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Posts Tagged ‘Val di Susa’

Di Vilio Pasquale Anarchico e combattente delle Quattro GiornateDopo la Val di Susa, anche a Roma e a Napoli arresti e retate di militanti segnano un giro di vite di un governo che se ne va, pugnalato alla schiena da una nullità come Renzi, segretario del maggior partito di maggioranza, in una guerra per bande tutta interna ai partiti. La politica non c’entra e non c’entrano nulla i problemi della gente che soffre per gli errori, l’incapacità, la cialtroneria, la sete di potere e le politiche classiste di una banda di nominati priva di legittimità politica e morale. Una classe dirigente di gran lunga peggiore di quella fascista.
Non ho voglia di discorsi politici. Sono stanco. Passo lunghe ore in archivio, deciso a cercare le radici del presente nel nostro passato, per ricordare a quanti lottano e non si sono arresi chi siamo e da dove veniamo. Non sprecherò parole. Desidero solo mandare un messaggio di solidarietà e di incoraggiamento a chi è caduto in mano a un sistema repressivo nemico giurato della giustizia sociale. A loro dedico una foto che è da sola un programma, un impegno e una certezza. Fu scattata dalla polizia fascista a Pasquale di Vilio, un anarchico di Scisciano, nei pressi di Napoli, dopo un arresto eseguito con le logiche che hanno condotto in galera oggi gente che lotta per il lavoro e la casa. Le stesse leggi, identiche, e le stesse imputazioni: il codice era ed è quello del fascista Rocco e la volontà repressiva è immutata. Quest’uomo lottò come poté, si piegò, quando lottare poteva significare spezzarsi, non collaborò mai, non cambiò mai idea, non rinunziò a credere in quello che riteneva giusto. Per non farsi spezzare il futuro, cospirò, ma scelse la via della prudenza. Un rivoluzionario sa che non è giusto rischiare, senza avere fondati motivi per credere di poter restituire il colpo. Il 27 settembre del 1943, quando si giunse alla resa dei conti, Pasquale Di Vilio uscì allo scoperto, armi in pugno, e per fascisti e nazisti non ci fu scampo. Le Quattro Giornate le chiamano gli storici, ma in genere si racconta che si trattava di “scugnizzi”, perché il potere ha paura dei popoli che prendono in mano il loro destino e lottano. Quest’uomo è la prova che non furono gli “scugnizzi” a costringere i tedeschi alla resa. Ce n’erano tanti come lui. Lottarono per se stessi e per tutti noi. Dopo la sconfitta del regime, fu un apprezzato sindacalista. I compagni che ne conoscevano l’impegno lo chiamavano “Sbardellotto”, perché ricordava l’anarchico fucilato da Mussolini. E’ una lezione da non dimenticare: non c’è nessun regime capace di durare e non c’è popolo che si rassegni alla violenza del potere. Chi pensa di chiudere la partita con gli arresti, le manette e la galera, ha fatto male i suoi conti. E’ solo questione di tempo.
Questa è la storia e occorre farci i conti.

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imagesLegga queste mie parole, direttore, come una lettera aperta a un giornalista indipendente, che d’un tratto mostra i sintomi di un singolare restringimento del campo visivo. Pare ormai che lei osservi il mondo guardandolo dal buco di una serratura e ci racconti la parte per il tutto. Le violenze dei No Tav, per dirne una, che non servono «degnamente una causa democratica». Si direbbe che lei non veda la crisi in cui versa la democrazia nel nostro Paese.
L’incostituzionalità dell’attività di governo è una violenza esercitata su principi fondanti e regole della nostra democrazia; non penso alle occupazioni militari imposte là dove mancano argomenti da opporre alle ragioni incontestabili di chi protesta: dalla Campania del biocidio alla Val di Susa, schieriamo contro i diritti più uomini di quanti combattono guerre sedicenti «umanitarie», talora disumane, spesso in odore di incostituzionalità. Certo, questo sarebbe un tema su cui riflettere, ma io penso piuttosto allo stato comatoso in cui versano le Istituzioni nel Paese. Si fermi solo al 2013. Si va al voto con una legge elettorale incostituzionale, di gran lunga peggiore di quella Acerbo, che consegnò il Paese a Mussolini. Sceglie la destra chi si sente tutelato dall’impegno preso durante la campagna elettorale: mai con la sinistra. Vota il PD chi gli crede: non faremo governi con la destra. Dopo il voto, ecco il ceffone agli elettori: si fa il governo delle «larghe intese»”: destra e sinistra unite con la fiducia accordata da un Parlamento di «nominati», gente che nessuno ha votato, scelta dai segretari di partito secondo criteri che non tutelano l’interesse del Paese. Non basta. La Camera dei Deputati, nata scandalosamente da una legge truffaldina – di fatto illegittima – non si fa scrupolo di contribuire alla rielezione di Napolitano che, a meno di patti col diavolo, diventa così non solo Presidente della Repubblica per la seconda volta – mai accaduto nella storia della Repubblica – ma Presidente a vita.
Ce n’è quanto basta per guardare preoccupati alla salute della democrazia in Italia, tanto più che la violenza esercitata contro il «popolo sovrano» non si ferma qui. Il Parlamento dei «nominati», infatti – un’assemblea autorevole quanto la mussoliniana Camera dei Fasci e delle Corporazioni – decide di cambiare le regole del gioco, modificando l’articolo 138 della Costituzione: proprio quello che ne faceva uno «Statuto rigido». A chiudere il cerchio pensa, infine, Napolitano, che ha già voluto la cancellazione di alcune sue conversazioni con un imputato per reati in cui si vede spuntare la mafia. L’ha fatto, sostiene, per difendere le prerogative del ruolo istituzionale. Una questione di principio, insomma, che non avrebbe minato la sua credibilità, già indebolita dalla vicenda Monti, se, ottenuto lo scopo, avesse avuto la «sensibilità democratica» di divulgare «sua sponte» il contenuto delle telefonate intercettate per caso. Conversazioni di per sé censurabili, dal momento che un Capo dello Stato non dovrebbe intrattenere rapporti con imputati eccellenti, tanto più se indagati per ragioni di mafia. E’ stato proprio lui, Giorgio Napolitano, campione di trasparenza, ad avviare una prassi obliqua, se non incostituzionale, per cambiare la legge fondamentale dello Stato, inventandosi una «Commissione di saggi», qualcuno scelto anche tra i «creduloni» della tragicomica faccenda Ruby-Mubarak. Cambiato l’articolo 138 e affidata la sorte della Costituzione a uomini che nessuno ha eletto, a un Parlamento di «nominati» e a un governo sostenuto da forzitalioti e neocentrisiti di ventennale militanza berlusconiana – è questa la nostra nuova Costituente – il gioco è fatto e la Costituzione rischia l’oltraggio estremo. Non è un’opinione peregrina; lo affermano giuristi di chiara fama come Rodotà e Zagrebelsky, per fare dei nomi.
Un clima di così inaudita violenza verso le Istituzioni del Paese si è registrato solo con l’avvento del fascismo, caro Mentana, ma lei insiste sulla democrazia minacciata dai No Tav. Così, direttore, fa torto alla sua intelligenza e a quella di chi l’ascolta, credendola diverso da pennivendoli e velinari che costituiscono purtroppo il nerbo della sua categoria. La crisi della democrazia esiste, direttore, è gravissima e i No Tav ne sono al più l’inevitabile conseguenza. Le cause, quelle vere e preoccupanti sono da cercare tutte tra partiti e uomini delle Istituzioni. Questo, però, evidentemente non si vede dal buco della sua serratura.

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Aria di festa, ma perché? Hanno approvato finalmente una legge elettorale proporzionale che scioglie il nodo della rappresentanza?
Pare di no.
Allora si fa festa perché finalmente Enrico Letta è andato in Germania e gliele ha cantate: la volete piantare con il rigore? State distruggendo l’Europa!
giovanardiMa che ti salta in mente? Ce lo vedi, tu, uno come Letta che dice pane al pane e vino al vino?
Va beh, però se si fa festa, una ragione ci deve pur essere. Aspetta, ho capito. Dopo gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile, Letta si è reso conto della situazione, ha disdetto il contratto con la Lockeed Martin e gli F35 non li compriamo più…
Già, così gli americani ce la fanno pagare…
Cavolo, però, anche questo è vero… E allora sarà festa perché finalmente si va in soccorso della scuola statale. Era ora di piantarla con i soldi passati alle private!
Gesù! Ma allora, nonostante Bergoglio, tu sei stato e sei un miscredente? Ma che diavolo vai pensando? Vuoi giungere a una rottura col Vaticano? E questa qui tu la chiami festa?
Hai ragione, sì, Effettivamente l’ho sparata grossa  Mi sono lasciato trascinare dal clima di festa che si respira e a Bergoglio proprio non ci ho pensato. Mi sto rimbambendo! No, non è che sono un miscredente, figurati, è solo che, se i grandi giornali stappano lo champagne, se le televisioni alzano il volume e le chiese si sono messe a suonare le campane a festa, qualcosa per cui brindare ci deve pur essere. Che sarà mai successo? Letta ha forse deciso di riformare la riforma Fornero?
E già, così perde l’appoggio di super Mario e di quei galantuomini dei montiani…
Ha fatto finalmente approvare una legge che rende riconoscibili gli agenti in servizio di ordine pubblico e punisce la tortura perché è reato?
Scusa, eh, ma allora pensi che Letta sia improvvisamente ammattito? Punire la tortura e mettere un numero sui caschi degli agenti! Così le forze dell’ordine gli piantano una grana che non finisce più.
Ma che sarà mai accaduto di così importante che si fa tanta festa? Abbiamo rinunciato all’idea criminale di cambiare la Costituzione senza rispettare le regole scritte dai Costituenti? Va finalmente in pensione il codice penale voluto dai fascisti? E’ stato cancellato il pareggio di bilancio dalla Costituzione? Abbiamo riportato a casa tutti i nostri soldati dai teatri di guerra, compresa la Val di Susa recentemente occupata? S’è deciso ch’è ora di piantarla coi soldi regalati ai banchieri ladri e Letta gli ha finalmente nazionalizzato le banche? Si rompe col neoliberismo, si torna a parlare di lavoro, si chiudono le basi militari Usa coi marines e le loro bombe atomiche? Qualcuno finalmente ha riconosciuto che questo Parlamento è illegale perché è stato scelto con una legge incostituzionale? Che c’è di nuovo, insomma, che è avvenuto di così importante?
250_quagliarielloMa come non lo sai? Abbiamo un governo nuovo! Nuovo di zecca. I ministri non sono cambiati, il programma è più o meno lo stesso, compresa la legge elettorale che si deve sempre cambiare ma non cambia mai, la maggioranza è sempre quella, ma c’è di nuovo che ora il governo non si chiama più Letta.
E come si chiama?
Letta – Quaglierello – Giovanardi…
Caspita, Quagliarello e Giovanardi! Un sempliciotto che s’è bevuto la storiella di Mubarak e quello che gli omosessuali vanno curati. Hai ragione, sì, più nuovo di così si muore.

Uscito su Liberazione.it e Report on Line il 3 ottobre 2013

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Bisogna riconoscerlo, Angelino Alfano, vice di Letta, Ministro dell’interno e segretario del Pdl, ha il fascino singolare e perverso dei celebri personaggi di Robert Luois Stevenson.Il dottro Jakill e mister Hyde Lo sdoppiamento della personalità è figlio naturale dell’eterno conflitto tra ragione e istinto; un conflitto che chiama così direttamente in causa le coscienze che nessuno potrebbe onestamente dichiarare di non averlo mai vissuto. Negarlo è impossibile, ignorarlo è sintomo di un vero delirio, volerlo, coltivarlo come una conquista, farne il perno attorno a cui gira la vita è forse banale opportunismo, ma non sarebbe giusto fare del moralismo a buon mercato: il vincolo che lega bene e male nell’ambiguità dell’animo umano è uno dei fattori determinanti nel corso degli eventi storici.
Alfano, che nella vita politica di questi ultimi anni ha assunto un ruolo di primo piano, da qualche tempo si sdoppia e recita due ruoli, dei quali uno è la negazione dell’altro. E’ ad un tempo insensato e saggio, senza mostrare sintomi di una qualche sofferenza, ferite aperte e sanguinanti o lacerazioni che minaccino suppurazioni. E’ uomo delle Istituzioni e allo stesso tempo uomo di Berlusconi, che delle Istituzioni è nemico dichiarato e agguerrito. Al Ministero, in veste di responsabile degli Affari Interni, Alfano è un vero cane da guardia delle Istituzioni, conosce per esperienza diretta la naturale controparte, sa chi sono, cosa pensano e come si muovono i nemici dello Stato e non ha timore di affrontarli con strema decisione. E’ uno, insomma, che l’ordine pubblico lo tiene a qualunque costo e non perdona nulla, toni sbagliati, parole stonate e persino un fischio o un’innocua pernacchia.
“Lo Stato fa lo Stato” – ha dichiarato giorni fa a muso duro, mettendo sull’avviso i No Tav. I “delinquenti si rassegnino”, ha proseguito poi minaccioso, e in un battibaleno è passato dalle parole ai fatti, trattando la Valsusa” come fosse la Libia ai tempi del fascismo. Si può sospettare che, come ai tempi delle avventure in terra d’Africa, anche Alfano abbia da tutelare gli interessi di una qualche “Banca di Roma”, di certo, però c’è che non va per il sottile. In un amen, infatti, ha inviato contro le nascenti bande di guerriglieri, brigatisti e anarco-insurrezionisti più di duecento soldati in assetto di guerra, che si sommano ai duecento già in linea assieme a reparti scelti di celerini e carabinieri; a segnare la rotta pensa il Codice Rocco, bussola fascista felicemente adottata dall’Italia antifascista. Non bastasse, per annientare chi pretende di “contrapporsi alla legge ed alla democrazia”, Alfano ha chiamato una donna Prefetto con esperienza di territorio e ordine pubblico a lavorare di concerto con l’agguerrita Procura della Repubblica, adeguatamente rafforzata da un magistrato esperto di terrorismo. Insomma, un inappuntabile servitore dello Stato: ligio alla legge, ossequioso coi giudici, deciso a reprimere ogni movimento di piazza e ogni delinquente.
Non giungerò a sostenere che, nuovo dottor Jakyll, nella stessa giornata, cambiando di sede, Alfano si trasformi, muti la carnagione, diventi pallido, piccolo e tozzo, al punto da apparire ripugnante come mister Hyde sembrava a Utterson nel romanzo di Stevenson; un dato però è certo: con un sdoppiamento inspiegabile, nelle riunioni di partito, quando è uomo di Berlusconi, Alfani rovescia come un guanto la sua impeccabile condotta di ministro. Tanto è servitore dello Stato al Ministero, quanto ne diventa nemico a Palazzo Grazioli; tanto è vicino al Presidente Enrico Letta, di cui fa il vice sui banchi di governo, quanto gli è ostile a Villa Certosa. Tanto è rispettoso coi giudici quando indossa l’abito di ministro tanto ostile e minaccioso quando lo vuole Berlusconi. Va così ogni giorno. A momenti alterni, a seconda del tempo e del luogo, ora prevale la natura ortodossa di Jakyll, ora quella aggressiva di Hyde. In un folle andirivieni, l’aspro conflitto tra bene e male si rinnova, aspro e reiterato. A pranzo è un idillio coi democratici, a cena minaccia il divorzio e se al mattino si accorda pacificamente coi magistrati sulla strategia valligiana, la sera chi gli si parla di pubblici ministeri diventa un torero che agita un panno rosso sul muso di un toro. Alfano urla alla provocazione, strepita, minaccia la crisi e, se il capo lo vuole, si dice pronto a far ricorso alla piazza. Così, da amico che era in veste di ministro, diventa un nemico, assumendo le sembianze di Hyde e i panni di segretario del Pdl.
In questa sorta di schizofrenia da romanzi di fantasia vive e si contorce negli spasimi di una pietosa agonia la nostra sventurata democrazia.

Uscito su Report on line il 22 settembre 2013 e su Liberazione.it il 23 settembre 2013

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Per anni abbiamo pensato che un modello di stato sociale – sanità, formazione, pensioni – fosse un’idea di società figlia di un tempo della storia fecondato da un sistema di valori e, come tale, non potesse nascere per partenogenesi. bet_33_672-458_resize[1]Della mia generazione, per esempio, chi militò a sinistra da giovane fece i conti con una visione della formazione nata da un inestricabile intreccio tra modo di produzione, ragioni del mercato e rigide gerarchie sociali, Un modello egemonico di classe, fondato su criteri di selezione che bloccavano ogni ascensore sociale.
Parlo di tempi lontani, quando si diceva «democrazia borghese» perché in mente si aveva quella socialista. Di tempi in cui c’era un mondo che pensava di «normalizzarci» e noi lo mettemmo sottosopra. Le identità erano irriducibilmente alternative: destra e sinistra erano campi contrapposti separati da barriere ideali. «Ideologie», si dice oggi con tono sprezzante. E’ vero, la sinistra aveva «anime diverse» e i nostri padri erano scesi a compromessi che noi rifiutavamo, ma c’era un terreno comune: i valori dell’antifascismo. La guerra era stata messa al bando, sulla legislazione sociale, sul lavoro e sulla sua tutela ci si poteva scontrare ma anche incontrare perché, per le sinistre, la repubblica era fondata sul lavoro. Se parlavi di studio, sulle finalità ci si intendeva: la formazione del cittadino tocca alla collettività, al popolo sovrano che ha la responsabilità di fornire strumenti critici per consentire di scegliere tra parti in lotta; è il popolo che ha l’autorità per «realizzare il bene comune, far rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che famiglia e corpi intermedi compiano i loro doveri e formino i ragazzi al rispetto della legge costituzionale». La famiglia, quindi, cedeva il posto alla collettività, riunita nel «patto sociale» sottoscritto dopo la Liberazione, e riconosceva che l’unica tutela degli interessi particolari deriva dalla difesa assicurata ai diritti collettivi. Negli anni Sessanta del Novecento, questa visione della vita sociale – e l’idea di sistema formativo che ne derivava – non era figlia del bolscevico Zinoviev e nemmeno un prodotto del provincialismo italico: la sosteneva, infatti, persino il cattolico «Ufficio Internazionale per l’Infanzia». Oggi quel mondo è sparito. Destra e sinistra viaggiano unite e il punto d’intesa si riassume in un logoro slogan liberista: «troppo Stato». Non è la critica anarchica al principio di autorità, ma la rivendicazione di una sconcia «libertà» che tuteli manipoli di privilegiati a spese della giustizia sociale. La crisi che attraversiamo, ci spiegano, infatti, è figlia dei nostri errori. Un Sistema Sanitario al limite della decenza fa all’economia danni più seri di quelli causati dall’attacco terroristico alle Twin Towers e Obama è avvisato: se la crisi metterà in ginocchio gli USA, sarà per colpa sua che importa dall’Italia quell’idea di riforma sociale che ci sta rovinando. In un loro libro a quattro mani – Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia Giuliano Amato, ideologo del craxismo, e lo storico Andrea Graziosi l’hanno teorizzato proprio in questi giorni di spese militari senza limite, di privatizzazioni senza liberalizzazioni e di banchieri che si tengono i profitti e socializzano le perdite: i «diritti costosi come quelli sociali» hanno «una natura diversa dai diritti politici e civili» e non sono «perciò sempre e comunque esigibili». E’ il più pesante attacco portato in Italia a quella che l’ex colonnello di Craxi chiama «l’irrealistica ideologia dei diritti», tenuta in vita ovviamente dal «cortisone del debito pubblico» grazie al “fanatico” provincialismo dei difensori della giustizia sociale, fermi a Keynes, mentre il mondo si inchina ai disastri di Hayek.
Applicato alla storia romana, questo «realismo» ideologico alla Fukuyama accollerebbe la crisi dell’impero a Menenio Agrippa e al suo celebre apologo sui diritti dei lavoratori; poiché si tratta, però, di fatti contemporanei, per quadrare i conti non si fa cenno a Grecia, Spagna e Portogallo, alla Francia vacillante, all’Inghilterra fuori dall’euro – è ovunque colpa dei diritti? – si ignorano i moti turchi, il terremoto nordafricano, il Medio Oriente in fiamme e, per difendere i privilegi di sparute minoranze parassitarie, si riducono i diritti a una volgare «illusione» e si fa della storia la scienza dei fatti che prescinde dagli uomini e dai loro bisogni. Occorre cambiare, ci dicono i severi giudici della repubblica, ma è l’antica bandiera del rinnovamento all’italiana: si cambia tutto perché nulla cambi. Intanto, scuole, università e ospedali, diventate aziende, sono alla rovina e i servizi, piegati alle logiche del profitto, sono solo riserve di caccia per manager. Nella crisi di identità di un popolo di senza storia, la dottrina di Amato e Graziosi confonde le cause con gli effetti e non serve a un insegnante che, in terra di camorra, deve spiegare agli studenti cosa tenga assieme la legalità costituzionale, nemica della guerra, e il cacciabombardiere abbattuto in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo o quelli che, acquistati mentre non ci sono soldi per gli esodati, mandano in fumo quanto basta per dar da vivere a tutti i pensionati. L’insegnante però lo sa e per questo si mettono a morte scuola e università, perché non dica ciò che gli storici fingono di non sapere: per ingrassare i padroni del vapore, si spende e si spande nelle guerre che vuole il capitale, si gira il mondo armati fino ai denti per ammazzare amici e nemici con l’uranio depotenziato e si inventa una Costituzione materiale che è l’esatto contrario di quella su cui fonda la repubblica. L’insegnante lo sa: il lavoro ormai non si paga, le riforme cancellano diritti e stato sociale, la scuola è privatizzata, gli immigrati finiscono in campi di concentramento, la Val di Susa è militarmente occupata come la Libia nell’Italia liberale, la Magistratura usa l’eterno codice Rocco per trasformare in terrorismo il conflitto sociale, un Parlamento di nominati manomette la Costituzione e ci lega a filo doppio a un’Europa che di Costituzione non vuol nemmeno sentir parlare. Sovversivismo delle classi dirigenti. Altro, ben altro che una «irrealistica ideologia» dei diritti.

Uscito su Report in line il 20 agosto 2013 e sul Manifesto il 23 agosto 2013

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Ci sono iniziative di lotta per la scuola e circolano inviti a riunioni che intendono far sentire “l’urlo della scuola”“. Non urleremo più forte della Val di Susa, temo, ma va bene, sì, riuniamoci e parliamo. Da tempo appare evidente che la “scuola militante”, debole e isolata, non riuscirà mai a modificare da sola la sua terribile condizione in un contesto di sconfitta generalizzata della democrazia, ma non c’è che fare: viva la scuola e pazienza se il resto va alla malora. Chi in questa scelta scorge i sintomi d’un male pernicioso, nuota controcorrente. C’è un che di non detto in questi giorni amari, un equivoco di fondo che ha mille ragioni d’essere, ma rischia di condurci all’ultimo atto di un tragedia annunciata. E’ vero, sul piano della forma, tranne qualche pesante scivolone, subito perdonato, il paragone con il precedente governo appare improponibile. La conseguenza immediata è sotto gli occhi di tutti: i “professori” tecnici governano col programma della Banca Centrale Europea. La vecchia politica è tutta lì. Discreditata quanto si vuole, ma stretta a quadrato attorno ai sedicenti “tecnici”: massacrare i pensionati e cancellare la pensione per i giovani è stato un gioco da ragazzi; per fucilare i diritti dei lavoratori non c’è voluto nemmeno il plotone d’esecuzione, Napolitano firma tutto, detta i tempi, chiede rapidità e, in quanto al resto, provvede Marchionne. Ancora pochi giorni, poi anche lo Statuto dei lavoratori finirà nella pattumiera, ma tutto fila liscio come l’olio. Se t’azzardi a parlare, qualcuno tira furi la foto impresentabile di Berlusconi e il gioco è fatto. A nessuno importa nulla se la banda che ci governava ieri mantiene in piedi la cricca che ci governa oggi, con l’aggiunta di una ex opposizione che regge il moccolo a Berlusconi e a Monti. Questi ministri son oro colato per le banche e gli speculatori internazionali, ma va bene così: chi prendeva uno stipendio o una pensione e pagava le tasse, è ormai derubato ogni giorno, ma continua a credere che pensione e stipendi glieli paghi Monti e non gli importa nulla dei giovani senza futuro e dei milioni di disoccupati. Basterebbe poco per capirlo, ma il Paese è accecato. Ci muoviamo in un contesto tragicamente semplice: un vero e proprio golpe consente di inserire nella Costituzione la parità del bilancio e un accordo tra i Paesi dell’Unione Europea affida il controllo della spesa pubblica a organismi non elettivi e assolutamente fuori dal controllo del Parlamento. Non c’è legge elettorale in grado di produrre domani una maggioranza bulgara, quantitativamente così numerosa come quella che oggi sostiene un governo che ha di fatto i poteri di un’Assemblea Costituente. Ciò che si decide oggi, non potremo sperare di cambiarlo domani col voto. Formalmente la repubblica democratica vive ancora, ma è vicina al coma irreversibile. Pochi mesi ancora, pochi giorni forse, poi Napolitano ne firmerà ufficialmente l’atto di morte.
Questo penso oggi con infinita mestizia, mentre ascolto i numerosi e valorosi difensori del governo e dei suoi ministri. Ci penso e l’amarezza mi conduce alle storie d’un tempo, recitate a soggetto da antichi scavalcamonti:

Narrano i cantastorie, che il ministro Vattelapesca, s’era fatto un nome come scaldapoltrone e viveva da osservatore strapagato. Un giorno, però, convinto di non essere ascoltato, per dimostrare che da ministro sapeva ben meritarsi lo stipendio, pensò di compiere finalmente un gesto politico significativo: “è uno schifo”, sibilò tagliente, parlando con un collega. Ce l’aveva coi deputati e nella cerchia ristretta di un’élite senza popolo si sarebbe guadagnato di certo il titolo di principe dei moralisti, se qualcuno, però, non l’avesse ascoltato. Ne nacque invece un immediato pandemonio, si scatenò nel totoschifo il qualunquismo e si accettarono scommesse su chi di tutti facesse veramente poi più schifo. Vattalepesca allora badò al sodo, mise da parte l’etica, difese la poltrona e lo stipendio e si scusò davvero prontamente: “lo schifo c’è, un ministro lo sa bene, però non deve dirlo, perciò domando scusa”.
Tutto tornò com’era, raccontano i cantastorie. Vattelapesca riprese a scaldar poltrone, facendo l’osservatore strapagato e i politici accusati di fare schifo non esitarano a tenere in vita il governo che li disprezzava, ma gli chiedeva un voto e si metteva alla pari, facendo così schifo come loro.
Chi di schifo ferisce, però, poi di schifo perisce, narrano i cantastorie, sicché un bel mattino il popolo schifato si sollevò indignato e mandò a gambe all’aria Vattelapesca, il governo e pure il Parlamento
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Uscito su “Fuoriregistro” il 10 marzo 2012.

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Fanno profitto, si tratta di soldi, è giusto tassare!“.
Monti l’aveva annunciato con la dovuta solennità, tra rulli di tamburi, squilli di fanfare, bandiere al vento e loden delle feste comandate:
Anche le scuole cattoliche pagheranno le imposte sugli immobili che utilizzano“.
Ignorato il dettato costituzionale che, a quanto pare, non conta un bel nulla per i tecnici salvaitalia e per la maggioranza bulgara che li sostiene – la Costituzione in tema di soldi alle private è chiara come il sole – il mondo della scuola ha voluto stare al gioco. Crediamoci, si sono detti i tartassati docenti, diamogli fiducia: è solo un caso che i tecnici professori che ci governano siano colleghi del prof. Frati, il rettore della Sapienza che ha fatto dell’università una sorta di succursale della famiglia. Per chi non lo sapesse, Frati ha con lui, a Medicina e Chirurgia, tutti sistemati a vario titolo, i suoi amati parenti: la moglie, laureata in lettere, che ha una cattedra di storia della medicina, la figlia, regolarmente laureata in giurisprudenza, che, guarda caso, insegna medicina legale, e il figliolo, professor Giacomo, che entra di rado in sala operatoria, però – serve dirlo? – è titolare di cardiochirurgia al Policlinico di Roma.
Crediamoci, qualcosa sta cambiando“, si son detti i docenti. E l’annuncio autorizzava speranze. Non era la presa della Bastiglia e il Palazzo d’Inverno poteva star tranquillo, però non era mai accaduto prima.
il piccolo terremoto, tuttavia, ha spaventato il governo tecnico e ci ha pensato il calvinista Monti a spegnere gli eccessivi entusiasmi. Lui, che fa un uso parco delle parole, stavolta s’è sprecato:
I cattolici pagheranno, certo“, ha farfugliato, “ma è del tutto ragionevole valutare con attenzione i parametri che consentano agli istituti scolastici di ottenere l’esenzione dal pagamento dell’imposta“.
Dopo ciance da condominio sull’attività paritaria e fumo da venditori di sogni sul servizio realmente prestato, che si sa, “è del tutto simile a quello pubblico“, dopo le banalità sui programmi di studio, l’importanza sociale, l’accoglienza di alunni con disabilità, l’applicazione del contratto collettivo del personale docente e non docente, l’annunciata rivoluzione bolscevica è stata inopinatamente domata. La soluzione è bizantina: “Per godere dell’agevolazione“, dice la norma, “la scuola cattolica dovrà render pubblico il suo bilancio e le caratteristiche della struttura, in modo da dimostrare che non ci sono finalità lucrative. E se ci fossero avanzi” – ha precisato il loden pontificante – “essi non devono risultare nei profitti ma nelle spese a sostegno delle attività didattiche“.
Non del tutto tranquillo, il neosenatore a vita, presidente pro tempore del Consiglio e – c’è da giurarci, l’annuncia già la stampa patinata – futuro Cincinnato, ha voluto precisare: “stiamo consolidando una giurisprudenza e una prassi“.

Sarà pure consolidata giurisprudenza, qualcuno, però, dovrebbe spiegare al capotecnico, che un Ente il quale svolga servizio pubblico, benché privato, paga le tasse come tutti. E le paga tutte. Concedere alle scuole cattoliche un beneficio fiscale non solo è un principio che contraddice la sbandierata equità, ma la natura tecnica del governo dei professori e, ciò ch’è più grave, discrimina tutti gli altri Enti della stessa natura, li penalizza gravemente e riconduce il Paese ai privilegi vaticani assicurati dal regime fascista bisognoso di legittimazione.
Non è un principio islamico, Monti ne converrà: nessuno ricava profitti dalla sua prima casa; chi ce l’ha ci vive, spesso per evitare di fare il clochard nelle stazioni ferroviarie, l’Ici però la paga e non presenta bilanci. Se lo potesse fare, come sovente accade con le aziende, che sono l’ambiente prediletto da Monti e compagni, la cosa è certa: il buon padre di famiglia segnerebbe alla voce investimento un sia pur minimo guadagno.
Grazie a Monti, oggi qualsiasi scuola privata che dichiari di non avere scopo di lucro, può disegnare il suo piano di offerta formativa in relazione ai profitti, mettere in campo i suoi nuovi progetti di arricchimento dell’attività formativa curricolare e pagarseli con i soldi che non darà all’erario. La scuola statale, intanto, muore di inedia e sotto il capitolo “sostegno alla didattica” presto non ci sarà più scritto nulla. Il pio Monti lo sa: senza soldi, non si cantano Messe.

Sfiducia e sconcerto, nonostante la grancassa televisiva e i giornali stesi a zerbino o messi a tacere? Motivi ce ne sono. La stato dell’arte, ad essere oggettivi, è desolante.
Giorgio Napolitano, bocciato dagli elettori nel 2004 è stato prontamente nominato senatore a vita nel 2005 dall’allora Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi. Ha illustrato la patria con altissimi meriti che, a onor del vero, nessuno, tranne Ciampi, sa quali siano. Tornato così nei palazzi del potere, a carico degli impotenti contribuenti e a dispetto della volontà popolare, nel 2006 è passato armi e bagagli da Palazzo Madama al Quirinale: un’assemblea, composta per lo più da nominati, grazie alla legge “porcata” di Calderoli, deputato al Parlamento Padano, l’ha eletto Presidente della Repubblica.
In quanto al sobrio prof. Monti, la sua fulminante storia di tecnico della politica ha del miracoloso e si riassume in cinque fatidici giorni. Nominato senatore a vita il 9 novembre del 2011, anch’egli, s’intende, per la patria illustrata con altissimi meriti in campi ignoti a tutti, tranne che a Giorgio Napolitano, il 13 novembre, per opera e virtù dello Spirito Santo, era già Presidente del Consiglio: non ha un partito, non ha avuto un voto popolare, ma ha una maggioranza parlamentare bulgara, composta per lo più di nominati, riuniti per folgorazione divina, dopo vent’anni di scontri all’arma bianca.
Per i membri del governo tecnico, la dichiarazione dei redditi è più eloquente di un lungo discorso: da soli, potrebbero aprire una banca d’affari.

Qualcuno penserà, che in tema d’istruzione, questo governo di professori integerrimi, amanti della legalità costituzionale, che ha a cuore la sorte dei giovani e della democrazia, sia ricorso a decreti di urgenza per metter mano a una seria moralizzazione dell’università. Sarebbe logico e umano, è vero, ma chi lo pensa sbaglia. Il governo di brava gente ha altro cui pensare. C’è la Val di Susa da “normalizzare” – perché, per garantire il capitale privato e scialacquare i soldi dei contribuenti? – e ci sono le scuole riottose da valutare e ridurre all’obbedienza. La famiglia Frati può continuare a vivere serena sulle sue molte cattedre. E, se proprio qualcosa dovesse andar male, perché preoccuparsi?
Un posto da senatore a vita lo si può sempre trovare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 marzo 2012

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