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Posts Tagged ‘“Scuola e Resistenza”’

Le scrisse Pintor e sono parole che scuotono: «Non ci vuole una svolta, ma un rivolgimento. Molto profondo. Niente di manicheo, ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte». Mi vengono in mente, mentre leggo sul Manifesto la lettera aperta a Rossi Doria, che quel confine lo ignora, e mi pare evidente: siamo figli delle nostre scelte.
Voglio crederci: si può accettare di entrare in un governo come quello di Monti nella pia illusione di dare un qualche contributo positivo alla crisi che ci uccide. Non è giusto, ma è umano. Inaccettabile è, invece, conservare l’illusione dopo la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro e la maniera scelta per affrontare la crisi e produrre così, tra l’altro, la catastrofe del nostro sistema formativo. Purtroppo non si tratta solo dell’Invalsi, di cui non a caso Urbani, sottosegretaria e collega di Rossi Doria, è stata finora esponente di punta. Il punto è che questo governo non solo è completamente appiattito sulle scelte del ministro Gelmini, ma ne prosegue, con metodica e per molti versi feroce determinazione, il lavoro di smantellamento della scuola e dell’Università dello Stato, intese come presidi di democrazia e strumenti di formazione del pensiero critico. Tutto va nella direzione voluta dal precedente governo, tutto si inserisce in una concezione autoritaria e iperliberista del ruolo della formazione, a partire dalla messa in discussione del valore legale del titolo di studio, dalle scelte in tema di valutazione della ricerca, per giungere al rifiuto di fare della scuola e dell’università il perno attorno a cui ruoti un progetto di crescita non solo culturale ma economica del Paese.
Il “collega” Rossi Doria sa bene che la scuola italiana ha organici insufficienti e risorse finanziarie inesistenti, conosce perfettamente l’esito devastante della precarietà del personale scolastico e di una “razionalizzazione” di ispirazione aziendalistica che qui produrrà superfetazioni tentacolari, lì indebolirà la presenza della scuola sul territorio e colpirà soprattutto le scuole che operano dove ci sono più poveri, dove più a rischio sono i giovani e più grave è il disagio sociale. Il sottosegretario non ignora gli esiti disastrosi di un’autonomia a risorse zero che mentre ti emancipa ti fa servo. L’INVALSI non è semplicemente un tormentone; è uno strumento di controllo che eleva al rango di criterio unico di valutazione del lavoro di un docente la “competenza” di uno studente “astratto”, separato da ambiti territoriali, contesti ambientali, estrazione sociale, capacità, punto di partenza e punto di arrivo; una competenza che assume un significato univoco, smette di essere l’esito di un processo e mortifica quei docenti di cui volutamente ignora le qualità innovative in tema di programmazione formativa dell’istruzione. L’obiettivo è chiaro: confondere l’abilità con la “conoscenza”, ricondurci alla trasmissione acritica del pensiero dominante, custodito dai sacerdoti del potere nei santuari del sapere. “Valutati” così gli studenti, è molto facile rendere ricattabile il docente e scoraggiarne ogni tentativo di formare intelligenze critiche. Un progetto liberticida, quindi, che segna un confine invalicabile e una frattura irrimediabile. I docenti non chiedono nulla al Governo. Difendono la scuola dello Stato e con essa la democrazia.
Lo dirò ancora con Pintor: senza badare a fede, nazionalità, razza e formazione politica, la scuola mira a costruire persone, «individui, ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza». Su questo un docente pretende di esser valutato. Perché ciò avvenga, però, è necessario che si riconosca il diritto dei docenti a valutare. Noi insegnanti della Repubblica abbiamo torti e ragioni, ma veniamo da lontano e siamo consapevoli del nostro ruolo. Voglio ricordarla qui, la nostra via, cercando tra le mie carte di vecchio studioso. “Scuola e Resistenza”, numero unico del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola, uscì quando la sorte del fascismo stava per compiersi. Nella copia che ho davanti mentre scrivo, la data non si legge ma il giornale fu certamente stampato alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate dense di articoli: il ricordo commosso di insegnanti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale dell’«epurazione dei libri di testo fascistizzati» e l’invito a sfidare il regime morente, «macabro fantasma» che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo: «Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto» – il sogno di «un’Italia risorta» in cui la scuola «sarà il fondamento, l’elemento innovatore» e l’insegnante «rivestirà una missione augusta: perché l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso».

Quell’Italia risorta è oggi sotto processo. E’ un’Italia scomoda. Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il mea culpa per le foibe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti che si armavano per l’ultima battaglia contro la dittatura: «reazione e fascismo con demagogica sagacia intuirono che l’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione e tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento, lo soggiogò, lo volle dominare e dirigere e la costituzione sociale fascista, fondata unicamente sulla potenza del denaro, offerse un mezzo sicuro all’oppressore. L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, col bisogno diuturno; fu ridotto a un paria, dalla vita grama e stentata, che mortifica e alla fine immiserisce anche i più arditi: la professione fu angustia, conformismo e, alfine, rinuncia. E l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva; e l’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato».
Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – tranne l’ultimo, un “Appello alle maestre” in cui Luisa, maestra a sua volta e partigiana, si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: «Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera».
Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. «Per difendere il futuro dell’Italia libera», scriverebbe. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. La maniera in cui si tratta la scuola dopo la riforma Gelmini chiama alla resistenza.

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Se un 25 aprile di “liberazione” nasce malato di suggestioni autoritarie, forse non è un paradosso in una città che vive solo di luce riflessa, dimentica di se stessa e della sua storia, tra la spazzatura che si rassegna e il confronto elettorale che appassisce, si svuota e cede alla tentazione del plebiscito. Nella città di Amendola, il 25 aprile dovrebbero tornare alla mente Matteotti, Rosselli, Gramsci e Gobetti e invece mai come oggi si ricordano le ultime, amare riflessioni di Gaetano Arfè, napoletano e maestro di tante generazioni, che intuì la minaccia incombente e ci ammonì: “fortunato il paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, ha scritto Brecht. Io aggiungo: sciagurato il paese che non sa rimanerne degno.

“Scuola e Resistenza”, numero unico del “Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola”, uscì quando la sorte del fascismo era ora ormai segnata e l’impegno morale era soprattutto quello d’una vittoria che non fosse vendetta. Nella copia che ho qui davanti, tra le mie mille carte, la data non si legge, ma è sicuro: il giornale uscì alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate fitte, articoli scritti col sangue e la passione civile: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della “epurazione dei libri di testo fascistizzati”, l’invito a sfidare il regime morente, “macabro fantasma” che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo – “Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto” – il sogno di “un’Italia risorta” in cui la scuola “sarà il fondamento, l’elemento innovatore” perché “l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso”. Ancora si combatteva, ma a Napoli i partigiani delle Quattro Giornate conoscevano già la delusione del dopoguerra e i giudici fascisti, tutti scampati all’epurazione, erano già al lavoro. Oggi si vede il danno ma non c’è rimedio, la storia l’inventa Pansa e nessuno ricorda più, ma Eduardo Pansini, pittore e partigiano, padre di quell’Adolfo caduto combattendo tedeschi e fascisti, su al Vomero, alla Masseria Pezzalonga, era stato chiamato a rispondere dei suoi “misfatti”: violazione di domicilio il capo d’accusa. Per sparare ai tedeschi aveva sfondato la porta di casa d’un fascista.

Oggi si vede chiaro. Quell’Italia risorta fu messa subito sotto processo e c’è chi, come me, se li ricorda ancora i manifesti elettorali con l’ex federale Sansanelli in corsa alle elezioni ormai repubblicane. Qui da noi, oggi, nella città che avviò la lotta armata contro la dittatura, basta guardarsi attorno: la scuola pubblica è ferita a morte. Non è cosa da poco. E’ il confine tra la civiltà repubblicana e la rinnovata barbarie che vedi all’orizzonte. In quanto al resto, è paradossale, ma l’epurazione che non fece il comunista Togliatti, è diventata l’ossessione d’una destra che ha smarrito se stessa e quel senso dello Stato di cui menava vanto. Passa sotto silenzio, ma è per certi aspetti sconvolgente, l’iniziativa dell’onorevole “Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici”, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca.

Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il “mea culpa” non si sa bene per quali colpe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti in armi, pronti alla battaglia decisiva contro la dittatura: “L’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione, tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento”. Era il 1945, ma diresti sia oggi. “L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva. L’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato”. Attuale, sì. E sfido a capire quando. Ieri o domani?

Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – ma il nome dei caduti conduce spesso al Sud, a quei professori della nostra terra coinvolti nella Resistenza e caduti per mano nazifascista. Oggi un napoletano avrebbe fatto fatica a partecipare: prima che ai tunisini, il suo “fora d’ì balle” Bossi l’ha dedicato a noi. Un solo “pezzo”, l’ultimo, un “Appello”, reca in calce una firma – Luisa, maestra e partigiana – e si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: “Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera”.

Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. “Per difendere – correggerebbe – il futuro dell’Italia libera”. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. Tutto, in questi giorni bui, tutto, dalla riforma Gelmini al progetto di legge Carlucci, al razzismo leghista, tutto sembra chiamare davvero a una resistenza civile. E mentre cresce l’ingiustizia sociale e in nostri giovani non hanno futuro, ti pare di ascoltare la voce dei nostri grandi maestri, la voce di Giovanni Bovio, filosofo e principe del foro napoletano che, vedendo avvicinarsi la bufera, così implorava governanti e giudici: “I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre; per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro. Non fate noi delinquenti e voi giudici!.

E’ tanto che si aspetta. Troppo. Ora, però, basta guardarsi attorno, in questa nostra città nobile e sventurata, ed è subito chiaro: non c’è più molto tempo.

Uscito su Repubblica (Napoli) il 23 aprile 2011

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Scuola e Resistenza”, numero unico del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola, uscì quando la sorte del fascismo stava per compiersi. Nella copia che ritrovo tra le mie carte, la data non si legge, ma il giornale fu certamente stampato alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate dense di articoli: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della “epurazione dei libri di testo fascistizzati”, l’invito a sfidare il regime morente, “macabro fantasma” che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo – “Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto” – il sogno di “un’Italia risorta” in cui la scuola “sarà il fondamento, l’elemento innovatore” e l’insegnante “rivestirà una missione augusta: perché l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso”.

Quell’Italia risorta è oggi sotto processo.

Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il “mea culpa” per le foibe, la costituzione nata dalla Resistenza è calpestata e passa una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti che si armavano per l’ultima battaglia decisiva contro la dittatura: “Plutocrazia, reazione e fascismo con demagogica sagacia intuirono che l’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione e tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento, lo soggiogò, lo volle dominare e dirigere e la costituzione sociale fascista, fondata unicamente sulla potenza del denaro, offerse un mezzo sicuro all’oppressore. L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, col bisogno diuturno; fu ridotto a un paria, dalla vita grama e stentata, che mortifica e alla fine immiserisce anche i più arditi: la professione fu angustia, conformismo e, alfine, rinuncia. E l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva; e l’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato”.

Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – tranne l’ultimo, un “Appello alle maestre” in cui Luisa, maestra a sua volta e partigiana, si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: “Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera”.
Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. “Per difendere -scriverebbe – per difendere il futuro dell’Italia libera”. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa collega. Questa riforma della scuola chiama alla resistenza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 maro del 2004

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