Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Libia’

 

Salvini in manetteA corto di argomenti sin dal primo momento, pennivendoli e velinari  s’erano attaccati a un’immagine apparentemente convincente e indubbiamente efficace, diventata subito un mantra ripetuto ossessivamente:
“Immaginate di trovarvi per strada, in auto, davanti a una pattuglia ci carabinieri con la paletta alzata. Che fate? Procedete, investite l’auto, tentate d’ammazzare i militari?”.
Sarebbe andata bene, se non fosse giunta la decisione di Alessandra Vella. Il Gip di Siracusa, che ha liberato Carola Rackete, ha messo nero su bianco parole molto chiare: il decreto sicurezza bis non è applicabile alle azioni di salvataggio, la capitana ha dovuto adempiere al dovere inderogabile di salvare vite umane in mare ed è stata costretta a sbarcare a Lampedusa perché i porti di Libia e Tunisia non sono sicuri.
La decisione non cancella affatto l’immagine strumentale costruita ad arte da servi sciocchi e zerbini di ogni prezzo; essa è anzi lì dove hanno voluta metterla i difensori delle cause perse. Dopo le parole dei Alessandra Vella, però si è ribaltata e ora si pone così:
“Immaginate un Ministro dell’Interno che impone alle forze dell’ordine di ignorare e violare una legge internazionale accettata e sottoscritta da un governo del suo Paese?”.
Tradotta in termini grafici l’immagine ora mostra una strada, un posto di blocco e una pattuglia guidata da Salvini che tenta di ammanettare la Giustizia.
La cosa triste è che stavolta l’immagine non è inventata: rappresenta purtroppo la realtà di un Paese che affonda. Nel suo delirio quotidiano, infatti, Salvini sta tentando davvero di mettere in galera la giustizia repubblicana, sicché la libertà restituita alla capitana, non chiude il caso e non cancella il reato. Indica più semplicemente e a chiare lettere chi è il vero aggressore speronatore.

Canto libre, 3 luglio 2019; Agoravox, 4 luglio 2019.

classifiche
 

Annunci

Read Full Post »

CopertinaL’ultimo capolavoro di Minniti, uomo di punta del PD e quindi sostenitore di Paolo Siani, è la battaglia delle “notizie false”, che fa tornare alla mente il Minculpop del famigerato Ventennio. Eppure, se esistono verità false, costruite scientificamente su un insieme di fatti inventati o decisamente deformati, una mistificazione che immerge il cittadino in una dimensione virtuale  estranea alla realtà, bene, di questa mistificazione Minniti è parte integrante.
Recentemente l’Onu, per esempio, scioccato dalle violenze e dagli abusi commessi in Libia pur di fermare gli sventurati in fuga dall’Africa, ha definito disumani gli accordi voluti da Minniti, ministro più o meno fascista. In Italia però l’informazione non la fa l’ONU ma una stampa tra le meno libere dell’Occidente. Una stampa che infatti non ci racconta Minniti come il carnefice libico dei migranti, ma come l’uomo di Stato che ha drasticamente ridotto gli sbarchi. A quale prezzo noi non dobbiamo saperlo, come nulla seppero i nostri nonni dei gas utilizzati in Etiopia contro le truppe nemiche e contro la popolazione, colpendo paesi, bestiame e acque di laghi e fiumi
Se il progetto autoritario dovesse riuscire, avremmo di nuovo una verità di Stato di cui sarebbero garanti le autorità di polizia. La fascistizzazione del Paese prosegue a passo spedito, quindi, ma Paolo Siani, il democratico galantuomo candidato dal PD di Minniti per ripulire l’immagine di un partito impresentabile, su questo tema tace. E non c’è dubbio: chi tace acconsente.

Read Full Post »

n12rpd1Ai ragazzi occorrono lavoro e valori; bisogna perciò restituire alle giovani generazioni le vite e la lezione dei partigiani delle Quattro Giornate, che non furono scugnizzi senza storia. E’ il caso, ad esempio, del sottotenente Armando Donadio, che nel 1940 combatte nella Libia di «Faccetta nera», delle prime leggi razziali e della guerra chimica. Da lì, dall’Impero fascista affogato nel Mar di Sicilia con soldati a migliaia uccisi da navi e caccia nemici, torna e finisce all’Aquila, mentre su Napoli piovono bombe e volantini che invitano alla rivolta: «Donne di Napoli! Dove sono i vostri uomini mandati in Africa? Vi dicono che metà delle navi è affondata? Madri e spose di Napoli, nascondete gli zaini dei vostri amati soldati. Il mare significa la morte».
Il 13 settembre 1943, con l’esercito allo sbando, Donadio, inizia un terribile viaggio tra paesi distrutti e l’Italia in rovina gli parla: fuggire non serve, bisogna combattere i nazifascisti. Con questa certezza giunge a Napoli il 28 settembre e si unisce ai partigiani, quando vede donne malmenate e uomini e ragazzi sanguinanti, portati via a colpi di calci di fucile. Donadio combatte finché la città è libera, ma a nord c’è l’inferno e lo sa, perciò si arruola nei «sabotatori» dei «Gruppi Combattenti Italia» e il 19 ottobre passa le linee. In testa un’idea: libertà e giustizia sociale. Tra sabotaggi e scontri, le sue «Quattro Giornate» terminano ai primi del ’44, quando è preso e portato ad Auschwitz; poiché non parla, è massacrato e subisce tre finte fucilazioni. E’ come morire tre volte e tre volte tornare a un infinito orrore. Tenta la fuga, è scoperto, ferito a una gamba e mai seriamente curato. Alla fine del ‘44, quando infine lo mandano a Spittal Drau, in Carinzia, in un ospedale da campo, la ferita trascurata e le sevizie fisiche e morali hanno compromesso una gamba e causato deperimento organico, depressione e crisi di panico. Potrà curarsi solo a partire dal maggio 1945, quando, strappato agli aguzzini, è ricoverato a Udine.
Il dopoguerra inizia però con un licenziamento e l’affannosa ricerca di un lavoro. Invalido e segnato nella psiche, Donadio infatti è decorato e poi congedato. L’esercito, che non ama gli ex partigiani, gli assegna il diritto a una magra pensione di guerra e solo nel 1987 giunge, «a titolo onorifico», il grado di colonnello. Gli anni se ne vanno così, uno dopo l’altro, tra sofferenze e precarietà. L’Italia nuova non è quella che merita un vincitore. I fascisti sono tutti dov’erano e Donadio non sa più chi ha vinto davvero la guerra partigiana. Trova lavoro in un’azienda zootecnica e come contabile nel ramo della distribuzione ma, comunista com’è e delegato nazionale sindacale, nonostante il disagio fisico e mentale, fa la sua parte con tale coraggio, da guadagnarsi la rappresaglia e un nuovo licenziamento. Tira avanti come può, fino al 1993, tra stenti, amarezze e fatica di vivere, finché, non perde anche anche la casa in cui vive e finisce a Castelvolturno, in condizioni di forte degrado.
Quando muore, il 3 febbraio 1995, il Pci si è sciolto, le associazioni dei partigiani e gli uomini delle Istituzioni sono assenti, come l’Italia per cui ha lottato e per il suo ultimo viaggio non ci sono compagni o bandiere. Anni dopo, nel 2010, la Commissione Toponomastica rifiuta di intitolargli una via, perché ai partigiani il Comune ha «già tributato onori collettivi con i numerosi monumenti nelle diverse aree cittadine».
Qualcuno si stupirà che la sorte di Armando Donadio annunci la crisi che viviamo, ma spesso nella piccola storia c’è quella «grande». Non a caso perciò con il suo mesto tramonto le Quattro Giornate perdono il loro volto politico, i repubblichini, sempre più innocenti, diventano i «ragazzi di Salò» e solo la morte evita a Donadio l’ultimo oltraggio. Egli non saprà mai che gli ex comunisti in cerca di identità hanno cancellato dalla loro sede, in via Salvator Rosa, il nome di Maddalena Cerasuolo, popolare combattente delle Quattro Giornate. La sua vita però ci invita a dire no alla rassegnazione e ci ricorda che se non trova discepoli pronti a capire, la storia non insegna nulla a nessuno.

La Repubblica, Napoli, 28 settembre 2016

Read Full Post »

Elezioni-Istruzioni-per-l-uso_h_partbIl governo dei traditori della Costituzione, la banda del magliaro fiorentino e la sua anima nera, il bipresidente Giorgio Napolitano, hanno allungato l’elenco dei crimini dei quali saranno chiamati a dar conto alla storia: abbiamo rimesso i piedi in Libia, l’abbiamo fatto a mano armata e ora siamo di nuovo lì, sullo scatolone di sabbia insanguinata che copre immense risorse petrolifere. Andammo a conquistarlo con la forca e con le deportazioni di massa, ai tempi di «Faccetta nera» e «Tripoli bel suol d’amor», ce ne cacciarono, poi, con le ossa rotte le potenze plutocratiche. L’Impero affogò, così, assieme ai suoi sventurati soldati che attraversavano in fuga il Canale di Sicilia, come oggi i migranti africani, e facevano da bersaglio ai mitra dei caccia Alleati.
Il mondo cambia e «l’Italia, proletaria per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai», non va più di moda. Stavolta, perciò, non ci siamo andati come disoccupati, straccioni e mano d’opera esuberante, ma per impedire una inesistente «invasione» di disperati e straccioni, in fuga dalle loro terre distrutte e terrorizzate dai nostri bombardamenti. Il petrolio se lo prenderanno gli americani e a noi toccheranno i costi della losca e dissennata impresa. L’avete visto, no? Non cantano i nostri soldati, stavolta non ci sono fanfare e non si marcia alla velocità dei bersaglieri. I soldati stanno nell’ombra e si nascondono persino al Parlamento, ammesso che l’accozzaglia di nominati e signorsi accampati in Senato e alla Camera, si possa definire Parlamento.
A tradimento, con il più sovrano disprezzo per la sovranità popolare e con una cecità destinata a produrre disastri, questo governo di sedicenti costituzionalisti, di incompetenti e di portaborse, si prende la responsabilità etica, giuridica e politica, di associarsi all’ennesimo crimine degli Stati Uniti dì America e alla miseria morale dell’Unione Europea, ricattata dall’alleato Erdogan, dittatore e volgare bandito da strada. Se e quando un reduce delle stragi che stiamo causando si vendicherà e avremo il nostro Bataclan, ricordiamocelo: non sarà un islamico fondamentalista il terrorista di casa nostra, ma un pagliaccio, travestito da Presidente del Consiglio e sostenuto da un vecchio osceno al quale paghiamo stipendi d’oro da più di mezzo secolo.
Ricordiamocelo, teniamolo bene a mente e regoliamoci di conseguenza, quando infine avremo in mano il mitra: spariamo a raffica milioni e milioni di «no», vinciamo il referendum, poi li metteremo spalle al muro e gli chiederemo conto del male che stanno facendo. Non abbiamo mai avuto nemici più feroci, più vigliacchi e più pericolosi.

Contropiano, 16 agosto 2016

Read Full Post »

cesare-bruto-cassio-e-recalcaltiNon votate.
Questo è l’invito rivolto agli italiani da Giorgio Napolitano.

Per cinquant’anni, quando si è trattato di ottenere un posto in Parlamento, quest’uomo i voti li ha chiesti e quello che è peggio, il giorno in cui non ne ha avuti e gli elettori lo hanno trombato, ha brigato, si è messo d’accordo con Ciampi e si è fatto nominare senatore a vita per meriti ignoti. Tranne il suo complice Ciampi, nessuno sa in che modo Napolitano abbia dato lustro alla patria.

Dalla nascita all’agonia che precede la morte della Repubblica, quest’uomo ha partecipato e partecipa alla vita pubblica in ruoli di comando e di responsabilità. Dalla posizione favorevole all’uso della forza nell’occupazione sovietica dell’Ungheria, ai bombardamenti che a tutti i costi ha voluto sulla Libia, dalle migliaia di morti sul lavoro, ai suicidi degli esodati, dei disoccupati e dei licenziati e via così fino alle stragi di migranti nel Mediterraneo, incalcolabile è il numero dei morti che ha causato direttamente o indirettamente. Se il Paese affonda, se intere generazioni di giovani non hanno futuro, se il sacrifico della vita dei nostri partigiani è diventato vano, quest’uomo è uno dei massimi responsabili della tragedia. Uno dei più colpevoli, tra quanti ci hanno governato. Giorgio Napolitano, che si è fatto nominare due volte Presidente della Repubblica, sta distruggendo la Costituzione che ha giurato di difendere.

Nemmeno il peggiore dei fascisti ha fatto al suo Paese così tanto male, quanto è riuscito a farne questo comunista rinnegato. Sono stato contrario alla violenza politica ai tempi delle BR, ma ho sempre riconosciuto le nobili ragioni di Bruto e Cassio, che la storia non ha mai potuto liquidare come volgari assassini. Quest’uomo non ha le qualità di Cesare, ma è stato ed è più pericoloso e ambizioso di lui. Purtroppo una Resistenza di popolo tarda a organizzarsi e GAP non ne esistono ancora, ma c’è poco da fare i moralisti, pacifisti e non violenti. Questo vecchio osceno è un traditore e come tale meriterebbe di essere trattato.

Read Full Post »

content_793_2Torna la guerra e torna nel silenzio della gente. La scommessa sull’ignoranza, il forte investimento sulla scuola povera, sulla storia intesa come educazione “patriottica” e strumento di legittimazione del presente, non delude le attese e gli interessi moltiplicano più e più volte il capitale. Colpita la scuola, il gioco è fatto e lo sapevano tutti: lasciarla alla deriva, screditarla, sottometterla al potere politico è sempre stata una garanzia sicura per chi mira al cuore d’una democrazia. E’ un dato di fatto e una fatalità: “la scuola influisce, in bene o in male, in intelligenza o in ottusità, in libertà o in conformismo”. Colpire la scuola, significava anzitutto spezzare ogni filo tra società e cultura ed era la via obbligata per chi voleva spegnere definitivamente le grandi speranze di trasformazione e – perché no? – di rivoluzione da cui era nata la Repubblica.
Torna la guerra e non si sente vibrare forte la ripulsa per l’interminabile sequela di becere menzogne, sanguinosi conflitti e ributtanti ingiustizie. La gente non s’accorge nemmeno che in guerra ci andiamo assieme agli assassini di Regeni.
Per un quarto di secolo gli eventi della storia sono stati progressivamente distorti e se n’è ricavata una narrazione ad uso e consumo della “ragion di Stato” e degli interessi del grande capitale. Una narrazione che aveva un unico scopo: resuscitare i sudditi e celebrare i funerali dei cittadini.
“Sovversivismo storiografico”, scrisse invano Gaetano Arfè, che l’aveva lo sguardo acuto di chi riesce a vedere lontano. Si è lavorato perché Il passato tornasse passato e smarrisse ogni legame con la contemporaneità. Siamo a tal punto ormai, che nessuno ricorda più la libertà come la vittima prediletta di tutte le guerre e intere generazioni abboccano all’amo delle “guerre per la democrazia”. Eppure l’avevamo imparato e lo sapevamo bene: la guerra è l’arma più efficace che il potere possegga per colpire a morte i diritti.
Torna la guerra e i generali di Renzi portano in Libia un popolo che non ha più strumenti critici. Torna il “ritorno all’Africa”, con cui Mussolini condusse i nostri nonni alla tragedia. Torna, nell’indifferenza della scuola, nel silenzio di docenti complici o intimoriti. Torna e ancora una volta, nonostante i gas e il genocidio, le piume dei bersaglieri correranno al vento tra popolazioni che non hanno scelta: o li accoglieranno come liberatori o finiranno nella lista delle “canaglie” e dei “terroristi”.
Parificati fascismo e antifascismo, torna la guerra in Libia ed è di nuovo “santa”, contro il barbaro musulmano. Torna e nessuno ricorda che più o meno cento anni fa, da lì, dalla Libia, partimmo per la guerra mondiale, da lì vennero la fine della democrazia e la feroce dittatura totalitaria. Non poteva andare diversamente, del resto, nel cuore di una crisi finanziaria, dopo la manomissione della Costituzione, l’apoteosi della “Grande Guerra”, la rivalutazione del fascismo, le menzogne sulle foibe e la criminalizzazione dell’idea stessa di comunismo . Doveva tornare e torna la guerra in una indifferenza generalizzata che è anche figlia di una “politica dell’oblio”, di manuali scolastici che hanno rinunciato a fornire strumenti critici adatti a leggere il presente attraverso la chiave preziosa del passato. Figlia di una scuola che in molti hanno distrutto e Renzi s’è intestata.
Torna la guerra, mentre la memoria di Stato nei giorni comandati ricorda un genocidio sterilizzato, che non sa e non può dire alla gente la sua verità disperata: il “secolo dei massacri” non è mai terminato.

Fuoriregistro e Agoravox, 3 marzo 2016

Read Full Post »

bravagentePer Napolitano, tornato al Senato nei panni di Presidente emerito, lo Stato libico non è mai esistito. La storia, Napolitano, l’ha studiata in un liceo fascista e si vede che, tra libro e moschetto, il segno Giovanni Gentile l’ha lasciato. Non a caso, perciò, l’improvvida sortita conserva i caratteri inconfondibili di una visione colonialista così deteriore, che persino Italo Balbo si sarebbe dissociato.
L’ex presidente lo ignora, ma Balbo, politico evidentemente più duttile e preparato, fu così rispettoso del paese colonizzato, da scegliere una linea di distensione, che agevolò il culto musulmano e favorì l’insegnamento della lingua araba. Balbo, quindi, sapeva ciò che Napolitano ignora: lo Stato libico non solo è una entità viva sia storicamente che politicamente, ma richiede alla diplomazia quella prudenza che solo tre anni fa il nostro ex Presidente ripudiò sprezzante, inventandosi una sanguinaria reazione di Gheddafi, cui l’Italia non poteva assistere indifferente. Così, mentre la Francia faceva carta straccia del diritto internazionale, attaccando uno Stato sovrano senza mandato Onu, l’ex Presidente spinse l’Italia ad accodarsi all’aggressione. Da quella dissennata scelta nascono la tragedia libica e la «politica delle cannoniere» che, nel silenzio complice di Mattarella, taciturno ospite del Quirinale, Renzi resuscita inviando truppe e navi da guerra verso la costa libica, pronte a intervenire in difesa dei «nostri interessi».
Eppure, sin dagli anni Settanta, storici come Maurice Crouzet non solo riconobbero l’esistenza di uno Stato libico ma, ciò che più conta, individuarono le radici della nuova Libia, tornando indietro nel tempo, fino alla metà degli anni Cinquanta, allorché la Libia, benché in regime di semi-indipendenza, partecipò a Bandung alla prima conferenza internazionale dei popoli di colore, a cui non fu invitata nessuna potenza bianca. Ventinove Paesi, rappresentanti di più della metà della popolazione del pianeta, davanti a delegati sovietici e statunitensi ammessi solo come ospiti, condannarono all’unanimità ogni politica di discriminazione e di segregazione razziale e puntarono il dito sul colonialismo: «Noi abbiamo conosciuto e qualcuno di noi ancora conosce l’ignominia di essere umiliato nel proprio paese, di essere sistematicamente respinto ad una condizione inferiore […] dal punto di vista politico, economico, militare, […] razziale». Sul banco degli imputati le potenze occidentali e le loro tremende responsabilità, che una frase riassumeva meglio di tutte: «Il più sciocco e il più vile degli ubriaconi era il superiore degli uomini migliori del popolo assoggettato nella scienza, nella cultura o nell’industria».
Sotto il documento finale c’era anche la firma dello Stato libico di cui Napolitano nega l’esistenza. Di fronte a queste parole, un’affermazione come quella dell’ex Presidente dimostra che nulla purtroppo è cambiato e che, per quanto dissimulato, il sentimento di superiorità razziale è più vivo che mai in un Paese che non solo rinnega la sua Costituzione – dove vanno, Presidente Mattarella, le nostra navi da Guerra con a bordo truppe da sbarco? – ma continua a ignorare che la cosiddetta «minaccia islamica» è solo il rovescio del neocolonialismo visto con occhi arabi. Sono trascorsi decenni da quando Andrew Barnes, studioso della Nigeria, spiegava alla nostra cecità le ragioni per cui in Africa la concorrenza tra cristianesimo e Islam si risolve nel rapporto di uno a dieci: un solo cristiano acquistato, per dieci convertiti all’Islam. Il matrimonio tra neocolonialismo e neoliberismo non aveva ancora partorito l’integralismo e Barnes poteva perciò serenamente scrivere che l’Islam crea una salda unione tra i suoi credenti perché insegna l’eguaglianza dei diritti, delle classi e delle razze e si afferma perché non porta su di sé il peso della collusione con l’imperialismo europeo. L’Islam appare, anzi, una forte tutela nei confronti dell’Occidente e, pur considerandosi alfiere di un’elevata civiltà, non distrugge le culture ancestrali, non pretende di trasformare abitudini di vita e usanze indigene. Un’alta lezione che non abbiamo mai appreso, sicché descriviamo ancora i nostri soldati come «esportatori di democrazia» e copriamo le nostre infamie con lo scudo dei crociati.
Dopo aver armato alleati inaffidabili, ora ci prepariamo a stracciare la Costituzione. Mattarella tace. Al suo posto, qualora fossimo costretti a difendere con le armi gli interessi del nostro capitale, parlerebbe un redivivo generale Albany in divisa italiana, per annunciare al mondo, oggi, nel 2015, come nel 1917, che «gli ultimi crociati sono entrati a Gerusalemme».

Fuoriregistro, 2 marzo 2015 e Agoravox, 3 marzo 2015

Read Full Post »

Older Posts »