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Posts Tagged ‘Maria Stella Gelmini’

Ernesto Che Guevara, che prima di essere un rivoluzionario fu uno studente in gamba, si laureò in medicina e imparò a conoscere i problemi della scuola e dell’università, parlando agli studenti a Santiago di Cuba strappata con le armi a un dittatore al soldo degli USA, non mostrò incertezze: “Andate a cercare i nomi degli artefici della riforma e andate a vedere qual è oggi la loro posizione politica, quale ruolo hanno svolto nella vita pubblica dei Paesi d’appartenenza e avrete delle sorprese straordinarie. I personaggi che […] appaiono all’avanguardia della riforma nel loro paese sono le figure più nere della reazione, le più ipocrite, perché parlano un linguaggio democratico e praticano sistematicamente il tradimento“.  scuola-privata1[1]Sarà un caso, ma chi nel nostro Paese volesse provare a seguire il consiglio del Che, sorprese ne avrebbe davvero. Senza tornare al fascista Giovanni Gentile, Berlinguer, Moratti e Maria Stella Gelmini corrispondono perfettamente all’identikit tracciato in anni lontani dall’eroico rivoluzionario argentino. La verità è che la formazione, di qualunque paese si parli, è un ganglio vitale del potere economico e di quello politico, il solo vero e decisivo “ascensore” della scala sociale e un’arma a doppio taglio: se funziona come si deve, il potere ha da fare i conti con un controllo popolare reale e condizionante. Se invece non funziona, il popolo è servo, rassegnato e facile da manovrare.
Non meraviglia se nel ritratto, breve ma efficace, di Ernesto Che Guevara è facile riconoscere i volti e le scelte ambigue di chi qui da noi oggi governa la scuola e il paese. Chiedendo la fiducia al Parlamento, Enrico Letta non fece giri di parole: «La società della conoscenza e dell’integrazione – disse per l’occasione – si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica. In Italia c’è una nuova questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze». Sapeva perfettamente che la crisi della scuola è un’arma fortissima in mano al malgoverno; era perfettamente consapevole che gli accordi capestro sul debito pubblico e sul pareggio di bilancio, firmati a tradimento del paese e approvati da parlamentari mai eletti, gli avrebbero impedito di comportarsi di conseguenza e investire sulla scuola anche se avesse voluto, ma a lui interessava solo il voto di fiducia, l’atto formale imposto dalla Costituzione. Nulla di quello che prometteva era in grado di fare senza aprire un conflitto con l’Europa della banche, ma quel conflitto non era nei suoi programmi e della sorte dei giovani e delle classi subalterne non gli importava nulla. Per rafforzare l’inganno, di lì a poco non esitò a dichiarare di nuovo pubblicamente: «Mi prendo l’impegno: se dovremo tagliare su scuola e università, io mi dimetterò»: L’Italia dei talkshow si lasciò come sempre incantare e i soliti pennivendoli ci raccontarono mirabilie: dopo l’intervista a Fabio Fazio nella trasmissione «Che Tempo che Fa», la popolarità del nuovo astro della nostra vita politica è salita alle stelle, ci vennero a dire. Di lì a poco, come in un sapiente gioco delle parti attentamente preparato da curatori d’immagini ed esperti di psicologia delle masse, di fronte all’evidente inerzia, alla totale mancanza di risorse e ai diktat paralizzanti di banchieri cialtroni travestiti da statisti per recitare la loro parte sui tragici palcoscenici dell’UE, entrò in scena di rincalzo Maria Chiara Carrozza. «O ci sono margini per un reinvestimento nella scuola pubblica, oppure devo smettere di fare il ministro», dichiarò la ministra dell’Istruzione, l’immancabile «volto pulito» di un governo impossibilitato a governare. Me ne vado, minacciò la signora, e ci fu chi si lasciò incantare dalla dichiarazione.
Sono passati mesi. Letta e Carrozza non hanno tirato fuori un centesimo bucato, gli studenti stanno peggio di prima, migliaia di assunzioni sono state cancellate, e ai docenti è stato bloccato lo stipendio. Le dimissioni non le hanno date e di far pagare la crisi a chi può farlo, di colpire seriamente chi i soldi li ha ma li nasconde non c’è nemmeno la più pallida intenzione. I nostri politici sono tutti al capezzale di Berlusconi, un loro collega, guarda un po’, evasore fiscale. A settembre, quando le scuole riapriranno, qualcuno si preoccuperà come sempre di trovare i fondi necessari a finanziare le scuole paritarie e la risposta alla sacrosanta protesta degli studenti, la daranno le forze di polizia in assetto antisommossa.
Che Guevara e Castro avevano capito come vanno le cose quando a dettare legge è il capitale. Non a caso Fulgencio Batista lasciò Cuba cacciato dalla rivoluzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 agosto 2013

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La bandiera subito alzata dal governo politico dei “tecnici” è di quelle che fanno un grandisimo effetto in questi giorni di crisi trionfante: favorire la concorrenza economica nel mercato interno. Per quel che riguarda la formazione, però, alle chiacchiere degli esordi piagnucolosi non corrispondono i fatti e pare quasi che il concetto stesso di “concorrenza” abbia assunto significati decisamente fuorvianti. Che senso ha, infatti, chiedono i precari, voler fare concorsi per aprire ai giovani, quando migliaia di validi professionisti della formazione, che giovani sono pur stati, risultano abbandonati così al loro destino? Concorrenza per il Ministero significa forse mettere l’uno contro l’altro i giovani e i meno giovani, in modo gli uni tolgano il pane agli altri e tutti insieme facciano la fame? E da un punto di vista puramente “tecnico“, poi, dov’è mai scritto che più si è giovani e più si vale? E un mistero glorioso.

All’università, come oggi s’usa, in nome come della immancabile “qualità“, il ministro dell’Istruzione ha deciso di assegnare i fondi per la ricerca di base a gruppi di almeno cinque “unità di ricerca” che facciano parte di dipartimenti l’uno diverso dall’altro. Secondo Profumo, è questa la via per indurre le singole università a stabilire rapporti di collaborazione su progetti aperti a più larghi orizzonti, in modo da aumentare la qualità media della ricerca italiana e impedire che tutto vada alle punte di eccellenza. Qualità ed eccellenza! Non c’è un ministro che non sia obbligato a recitare questa commedia tre volte al giorno, assieme alle dieci Ave Maria e ai venti Pater Noster prescritti dal confessore subito dopo la quotidiana messa mattutina. A chiedere in giro, però, con laica diffidenza, sembra che in questo modo si vadano a colpire i gruppi più piccoli, quelli che, in realtà, sono il vero motore di una ricerca che, qui da noi, è fondata appunto sulle “eccellenze” e sui piccoli gruppi, che andrebbero, a quanto pare, sostenuti in ben altra maniera. A conferma di questa critica ci sono i numeri: nel 2005, in Italia, su 51 progetti finanziati in campo economico, ad accaparrarsi le risorse sono stati 54 atenei. In pratica, la quasi totalità delle Università.

Il ministro, nato e cresciuto nell’università, sui precari tace, prende tempo, balbetta e si direbbe quasi che non sappia di che parli. Sui fondi universitari, invece, un terreno su cui evidentemente si muove molto meglio, risponde con una punta di arroganza: occorre semplificare le procedure perché il numero delle domande è elevato per l’entità dei finanziamenti. Un’osservazione acuta, se la lentezza delle procedure non dipendesse proprio dal suo Ministero.

Sull’entità dei fondi, meglio tacere. Di tagli alla formazione l’Italia ormai muore, ma il governo dei tecnici non se n’è ancora accorto e tutto quello che ha saputo fare finora è seguire le tracce dei predecessori. La scuola del Mezzogiorno attende il miracolo dell’immancabile “progetto pilota” fondato sul prolungamento dell’obbligo in uno stretto e ambiguo rapporto con gli istituti professionali regionali (che si fa, si va dal padrone e poi si dice che si è andati a scuola?), sui concorsi per “giovani docenti”, coi “vecchi” messi alla porta dalla Gelmini o costretti dalla Fornero a lavorare fino a settant’anni, trovando in classe, magari, i nipoti dei nipoti dei loro primi studenti.

Si va avanti così: miracoli o scommesse, come quella di trasformare edifici scolastici che dovrebbero essere da tempo in pensione e nessuno sa come stiano in piedi, in centri di aggregazione, oltre che, se ci sono tempo, voglia e possibilità, centri “anche” di formazione a buon mercato, con i docenti sempre peggio pagati. Soldi naturalmente non ce ne sono, ma si fa affidamento sull’Europa. Quale Europa, nessuno sa, nemmeno Profumo, al quale Unicredit evidentemente non ha fatto in tempo a mandare il suo avviso alla clientela: “Le preoccupazioni relative all’aggravarsi della situazione del debito sovrano dei paesi dell’area euro potrebbero portare alla reintroduzione, in uno o più paesi dell’area euro di valute nazionali o, in circostanze particolarmente gravi, all’abbandono dell’Euro“. Testuale. Non sarà la banca di Profumo, ma non c’è dubbio: la faccenda riguarda anche lui. Lui e la fantasia che i “tecnici” hanno saputo portare al potere, come fossero giovani e scapigliati sessantottini. Con il rispetto dovuto a Capanna.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2012

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Se un 25 aprile di “liberazione” nasce malato di suggestioni autoritarie, forse non è un paradosso in una città che vive solo di luce riflessa, dimentica di se stessa e della sua storia, tra la spazzatura che si rassegna e il confronto elettorale che appassisce, si svuota e cede alla tentazione del plebiscito. Nella città di Amendola, il 25 aprile dovrebbero tornare alla mente Matteotti, Rosselli, Gramsci e Gobetti e invece mai come oggi si ricordano le ultime, amare riflessioni di Gaetano Arfè, napoletano e maestro di tante generazioni, che intuì la minaccia incombente e ci ammonì: “fortunato il paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, ha scritto Brecht. Io aggiungo: sciagurato il paese che non sa rimanerne degno.

“Scuola e Resistenza”, numero unico del “Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola”, uscì quando la sorte del fascismo era ora ormai segnata e l’impegno morale era soprattutto quello d’una vittoria che non fosse vendetta. Nella copia che ho qui davanti, tra le mie mille carte, la data non si legge, ma è sicuro: il giornale uscì alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate fitte, articoli scritti col sangue e la passione civile: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della “epurazione dei libri di testo fascistizzati”, l’invito a sfidare il regime morente, “macabro fantasma” che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo – “Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto” – il sogno di “un’Italia risorta” in cui la scuola “sarà il fondamento, l’elemento innovatore” perché “l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso”. Ancora si combatteva, ma a Napoli i partigiani delle Quattro Giornate conoscevano già la delusione del dopoguerra e i giudici fascisti, tutti scampati all’epurazione, erano già al lavoro. Oggi si vede il danno ma non c’è rimedio, la storia l’inventa Pansa e nessuno ricorda più, ma Eduardo Pansini, pittore e partigiano, padre di quell’Adolfo caduto combattendo tedeschi e fascisti, su al Vomero, alla Masseria Pezzalonga, era stato chiamato a rispondere dei suoi “misfatti”: violazione di domicilio il capo d’accusa. Per sparare ai tedeschi aveva sfondato la porta di casa d’un fascista.

Oggi si vede chiaro. Quell’Italia risorta fu messa subito sotto processo e c’è chi, come me, se li ricorda ancora i manifesti elettorali con l’ex federale Sansanelli in corsa alle elezioni ormai repubblicane. Qui da noi, oggi, nella città che avviò la lotta armata contro la dittatura, basta guardarsi attorno: la scuola pubblica è ferita a morte. Non è cosa da poco. E’ il confine tra la civiltà repubblicana e la rinnovata barbarie che vedi all’orizzonte. In quanto al resto, è paradossale, ma l’epurazione che non fece il comunista Togliatti, è diventata l’ossessione d’una destra che ha smarrito se stessa e quel senso dello Stato di cui menava vanto. Passa sotto silenzio, ma è per certi aspetti sconvolgente, l’iniziativa dell’onorevole “Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici”, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca.

Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il “mea culpa” non si sa bene per quali colpe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti in armi, pronti alla battaglia decisiva contro la dittatura: “L’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione, tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento”. Era il 1945, ma diresti sia oggi. “L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva. L’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato”. Attuale, sì. E sfido a capire quando. Ieri o domani?

Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – ma il nome dei caduti conduce spesso al Sud, a quei professori della nostra terra coinvolti nella Resistenza e caduti per mano nazifascista. Oggi un napoletano avrebbe fatto fatica a partecipare: prima che ai tunisini, il suo “fora d’ì balle” Bossi l’ha dedicato a noi. Un solo “pezzo”, l’ultimo, un “Appello”, reca in calce una firma – Luisa, maestra e partigiana – e si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: “Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera”.

Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. “Per difendere – correggerebbe – il futuro dell’Italia libera”. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. Tutto, in questi giorni bui, tutto, dalla riforma Gelmini al progetto di legge Carlucci, al razzismo leghista, tutto sembra chiamare davvero a una resistenza civile. E mentre cresce l’ingiustizia sociale e in nostri giovani non hanno futuro, ti pare di ascoltare la voce dei nostri grandi maestri, la voce di Giovanni Bovio, filosofo e principe del foro napoletano che, vedendo avvicinarsi la bufera, così implorava governanti e giudici: “I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre; per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro. Non fate noi delinquenti e voi giudici!.

E’ tanto che si aspetta. Troppo. Ora, però, basta guardarsi attorno, in questa nostra città nobile e sventurata, ed è subito chiaro: non c’è più molto tempo.

Uscito su Repubblica (Napoli) il 23 aprile 2011

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Quando questo governo se ne andrà – e dovrà accadere – di Maria Stella Gelmini rimarranno indelebili, nel ricordo di chi l’ha vista all’opera, l’immagine più concreta e completa della crisi morale, prima ancora che economica, di questi anni bui. Una donna che ha governato la scuola senza poter spiegare in virtù di quali titoli sia giunta al governo, che per quasi tre anni ha continuato a confondere tempo pieno e tempo scuola e non ha mai distinto tra propaganda e progetto politico.
Da qualche giorno, poi, mentre difende il “suo” premier da quello che, a suo modo di vedere, è il “fango” rovesciatogli addosso da comunisti e congiurati annidati nella Procura di Milano, il “ministro ha completamente dimenticato quanto pure aveva solennemente promesso ieri e fa di tutto per meritare una menzione particolare nell’albo dei venditori di tappeti che occupano il banco di questo sciagurato governo.
Goering ne era convinto: una menzogna più volte ripetuta diventa verità. Val la pena perciò di tornarci sulle due “verità” del ministro. Ecco le sbandierate intenzioni di Maria Stella Gelmini agli esordi, quando non era ancora diventata l’illustre passacarte della macelleria sociale di Giulio Tremonti:

Gelmini: “Stipendi insegnanti a 40mila euro annui”
10 giugno 2008

Lasciare lo scontro politico fuori dalla scuola. Lo ritiene necessario il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, che lo ha sottolineato con forza presentando alla commissione Istruzione della Camera le linee generali del suo programma per la scuola. “Occorre – ha detto – una presa di posizione lontana da inutili visioni ideologiche: il Paese ci chiede a gran voce di lasciare lo scontro politico fuori dalla scuola”. Secondo il ministro, è indispensabile “una grande alleanza” in cui tutti diano il proprio contributo “per il miglioramento della più grande infrastruttura del Paese”.
Il ministro ha poi pigiato un tasto “caldo”, quello degli stipendi degli insegnanti: “Questa legislatura deve vedere uno sforzo unanime nel far sì che gli stipendi degli insegnanti siano adeguati alla media Ocse”. Attualmente gli “stipendi sono sotto tale media”, ha comunicato il ministro svelando”numeri” di questa emergenza salariale:
“Non possiamo ignorare che lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui, tredicesima inclusa. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20 mila in più, in Finlandia 16 mila in più. La media Ocse è superiore ai 40 mila euro l’anno.

Di tutto questo non rimane traccia e il programma è cambiato. Gli insegnanti? E chi se ne ricorda. Ora ci sono problemi ben più seri: processano Berlusconi!

 

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA
Def_23. 11.10

DISPOSIZIONI SULLA DESTINAZIONE DELLE SOMME DI CUI ALL’ART. 64, COMMA 9, DELLA LEGGE 133 DEL 2008 IN APPLICAZIONE DELL’ART. 8, COMMA 14 DELLA LEGGE 30 LUGLIO 2010, N. 122 . D.I. n. 3 Del 14 gennaio 2011

IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA di concerto con IL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE

VISTO […]
CONSIDERATO […]
TENUTO CONTO […]
SENTITE le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

 

DECRETA


Art. 1. Per i motivi espressi in premessa, le risorse di cui all’art. 64, comma 9, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, relative all’esercizio finanziario 2010, sono ripartite secondo le modalità di cui ai successivi articoli 2 e 3.

Art. 2. La somma di euro 320 milioni è destinata al recupero dell’utilità dell’anno 2010 ai fini della maturazione delle posizioni di carriera e stipendiali e dei relativi incrementi economici del personale docente, educativo ed ATA.

Art. 3. La somma di euro 31 milioni è utilizzata per l’attivazione di due progetti di sperimentazione, uno relativo alle modalità, criteri e strumenti per la valutazione delle scuole per i processi di miglioramento della didattica e l’altro per premiare gli insegnanti che si distinguono per un generale apprezzamento professionale all’interno di una scuola. Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, con proprio decreto, provvede alla definizione dei citati progetti e al riparto delle somme previste tra le specifiche finalità.

Art. 4. Le risorse di cui all’art. 64, comma 9, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, relative agli esercizi finanziari successivi al 2010, sono prioritariamente dedicate alle medesime finalità di cui all’art. 2, entro il limite di quanto effettivamente reso disponibile ai sensi dell’ultimo periodo del medesimo articolo 64 comma 9.

IL MINISTRO
DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA
F.TO MARIASTELLA GELMINI

IL MINISTRO
DELL’ ECONOMIA E DELLE FINANZE
F.TO GIULIO TREMONTI

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 gennaio 2011

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Napoli affronta ogni giorno con estrema fatica il grave problema di una criminalità così aggessiva, da sembrare talvolta fuori controllo. Non occorrono inchieste e studi approfonditi, per valutare l’impatto micidiale che le devastanti politiche di smantellamento della scuola e dell’università pubblica hanno su un tessuto sociale disgregato. La città, afflitta dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione, soffocata dal malcostume politico, ridotta spesso a vivere dell’economia del vicolo e avvilita dallo stereotipo della “città di plebe“, subisce ora l’oltraggio di politiche repressive reazionarie, volute da un governo in cui la figura del Ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, assume un ruolo centrale e inequivocabile. Ieri, come risulta chiaramente da un comunicato stampa dei Cobas Scuola, ingenti forze dell’ordine non hanno trovare impiego migliore che la sorveglianza di quella pericolosissima e nota combriccola di “sovversivi” costitutita da professori, studenti e ricercatori che attraversavano la città raccolti in un pacifico e democratico corteo di protesta per chiedere le sacrosante dimissioni del ministro Gelmini. Un ricercatore è stato così “assicurato alla Giustizia“. A piede libero rimane, dopo che un Parlamento di “nominati” non ne ha consentito l’arresto, chiesto dai magistrati per sospette attività camorristiche, l’ex sottosegratario e collega del ministro Maroni, on. Cosentino.
Ecco il comunicato Stampa dei Cobas Scuola.

Oggi 15 ottobre 2010, a Napoli, in varie migliaia hanno manifestato con un corteo regionale in difesa della scuola pubblica: docenti, precari scuola, precari della ricerca, personale ATA , studenti medi e universitari, genitori.
Erano presenti delegazioni di lavoratori di aziende campane in lotta e di pensionati dell’AL.P.I.
Il corteo, attraversato dagli slogan contro la Gelmini di cui si chiedevano le dimissioni, esprimeva la gioia della scadenza riuscita per la forte partecipazione al corteo, tanto che si chiedeva ai responsabili Digos di poter prolungare il corteo fino alla prefettura. Cosa che, purtroppo, veniva rifiutata.
Pertanto il corteo giungeva correttamente alla conclusione in Piazza Matteotti.
Dopo la conclusione un’ ampia delegazione di precari scuola e ricerca, insieme a gruppi di studenti, imboccavano il percorso pedonale di via Cervantes fermandosi, però, dubbiosi dopo meno di dieci metri, anche perché superati velocemente da circa sette, otto agenti in borghese della Digos che correvano verso un gruppo di studenti che si trovavano al lato del corteo improvvisato e fermo, colpendo violentemente quegli studenti con pugni, tanto che sono stati visti alcuni giovani con sangue sul volto e ragazzine terrorizzate. Sembravano cercare alcuni ragazzi in particolare?!!!
A diversi metri di distanza, immotivatamente veniva fermato un precario della ricerca, Salvatore Prinzi, che non faceva neanche parte del corteo abbozzato.
Il precario veniva tenuto per ore in questura senza nessuna informazione alla famiglia e ai compagni, rimasti in attesa in presidio improvvisato. Persino gli avvocati sono stati ammessi o informati fino alle 17,00.
Successivamente, abbiamo saputo che il giovane è stato incriminato per resistenza, oltraggio e lesioni perché un agente avrebbe dichiarato di essere caduto durante il fermo ferendosi e questo sarebbe stato determinato dal precario che si sarebbe divincolato.
Questi eventi sono gravissimi perché rappresentano una novità nelle logiche che hanno fino a ieri guidato chi gestiva l’ordine pubblico.
Non possiamo che ritenere che questi eventi siano dovuti ad una volontà di criminalizzare le lotte sociali.
Chi perde il lavoro, o il diritto allo studio o il futuro non può più neanche protestare, in una situazione dove anche i commercianti di quel tratto di via Cervantes, che hanno assistito alla scena, parlano di un clima di minacce e di timore determinate dalla polizia.
Domani mattina alle nove saremo tutti al tribunale in presidio.

CONFEDERAZIONE COBAS

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 ottobre 2010

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“Gerarchia” fu la rivista ufficiale del fascismo. Nella miseria morale e nell’indigenza culturale dello squadrismo diventato governo contribuì a creare la “mistica” fascista e il mito del duce. Mussolini la inaugurò il 25 gennaio del 1922 con l’articolo Breve preludio, in cui la retorica vuota di contenuti, preannunciava confusamente i caratteri di fondo della “civiltà fascista“, fondata su una “scala di valori umani, responsabilità, doveri, disciplina” che in nome dell’ordine costituito e dell’obbendienza cieca al “duce che ha sempre ragione“, cancellava i diritti e metteva al bando l’intelligenza critica. Oggi è facile vederlo. La tragedia dell’8 settembre del ’43 era già tutta in quel lontano gennaio del ’22.

Gerarchia e obbedienza sono gli sconcertanti concetti ispiratori della circolare di Marcello Limina, alto funzionario dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna che ha trovato in Maria Stella Gelmini, ministro della Repubblica nata dall’antifascismo, un solerte avvocato d’ufficio. La preoccupante circolare suscita da giorni le motivate preoccupazioni e le proteste degli insegnanti.

Mentre il governo tenta di mettere il bavaglio ai magistrati e i giornalisti sono costretti a difendere come possono la libertà dell’ informazione, com’era prevedibile, giunge l’attacco portato agli insegnanti. E’ bene dirlo chiaro e forte: quello che sta accadendo non ha precedenti e non è più tempo di mezze parole e pannicelli caldi. Limina e Gelmini sono tenuti a saperlo, maestri e maestre gliel’hanno insegnato: l’Italia è una Repubblica democratica. E’ il primo articolo dei “Principi Fondamentali” della nostra Costituzione e farebbero bene a ricordarsene perché fuori o, peggio ancora, contro questo principio, tutto ciò che si scrive, se non costituisce reato, è cartastraccia. Negli atti della Costituente quel noto sovversivo che risponde al nome di Amintore Fanfani, illustrando il principio all’Assemblea, usò parole che oggi sono prescrizione inderogabile per ogni cittadino della Repubblica, anche e soprattutto per i dirigenti degli uffici scolastici e i loro avvocati: “Nella nostra formulazione l’espressione democratica vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di uguaglianza, senza dei quali non è democrazia“. Sembrerebbe ovvio ma non lo è. La circolare recentemente firmata dal responsabile degli Uffici scolastici dell’Emilia Romagna dimostra che c’è ancora chi – come nel tragico ventennio fascista – ritiene che l’esercizio dei diritti, persino di quelli sanciti dai fondamentali principi della Costituzione, sia subordinato al capriccio delle gerarchie. Le cose non stanno così ed è anzi il contrario: è Limina a dover dar conto agli insegnanti di quello che ha scritto nella sua malaccorta circolare. L’uguaglianza dei cittadini produce infatti, in termini concreti, quello che, in senso epistemologico, si definisce “assioma“, vale a dire un principio assunto come vero in quanto è evidente e fa da punto di partenza di un contesto teorico di riferimento. Se Gelmini è libera di dire alla stampa ciò che pensa di scuola e di insegnanti, se Brunetta può definire pubblicamente fannulloni gli impiegati, gli insegnanti e gli impiegati possono dire alla stampa ciò che pensano del governo e della sua politica scolastica. Questa è in concreto l’uguaglianza nella democrazia repubblicana e non c’è circolare che tenga: chiunque, impiegato o no, può liberamente manifestare opinioni relative ai ministri di turno. Gli insegnanti possono, lo fanno e lo faranno, come io lo faccio, e non c’è legge che possa legittimamente impedirlo a meno di non dichiarare guerra alla democrazia, assumersi la responsabilità di violare la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e indurre i cittadini a esercitare il sacrosanto diritto/dovere alla resistenza all’oppressione.

E’ stupefacente che Marcello Limina e Maria Stella Gelmini, fingano d’ignorarlo. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri. E’ scritto nell’articolo due della Costituzione e non ci sono dubbi: è dovere primario di un ministro rispettare i diritti dei cittadini. Lo ricordava ai colleghi l’onorevole Ruini: la inscindibilità del binomio diritti-doveri “tipicamente mazziniano“, risale alla Rivoluzione francese – non è, quindi sessantottino – ed “è accolto da tutti, è ormai assiomatico“. Quando fu chiaro che il diritto di qualcuno è automaticamente dovere che hanno gli altri di rispettarlo, quando Giuseppe Dossetti puntualizzò che fosse da ritenere “assiomatico” che i diritti fondamentali delle persone sono vigenti anteriormente ad ogni concessione da parte dello Stato e, quindi, incoercibili, Marchesi – orribile a dirsi, un comunista! – ricordò che ci sono diritti insopprimibili che non sono riconosciuti esplicitamente dalla Costituzione, perché essa – tutti convennero – sottintende quelli storicamente preesistenti alla formazione dello Stato: vivere, muoveri, formarsi una famiglia, procreare, parlare. Parlare, sì. Parlare, checché ne pensino Limina e Gelmini. Parlare e, quindi, criticare sono un diritto naturale e incoercibile. Marchesi, sempre lui, il comunista, quasi temesse l’emergere dei Limina, trovò consenso unanime allorché, concordata una definizione giuridica – l’uomo è un “animale sociale“- ricordò che in ogni dovere è implicito un diritto: quello alla “libertà interiore, che non ci può essere data e tolta da nessun governo” in quanto “approdo supremo del proprio personale destino, che non può essere regolato né minacciato dalla legge“. Sono parole che Limina e il suo avvocato troveranno a pagina 38 degli Atti della Prima Sottocommissione dell’Assemblea Costituente. L’alba della Repubblica, dopo la tragedia di quel fascismo a cui tanti, troppi comportamenti e disegni di legge di questo governo sembrano volerci ricondurre. Primi fra tutti, quelli di natura odiosamente censoria che mirano apertamente a impedire o punire la manifestazione di dissenso.

Lo dico con la consapevolezza delle parole gravi e la serenità di chi è in pace con la coscienza: la misura è colma. Chi ha a cuore la democrazia – e ci contiamo a milioni – non può accettare senza reagire una involuzione autoritaria. E bene ha fatto la Cgil a chiedere il ritiro immediato della nota e le dimissioni del direttore dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna.

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 maggio 2010

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Tutte le chiacchiere possibili e – perché no? – gente che vuole crederci la trovi sempre e la fiera dei sogni fa voti e consensi: anche le chiacchiere impossibili. Purché non costi nulla, una vergogna si può tranquillamente spacciare per “riforma”.
Sorprendere chi ascolta e rompere gli schemi sono regole d’oro della pubblicità. In tema di scuola e lavoro l’avvocato Gelmini e il prof. Brunetta, ministri per caso, “piazzisti” per vocazione – absit inuria verbis e non se l’abbiano a male i venditori veri – danno da tempo una dimostrazione di irripetibile bravura. Non c’è da spendere il becco d’un quattrino – Tremonti non consente – e lo sanno persino sulla luna, è questione d’umanità: se un centesimo c’è nel borsellino, tocca agli squattrinati della Marcegaglia. E allora che inventarsi per dare ad intendere che la scuola è in cima ai pensieri del piazzista? Il “merito”, anzitutto. Semplice e non banale, come comanda il manuale d’una televendita che si rispetti. E sull’abbrivio – c’è una logica, in fondo, e non capita spesso – ecco il rovescio della medaglia: punire il demerito e, quindi, bocciare col 5 in condotta e contare una a una, col pallottoliere, le assenza dei soliti fannulloni – qui vedi lo zampino di un’aquila come Brunetta – per imporre l’alt con metodo e puntualità a chiunque passi troppo tempo a contestare e occupare le scuole ormai distrutte. Mica è da tutti, questa gran pensata: è così che si provocano quelle “emozioni” che Battisti cantava e un governo che fa una pubblicità da “Carosello” ha il dovere sacrosanto di suscitare in petto al cittadino ridotto ormai a puro e semplice consumatore.
A chi pensa d’avere in po’ di sale nella zucca – merci che messe insieme sono sempre più rare – e non capisce nulla di pubblicità sembrano trovate buone per giocare alle “tre carte”, e ritiene che una sterzata vera verrebbe probabilmente da programmi che tengano in equilibrio competenze, abilità e conoscenze e puntino soprattutto al senso critico e all’autonomia, da docenti ben pagati e formati magari in una università che non abbia tra i suoi ranghi troppi Brunetta. E, tuttavia, si sa: queste sono le fissazioni stupide della pedagogia, il lascito rovinoso della tabe sessantottina. Marcello Veneziani, un “intellettuale” di destra che va per la maggiore e fa la grancassa ai battitori, trova invece che Maria Stella Gelmini stia dando un gran bel “segnale di innovazione”, perché – e qui la tecnica del venditore è sopraffina – “è quello che gli italiani si aspettavano”.
A leggerlo, Veneziani, che se la prende coi docenti per la solita storia della selezione e del merito, un dubbio si fa strada anche nel più convinto sostenitore della bontà del nostro sistema formativo. Com’è possibile che la nostra scuola abbia prodotto questo genere di “intellettuali”? E da dove diavolo esce un ordinario di economia che, parlando di Costituzione, dichiara che, fosse per lui, comincerebbe a cambiarne l’articolo uno? D’accordo, la regola d’oro del bravo venditore impone di rompere le regole. Ma qui si va ben oltre. Non si tratta, per carità, di difendere Fort Alamo, tirando fuori la cultura notoriamente vetero-comunista della difesa a oltranza della legalità repubblicana che, a quanto pare, non conta ormai più niente per nessuno. No. E non c’entra nemmeno la logica. E’ questione di semplice buon senso. Un furioso consesso di bolscevichi tira fuori per una volta un’etichetta che incontra i gusti del mercato, e Brunetta vorrebbe rifarla! E cosa c’è da cambiare in una definizione così terribilmente neutra: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”?. Che facciamo, togliamo repubblica e scriviamo monarchia? Ci dichiariamo uno Stato totalitario fondato sul fannullonismo? Diciamo che la sovranità appartiene a chi ha i soldi per comprarla? Che siamo un’azienda in cui il padrone fa quello che gli pare?
Ma dove vive Brunetta?

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