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Posts Tagged ‘Presidente del Consiglio’

catilin3Costituzione della Repubblica
Articolo 87:

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge d’iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica”.

Che significa? Anzitutto questo: il Presidente della Repubblica non c’entra con l’attività del governo, con la polemica politica tra maggioranza e opposizione parlamentare e meno che mai con le lotte interne ai partiti tra gruppi di minoranza e forze che sostengono un segretario, nemmeno se quest’ultimo è anche Presidente del Consiglio. Il Capo dello Stato, per usare le parole di Meuccio Ruini, Presidente della “Commissione dei 75”, incaricata di redigere il testo costituzionale, “rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze”. Egli, quindi, non può assolutamente entrare nel merito della battaglia politica che si svolge in Parlamento e meno che mia intervenire a favore delle posizioni sostenute dal governo e contrastate dalla opposizioni. Egli è e deve restare “arbitro” imparziale e custode della Costituzione, al di sopra delle contese politiche. L’Assemblea Costituente chiarì senza ombra di dubbi che nei suoi “messaggi alle Camere” egli non può indicare gli argomenti più importanti che interessano il Paese, come accade negli Stati Uniti. Non può perché l’Italia è una repubblica parlamentare. Egli ha diritto di rivolgere alle Camere parole pacificatrici e rasserenatrici senza prendere però posizione per questa o quella parte. Quando, in questi giorni, ha osato chiedere senza alcuna prudenza istituzionale “politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione”, quando si è brutalmente inserito nel dibattito politico sull’articolo 18, affermando che “dobbiamo rinnovare decisamente istituzioni, strutture sociali, comportamenti collettivi”, perché, secondo lui, “non possiamo più restare prigionieri di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”,  Giorgio Napolitano ha superato il segno. Egli ha smesso di essere arbitro imparziale e ha assunto un ruolo di sostegno sia alla maggioranza di governo contro l’opposizione, che a quella interna al PD in lotta con la minoranza sul tema della riforma del mercato del lavoro.
A questo punto è inutile che intervengano i soliti avvocati delle cause perse: quest’uomo non è più il garante della Costituzione repubblicana, ma un pericolo grave per la vita della repubblica e della democrazia. O si dimette immediatamente o dovrà rassegnarsi al motivato e giusto disprezzo di chi, a cominciare da me, scriverà che è un traditore senza temere l’accusa di vilipendio, perché vilipesa è la Costituzione che Napolitano avrebbe il dovere di tutelare e invece calpesta.

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Due parole. Quante ne detta la coscienza e ne merita un provocatore sicuro dell’impunità. Solo due. Le devo a me stesso, alla mia vita di studi, lavoro e militanza. C’è un confine oltre il quale al diritto violato tocca il dovere della replica. E quel che costa, costa.

Sarete certamente d’accordo: un uomo ti è pari, se da pari ti affronta. Se invece ti colpisce quando non lo puoi colpire, è un volgare brigante da strada, un teppista e un cialtrone. Con le sue dichiarazioni pubbliche sui professori di sinistra, Silvio Berlusconi calpesta la mia dignità, facendosi forte del ruolo pubblico che ricopre e del potere che gliene deriva. Come posso difendermi? Quali strumenti ho per ottenere che mi chieda scusa? Per tutelare il mio onore e la mia dignità, posso solo dichiarare pubblicamente il mio sdegno: un uomo che si comporta come lui è un miserabile vigliacco.

Sfido a darmi torto: un vile, un uomo che approfitta del suo ruolo pubblico e del suo potere politico per offendermi, denigrarmi, infangarmi, sapendo benissimo che non ho i mezzi per difendermi, non ha la dignità morale per governare il Paese. Lo dico pubblicamente: le sue parole lo rendono incompatibile col ruolo che ricopre e indegno della mia stima e del mio rispetto. Fino a quando non si scuserà, ho il pieno diritto di dirlo: chi è ad un tempo potente e vigliacco mi disgusta e mi disgustano profondamente tutti coloro che gli danno man forte e lo giustificano. Li ritengo complici di un miserabile abuso.

Se in Italia gli uomini liberi, che hanno rispetto di se stessi e degli altri, non sono più tutelati nel loro onore e nella loro dignità, se le idee che un uomo professa possono esser impunemente additate al pubblico disprezzo dal Presidente del Consiglio, senza che i suoi ministri sentano il dovere di prendere le distanze e, se insiste, sfiduciarlo, allora non ci sono dubbi: questo Paese non è più libero e tutto ciò che mi resta da fare è denunciare apertamente la violenza che subisco. Finché non si scuserà pubblicamente, io pubblicamente dirò che Silvio Berlusconi è un prepotente, un uomo dappoco, un maramaldo che si dimostra vile e coi suoi comportamenti disonora le Istituzioni democratiche.

Il Manifesto 23 aprile 2011

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Si può essere in totale disaccordo, ma un uomo ha tutto il diritto di porre al centro dell’universo sociale una cultura che esprima un interesse particolare e fare l’elogio della scuola privata, che di tale cultura può e vuol essere al servizio. Certo, la funzione della scuola non è quella della famiglia e ne vien fuori un circolo vizioso che soffoca l’idea di pluralismo, esalta l’individualismo, impedisce la conoscenza e il riconoscimento della diversità delle culture. Il diritto, tuttavia, esiste e non può essere negato. Se quest’uomo, però, presiede il Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana ed è responsabile, quindi, delle sue politiche formative, la conseguenza di una simile presa di posizione dovrebbero essere le immediate dimissioni.

Con singolare temeraria arroganza, il ministro Gelmini ripete che il governo non attacca la scuola dello Stato, ma il suo Presidente urla ai quattro venti che quella privata è moralmente superiore. Le chiacchiere del ministro sono smentite dai fatti, che raccontano un’altra storia. Le tessere del mosaico che compongono il quadro sociale e i valori che esse esprimono sono tutelati dalla Costituzione, che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità“. La polemica di Berlusconi, quindi, è la spia di una povertà culturale incompatibile con la funzione di governo che è chiamato a svolgere. L’avvocato Gelmini e il dottor Berlusconi dovrebbero saperlo. All’Assemblea Costituente un uomo della personalità di La Pira pose con forza e autorevolezza l’accento sulla tutela della sfera privata e negò legittimità allo Stato che non rispetta i diritti della comunità familiare e di quella religiosa. Intervenne Dossetti con la sua spiritualità, convenne Togliatti col suo materialismo, concordarono Fanfani e Amendola. Si mosse un mondo e l’articolo 2 della Costituzione è frutto di quel dibattito. La scuola della Costituzione è quanto di nobile si è ricavato dal sangue versato nella guerra di liberazione,

La scuola cui pensano Berlusconi e Gelmini, al contrario, non solo tutela interessi particolari, ma cancella l’anima “collettiva” della formazione, quella che vive nella seconda parte dell’articolo 2 della Carta costituzionale e richiede l’adempimento dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale“; è una scuola che nasce da una lettura classista di un testo necessariamente, ma anche nobilmente interclassista, prodotto dai valori dell’antifascismo. Una lettura eversiva, che ha il suo riferimento teorico nella barbarie neoliberista e il suo “rovescio pratico” nel “governo materiale” del sistema formativo: la mannaia sulle cattedre, i tagli indiscriminati ai fondi, l’affollamento delle classi, la cancellazione di materie.

Tradotto in termini concreti, in questo momento il berlusconiano primato del privato significa che a Napoli all’Università Orientale non si insegneranno più Linguaggi multimediali, Informatica umanistica, Plurilinguismo e interculturalità nel Mediterraneo, Traduzione letteraria, Linguistica dell’Asia e dell’Africa, Politiche ed economia delle istituzioni, Sviluppo e cooperazione internazionale, Politiche e istituzioni dell’Europa; alla Statale di Milano Storia dell’Asia, Storia e Istituzioni dell’Africa e Storia dei paesi islamici sono state escluse dai programmi dei corsi di laurea di Scienze Politiche; ad Avellino non si insegnano più Medicina e Chirurgia. In compenso mentre si uccide il diritto allo studio, in Parlamento, alla commissione Istruzione alla Camera, si riaffaccia la proposta di legge della Lega firmata da tale Paola Goisis, che impone l’insegnamento del dialetto in classe. L’obiettivo non è la “cultura della famiglia“, ma l’imbarbarimento della cultura dell’uomo e della donna.

E’ vero, la cultura non si mangia e di mancanza di cultura non si muore. Tuttavia, il governo che in una società “avanzata” distrugge il sistema formativo è criminale quanto quello di un Paese nordafricano che aumenta il costo del pane. Pane o cultura, un popolo scende in piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 9 marzo 2011

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A tre giorni da un evento centrale per la vita politica di un Paese che vanta d’essere “democrazia parlamentare” – il voto di fiducia al governo – un fantasma si aggira per il Paese: il collasso della vita democratica. Perché il fantasma prendesse corpo, il Presidente d’uno sconsigliato Consiglio dei Ministri, ha addirittura chiuso le Camere, nell’inspiegabile silenzio delle opposizioni. Non era mai accaduto nella storia della Repubblica, ma questo non è l’unico “primato” d’una stagione politica oscura e pericolosa. La Camera, infatti, per suo conto, tutto è, tranne che un’assemblea di deputati eletti dal popolo. In quanto al Governo, ha cercato soprattutto soluzioni per i problemi giudiziari d’un plurinquisito e si è adoperato per agevolare le fortune del “privato” a danno del “pubblico”. Lo smantellamento del sistema formativo statale, a vantaggio delle scuole e delle università private in cui operano numerosi amici del Presidente del Consiglio è sotto gli occhi di tutti. A guardare le cose da questo punto di vista, appare chiaro che, paradossalmente, in questi giorni, tutto è discussione, tranne che la fiducia parlamentare. Senza una Camera dei Deputati eletta dai cittadini, il Governo è illegittimo e il Parlamento illegale. Come in un racconto di Kafka, la vita del Paese, quella che nasce dai grandi principi, enunciati nella banalità quotidiana sotto forma di deliri populistici – “il popolo sovrano” – come l’ordinario tran tran – lavoro, salute, pensione, formazione – tutto “va in scena”, tutto è finzione, o verità di teatranti, tutto è sottilmente falso, tutto è inganno. Noi non ce lo diciamo chiaro, ma sappiamo che il nostro destino non sta nelle scelte di un finto parlamento e di una menzogna che chiamiamo governo. Noi sappiamo che dietro il “racconto parlamentare”, con le sue vendite di tappeti, il mercato delle vacche e i cambi di casacca, il governo è governato da poteri impenetrabili, verità contraffatte, imprevedibili accordi. Martedì 14, a farsa compiuta, tutto sarà com’era. E i conti, se mai vorremo finalmente farli, non quadreranno in un contesto di “mentita democrazia”. Se il potere è un inganno, a noi, gente di scuola, tocca rifiutare le menzogne della meritocrazia. Noi sappiamo che la “costituzione materiale” fatalmente muta sotto la pressione della storia che cambia, ma non possiamo accettare che l’interesse di parte stravolga i principi di riferimento del patto sociale e che l’ordine pubblico si trasformi in una sorta di guerra sociale condotta dall’alto contro le cosiddette “classi subalterne”. La nostra verità è la scuola e abbiamo un principio ordinatore: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, una repubblica in cui sono riconosciuti e garantiti i diritti inviolabili dell’uomo e tutti i cittadini hanno pari dignità di fronte alla legge. Non altro. Pochi e imprescrittibili diritti: libertà ed eguaglianza dei cittadini, effettiva partecipazione, espressione diretta e soggettiva nella scelta dei deputati, diritto alla studio, preminenza dell’interesse pubblico su quello privato, ripudio della guerra, promozione e sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Per questo martedì i nostri figli saranno a Roma: per difendere il diritto a un futuro. Comunque potremo, fisicamente o moralmente, noi martedì dovremo essere con loro.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 dicembre 2010

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Saranno gli storici a dirlo domani. Oggi non è ancora possibile sapere chi ha fatto più danni negli ultimi due anni, ma una cosa è certa: nel gioco delle parti che li divide e li unisce, lo spettacolo che ieri hanno saputo offrire a “Ballarò” l’aspirante “capo” del governo, per ora semplicemente Presidente del Consiglio, e il tesoriere del disastro Italia non s’era visto in politica nemmeno ai tempi di Araldo di Crollalanza, Farinacci e Caradonna. In un confronto diretto, Berlusconi e Tremonti avrebbero dato dei punti persino a Stan Lorel e Holiver Hardy, illustri maestri della “comica finale“.
Il clima era quello del “vogliamoci bene” e teniamoci uniti. Le cose vanno ormai di male in peggio e prima o poi la gente si rivolta. Un tal Morando, senatore d’opposizione, non sapeva a che santo votarsi per trovare un argomento che lo separasse da Tremonti e il cassiere della macelleria dava i numeri com’è solito fare. Se la prendeva con i pensionati, gli invalidi veri e finti, gli impiegati di terza fascia e quella manica di privilegiati degli insegnanti, che da troppo scialano e fanno disastri. Bonanni, il sindacalista, faceva tappezzeria e Giannini, l’aguzzo vice direttore di “Repubblica“, mancandogli l’occasione di sparare a zero su una qualche storia di sesso e di corna, si arrampicava sugli specchi per marcare una generica differenza sull’equità d’una “manovra correttiva“, che addossa sul pubblico impiego la catastrofe prodotta dal neoliberismo e dalla più ottusa politica di classe che si sia mai vesta nella storia della repubblica. Non ci sarebbe voluto molto ad affondar la lama e fare a pezzi la cortina fumogena di Tremonti che delirava di “statali privilegiati“, maestri nababbi che hanno ricevuto “incrementi di stipendio sistematicamente superiori al tasso d’inflazione” e accampava l’alibi scandaloso di un’Europa che ce lo chiede. Una scaramuccia su “case emerse” e condono edilizio, un tira e molla lezioso sulla tracciabilità degli assegni con la massaia che spiegava all’economista “ma io pago in contanti” e il faccendiere che strizzava l’occhio ai furbi – qualunque cifra si può dividere per 10 per 100 e per 1000 – e si procedeva così con dosi massicce di Lexotan e un armistizio dichiarato sui temi che scottano. Paralizzati dal feticcio del mercato, i sacerdoti del libero scambio, della logica del profitto e del primato dell’economia borghese sulla politica davano per scontato che la maggiore aspirazione della povera gente sia il benessere delle aziende che lavorano al nero, il condono per gli evasori, lo scudo fiscale per chi nasconde all’estero i capitali, la certezza che le banche possano esercitare legalmente l’usura, l’incondizionata sottomissione alla speculazione finanziaria affinché la vita sia sempre movimentata dalla produzione di bolle e disastri economici. A sentire ieri Tremonti e i suoi “avversari“, gli italiani sono felici di far la fame, di avere scuole alla sbando, ospedali fatiscenti, università ridotte sul lastrico, istituti di cultura chiusi e non chiedono altro che di togliere dalla bocca dei figli anche l’ultimo tozzo di pane, pur di avere due eserciti potentissimi: quello di chi non paga le tasse e di chi “porta la pace nel mondo” a spese dell’innumerevole schiera di poveracci che popolano il nostro sventurato Paese.
Sarebbe finita così, con un nulla di fatto e con gli insegnanti messi alla gogna nel complice silenzio di tutti i presenti se, per eccesso di zelo, Giannini non avesse finto una sortita: “Non parliamo di tasse, per favore, lo sappiamo tutti che il capo di Tremonti ha giustificato più volte gli evasori!“. Trascinato nella mischia, il sondaggista Pagnoncelli gli aveva fatto eco con una statistica piuttosto negativa sulla caduta di consenso di cui pare che soffra il “leader maximo“. Apriti cielo. Il padrone del vapore, che gode ormai di una impunità morale che nessun popolo civile e nessuna democrazia consentirebbe a un esponente politico, ha chiamato da una delle sue principesche residenze di miliardario che “s’è fatto da sé“, ha preteso la parola. Cosa aveva da dire di così urgente all’Italia l’uomo che dal 1994 a oggi ha ampiamente contribuito a rovinarla? Nulla. Ha dato del bugiardo a Giannini, ha negato la validità dei sondaggi di Pagnoncelli e subito dopo, da perfetto maleducato, ha sbattuto il telefono in faccia agli ascoltatori ed è tornato nel nulla da cui è uscito, lasciando al fido cassiere l’indecorosa difesa d’ufficio.
Pretende, quest’uomo senza misura, che alle elezioni ottiene il consenso di meno di 25 votanti su 100, di essere in cima ai pensieri del 62 % degli italiani. Di tutti, anche di quelli che, nauseati dallo stato comatoso della nostra vita politica, non sanno nemmeno che esiste. In quanto a Giannini, con arroganza senza fine, Berlusconi ha sostenuto che mai e poi mai s’è permesso di giustificare l’evasione fiscale.
Bene. Domani, nelle scuole d’Italia gli insegnanti vilipesi da Tremonti, attaccati da Gelmini, oltraggiati da Brunetta e massacrati da Berlusconi, torneranno al loro lavoro. Checché ne pensino Limina e le sue circolari, chi ha dignità e amore per la Repubblica terrà una lezione sull’etica della politica, spiegherà brevemente e in maniera neutra quello che è accaduto, poi farà un clik su questo link: i ragazzi sono molto più intelligenti di quanto creda il nostro aspirante capo del governo” che, a suo dire è moralmente autorizzato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 giugno 2010

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