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Posts Tagged ‘Aurelio Grossi’

 

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Cesare e Aurelio Grossi

Cara Ida,

purtroppo o per fortuna, non so, questa nostra vita ha un termine. Io non sto bene e probabilmente con grande dispiacere non potrò salutarlo. Le forze non mi reggono. Non vedremo più Aurelio, il nostro amico grande, il combattente per la libertà a Teruel, il rivoluzionario. Lui e i suoi, però, vivranno per sempre nel ricordo di tutti gli antifascisti e di quella umanità che non tollera padroni, non accetta una legalità senza giustizia sociale e non riconosce confini. In questo senso Aurelio è immortale.

Domani alle 12, le sue ceneri saranno deposte nella tomba di famiglia a Poggioreale. Sarebbe bello se giovani e vecchi compagni, bandiere, canti partigiani e rappresentanti della “città ribelle” lo accompagnassero per l’ultima volta.
Io però non ci conto.

Un abbraccio forte.

Questo voleva essere il mio saluto. Mi hanno detto che occorreva spiegare e va bene.

Ada, la sorella, se n’è andata un paio di anni prima di lui e l’hanno ricordata il “Mundo” e il “Paìs”; come tutti e cinque i membri della famiglia Grossi, fu una figura di primo piano dell’antifascismo, la voce di «Radio Libertà», che da Barcellona, durante la guerra ai franchisti, portò nell’Italia fascista la voce della Spagna libera e aggredita. In Italia, invece, non se ne accorse quasi nessuno e l’accompagnò il silenzio indifferente di un Paese che ha commemorato persino il repubblichino e razzista Almirante, ma sembra ormai vergognarsi del suo passato migliore.

Aurelio, che è finito l’altra notte, aveva compiuto pochi mesi fa 98 anni e il Sindaco di Napoli, per l’occasione, gli aveva portato il saluto della sua città e una medaglia. Di una giornata dedicata a lui e alla sua famiglia, però, come quella organizzata da Barcellona antifascista, si è parlato mille volte ma non se n’è mai fatto nulla. Salvini ha offerto un’occasione d’oro, ma non serve parlarne.

Aurelio, ebbe un’infanzia segnata da eventi tragici e più grandi di lui. La violenza squadrista, l’ascesa del fascismo, il delitto Matteotti, un regime contro il quale il padre, Carmine Cesare Grossi, noto avvocato socialista, amico di Roberto Bracco ed Enrico De Nicola, si schierò sin dall’inizio senza esitazioni. Ne ricavò minacce, la casa devastata e la carriera spezzata.

Aveva sette anni, Aurelio, quando, nel 1926, lasciò Napoli con la famiglia e partì per l’Argentina. Un mese di mare e i cinque sbarcarono a Buenos Aires. Abbandonati gli agi, gli amici e un futuro sicuro, si trattò di rifarsi una vita: la madre, Maria Olandese, soprano che a Pietroburgo aveva cantato per lo Zar, il padre, il fratello Renato e Ada, la sorella, ricominciarono da zero. Buenos Aires, però, più civile e più umana dell’Unione Europea, non respinse gli immigrati perseguitati. I bambini continuarono gli studi, Maria si dedicò alla famiglia e al povero bilancio da tenere in piedi e il padre si procurò da vivere come commesso viaggiatore d’una azienda di vini. Una vita di stenti dignitosi, che non allontanò l’avvocato dall’antifascismo e rese la sua famiglia un riferimento sicuro per tutti i perseguitati politici. Né lui né la moglie evitarono rischi e gestirono assieme una sorta di “Soccorso Rosso”. Aurelio venne su in un ambiente in cui la solidarietà tra esuli e l’amore per la libertà formavano le coscienze. Dieci anni dopo, nel 1936, a 17 anni, scoppiata la guerra civile, Aurelio attraversò di nuovo l’oceano con la famiglia, giunse in Spagna e si arruolò con il fratello nell’esercito repubblicano.

Non uno dei cinque napoletani mancò all’appello. Renato e Aurelio, radiotelegrafisti, combatterono in prima linea per tutta la guerra e si distinsero a Teruel, dove Aurelio fu ferito a un occhio. A Barcellona, Maria Olandese tenne spettacoli per i feriti, Ada, «speaker» della sezione italiana di «Radio Libertà», creata dal padre su mandato del governo repubblicano, violò il silenzio che la censura fascista tentava di imporre e la sua voce spiegò agli italiani cosa fosse davvero il fascismo. Mussolini non poté impedire che Rosselli lanciasse la sua profetica minaccia – «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo» – e Ada rilanciò la sfida, denunciando la furia criminale degli aggressori nazifascisti. Da lì, da quella radio fu ricordato Gramsci appena sparito.

La guerra andò come sappiamo e i Grossi finirono internati nell’inferno dei campi francesi. Quando Mussolini aggredì la Francia, Renato, per rappresaglia nazionalista, finì in un manicomio, dove l’insulina prima, la corrente elettrica poi, con cui i fascisti gli attraversarono lungamente il corpo nel Manicomio provinciale di Napoli, cancellarono dalla povera testa la memoria di se stesso. Mentre Ada seguiva a Madrid l’anarchico spagnolo Enrique Guzman De Soto, e con lui partecipava fino in fondo alla lotta contro i franchisti, con i tedeschi a Parigi, Cesare, Maria e Aurelio si consegnarono agli italiani e finirono confinati. Aurelio e Maria a Matera, Cesare a Ventotene. La caduta del fascismo li ricondusse a Napoli nel 1943 alla vigilia delle Quattro Giornate.

Non si sono mai arresi, non hanno mai chiesto nulla e hanno dato tutto. Anni fa, raccontando a un pugno di studenti la sua storia, Ada affidò ai giovani di un tempo diverso dal suo un indimenticabile esempio di quella «dimensione etica» dell´agire politico, ormai cancellata dalla crisi di valori di una società priva di memoria storica. I giovani ne trassero un libro stupendo. L’ultima volta che ho incontrato Aurelio, c’erano con me Alfredo Giraldi, attore di enorme qualità, e Ida Mauro, preziosa rappresentante della spagnola “Altra Italia” che portò in dono ad Aurelio la bandiera della Spagna repubblicana per cui aveva sacrificato la sua giovinezza. Aurelio la strinse tra le mani, poi la baciò lungamente.

Addio grandissimo cuore e autentico libertario. Non finirò mai di ringraziarti per quello che mi hai insegnato. Ma io so che tu lo sapevi: gli uomini come te non muoiono mai.

 “Fuoriregistro“, 7 aprile 2017; Contropiano, 9-4-2017.

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napoli-24-gennaio-2017-compleanno-di-aurelio-grossiOggi, 24 gennaio 2017, Aurelio Grossi ha compiuto 98 anni. Ida Mauro, la preziosa e carissima Ida, brava nella ricerca storica, come coraggiosa e appassionata nelle scelte di vita, ha voluto dedicare a lui un po’ delle sue rare giornate italiane e se n’è venuta a Napoli, stamattina, dalla penisola sorrentina. Ha portato con sé dalla sua Barcellona una bandiera  della seconda repubblica spagnola con tante firme di antifascisti italiani e spagnoli, raccolte dall’associazione “AltraItalia”. Non ci sarei andato da Aurelio, se lei non mi avesse chiamato. Con noi, Alfredo Giraldi, che ai Grossi ha prestato a teatro la sua voce, il suo volto e la sue immense qualità di attore.
Aurelio è stato felice di avere visite e l’ho trovato più sveglio e presente di qualcheimg-20170125-wa0001settimana fa, quando il sindaco De Magistris gli ha consegnato la medaglia della città. Non l’avrei creduto possibile, ma è andata proprio così: quando Ida ha tirato fuori la bandiera e gliel’ha data, il volto di Aurelio si è illuminato. Il vecchio combattente di Spagna ha preso tra le mani la bandiera, l’ha guardata con evidente emozione, poi se l’è portata alle labbra e l’ha baciata. Ogni parola sarebbe inutile, stonata e probabilmente retorica. L’ha baciata, poi ha preso a seguire una musica che vive nella sua mente. La mano e la testa hanno accompagnato le note che solo lui può ascoltare e mi è sembrato sereno e in pace con se stesso.
Auguri, Aurelio e grazie per l’indimenticabile lezione di vita e di umanità che ancora una volta hai saputo regalarci. Grazie a te e grazie a Ida, che oggi ha saputo portarmi da te con Alfredo.

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Medaglia della città di Napoli ad Aurelio Grossi, 97 anni, antifascista, perseguitato politico, internato in Francia, confinato in Italia, figlio di Napoli nobilissima e ultimo dei volontari repubblicani della guerra di Spagna.
212La mia pessima foto non rende giustizia alle persone e alle cose, ma la giornata è stata indimenticabile. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, oggi ha compiuto un gesto di grande significato storico e politico: nessun combattente italiano dell’esercito repubblicano spagnolo aveva mai avuto riconoscimenti ufficiali da un rappresentante delle nostre Istituzioni. Da noi hanno sempre premiato, senza provare vergogna, i legionari fascisti. Non è un caso che sia accaduto a Napoli e sia accaduto oggi.
Degna di nota è stata anche la scelta del sindaco di portare a Palazzo San Giacomo la bandiera della CNT, la Confederación Nacional del Trabajo, quella degli anarchici spagnoli, che combatterono contro Franco.
Non finisce qua, ma le novità vanno custodite con cura e se ne parlerà, se e quando sarà tempo di farlo. Intanto, il mio ringraziamento al sindaco e alla sua sensibilità. Checché ne pensino Saviano e tanti come lui, che non sanno di che parlano, Napoli e questa sua stagione non sono prive di contraddizioni e cose che possono e devono migliorare, ma chi vuole vederlo lo sa bene: in questo momento, Napoli è un avamposto, un’oasi in un deserto, una via che si è aperta verso un tempo che potrà essere nuovo. Com’è naturale, abbiamo numerosi nemici. Molto dipende perciò da noi tutti, cittadini di questa città, dalla capacità che avremo di criticare per costruire assieme.
I Romani antichi, che ebbero molti difetti e qualche pregio destinato a lasciare di sé memoria perenne, distinguevano i giorni con sassolini di due colori. Oggi, alla loro maniera, ho segnato il mio con un lapillo bianco. So bene che la storia è anche figlia del caso, dell’accidente e dell’imponderabile. Credo però fermamente – e con fondate ragioni – che a lungo andare la sorte cede il passo alla capacità di lotta e alle giuste battaglie che l’uomo sceglie di combattere. Oggi Aurelio Grossi, alla fine del suo percorso, ha avuto un po’ di quanto la sorte gli aveva negato. Tardi, forse, e nemmeno so se ne abbia avuto una consapevolezza piena. Tuttavia è accaduto e la forza della ragioni ha avuto la meglio sulle ragioni brute della forza. Questa lezione ho appreso oggi, in un giorno tardo della mia vita e così come l’ho appresa la trasmetto. Credo molto nel valore rivoluzionario della memoria storica. Il passato non esiste, se non nel presente, e ogni nostro momento presente diventerà passato, ma vivrà nel futuro.
Di questo si è trattato. Non di altro, Non è stato poco, però. Certamente no.

Agoravox, 22 dicembre 2016

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Aurelio Grossi (in piedi, terzo da sinistra)

Aurelio Grossi (in piedi, terzo da sinistra)

Domani per gli antifascisti napoletani è una giornata importante e sarebbe bello incontrare a “Villa Merliani” – in via Merliani 19, al Vomero – qualcuno dei tanti giovani abituati a ripetere uno slogan che tante volte ho ascoltato: “Siamo tutti antifascisti”.
Domattina 21 dicembre 2016, alle 10, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, consegnerà la medaglia della città ad Aurelio Grossi, combattente volontario repubblicano della guerra di Spagna. A 97 anni, Aurelio è l’ultimo di quei combattenti ancora in vita. Ha lasciato Napoli per l’Argentina, a 7 anni, nel 1926, assieme alla famiglia antifascista, per sfuggire alla persecuzione fascista. Da Buenos Aires è partito per la Spagna a diciassette anni, nel 1936, con il padre, avv. Cesare Grossi, la madre, Maria Olandese, Ada, la sorella e Renato, il fratello maggiore, tutti e cinque coinvolti fino in fondo nella lunga guerra contro i franchisti. Non ripeterò qui la storia di una famiglia che ho raccontato mille volte. Dirò solo che parlare di eroismo non è retorica e aggiungerò che la lezione di Aurelio e della sua famiglia conduce a un’idea così alta della Politica, da avere rarissimi riscontri nell’attuale realtà del Paese. Mi limiterò a ricordare i momenti salienti di una vicenda che fa onore alla città di Napoli.
Aurelio, radiotelegrafista nell’esercito repubblicano come il fratello Renato, ha perso un occhio a Teruel, ferito gravemente in una delle più dure e sanguinose battaglie di quel conflitto che per molti versi aprì la lunga stagione di lotta armata dell’antifascismo contro i nazifascisti. In quel primo, durissimo scontro, prevalgono i nazifascisti e Aurelio, come tutta la famiglia, conosce il calvario dei campi d’internamento francesi. In quello di Gurs, dopo la sconfitta della Francia nel secondo conflitto mondiale, è stato consegnato ai fascisti, imprigionato in Liguria e poi nella casa di pena di Poggioreale, a Napoli. Da ultimo, è finito a Melfi confinato con la madre Maria Olandese, mentre il padre, Cesare Grossi è confinato a Ventotene, dove resta con Sandro Pertini, Umberto Terracini e tante altre grandi figure della nostra storia fino alla caduta del fascismo, nel 1943. Liberati e tornati a Napoli proprio mentre la città insorge e caccia i tedeschi, dopo la guerra, i cinque antifascisti si sono fatti da parte, senza nulla chiedere, dopo aver tutto dato. L’Italia che hanno sognato e per la quale Aurelio e tutti gli altri hanno combattuto non è mai stata come l’hanno immaginata, quando lottavano contro i regimi totalitari e questo rende Aurelio testimone prezioso di un mondo nobile – anche qui la parola non è retorica – che la nostra classe dirigente ha preferito ignorare.
Ada Grossi, sorella di Aurelio, ricevette dalle mani di Rosa Russo Iervolino il riconoscimento che oggi tocca ad Aurelio. A Luigi De Magistris, che ha conosciuto Ada e ora consegna questa medaglia ad Aurelio, va riconosciuto il merito di riaprire un discorso che rompe con lo storico e colpevole silenzio delle Istituzioni. Il merito di farlo in un momento particolarmente difficile per la storia del Paese e delle sue Istituzioni democratiche. Chi scrive gli ha personalmente chiesto più volte di non fermarsi qui. Sarebbe pienamente coerente con il suo stile e la sua visione della politica, un ulteriore un passo, un passo necessario e significativo, che finora non è stato compiuto: riconoscere l’enorme valore democratico della partecipazione volontaria dei nostri combattenti alla guerra di Spagna e promuovere una iniziativa culturale, un convegno ufficiale, in cui una Istituzione della Repubblica riconosca, infine, nella lunga militanza antifascista e nella lotta armata per la libertà della Repubblica di Spagna, il primo passo verso la Resistenza e la guerra di Liberazione, da cui è nata la nostra Repubblica. De Magistris mi ha più volte promesso di farlo. Io non lo forzo. Mi limito a credergli. Aggiungo solo che sarebbe un gesto di grande valore politico, come tutti quelli che riconoscono nel passato le più vitali radici del presente che viviamo e del futuro che proviamo a costruire.

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12009736_10153554816121397_3990894367397108267_nAurelio Grossi, novantasei anni, concittadino di Giorgio Napolitano, mentre parla con Pasquale D’Aiello, documentarista giovane e preparato, impegnato in un progetto di recupero e valorizzazione di una memoria storica che rischia di svanire per sempre. In Italia, Aurelio è l’ultimo volontario di Spagna che sia ancora in vita. Napolitano non lo sa, è troppo impegnato nella distruzione della repubblica, ma Aurelio non ha fatto la fronda nei gruppi universitari fascisti, ma ha combattuto contro i franchisti, i fascisti e i nazisti. Tre lunghi anni di guerra sanguinosa, una ferita a un occhio, i campi d’internamento francesi, poi l’Italia, Napoli, il carcere di Poggioreale e più di due anni di confino politico.
Le Istituzioni della repubblica antifascista e quanti si dicono oggi antifascisti avrebbero dovuto essergli riconoscenti, averlo in gran conto, onorarlo e non fargli sentire il peso della solitudine. Nessuno s’è mai ricordato di lui e le Istituzioni, tutte e a tutti i livelli, lo hanno lasciato solo, come sola se n’è andata Ada, la sorella, che da Barcellona, dai microfoni di “Radio Lìbertà” portò nell’Italia fascista la voce della Spagna libera e repubblicana.
Si fanno mille analisi per comprendere le ragioni della micidiale sconfitta delle sinistra, ma sono chiacchiere di sedicenti intellettuali, che hanno costruito le loro fortune sul nulla. La spiegazione è molto più semplice di quanto si voglia far credere. Semplice e terribile. La solitudine di Aurelio ce la racconta con una evidenza che non lascia spazio ai dubbi. Tra pochi giorni, per ricordare le Quattro Giornate, prenderanno la parola cani e porci e ci parleranno di scugnizzi e carabinieri. Di Aurelio non si ricorderà nessuno, perché nessuno sa che esiste e se glielo dici, non ti stanno a sentire. Qui a Napoli oltre 200 tra ex confinati e perseguitati politici presero le armi contro i nazifascisti, ma nessuno ne sa niente. Ormai la storia si scrive sotto dettato. Un insieme di veline.
Ecco che ciò che scrive Pasquale D’Aiello:
Oggi abbiamo incontrato per il nostro documentario, “I primi saranno gli ultimi”, l’ultimo combattente italiano della guerra civile spagnola, Aurelio Grossi. Alla fine lo abbiamo ringraziato per il suo impegno per la libertà e per l’attenzione che ci aveva dedicato. Lui ci ha risposto, sforzandosi per raccogliere le sue poche energie: “sono io che ringrazio voi”. E il sorriso che ci ha regalato mi ha reso felice.
Ringrazio il professor Giuseppe Aragno che ci ha permesso di conoscerlo e ci ha reso possibile incontrarlo e il presidente dell’AICVAS, Italo Poma, che per primo ci ha messo sulle sue tracce“.

Per conoscere meglio l’interessante lavoro dell’ottimo D’Aiello, cliccare sul link:
I primi saranno gli ultimi.

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scansione0012Ho contato mille parole retoriche, cento invenzioni di storici improvvisati e qualcuno giura persino che nel 1944 eravate in non so quale Brigata Garibaldi. Ho letto sciocchezze di ogni tipo, non ho trovato una sola parola che ti ricordasse, Aurelio, fratello di Ada, che a diciotto anni hai combattuto nella neve ghiacciata di Teruel e ci hai lasciato un occhio. Tranne i tuoi due parenti stanchi, nessuno ha mosso un dito per te, che a 96 anni vivi – ma meglio sarebbe dire sopravvivi – e sei più solo. Vivi circondato dall’indifferenza. Ciao, Aurelio, uomo solo e compagno che avrebbe meritato ben altra sorte. Di aiutarti da vivo, non ne parla nessuno, ma sta certo: gli antifascisti da operetta domani ti piangeranno e si mostreranno tutti molto addolorati.

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Ada Grossi la voce antifascista che parlava a “Radio Libertà”

Ada Grossi, storica figura dell’antifascismo, s’è spenta a Napoli l’8 agosto. Nata nel 1917, si trovò subito nella bufera: Mussolini, l’omicidio Matteotti e le minacce squadriste al padre, l’avvocato Cesare, amico di Bracco e De Nicola. A nove anni, nel 1926, la fuga a Buenos Aires con la madre, Maria Olandese, che in Russia aveva cantato per lo zar, col padre e con i fratelli, Renato e Aurelio.
Più umana dell’Europa unita, l’Argentina accolse gli immigrati e diede lavoro all’ex avvocato. Una vita dura, che non impedì a Cesare e Maria di fare da riferimento per gli esuli italiani.
Ada divenne donna così, tra comizi e “sovversivi” e nel 1936, a soli 19 anni, quando scoppiò la guerra civile spagnola, accorse in aiuto dei repubblicani. A Barcellona fu la “speaker” di “Radio Libertà”, creata dal padre per il governo Caballero.
Voce della Spagna libera, Ada superò la censura fascista, svelò agli italiani i crimini del regime e consegnò alla storia le ragioni della democrazia.
Tornata in Italia negli anni Settanta, invecchiò in un Paese in cui la crisi economica apriva la via a forze politiche decise a colpire i valori su cui fonda la Repubblica: pace, libertà, giustizia sociale e solidarietà. I valori che il fascismo negò.
Benché anziana e stanca, ha suscitato emozioni fino alla fine, offrendo ai giovani un esempio di quella “dimensione etica” dell’agire politico, svanita nella crisi di valori di un mondo malato di consumismo. Aveva ricordi belli e dolenti: il padre a Napoli, sorvegliato a vista dai fascisti, che non tolse mai dallo studio una foto di Matteotti e la madre, che intimidì gli squadristi con la dignità dello sguardo. Ricordava la Spagna, la guerra civile, i fratelli al fronte coi repubblicani, i concerti della madre per i soldati negli ospedali, Aurelio ferito a un occhio, la sconfitta, la fuga sui Pirenei sotto il tiro dei caccia e i combattenti internati in Francia.
Era orgogliosa delle parole del questore di Napoli che attribuì a “Radio Libertà” il risveglio dell’antifascismo e per zittirla impiantò una stazione radio “disturbatrice”, ma il passato poteva pesarle più della solitudine. Non dimenticò mai il dolore per la famiglia dispersa nei campi francesi d’internamento, le baracche di lamiera roventi d’estate e gelide d´inverno, l’attacco dell’Italia fascista alla Francia e le ritorsioni. Nel 1940, sposato nel campo di Argelés-sur-Mere Enrique Guzman de Soto, ufficiale repubblicano e noto oppositore dei falangisti, tornò in Spagna col marito, che presto però fu arrestato. Dei familiari, Cesare, Maria e Aurelio finirono al confino politico e Renato, chiuso in manicomio sui Pirenei per un esaurimento nervoso, pagò il prezzo più caro. Quando l’Italia assalì la Francia, fu sottoposto a un’atroce terapia d’insulina e poi consegnato ai fascisti, che l’annientarono con gli elettrochoc. La Spagna di Ada, però, non fu mai odio. Nelle sue parole c’erano il sapore della libertà che aveva respirato a Barcellona e l’orgoglio di chi ha lottato fino in fondo per la libertà.
Caduto il regime e tornati liberi a Napoli, i Grossi si scontrarono con un’amara realtà: i fascisti erano tutti ai loro posti e Cesare, radiato dall’albo degli avvocati, dovette ricorrere in Tribunale. Privi di tutto, non chiesero nulla. Fino alla fine Ada ha ritenuto di aver fatto solo il suo dovere, proponendo così un’idea della politica incompatibile con la sua immagine attuale e un modello alternativo di classe dirigente: quella che non cerca compensi e non fa patti con la coscienza. Un esempio prezioso per i giovani e una speranza che non muore con lei.

La Repubblica (Napoli) 19 agosto 2015

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13864_621943391238772_8903687686590884485_nL’Istituto Campano per la Storia della Resistenza a me non l’aveva detto… Bella gente! Lo so, ora è tardi per fare propaganda, perciò non dico che vi aspetto tutti, sarebbe troppa grazia! Però gli attori sono bravissimi il teatro sta al centro, il lavoro è bello e il coautore è in gamba.
Che fate? Ci lasciate col teatro vuoto?

Domenica
alle ore 18.00
Teatro Instabile di Napoli – Vico Fico Purgatorio ad Arco, 38 – Napoli

LA CARROZZA D’ORO
presenta

Radio Libertà
Un racconto che ha il fascino dell’epopea

di Alfredo Giraldi
scritto in collaborazione e con l’aiuto di Giuseppe Aragno

Con Alfredo Giraldi e Luana Martucci
Regia: Luana Martucci
Aiuto Regia: Pasquale Napolitano

Radio Libertà è la storia di una radio nella Barcellona repubblicana. Una radio antifascista voluta e messa su da un avvocato napoletano, Carmine Cesare Grossi, socialista e antifascista, durante la guerra civile spagnola.
Radio Libertà è la storia di una famiglia napoletana, la famiglia Grossi appunto, che sceglie di schierarsi, sceglie da che parte stare, e raggiunge Barcellona facendo un giro lungo, molto lungo, passando attraverso l’Argentina, il Belgio e la Francia.
Radio Libertà è la storia di Ada, una ragazza che ha solo 19 anni quando attraversa l’Oceano Atlantico, con la famiglia, per tornare in Europa e diventare poi la voce della Spagna insanguinata, la voce della Spagna libera, che si rivolge agli antifascisti di tutta Europa perché portino il loro aiuto.
Radio Libertà è la storia di Renato, eroe sconfitto e dimenticato, che vede vent’anni di una vita ridotti in cinque righe di un foglio indifferente, alla fine di un interrogatorio. Un ragazzo di vent’anni che si scontra con la forza disumana della storia che travolge i vinti e non consente scampo. La storia di Aurelio, il quale segue il fratello maggiore sul fronte spagnolo. La storia di Maria Olandese, ex soprano, una donna molto forte, moglie e madre. Una donna capace di fermare i fascisti che vogliono arrestare suo marito con la sola forza del suo sguardo.

L’evento di domenica è organizzato dall’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi”.
Il lavoro è ricavato dal libro di Giuseppe Aragno intitolato Antifascismo e potere. Storia di Storie, Bastogi, Foggia, 2012

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