi e senza più possibilità di incidere sulle  sorti dell’Università.

Del resto lo stesso Berlusconi ha dichiarato: ?perché dovremmo pagare uno scienziato se L’Italia è famosa nel mondo per vendere scarpe?

Ma soprattutto se questo Disegno di Legge verrà approvato il problema più grande sarà per gli studenti:

–          Le borse di studio sono ridotte del 90%

–          Saranno raddoppiate le tasse scolastiche

–          Verrà introdotto il “prestito d’onore”.

In pratica si dovranno indebitare a vita per frequentare l’Università

–          La riduzione del turn over, inoltre, in un combinato disposto con i tagli proposti da Tremonti, ridurrà progressivamente il corpo docente, con il rischio reale che gli studenti si iscriveranno all’università, ma non avranno assicurata la fine degli studi per mancanza di professori o, al meglio, verranno ammassati tutti insieme in aule super affollate in cui non sarà possibile seguirli adeguatamente.

Si è detto che è stata finanziata l’Università in realtà il Miliardo sbandierato è a fronte di un taglio di un Miliardo e mezzo di Euro.

QUINDI, IN REALTA’E’ STATO FATTO UN TAGLIO DI MEZZO MILIARDO DI EURO A FRONTE DI UN FINANZIAMENTO DATO AI  PRIVATI.

QUESTO NON è Più UN PROBLEMA SOLO DEGLI UNIVERSITARI, MA DI TUTTI COLORO CHE CREDONO NEL FUTURO DI QUESTO PAESE DI TUTTI COLORO CHE HANNO FIGLI O NIPOTI A CUI SARA’ PRECLUSO L’ACCESSO ALL’ISTRUZIONE.

 

Si calcola che il figlio di un impiegato non potrà più accedere all’Università, non solo il figlio di un operaio. Del resto un ministro di questo Governo ha recentemente dichiarato che abbiamo troppi laureati.

IL Governo vuole approvare questo Disegno di Legge ad ogni costo.

Venerdì, violando i regolamenti della Camera, sono arrivati addirittura a ritirare loro emendamenti, cancellando finanziamenti e introducendo elementi che hanno evidenti principi di incostituzionalità.

SIAMO QUI PER FARE UN APPELLO A TUTTI VOI

IL 24 NOVEMBRE ALLE ORE 10,00 INIZIA UN PRESIDIO A MONTECITORIO CHE PROSEGUIRA’

FINO AL 25

NOI RICERCATORI SIAMO DISPOSTI A TUTTO PERCHE’ QUESTO DISEGNO DI LEGGE NON PASSI, ANCHE AD AZIONI ECLATANTI.

CHIEDIAMO IL VOSTRO SOSTEGNO E LA VOSTRA PARTECIPAZIONE ATTIVA IN QUESTA BATTAGLIA AIUTATECI A FERMARE QUESTO DISEGNO DI LEGGE IN NOME DELLA CULTURA, DELL’EGUAGLIANZA E DEI DIRITTI, SOPRATTUTTO DEL DIRITTO ALLO STUDIO

PERCHE’ L’UNIVERSITA’ NON SIA SOLO UNA COSA PER RICCHI E A SERVIZIO DELLE AZIENDE PERCHE’ RIMANGA LIBERA, PUBBLICA E APERTA A TUTTI

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