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Posts Tagged ‘Villa Certosa’

Bisogna riconoscerlo, Angelino Alfano, vice di Letta, Ministro dell’interno e segretario del Pdl, ha il fascino singolare e perverso dei celebri personaggi di Robert Luois Stevenson.Il dottro Jakill e mister Hyde Lo sdoppiamento della personalità è figlio naturale dell’eterno conflitto tra ragione e istinto; un conflitto che chiama così direttamente in causa le coscienze che nessuno potrebbe onestamente dichiarare di non averlo mai vissuto. Negarlo è impossibile, ignorarlo è sintomo di un vero delirio, volerlo, coltivarlo come una conquista, farne il perno attorno a cui gira la vita è forse banale opportunismo, ma non sarebbe giusto fare del moralismo a buon mercato: il vincolo che lega bene e male nell’ambiguità dell’animo umano è uno dei fattori determinanti nel corso degli eventi storici.
Alfano, che nella vita politica di questi ultimi anni ha assunto un ruolo di primo piano, da qualche tempo si sdoppia e recita due ruoli, dei quali uno è la negazione dell’altro. E’ ad un tempo insensato e saggio, senza mostrare sintomi di una qualche sofferenza, ferite aperte e sanguinanti o lacerazioni che minaccino suppurazioni. E’ uomo delle Istituzioni e allo stesso tempo uomo di Berlusconi, che delle Istituzioni è nemico dichiarato e agguerrito. Al Ministero, in veste di responsabile degli Affari Interni, Alfano è un vero cane da guardia delle Istituzioni, conosce per esperienza diretta la naturale controparte, sa chi sono, cosa pensano e come si muovono i nemici dello Stato e non ha timore di affrontarli con strema decisione. E’ uno, insomma, che l’ordine pubblico lo tiene a qualunque costo e non perdona nulla, toni sbagliati, parole stonate e persino un fischio o un’innocua pernacchia.
“Lo Stato fa lo Stato” – ha dichiarato giorni fa a muso duro, mettendo sull’avviso i No Tav. I “delinquenti si rassegnino”, ha proseguito poi minaccioso, e in un battibaleno è passato dalle parole ai fatti, trattando la Valsusa” come fosse la Libia ai tempi del fascismo. Si può sospettare che, come ai tempi delle avventure in terra d’Africa, anche Alfano abbia da tutelare gli interessi di una qualche “Banca di Roma”, di certo, però c’è che non va per il sottile. In un amen, infatti, ha inviato contro le nascenti bande di guerriglieri, brigatisti e anarco-insurrezionisti più di duecento soldati in assetto di guerra, che si sommano ai duecento già in linea assieme a reparti scelti di celerini e carabinieri; a segnare la rotta pensa il Codice Rocco, bussola fascista felicemente adottata dall’Italia antifascista. Non bastasse, per annientare chi pretende di “contrapporsi alla legge ed alla democrazia”, Alfano ha chiamato una donna Prefetto con esperienza di territorio e ordine pubblico a lavorare di concerto con l’agguerrita Procura della Repubblica, adeguatamente rafforzata da un magistrato esperto di terrorismo. Insomma, un inappuntabile servitore dello Stato: ligio alla legge, ossequioso coi giudici, deciso a reprimere ogni movimento di piazza e ogni delinquente.
Non giungerò a sostenere che, nuovo dottor Jakyll, nella stessa giornata, cambiando di sede, Alfano si trasformi, muti la carnagione, diventi pallido, piccolo e tozzo, al punto da apparire ripugnante come mister Hyde sembrava a Utterson nel romanzo di Stevenson; un dato però è certo: con un sdoppiamento inspiegabile, nelle riunioni di partito, quando è uomo di Berlusconi, Alfani rovescia come un guanto la sua impeccabile condotta di ministro. Tanto è servitore dello Stato al Ministero, quanto ne diventa nemico a Palazzo Grazioli; tanto è vicino al Presidente Enrico Letta, di cui fa il vice sui banchi di governo, quanto gli è ostile a Villa Certosa. Tanto è rispettoso coi giudici quando indossa l’abito di ministro tanto ostile e minaccioso quando lo vuole Berlusconi. Va così ogni giorno. A momenti alterni, a seconda del tempo e del luogo, ora prevale la natura ortodossa di Jakyll, ora quella aggressiva di Hyde. In un folle andirivieni, l’aspro conflitto tra bene e male si rinnova, aspro e reiterato. A pranzo è un idillio coi democratici, a cena minaccia il divorzio e se al mattino si accorda pacificamente coi magistrati sulla strategia valligiana, la sera chi gli si parla di pubblici ministeri diventa un torero che agita un panno rosso sul muso di un toro. Alfano urla alla provocazione, strepita, minaccia la crisi e, se il capo lo vuole, si dice pronto a far ricorso alla piazza. Così, da amico che era in veste di ministro, diventa un nemico, assumendo le sembianze di Hyde e i panni di segretario del Pdl.
In questa sorta di schizofrenia da romanzi di fantasia vive e si contorce negli spasimi di una pietosa agonia la nostra sventurata democrazia.

Uscito su Report on line il 22 settembre 2013 e su Liberazione.it il 23 settembre 2013

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Il prossimo anno scolastico in Molise mancheranno all’appello 600 studenti. Lo riconosce con disinteressato distacco Miur e lo conferma la Cgil, che rincara la dose: il calo è ben più grave, più di 2000 sono gli alunni “persi” negli ultimi anni. La faccenda non interessa nessuno: Viale Trastevere dorme, Gelmini, presa dalla crociata per la “terra santa”, s’è messa in adorazione del signore e il celebre giravite di Fioroni lavora per smontare il partito di Bersani, che attraversa come può lo scandalo delle primarie.
Il centro della vita politica ormai non è il Parlamento. Si vive di telefonate. Masi a Santoro per mettere in mora la libertà d’informazione, dio padre onnipotente a Gad Lerner per censurare i “postriboli” televisivi – da quale pulpito viene la predica! -, Emilio Fede per far la cresta sulla spesa e procurare prestiti d’onore a Lele Mora, la falsa nipote del dittatore Mubarak per gli inviti a cena a Villa Certosa, il Presidente del Consiglio alla Questura di Milano per risolvere il caso d’una sua amica minorenne accusata di furto e un eletto stuolo di fanciulle per il rituale passaggio dai riti di Dioniso all’impegno politico. Quanta parte del nostro ceto politico abbia imparato il mestiere negli ozi pompeiani della Villa dei Misteri, nelle periferie dei viados e nelle accoglienti camere da letto d’un apprendista tiranno, non è facile dire, ma non ci sono dubbi: i titoli per le “quote rosa” d’una battaglia tardo femminista li assicurano ormai gli audaci calendari delle modelle procaci, i casting di sculettanti ballerine di fila, le fotocamere di noti paparazzi e le ambite comparsate nel degrado televisivo. Dai banchi del governo, ai consigli regionali, il campionario dei “prodotti pregiati” è sotto gli occhi di tutti, ma lo scandalo che prende a schiaffi la nostra dignità non è fatto solo di alcove e festini. Scandalizza la miseria culturale e morale che esprime fatalmente il “Circo Barnum”, di travestiti della politica.
Il ministro Frattini, noto esportatore di democrazia all’italiana, s’è schierato col macellaio Mubarak contro un popolo in lotta per la libertà e il Parlamento non s’è levato in armi. Confortato dal successo dell’indecorosa sortita, l’imbarazzante ministro ha superato se stesso, portando al Senato i panni sporchi della sua famiglia. Meglio ha saputo fare, però, il degno compare Sacconi, arruolato da Marchionne nella lotta ai diritti e per un nuovo welfare, fondato sullo schiavismo auspicato dai padroni del vapore.
In questo clima, la repubblica delle escort va celebrando i funerali del sistema formativo. La riforma universitaria è appena entrata in vigore e già, coperta da scandali d’ogni genere, la polemica monta di nuovo. Gli studenti delle lauree triennali sono stati, infatti, esclusi dalle tesi di laurea sperimentali e dalla partecipazione ai progetti di ricerca. Non bastasse, gli scatti d’anzianità per i docenti sono stati bloccati e gli ultimi tre anni di servizio cancellati: c’è un “buco” di tre anni che forse non sarà possibile colmare. La pietra tombale la poggia sul feretro il rapporto del Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario, che ci colloca tra gli ultimi Paese al mondo per investimenti pubblici nell’istruzione universitaria. A dar retta agli “esperti” del nostro evanescente Parlamento, la scuola è un’azienda decotta, coi conti in rosso. Una zavorra di cui liberarsi.
I toni sprezzanti, tipici dei regimi autoritari, rimandano direttamente alle sponde del Mediterraneo in fiamme, al Nordafrica e ai Balcani dove, studenti e professori in testa, le popolazioni, stanche di subire, si sono ribellate. La “legalità” non è sinonimo di giustizia e spesso è vero il contrario. Il 14 dicembre, a Roma, la frattura tra legalità e giustizia è apparsa così intollerabile che i giovani hanno assalito i palazzi del potere. I moralisti a pagamento hanno subito puntato il dito su “terroristi” e “cattivi maestri”, sicuri che chiacchiere di pennivendoli, specialisti della disinformazione e forze antisommossa bastino a imporre l’ingiustizia. Tunisi e il Cairo, però, stanno lì a dimostrare che non è vero. A lungo andare, la globalizzazione dello sfruttamento suscita sdegno, unisce le piazze e chiama alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregitro” il 31 gennaio 2011. L’immagine è di Daniela Romano

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