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Posts Tagged ‘Alfredo Giraldi’

20190602_120414Tre intelligenza libere – Luana Martucci, Pasquale Napolitano, Alfredo Giraldi – tre attori di grande talento, amici stimatissimi e coerentemente alternativi, un testo prezioso recitato magistralmente nell’incantevole Chiostro di Santa Chiara: in questa lunga notte della ragione potevo sperare in una domenica migliore?
La replica il prossimo fine settimana.  Chi può se ne ricordi e non perda l’occasione. Mai come stavolta è vero: gli assenti hanno sempre torto!

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napoli-24-gennaio-2017-compleanno-di-aurelio-grossiOggi, 24 gennaio 2017, Aurelio Grossi ha compiuto 98 anni. Ida Mauro, la preziosa e carissima Ida, brava nella ricerca storica, come coraggiosa e appassionata nelle scelte di vita, ha voluto dedicare a lui un po’ delle sue rare giornate italiane e se n’è venuta a Napoli, stamattina, dalla penisola sorrentina. Ha portato con sé dalla sua Barcellona una bandiera  della seconda repubblica spagnola con tante firme di antifascisti italiani e spagnoli, raccolte dall’associazione “AltraItalia”. Non ci sarei andato da Aurelio, se lei non mi avesse chiamato. Con noi, Alfredo Giraldi, che ai Grossi ha prestato a teatro la sua voce, il suo volto e la sue immense qualità di attore.
Aurelio è stato felice di avere visite e l’ho trovato più sveglio e presente di qualcheimg-20170125-wa0001settimana fa, quando il sindaco De Magistris gli ha consegnato la medaglia della città. Non l’avrei creduto possibile, ma è andata proprio così: quando Ida ha tirato fuori la bandiera e gliel’ha data, il volto di Aurelio si è illuminato. Il vecchio combattente di Spagna ha preso tra le mani la bandiera, l’ha guardata con evidente emozione, poi se l’è portata alle labbra e l’ha baciata. Ogni parola sarebbe inutile, stonata e probabilmente retorica. L’ha baciata, poi ha preso a seguire una musica che vive nella sua mente. La mano e la testa hanno accompagnato le note che solo lui può ascoltare e mi è sembrato sereno e in pace con se stesso.
Auguri, Aurelio e grazie per l’indimenticabile lezione di vita e di umanità che ancora una volta hai saputo regalarci. Grazie a te e grazie a Ida, che oggi ha saputo portarmi da te con Alfredo.

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Sono orgoglioso dell’invito e fiero di rappresentare, con Jordi Palou-Loverdos, Sylvia Grossi e Oreste Scalzone, il volto migliore di Napoli, la mia stupenda città. Fiero di riportare là, nella Catalogna in cui hanno combattuto la loro battaglia antifascista, Cesare Grossi, Maria Olandese, Ada, Renato e Aurelio Grossi, che tanto hanno dato per un mondo più libero e giusto.

El Memorial Democràtic acull l’homenatge a aquesta família antifeixista italiana

En record de la família Grossi

Ada Grossi

Els Grossi, una família napolitana fugitiva del feixisme, van arribar a Barcelona el 1936. Van muntar una emissora de ràdio, Radio Libertà, que es va convertir, entre el final de 1936 i el maig de 1937, en el mitjà informatiu de referència sobre la guerra a Espanya per a tots els antifeixistes que sobrevivien a la Itàlia de Mussolini o a l’exili.

Arran de la mort d’Ada Grossi, amb 98 anys, el passat mes d’agost, el Memorial Democràtic vol organitzar un homenatge a aquesta família de lluitadors antifeixistes. Tindrà lloc dimecres, 18 de novembre, a la seu del Memorial Democràtic a les 18.30 h.

Hi participaran l’historiador Giuseppe Aragno, amb la ponència “La família Grossi. El seu combat a la Guerra Civil des de Barcelona i el front. L’abans i el després”. A més, el filòsof Oreste Scalzone parlarà de la motivació dels Grossi per participar com a voluntaris en la Guerra Civil i en la lluita antifeixista. Intervindran també la filla d’Ada Grossi, Sylvia Guzmán Grossi, i el director del Memorial Democràtic, Jordi Palou-Loverdos. Durant l’acte també es recordarà el president Companys i la resta de represaliats pel franquisme, i es farà una lectura dramatitzada d’un text de l’obra teatral Radio Libertà, d’Alfredo Giraldi.

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Ricevo e volentieri pubblico una “lettera aperta” del nipote di Ada Grossi. Di mio aggiungo solo che capisco e condivido pienamente ognuna delle sue osservazioni e registro alcuni dati sconcertanti: “Repubblica” mi ha chiesto un articolo, ma mi ha posto limiti incredibili (3600 battute spazi inclusi: poco più di un necrologio, insomma). In quanto al Manifesto, che pure mi ha chiesto di ricordare Ada, deve aver smarrito l’articolo che ho inviato… La nota più dolente, però, viene dalla diserzione degli antifascisti napoletani. Tutti, nessuno escluso: quelli cosiddetti “di base” e quelli “istituzionali”: movimenti, partiti e Amministrazione. Al cimitero, quando l’urna cineraria di Ada è stata collocata nella tomba accanto ai genitori, eravamo presenti in quattro: io, il nipote Aitor, spagnolo che vive a Parigi, Sylvia, la figlia madrilena di Ada e Ida Mauro, una studiosa che vive e lavora a Barcellona. Sembra impossibile e posso anche sbagliare, ma credo che Aitor abbia ragione: Ada e i suoi familiari pagano ancora il prezzo della loro indipendenza di pensiero e la loro militanza nel campo socialista e anarchico che per tanti “compagni antifascisti” è stato e rimane quello del “nemico di classe”. Non dimenticherò mai quello che è accaduto e nessuno mi toglierà più dalla testa che tra tanti che parlano e spesso straparlano di antifascismo, gli antifascisti autentici sono davvero pochi.

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Buongiorno a tutti.

Voglio, dinnanzi tutto, ringraziare fraternamente Ida Mauro, Alfredo Giraldi, Laura Martucci e l’associazione AltraItalia per la loro sensibilità nella rivendicazione senza contropartite, né distorsioni, della figura di Ada Grossi e dei Grossi in generale, così come il professore Giuseppe Aragno, diventato oramai un amico, per il duro, non sempre riconosciuto – ma spesso vampirizzato – lavoro di ricerca e di rivendicazione della verità storica intorno alla famiglia Grossi e all’Antifascismo napoletano, fatto di tantissimi eroi, piccoli e grandi, che la Storia avrebbe dimenticato se non fosse stato per il suo lavoro rigoroso. Tengo a sottolineare che il professor Aragno dispone del “placet” della nostra famiglia (o di quello che ne rimane) per costituirsi in esponente di riferimento per tutto ciò che riguarda le vicende dei Grossi.
Aggiungo ai ringraziamenti il personale del Memorial Democràtic de Catalunya, rappresentato dal suo Direttore il signor Palou-Loverdos.

Siccome, dopo tutto, Ada Grossi era mia nonna e sembra che in questo ballo di articoli, omaggi ed interventi di esponenti diversi – per non dire spesso dispari e purtroppo, in certi casi, addirittura deliranti o peggio: tendenziosi – sia a volte difficile poter dire la mia, colgo la triste occasione del decesso di Ada per esporre una serie di considerazioni personali a suo riguardo – facendo quasi a meno sinora della possibilità di poter, finalmente, elaborare il lutto come lo intendo – di cui spero il lettore saprà perdonare la redazione in un italiano poco più che aprossimativo, data la mia nazionalità spagnuola e cultura fondamentalmente francese.
Sarò forse borioso, ma l’importante e di farmi capire.

Osservo con tristezza alcuni fenomeni inquietanti, endemici, non tanto perché siano impostati stavolta intorno alla figura di mia nonna e della mia famiglia, ma perché si tratta di manifestazioni rivelatrici di un modo di fare che obbedisce, in sostanza, alla pratica triste di sfruttare il contro-potere via l’anti-potere (o che si presume tale) per finanziare il discorso del Potere, o di tante atomizzate espressioni del potere: Il potere di punire e di premiare, il potere di distorcere, il potere di ricordare o di lasciar marcire nell’oblio, il potere di appropriarsi del lutto o dell’operato altrui a mo’ di mattonella per edificare la medesima tribuna nel senso della versione ufficiale della Storia, essendo l’ufficialità un cumulo di menzogne plausibili che si erigono in verità suprema.
Qui abbiamo un mostro bicefalo con due schieramenti ben complici, dentro ai quali qualsiasi essere umano debba venir integrato o, altrimenti, dimenticato o distrutto, senza scordarci che l’integrazione forzata è una forma di distruzione dell’identità individuale, per quanto nega la capacità intrinseca dell’essere umano di decidere “per se”. Uno stupro di “conversione” che nemmeno lo Stato fascista ha operato coi suoi nemici, come nella barzelletta dell’Ebreo que va a Belfast e che viene interrogato alla volta da un tipo del Sinn Fein e da un lealista orangista:
– Sei Cattolico o sei Protestante ?
– No, sono Ebreo.
– Già, ma sei Ebreo Cattolico o Ebreo Protestante?

L’importante è negare l’esistenza delle Terze Vie, quelle che non ubbidirono né agli ordini del Rais, né alle istruzioni dei Comitati Centrali, invece sempre ben considerate attualmente – e con la dovuta preoccupazione – nei calcoli elettorali, quando si tratta di valutare l’impatto della – apparentemente – passiva “maggioranza silenziosa”. Con i Grossi, e attraverso la figura di Ada, si tratta di distorcere l’esistenza di una minoranza attiva, non integrata, non integrista, non integrabile “tale quale”, come se fosse una pedina, nelle eroiche masse del panegirismo stalinista e delle sue successive, ma pur sempre gargantuesche, decaffeinizzazioni, togliattiane o carrilliste esse fossero e così via: Non credo alla sincerità della spogliarellista, ne al suo erotismo di plastica.

Nel caso della famiglia Grossi, la Terza Via è consistita nella semplice logica di tradurre l’impostazione di etica umanista, non serva di fanatismi ideologici, nella logica conseguente dell’azione. Il loro solo “-ismo” collettivo come famiglia combattente è stato l’Antifascismo, un fronte che volendosi unitario è stato poi capitalizzato da chi, sempre ed ancora, insiste nel mettere in testa al plotone dell’Antifascismo la bandiera della vittoria dell’8 maggio del 45, quella che cancella tanto le purghe avvenute in Spagna (e altrove) dal ‘37 fino alla disfatta – chiusura di Radio Libertà e “processi” tentati contro mio bisnonno l’avvocato Cesare Carmine nel campo di Gurs compresi- quanto elimina opportunamente la dozzina di orologi da polso nell’avanbraccio del soldationk che posiziona la citata bandiera di Stalin sul tetto del Reichstag sulla leggendaria foto di propaganda sovietica.

Il giornale spagnuolo EL MUNDO, di destra sensazionalista di stile “hard-fighetto”, mette in atto un articolo che sintetizza in modo cristallino la logica bicefala di quanto esposto prima: Il “patto tra gentlemen” che profitta a tutti, agli Stalinisti e agli Anticomunisti.
Si basano su una serie di distorsioni storiche di fonte “ignota” – io so benissimo quale – che portano mia nonna Ada a diventare una specie di “tigressa rossa”, che avrebbe salutato a Radio Libertà la vittoria di Guadalajara sulle truppe del contingente fascista italiano, avvenuta grazie al concorso di fantasmatiche masse di carri armati sovietici (questo è il processo di stalinizzazione forzata che si paga a modo di “tassa” per esistere virtualmente: Ma i carri sovietici arrivarono più tardi, e di concorso sovietico a Guadalajara non ci fu nemmeno l’ombra: fascisti che pensavano di fare una passeggiata militare in una specie di Abissinia europea si fecero stravolgere dai ben decisi anarchici di Cipriano Mera).

Il discorso è chiaro: Stalinizzata Ada Grossi, stalinizzata ”avant la lettre” la vittoria di Guadalajara, si dispone già di un personaggio fabbricato e schierato col comunismo, quale Uomo di Marmo di Wajda, rivendicabile dall’”ufficialità” polverosa dei perdenti del 48, tutti gli alibi compresi. Un po’ di Brigate Internazionali qui (sembra fossero l’agenzia viaggi monopolistica per venire a combattere in Spagna: Questo si, i Grossi se ne andarono da Barcellona a marzo del 1939 e non un anno prima, senza omaggi Komintern) un po’ di Carlo Roselli qua (mia nonna non lesse mai un discorso di Roselli) e abbiamo già creato l’icona appropriabile ed utilizzabile… Che EL MUNDO, può sfruttare per il suo anticomunismo di natura, li dove anarchici, trotzkisti o terze vie “altrimenti” e fottutamente conseguenti fino alla fine – come quella della famiglia Grossi – non sono orwellianamente mai esistite o costituiscono, casomai, “un point de détail dans l’Histoire” come direbbe Le Pen, tra i due papponi monopolizzatori della Storia, della “destra” e della “sinistra”.

Ada Grossi, cosi stal-impacchettata, diventa già rivendicabile, “politically correct and integrated, Ldt.” (come-volevasi-dimostrare), affinché l’eterna tribuna stalinista, paleo o neo che sia, possa rendere omaggio a se stessa, così come la destra può continuare con la sua demonizzazione “réac” d’ufficio.
Se non sei né Burger King né MacDonald’s, te lo facciamo diventare lo stesso: Scegli o taci.

Non cito EL PAIS se non per dire che codesto giornale, diventato da tempo un misto tra Sorrisi & Canzoni e le Selezioni del Reader’s Digest, fa di Ada Grossi una specie di Marco di De Amicis, partita “da se”, “indignata” (ora tutto è stile hesseliano, dans l’air du temps) per un “breve lasso di tempo” (in realtà, 10 anni) in Argentina (A soli 9 anni ! Da sola!) forse a cercare la sua mammina cara nella Pampa prima di andare in Spagna a combattere, sí, ma soltanto con la voce (pacifista indi, rivendicabile dalla socialdemocrazia “light” che odia “gli spargimenti di sangue o di detersivo”). “Radio Libertà emetteva dall’Italia” (sic!), immagino Mario Appelius fosse un nobile e leale concorrente inter pares. Ada Grossi, già anziana, “era timida” e “passeggiava da sola” nel quartiere a Napoli, sotto lo sguardo (si suppone che intenerito, forse chissà, anche lacrimoso) di fantasmatici vicini del rione.
Ebbe comunque il tempo, secondo alcuni (ancora fantasmatici) storici di influire, nel dopoguerra, nella redazione dell’articolo 21 della Costituzione (nientemeno! E questo dalla Spagna franchista e col marito Enrique in carcere, caspita !). Sicuramente fece ancora in tempo di aiutare Armstrong a sbarcare sulla Luna, chissà. Non si merita un articolo ne EL PAIS se, almeno, non si sono fatte tutte queste cose “veramente importanti”.

Creare un alone iconico e fantasioso che sia pubblicitariamente rivendicabile, il tutto per seppellire l’unica verità intorno alla figura di Ada Grossi, indissociabile da quella dei suoi genitori e dei suoi due fratelli: Nella modestia che porta ad accompagnare spontaneamente il pensiero con l’azione, senza bandiere vittoriose, né benedizioni dei potenti del momento, da soli e per propria iniziativa, avendo perso tutto per non guadagnare altro che la dignità che emana dal silenzio, la famiglia Grossi risulta troppo esemplare, troppo modesta, troppo indipendente, troppo inclassificabile e indi, troppo scomoda per potersela appropriare così come essa fu.
Non sia che altri, guidati dal loro senso etico, ne prendano esempio, mandino affanculo le eterne bandiere rosse de “la rivoluzione domani, compagno, oggi no, già sai come funziona” e così un business di truffa politica che dura da quasi un secolo finisca qui, “per mancata clientela”. Capisco sembri meglio fare i Frankenstein-panegiristi che chiudere bottega.

Il lutto altrui non è una successione di sufflè, consommabili e rinnovabili. Ci vuole il cuore, che non sa di calcoli ne di buone ragioni. Altrimenti, meglio che i corvi, così discreti quando non si avventurava carogna da inghiottire, se ne stiano oggi in silenzio.

Aitor Fernández-Pacheco y Guzmán, nipote di Ada Grossi.
Paris (France).

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13864_621943391238772_8903687686590884485_nL’Istituto Campano per la Storia della Resistenza a me non l’aveva detto… Bella gente! Lo so, ora è tardi per fare propaganda, perciò non dico che vi aspetto tutti, sarebbe troppa grazia! Però gli attori sono bravissimi il teatro sta al centro, il lavoro è bello e il coautore è in gamba.
Che fate? Ci lasciate col teatro vuoto?

Domenica
alle ore 18.00
Teatro Instabile di Napoli – Vico Fico Purgatorio ad Arco, 38 – Napoli

LA CARROZZA D’ORO
presenta

Radio Libertà
Un racconto che ha il fascino dell’epopea

di Alfredo Giraldi
scritto in collaborazione e con l’aiuto di Giuseppe Aragno

Con Alfredo Giraldi e Luana Martucci
Regia: Luana Martucci
Aiuto Regia: Pasquale Napolitano

Radio Libertà è la storia di una radio nella Barcellona repubblicana. Una radio antifascista voluta e messa su da un avvocato napoletano, Carmine Cesare Grossi, socialista e antifascista, durante la guerra civile spagnola.
Radio Libertà è la storia di una famiglia napoletana, la famiglia Grossi appunto, che sceglie di schierarsi, sceglie da che parte stare, e raggiunge Barcellona facendo un giro lungo, molto lungo, passando attraverso l’Argentina, il Belgio e la Francia.
Radio Libertà è la storia di Ada, una ragazza che ha solo 19 anni quando attraversa l’Oceano Atlantico, con la famiglia, per tornare in Europa e diventare poi la voce della Spagna insanguinata, la voce della Spagna libera, che si rivolge agli antifascisti di tutta Europa perché portino il loro aiuto.
Radio Libertà è la storia di Renato, eroe sconfitto e dimenticato, che vede vent’anni di una vita ridotti in cinque righe di un foglio indifferente, alla fine di un interrogatorio. Un ragazzo di vent’anni che si scontra con la forza disumana della storia che travolge i vinti e non consente scampo. La storia di Aurelio, il quale segue il fratello maggiore sul fronte spagnolo. La storia di Maria Olandese, ex soprano, una donna molto forte, moglie e madre. Una donna capace di fermare i fascisti che vogliono arrestare suo marito con la sola forza del suo sguardo.

L’evento di domenica è organizzato dall’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi”.
Il lavoro è ricavato dal libro di Giuseppe Aragno intitolato Antifascismo e potere. Storia di Storie, Bastogi, Foggia, 2012

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EL PAÍS
El Perìodico Global

CATALUNYA

L’obra de teatre ‘Radio Libertà’ aporta un episodi amagat en la història de Barcelona

Toni Polo Bettonica, Barcelona 18 NOV 2014

a“Ningú no en sap res, d’aquesta història. S’ha d’investigar i és un episodi tremendament interessant”. Qui parla és Ida Mauro, historiadora italiana resident a Barcelona i membre actiu de l’Associació AltraItàlia, que aplega italians progressistes i antifeixistes residents a la capital catalana. Igual que fa tres anys van denunciar l’Estat italià pels bombardejos de l’aviació feixista sobre
Barcelona durant la Guerra Civil, ara, dins de la Setmana d’AltraMemòria, que han organitzat amb la collaboració del Memorial Democràtic i la Pompeu Fabra, han portat a les Cotxeres Borrell l’obra de teatre Radio Libertà. És la història de la família Grossi, napolitans fugitius del feixisme que van arribar a Barcelona el 1936 i van muntar una emissora que es va convertir, entre finals del 1936 i el maig del 1937, en “la veu de l’Espanya ensangonada” per a tots aquells antifeixistes que sobrevivien a la Itàlia pletòrica de Mussolini o a l’exili.
La representació és gairebé un monòleg basat en l’assaig de l’historiador napolità Giuseppe Aragno Il “no” firmato “emme”. Renato Grossi. “Vaig trobar el fil gairebé de casualitat fa sis anys”, diu l’historiador. “El culpable d’aquesta obra de teatre és el titellaire i actor Alfredo Girladi, que es va enamorar de la història i ara l’ha adaptat i la interpreta sota la direcció de Luana Martucci. Giraldi, en un exercici interpretatiu notable, ens narra l’epopeia familiar a partir dels interrogatoris el 1941 a Renato, el fill gran del matrimoni Grossi, a qui la burocràcia feixista va “sepultar en vida” en hospitals psiquiàtrics. És pura narració i recitació, plena d’emoció, indignació i desencís.

És la història de la família Grossi, napolitans fugitius del feixisme que van arribar a Barcelona el 1936

El desencís d’un advocat que va creure en el socialisme pur i el 1926 va haver de fugir del Nàpols dels camises negres dels fasci i va decidir donar la seva vida a combatre un mal que, n’estava convençut, s’estenia en una guerra global. A l’Argentina va esdevenir un element clau entre els italians exiliats fins que les notícies d’Espanya 10 anys més tard el van fer creuar de nou l’oceà, esborrant rastres tot el que va poder, fins que es va instal·la al carrer Còrsega, 250 de Barcelona.
Amb 49 anys, l’advocat Carmine Cesare Grossi va arribar al novembre del 1936 a una ciutat que era el bressol de la revolució: “Plaça de Catalunya és com un gran port on troben allotjament els estrangers vinguts per intervenir en la lluita d’alliberament d’Espanya de la invasió dels reaccionaris (…), de marroquins i de feixistes italians”. Va rebre la complicitat impagable de la seva dona, Maria Olandese, una cantant d’òpera fascinant, “la més forta, la més decidida i segura de si mateixa”; dels seus fills Renato i Aurelio, que van lluitar al front amb l’exèrcit republicà, i de la filla Ada, que va esdevenir la veu de Radio Libertà.

La guerra es va menjar la revolució.
“Aquí Mussolini va sentir parlar de la desfeta dels seus soldats a Guadalajara!”, recita Giraldi,

“Ada i el pare expliquen als italians ignorants la feroç veritat de la guerra”. Cesare Carmine escriu i la filla verbalitza els missatges que desencadenaran la ira del duce”. “Ens sentim identificats amb aquesta família que critica, jutja i condemna”, diu Ida Mauro, subratllant que els Grossi van relatar la guerra des de la rereguarda de Barcelona i amb fil directe amb el front. a l’escenari. “I va escoltar tants i tants missatges verinosíssims per al seu règim que molts a Itàlia van ser condemnats per sintonitzar una emissora prohibida”.
bPerò Grossi, a més de ser “un advocat antifeixista i bo”, era un romàntic. Un idealista. I a Barcelona va descobrir com “la guerra es va menjar la revolució”. La família, perseguida pels feixistes, va acabar caient víctima de l’espionatge estalinista a Barcelona. Radio Libertà va acabar a mans bolxevics el març del 1937 i l’esperit internacionalista i socialista de Grossi es va anar esvaint. “Es va trobar al centre d’una batalla mortal entre companys d’armes, entre la visió llibertària d’un conflicte que vol ser revolució social i la visió ‘centralitzada’ i gradualista dels estalinistes, que temen les conseqüències de la col·lectivització i invoquen un ordre i una disciplina militars”.
“Tots cinc” van acabar coneixent l’exili, de nou, en unes condicions ferotges i desenganyats del somni socialista en una fugida a peu travessant la frontera i sobrevivint, separats, en camps de concentració francesos. “Van conèixer la delusió de les grans democràcies que han temut més el triomf de la revolució que el feixisme”.

Grossi, a més de ser “un advocat antifeixista i bo era un romàntic.Un idealista.I a Barcelona va descobrir com “la guerra es va menjar la revolució”.

L’episodi requereix un estudi intens. “Hi ha molt poca informació”,  insisteix Aragno, que ha remenat entre arxius, cartes, memòries…  a Argentina, Nàpols, Bèlgica, França, Barcelona. Ara hi ha un fil que es pot començar a estirar per acabar de donar forma a uns fets representatius de tota una època en la qual Barcelona va esdevenir capital de la revolució.
Però en el drama dels Grossi (els fills Aurelio i Ada, nonagenaris, viuen a Nàpols), una història duríssima, cruel, amarga, hi trobem ara, 70 anys més tard, emoció. Un cop acabada la representació, dissabte passat, saluda des de l’escenari, amb els ulls brillants, Silvia Guzmán Grossi, filla d’Ada Grossi, la veu de l’Espanya ensangonada. És el fruit de la unió entre Ada i un anarquista madrileny al camp d’Argelers… “Sóc madrilenya”, diu, orgullosa i en català, “però nomarianista”. Potser el seu avi no li hauria perdonat mai ser-ho.

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Radio Libertà Barcellona 15 novembre 201415 novembre 2014, Centre Civic Cotxeres Borrell, Carrer de Viladomat, 2, Barcellona, messo a disposizione dal “Memorial Demoratic”. Una foto che porterò nel cuore per quel tanto che ancora mi resta da vivere: i ringraziamenti finali al termine di “Radio Libertà“. Giuseppe Aragno e Sylvia Guzman, figlia di Ada Grossi. sono tra gli splendidi protagonisti Alfredo Giraldi e Luana Martucci, che ha in braccio il piccolo figlio, il biondissimo Matteo. Non sono sul palcoscenico, ma meritavano certamente di esserci, Pasquale Napolitano e soprattutto Ida Mauro di AltraItalia, che ha messo l’anima perché l’iniziativa fosse realizzata e riuscisse bene. L’aveva annunciata il 14 novembre un’intervista a “Zibaldone” di “Radio Contrabanda“, affacciata sulla splendida Plaça Reial, e una presentazione di “Antifascismo e potere. Storia di storie“, il libro da cui è tratto “Radio Libertà”, con Steven Forti alla libreria Italiana “Le Nuvole“, in Carrer de Sant Lluis, 11.
Questa non è solo la foto conclusiva di un lavoro teatrale degno della nostra migliore tradizione. E’ il momento in cui una pattuglia di antifascisti napoletani, tragici eroi dimenticati dal loro Paese, dopo aver combattuto il fascismo durante la guerra di Spagna, trascorsi molto più di settanta anni, sono finalmente tornati nella “loro” Barcellona. Era giusto così.
Per una volta la storia non l’hanno scritta i vincitori.

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