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Posts Tagged ‘fratelli Rosselli’

MaestraI fascisti hanno ucciso Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli e migliaia di altri inermi difensori della libertà e della dignità di un popolo.
I fascisti hanno fatto morire di carcere Antonio Gramsci.
I fascisti hanno sterminato col gas popolazioni inermi durante la guerra d’Africa.
I fascisti hanno scatenato guerre feroci senza nemmeno dichiararle.
I fascisti hanno approvato leggi razziali.
I fascisti hanno contrinuito a scatenare la seconda guerra mondiale e hanno collaborato coi nazisti nel genocidio di ebrei, omossessuali, rom, testimoni di Geova, sofferenti di disagio mentale e avversari politici.
I neofascisti hanno compiuto stragi come quelle di Piazza Fontana e di Bologna.
Fascisti e neofascisti sono dei criminali, ma sono stati sempre coperti da forze dell’ordine prima fasciste e poi molto spesso complici dei neofascisti.
Dopo Genova, le forze dell’ordine non godono della stima della popolazione, perché non hanno mai chiesto l’allontanamento dei colleghi responsabili, i quali purtroppo hanno disonorato la divisa che ancora indossano.
Il Ministero dell’Interno non può garantire la libertà di parola a organizzazioni fasciste per le quali la Costituzione prevede lo scioglimento.
Lavinia Flavia Cassaro è una docente e aveva il dovere di essere un esempio per i giovani. Maledire i complici del fascismo è un gesto  di coraggio e di virtù civile e – come accade nei momenti bui della storia – comporta il rischio della repressione. Gli antifascisti pertanto esprimono la loro solidarietà incondizionata alla docente, che è una perseguitata politica e ricordano che la reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, prevista dal codice Zanardelli del 1889 fu abolita dal codice del fascista Rocco del 1930, ma è stata poi ripristinata. Tutelare l’agibilità politica dei fascisti e colpire gli antifascisti è un reato.
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page3-img3Quando se ne potrà parlare con il necessario distacco, risulterà chiaro che, al di là dell’esito della loro iniziativa, a Falcone e Montanari va riconosciuto il merito di aver lanciato precocemente l’allarme: in questa Unione Europea, portavoce delle banche e degli interessi dei più forti, nelle condizioni in cui versa il Paese, con un Parlamento di nominati, sul quale pesa una irrevocabile sentenza della Consulta, e morale e con il fascismo che rinasce, le imminenti elezioni politiche sono un pericoloso tornante della storia e in gioco ci sono la Costituzione e la democrazia. Non a caso, del resto, Anna Falcone è stata in prima linea nella battaglia per il no e Tomaso Montanari è figura di primo piano di “Libertà e Giustizia”.
D’accordo, si sono fidati di autentici banditi e nelle loro “cento piazze” l’accento è forse caduto soprattutto sui “diritti civili”; forse la gente cui hanno parlato teme anzitutto una svolta autoritaria, non frequenta piazze infuocate e non è fisicamente a fianco delle classi sociali più pesantemente  colpite dalla crisi. Sarebbe sbagliato, però, pensare che è gente indifferente ai loro problemi e alla loro sorte. L’Italia è un Paese complesso e quelle piazze rappresentavano una delle componenti di tale complessità. E’ innegabile, però, che erano pronte a dare battaglia per il cambiamento e non si sarebbero tirate indietro nella difesa di tutti i diritti calpestati. Non c’è dubbio, perciò: da soli, coloro che si sono raccolti attorno all’appello del Brancaccio non avrebbero potuto farcela, ma chi  riprende e continua quel lavoro non può farne a meno, deve riuscire a parlare con quella gente.
L’appello lanciato dall’Ex Opg je so’ Pazzo al teatro Italia di Roma ha radunato un’altra componente della complessa realtà italiana, quella che, senza ignorare la terribile crisi della democrazia, sente sulla propria pelle le conseguenze di un’altra crisi, quella economica, prodotta dal capitale finanziario, il più forte elemento di coesione della nostra borghesia. Una crisi gestita con rara ferocia da governi moralmente e politicamente illegittimi, quanto e più dei “nominati” che, accampati in Parlamento, votano la fiducia. Due crisi che costituiscono il rovescio di un’unica medaglia, perché storicamente il fascismo – o in senso più lato i governi della destra autoritaria – è il regime del capitale finanziario, soprattutto in tempi di crisi.
Al Teatro Italia era presente chi difende la Costituzione, ma conosce più direttamente i colpi della reazione e della sua ideologia: il mito dell’infallibilità del mercato (un’astrazione dietro la quale ci sono i padroni), la teoria delle scelte obbligate e delle necessità oggettive che significa flessibilità, riduzione del costo del lavoro, licenziamenti e chi più ne ha più ne metta.
Questi due mondi non sono estranei tra loro e bisogna prenderne atto: o chi ha seguito Falcone e Montanari va con gli altri allo scontro, o saranno entrambi battuti perché i governi “tecnici” e liberali, feriscono profondamente, ma non ammazzano e non bastano a piegare la gente; occorre un regime che raccolga in un sol fascio le diverse anime della reazione. Non facciamo questioni di purezza e non puntiamo il dito l’uno contro gli altri. La dottrina fallimentare che s’inventò il social fascismo ha già fatto storicamente i suoi gravissimi danni e la fine dei fratelli Rosselli dovrebbe avere insegnato qualcosa.
C’è un ultimo dato da considerare. Al di là delle realtà radunate nei due teatri romani, destinate a marciare assieme o perire, non esistono posizioni intermedie. Chiunque in questa situazione pensa di poter stare alla finestra a guardare per  intervenire poi a cose fatte, è condannato a sparire politicamente. Non c’è tempo per aspettare. Oggi si va costruendo una resistenza. Se sarà possibile si proverà a farla in Parlamento, sennò ci si sarà messi assieme per una lotta molto più dura. Altra via non è data.

Fuoriregistro, 25 novembre 2017

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giuramento-fascistaMorti a migliaia. Abbiamo portato la guerra ovunque per badare ai nostri sporchi interessi; abbiamo bombardato popoli inermi senza pietà, abbiamo armato macellai e ucciso la pietà.
Migliaia, centinaia di migliaia di morti, dilaniati dalle bombe al fosforo, distrutti dall’uranio depotenziato, fatti a pezzi dai missili dei nostri aerei “democratici”.
Morti a migliaia e non bastano. Ora ammazziamo anche i superstiti, gli sventurati in fuga dalla guerre che abbiamo voluto, dai criminali che abbiamo sostenuto, dalla barbarie che abbiamo coltivato e alimentato, armandola e scatenandola.
Morti a migliaia. Soffocati nei camion, annegati nel Mediterraneo, consegnati ai carnefici da cui scappavano. Ovunque gente annichilita nei campi di concentramento, martirizzata dai manganelli e dai gas di fronte ai nostri muri di filo di spinato, ai nostri confini chiusi, alla sbirraglia scatenata. Così stiamo mettendo a tacere per sempre coloro che abbiamo spinto alla disperazione.
I terroristi siamo noi, siamo noi gli autentici e impuniti tagliagole. Noi i veri integralisti, noi gli assassini della verità.
A me non basta più puntare il dito sui colpevoli, accusare gente come Napolitano, che si porta sulla coscienza la Costituzione democratica, assassini, come buona parte di chi governa da anni l’Italia e l’Europa. La mia coscienza mi domanda sempre più insistentemente che intendo fare per fermarli, che farò per evitare che figli e nipoti – uomini e donne che domani ci ricorderanno – non dicano di noi ciò che abbiamo potuto dire noi della stragrande maggioranza degli europei degli anni Trenta e Quaranta: voltarono la testa da un’altra parte.
E’ tempo di agire seriamente e di tirare il dado senza esitazione. E’ tempo di reagire, a costo di trovarsi soli e pagare i prezzi che vanno pagati, quando la legalità diventa tragedia e copre l’oscena ferocia del potere. Ormai non resta altra via se non quella aspra, difficile e dolorosa della dignità e dell’onore. Come Matteotti, Amendola, Gobetti, Gramsci, Pertini, i fratelli Rosselli, Terracini, Salvemini e tanti altri, noi dobbiamo costringere i turpi criminali a trascinarci in manette davanti ai loro complici tribunali; li dobbiamo mettere spalle al muro, dobbiamo farci arrestare se occorre, processare e, come i nostri nonni, dovremo usare le aule giudiziarie come arma di denuncia, trasformarci da accusati in accusatori, da “imputati” in giudici. Non resta altro. A partire da settembre, quando la scuola incatenata dovrà scegliere tra la resa e la disobbedienza, ognuno di noi avrà l’occasione per dire basta. E’ tempo di tornare al ciclostile e costruire dissenso, ma questo lavoro si fa anzitutto con l’esempio. Bisogna dire no e pagarne le conseguenze. Solo così i giovani si muoveranno.

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Un Paese ipnotizzato dal circo mediatico e dall’infinita querelle sulle vicende giudiziarie di Berlusconi, non presta molta attenzione alle mille, preziose notizie che la controinformazione riesce a far filtrare con intelligenza e coraggio attraverso le maglie del conformismo. Giorni fa, Iside Gjergji ci ha raccontato d’una scelta inquietante e rivelatrice del Presidente del Consiglio, che il 7 aprile “per consentire un efficace contrasto all’eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari nel territorio nazionale“, ha dichiarato per decreto lo “stato di emergenza umanitaria nel territorio del Nord Africa (G.U. n. 83 del 11-4-2011)“.
Tragica, nella sua essenza comica – non si capisce quale Paese sia il Nord Africa e l’Italia non può dichiarare lo stato di emergenza in un altro Stato – l’anomalia giuridica ha le mille ombre sulle quali acutamente si ferma la studiosa, ma è anche un fatto da archiviare a futura memoria. Un fatto, uno dei tanti sui quali prima o poi gli storici si affaticheranno, per tentare di leggere il tempo che viviamo. Cronaca drammatica che scandisce il senso della nostra esperienza umana, ma allo stesso momento storia, possibile chiave di lettura d’un futuro che non conosciamo e che sarà il presente di chi, dopo di noi, si troverà a pagare i nostri conti. Un fatto, la tessera d’un mosaico da comporre, di cui non vediamo il disegno complessivo, ma del quale s’intuiscono i volti enigmatici e le ombre. Fatti muti, che troveranno mille parole domani, quando lo storico potrà interrogarli. E ai fatti, non a caso, si appella da tempo, per tirarli da ogni parte, per metterli in ombra o sovraesporli, una classe dirigente decisa a chiudere i conti col futuro, manipolando il presente e mistificando il passato.
Mettiamola agli atti e cataloghiamola, la dichiarazione che segue, e teniamola in evidenza, perché anche di questo dovranno tener conto domani gli storici, quando interogheranno lo sfascio e ricostruiranno la miseria morale del tempo che viviamo: “Quello dei libri di testo è un tema che ricorre spesso; penso che, in generale, nei libri di testo non debba entrare la politica ma una visione oggettiva di fatti e soprattutto di eventi storici“. Lo afferma l’avvocato Gelmini e sarebbe facile l’ironia sui sacerdoti del merito, per domandare dove siano le conoscenze teoriche, le competenze specifiche e le esperienze maturate sul campo dal “ministro“, che fa sua la delirante “iniziativa della parlamentare Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici“, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca. Sarebbe facile, l’ironia, se l’anomalia del decreto sullo stato d’emergenza del Nord Africa e l’attacco a storici e docenti non fossero i rovesci d’una stessa medaglia e non costituissero un tentativo di avere mano libera quando si compiono misfatti e assicurasi un’impunità che vada ben oltre la questione giudiziaria. Un’impunità che superi di gran lunga i rischi d’una innocenza strappata illegalmente in tribunale. Un’impunità “orwelliana“, che privi di cittadinanza la “memoria storica” e tolga alle classi subalterne il fondamento stesso sul quale si costruisce l’intelligenza critica. Quel fondamento per cui la rabbia disperata diventa consapevolezza nella ribellione e talvolta si fa rivoluzione.
Qui non basta ricordare, come a buon diritto fa l’accademia, che la “Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea“, si occupa da tempo dei problemi dell’insegnamento della storia nella scuola e nell’università. Ne fanno fede i convegni, i dossier sulla storia nelle scuole, quello su storia contemporanea e autonomia didattica e, per citarne uno, il saggio sulla Storia Contemporanea tra scuola e università. Manuali, programmi, docenti, curato da Giuseppe Bosco e Claudia Mantovani e stampato da Rubettino nel 2004.
La questione vera sono i “fatti” e la democrazia sostanziale che essi contengono nel momento in cui si fanno materia di ricerca e depositari delle mille verità della storia. Mille, non una, senza proprietari esclusivi, senza padroni, senza preclusioni, senza verità di fede. “Politica“, come “politiche” sono, in senso lato, le attività del pensiero umano e con esse l’insegnamento,
Una classe dirigente, che muove guerra alla Costituzione e riduce il Canale di Sicilia a una trappola in cui annegare diritti umani e rabbia dei popoli oppressi, può provare a imbavagliare gli storici, ma non potrà cancellare la storia. Persegua, se può, il suo intento sanguinario, faccia a pezzi il diritto internazionale, perché, come scrive lucidamente la Gjergji, intende “depotenziare le rivolte e la spinta di cambiamento in Tunisia, Egitto e in tutto il Medio Oriente“. Ricordi, però: sono i fatti a raccontare la storia. I fratelli Rosselli, uccisi da ferro prezzolato, Gramsci incarcerato, superarono sbarre e confino politico, sconfissero malattia e morte e nessuno poté fermarne il pensiero. Non si ingabbiano le idee e un ragazzo lucidissimo l’altra sera, in un’assemblea, me l’ha ricordato: noi siamo pochi, ma pochi spesso hanno cambiato il mondo. Noi siamo pochi e diverremo molti. Non servirà a nulla addossare a storici e docenti la responsabilità della tragedia che state costruendo.
Avevamo un patto fondante, si chiamava Costituzione ed era “borghese” come s’era voluto che fosse. Bene o male, l’avevano scritta col sangue i nostri nonni sui monti partigiani e l’avete violata. Rifiutammo la guerra e voi la fate. Ci facemmo democrazia parlamentare e voi ci impedite di scegliere i deputati. Volemmo una scuola statale e l’avete distrutta. Fondammo la pace sociale sul lavoro e voi ce lo negate. Vi accettammo giudici, a patto che la vostra legge valesse per tutti nei vostri tribunali, e voi legate le mani ai vostri stessi giudici e negate persino la giustizia borghese. Raccontatela voi, fin quando potrete, la vostra storia, nei termini di una legalità che cambia di momento in momento col mutare dei vostri interessi. Noi interroghiamo i fatti e ci guida un’idea di giustizia, quella che vi fa dire che siamo comunisti: la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 aprile 2011

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