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Posts Tagged ‘globalizzazione’

La storia è scienza umana per eccellenza; in quanto tale, il primo insegnamento che impartisce a chi vuole capire è la “mortalità” dei suoi protagonisti, siano uomini o fatti, per lo più figli del nostro agire. Essa non studia dottrine che hanno pretese di “eternità” e con spirito laico mostra come sono caduti imperi che parevano immortali.
mosaico-giustiniano-ravennaQuando il piccolo proprietario agricolo, nerbo delle legioni, sparì, schiacciato dal latifondo, quando il lavoro servile ridusse a zero il valore di quello libero e i costi della burocrazia, l’avidità di padroni e ceti parassitari che vivevano all’ombra della corte, imposero un opprimente sistema fiscale, si sentirono scricchiolare le fondamenta dell’Impero Romano. Come oggi – ma chi ci bada? – nacque un’emigrazione di intelligenze e capacità imprenditoriali e quella ch’era stata conquista orgogliosa, divenne un peso; chi aveva vantato uno stato di superiorità – “civis romanus sum” – varcò il confine con quanto aveva e se ne andò a vivere tra quei “barbari”, parte dei quali, intanto, proprio come oggi, in fuga dalla guerra, cominciava a premere sui confini del traballante impero.
Roma non cade sotto l’urto degli invasori, così come la globalizzazione e gli equilibri nazionali non vanno oggi in crisi per l’immigrazione. L’impero agonizza da tempo, per l’ingiustizia sociale che vi trionfa e perché non c’è un romano disposto a lottare per uno Stato che l’opprime. Per due secoli, i barbari sono una risorsa: l’istituto dell’hospitalitas concede l’ingresso in territorio romano e offre terre in cambio di protezione militare dagli altri barbari. Sono i nuovi piccoli proprietari, ma è tardi e la perizia giuridica non salva dalle contraddizioni interne la “globalizzazione” del Mediterraneo, nata dalla “pace di Augusto”. L’Impero non è immortale. Cade.
Di questa “regola fissa” della storia dell’umanità c’è stata fino a qualche temo fa coscienza chiara e  purtroppo svanita; se ne sarebbero ricavate preziose chiavi di lettura del presente, ma si è voluto fare tabula rasa dell’intelligenza critica e l’opinione pubblica la fanno ormai i servi sciocchi e la loro ignoranza. Sembra incredibile, ma è così: la regola laica della “mortalità” era così nota, che oltre venti secoli fa, prima dell’eruzione fatale, un ignoto pompeiano ne espose il senso in poche parole scritte sul muro d’un vicolo, con una vena di struggente e profetica tristezza: “Nulla v’è al mondo che in eterno duri”.

Due menzogne hanno caratterizzato la stagione dell’attuale globalizzazione, sul cui altare i chierici della sinistra ci hanno sacrificati, giungendo fino alla degenerazione di se stessi e alla morte. La fine del conflitto, anzitutto, dopo la caduta del muro di Berlino e la nascita del mondo governato dal mercato, descritto come un nuovo paradiso terrestre. Fine del conflitto – e quindi fine della storia – per assenza di interessi contrapposti e soddisfazione di tutti i bisogni. Nella narrazione di questo eden, Fukuyama e con lui una banda di mercenari al servizio del potere, hanno inventato un punto di arrivo di un processo storico “unidirezionale”: il grande sviluppo tecnologico come garante della dignità del lavoro. La seconda menzogna – il processo è irreversibile, inutile citare Marx o Keynes, non c’è alternativa – trova in questi giorni la più clamorosa smentita.
A riprova della laicità delle leggi della storia, torna il protezionismo. Dopo decenni di rimozione, lo riportano in vita prima la Brexit, poi il Presidente degli degli USA, cui fa da sponda, significativa per quanto piccola, Conte. E’ una sorta di dottrina di Monroe in tema di economia: non impone altolà a spedizioni militari, ma modifica il principio in una formula più aderente ai tempi; non  “l’America agli americani”, ma “prima gli americani”. Torna il protezionismo ed è subito sinonimo di conflitto e antitesi della religione neoliberista.
Su questa linea si muove da noi – e non è un caso – il governo Conte. Gli si potrà sparare addosso come si vorrà, bisognerà chiedersi se ha intercettato il treno della storia. E’ un governo fascista? E’ di certo pericoloso e per tutto il resto vedremo. Guai però ai democratici che vivono di astrazioni, se non proveranno a capire quanto questo governo risponda a un problema storico reale che chiede una risposta seria. Nel momento in cui il capitale finanziario attraversa come un lampo ogni frontiera e diventa “internazionalista” come non mai, quali sono i rischi che corre la democrazia, se la risposta delle sinistre in termini di difesa dei diritti del lavoro, della produzione reale, del ruolo del conflitto sociale, non è la lotta di  classe, che sarebbe risposta “internazionale”, ma l’adozione del modello neoliberista come l’unico possibile? Una domanda urgente, soprattutto per un Paese che ha la nostra storia.
Non capiremo nulla del governo Conte, se cercheremo i suoi errori senza fare i conti coi nostri; se non sapremo valutare a fondo il ruolo svolto dal PD – quello sì, davvero populista – nella nascita di generazioni alienate e stritolate dalla sterilizzazione del pensiero critico e dalla colonizzazione delle menti, soprattutto quelle giovani. Non sono stati Salvini e Di Maio a creare  quello che Luigi Russo definirebbe un “popolo di iloti”. Forse dovremmo provare a riflettere sui nostri slogan, capire se il problema sia il populismo o la degradazione dei lavoratori in ‘plebe’, in una moltitudine che non è massa, ma conglomerato di consumatori, la cui vita oscilla tra cellulare. telecomando e difesa impaurita di apparenti privilegi, che sono danni. Masse che sono ormai un’immensa e vischiosa sabbia, sulla quale non è possibile costruire e però è terribilmente permeabile ai luridi liquami della propaganda, alle verità di fede del pensiero unico.
Una sabbia su cui, come è giunto il temporale della crisi, la pioggia ha gettato domande primordiali e bisogni al limite della sopravvivenza. A questa plebe simile a sabbia che si fa fango, Conte lancia segnali di discontinuità e pare salvifico. Sembra  un regime? Non lo sapevamo, noi, che il capitale finanziario fa della crisi l’incubatore dell’abbrutimento e la culla dei fascismi? Che l’estrema destra ha un’anima sociale? Ora non serve attaccare a testa bassa. Occorre fare politica, avendo chiari almeno tre principi: a) nulla v’è al mondo che in eterno duri; b) non si vince, stando assieme al principale alleato del nemico; c) non è più tempo di congreghe e gruppi isolati fra loro.

Agoravox, 15 giugno 2018

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Alcune riflessioni su: Brigate di solidarietà attiva, Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet, Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, Derive e Approdi, Roma, 168 pagine, 12 euro.

Non mi chiuderò nei confini d’una recensione, mi dico, mentre i quaranta gradi di Lecce calano fino ai venti del Potentino e il pullman caracolla tra curve e tornanti, puntando su Napoli. Meglio le riflessioni di un lettore “preso” da un libro che, nato nel Salento e nel Salento incontrato, non mi consente più di guardare Otranto con occhi di turista. Di un libro parli quando è seme che germoglia un’idea e così è accaduto con questo volumetto in un’estate di fuoco: le sue pagine fitte, stampate da Derive e Approdi con piacevole eleganza grafica, m’hanno scottato come sole d’Africa.

Scriverò da lettore, senza voler costruire ragionamenti che intendano spiegare. Del tema dirò poi. Prima segnalo un dato che colpisce. Come s’usa nei lavori collettivi, in copertina trovi gli autori in ordine alfabetico, ma l’elenco parte da una sigla che conoscono in pochi – Brigate di solidarietà attiva – e non fa nomi, sicché di Maria Desiderio e Nives Sacchi, che per le Brigate hanno curato l’interessante parte finale, c’è traccia solo all’interno del libro [p. 101]. La scelta rimanda a radici profonde del movimento operaio, a un’idea militante di lavoro sociale cooperativo, tradotta con coerenza in fogli di propaganda e corrispondenze anonime, sicché tutto parlava di un insieme coeso, di un “collettivo”, rappresentato al più dal nome d’una testata e dal gerente responsabile, dovuto per legge. E’ un biglietto da visita significativo, un dato costitutivo dell’agile volume e della cultura di chi l’ha curato. Non a caso, del resto, il libro, proprio nel capitolo conclusivo, è un gioco di luci e ombre, anche se punta i fari su un tema prevalente: l’esperienza di un gruppo di braccianti africani che, giunti nel Salentino nell’estate 2011 per la raccolta dei pomodori e ospitati a Masseria Boncuri, in un campo gestito dall’associazione Finis Terrae e dalle Brigate di solidarietà attiva, realizzano il primo sciopero autorganizzato di lavoratori migranti. Qualcosa di epocale, precisa l’introduzione non firmata, “un momento importante della storia del movimento operaio in Italia dal punto di vista sia delle pratiche sia dell’analisi” [p. 8].

E’ questa continuità che colpisce: il nesso tra passato e presente della lotta di classe, in una visione così ampia della vicenda che, a ben vedere, il libro narra due storie e descrive un Paese che solo a lettori ciechi può sembrare “molto diverso dai tempi del primo sciopero a Villa Literno tanti anni fa” (1).

In primo piano, con l’obiettivo che s’apre a “zumata”, trovi lavoratori migranti che a Nardò, dopo un’inutile trattativa con un caporale, trasformano la rabbia in pratiche “sindacali” autorganizzate e per due settimane ripercorrono le tappe d’una grande storia, quella del movimento operaio, di cui a quanto pare non s’è persa memoria. Come in un film retrospettivo che ha una specificità tutta attuale, dal libro affiora così l’anima profonda di un conflitto in cui braccianti sfruttati si trovano di fronte all’eterna frontiera che separa il lavoro dal capitale. Occidentali o africani, la distinzione è solo iniziale e non è il cuore del libro. Lo senti quando il caporale minaccia: “prendere o lasciare”. Non è andata così con Marchionne? Lo capisci mentre vedi risorgere pratiche d’una cultura antica che da tempo si dà per spacciata: il blocco stradale (l’antico presidio contro i crumiri), il prezioso confronto in assemblea, l’appello all’unità (siete piccini perché siete in ginocchio diceva uno slogan a fine Ottocento), l’internazionalismo (lavoratori di tutto il mondo unitevi). E’ così che ancora una volta, sul terreno della lotta per i diritti, si incontrano sfruttati d’ogni luogo e cultura e si ripete un fenomeno antico che ha leggi sue proprie: nel fuoco della lotta emergono leader – di dove sarebbero venuti sennò, Bordiga, Gramsci, e organizzatori della tempra di Enrico Russo, Buozzi e Di Vittorio? – e strumenti di lotta – come il mutuo soccorso e la resistenza – che pongono al centro il lavoro e la sua tutela, i dati materiali e il bisogno di cambiamento. Un bisogno che passa giocoforza per quello stesso conflitto negato, dopo il crollo dei regimi dell’Est, da un artificio ideologico inneggiante alla “fine della storia” e dal preteso trionfo dell’eden capitalista.
Il percorso, però, si badi bene, non segue le sirene della nostalgia: “non si tratta di riproporre schemi e teorie senza un’adeguata contestualizzazione”, scrivono le Brigate, attaccando i feticci neoliberisti. Si dice che “nell’era della globalizzazione […] le classi sociali non esistono più, che lo stereotipo degli operai e dei braccianti in sciopero appartiene a un immaginario collettivo che mal si adatta al «capitalismo»”. Invece “il lavoro coatto c’è ancora”; che, “importa se siano italiani, africani o asiatici? La globalizzazione […] ne ha prodotte di nuove, ma certo non le ha eliminate”. E’ l’affermazione di un principio di fondo che non solo dimostra “quanto trasversale sia lo sfruttamento dei lavoratori” [p. 144], ma rappresenta la tappa decisiva d’un percorso e il messaggio più attuale e se possibile “rivoluzionario” che viene da Masseria Boncuri.

Inutile negarlo, ognuno ha la sua storia e la mia lettura è certo “di parte”. A me tuttavia pare chiaro: la sofferenza che brucia sulla “pelle viva” – per dirla col felice titolo del libro – non bada al colore o ai confini. Se così fosse, se il punto fosse il dramma dei migranti e il libro non leggesse ogni voce che viene dallo sciopero, in altre parole, se non raccontasse un altro racconto, che fa da sfondo, allo sciopero e cala la lezione del passato nella realtà dello scontro di classe di questi anni di crisi, se fosse così, non avrebbe ragione d’essere. Sarò più chiaro. Se il libro non cogliesse il momento di un contatto tra pari che come tali prendono a riconoscersi, non solo persone ma sfruttati protagonisti di un’unica lotta, il libro sarebbe un’occasione mancata. Così invece non è: “Nardò – leggiamo – non rappresenta solo Nardò, si configura come paradigma e specchio di un sistema più ampio, […] rispetto allo sfruttamento e alla precarietà del lavoro nel contesto della crisi generale” [p. 103]. Qui è evidente che non si parla solo di migranti africani, ma dell’altra storia, quella che, tenuta sullo sfondo con circospezione quasi stupita, emerge quando ragazzi e ragazze fanno i conti con la realtà del campo: “si arriva e si parte cambiati”, scrivono, perché tutto attorno “fa vacillare il senso di giustizia” [p. 103], perché “vivere Nardò vuol dire sospendere la propria concezione di tempo”, [p. 103], sicché ognuno “si mette in discussione in prima persona e lo fa agendo da singolo in una collettività alla quale il suo agire appartiene […] verso la comunità con cui ci si relaziona, i braccianti, che a loro volta rispondono alle loro condizioni di appartenenza” [p. 113].

E’ una vicenda, questa, che non cerca la ribalta e lascia spazio all’impostazione più “culturale” di Mimmo Perrotta e Devi Sacchetto, ricercatori universitari di Sociologia, al carisma di Pierre Yvan Sagnet, che dal Camerun è approdato al Politecnico di Torino e nelle roventi campagne pugliesi si è scoperto sindacalista, rompendo il fronte dei migranti divisi per etnia. E’ la storia di due organizzazioni di un moderno movimento operaio, “motori” di un incontro che potrebbe avere rilievo storico non solo per il futuro dei migranti ridotti in servitù dai caporali, contro i quali lo sciopero ottiene una legge che fa del caporalato un reato penale, ma anche per i giovani occidentali che un feroce attacco ai diritti e l’imperante precarietà ricacciano indietro nel tempo, fino a condizioni da Ancien Régime, riducendoli a migranti in patria, giramondo senza speranze in dissidio insanabile con un sistema che li cancella dalla storia. Se è vero, come scrive il camerunense Segnet, che “tutte le cose belle si ottengono lottando”, non meno vero è che, nel mettere al centro del discorso la centralità del conflitto per il lavoro e la sua tutela, egli torna inconsapevolmente a un patrimonio d’esperienze sedimentate, a lotte vittoriose che produssero crescita civile e sconfitte sanguinose che ci imbarbarirono.

Il libro è prezioso per questo, perché si fa “documento” e consegna alla memoria storica un momento di lotta operaia, che colloca nell’alveo d’una tradizione fertile e d’una cultura senza le quali lo sciopero a Masseria Boncuri non avrebbe radici e futuro. Prezioso, perché la sua idea di fondo segue i fili d’una storia antica che ha ancora una bruciante attualità e, come scrive Gianluca Nigro, di Finis Terrae, guarda alla questione del “lavoro, spesso elusa dal movimento antirazzista”, [p. 77] e «costringe» Istituzioni e sindacati a “prendere atto delle proprie responsabilità di fronte ai fenomeni di degrado e sfruttamento lavorativi”: la necessità di far fronte agli esiti di leggi repressive “pensate” in funzione di interessi padronali, alla condizione disumana di un universo concentrazionario creato da politiche di classe, per produrre serbatoi di manodopera da sfruttare e all’urgenza di “recuperare […] nodi culturali e teorici dell’agire sociale e politico” [p. 79 e 93]. Questo, saldando le pratiche di lotta a una teoria antica come quella del mutualismo che non è “carità privata”, ma recupera i modi e le forme della democrazia di base e l’ethos del primo movimento operaio; un mutualismo in cui Finis Terrae vede un “contrappeso alla cultura del conflitto”, ma è poi costretta a riconoscere che “nel caso di Nardò è servito ad alimentare […] la conflittualità ” [p. 86]. Solidarietà, quindi, ma come strumento di lotta, base per la “resistenza”, pilastro teorico del cultura operaia, che assume connotati concreti con la creazione di una “cassa di resistenza” nata per ammortizzare i contraccolpi dello sciopero che “per un lavoratore migrante […] significa oggettivamente un’autoespulsione dal ciclo produttivo e la mancanza quasi immediata di risorse al suo sostentamento” [p. 87].

Questo è il libro che il lettore scoprirà. Non solo cronaca di lotta, descrizione dei processi per i quali passa e si struttura una nuova servitù, ma un’esperienza che diventa “scuola di conflitto” per tutti, migranti e volontari, offre prospettive future all’idea di riscatto e non riguarda solo lo sciopero del Salento, un gruppo di migranti, i migranti in quanto tali o i giovani volontari. Riguarda gli sfruttati e il loro scoprirsi classe al di là delle diverse condizioni di vita imposte dalla globalizzazione alle varie anime presenti nel campo. In questo senso, una divisione netta tra lavoratori africani e giovani militanti è fuorviante. Il libro, infatti, racconta il momento di un incontro tra gruppi che, su piani sfalsati, sono in balìa di logiche di profitto. I migranti, “in condizioni di estrema emarginazione sociale, sottoposti a un capillare sfruttamento sedimentato da quasi vent’anni” [p. 102] e chi giunge volontario e si percepisce come un “occidentale privilegiato” ma, catapultato in “un microcosmo, un piccolo paradigma di marginalità, […] dentro una realtà parallela – a pochi chilometri dalle più belle spiagge pugliesi gremite di turisti”, sente aprirsi “fratture interne”, acquisisce la “consapevolezza che la logica della militanza «ordinaria» è stata stravolta” [p. 103] e si trova a riflettere su un dato sconvolgente: “nessuno dei volontari delle Brigate ha una storia senza precarietà, senza il problema di fare i conti alla fine del mese”. Pur senza azzardare paragoni per ora improponibili – il futuro è tuttavia davvero buio – è così che centinaia di militanti occidentali e africani, impegnati a livelli diversi nella stessa lotta, individuano una via comune, che è tutta da esplorare e non sarà facile da percorrere, ma ha le lontane radici in una storia di lotte che ha prodotto civiltà contro una rinnovata barbarie.
Questa è la narrazione sorprendente e incredibilmente aperta al futuro che il libro ci offre: mentre un cieco sfruttamento torna a riempire di contenuti la parola solidarietà, un terribile fronte di lotte unisce giovani generazioni rapinate dei diritti nell’Europa “madre dei diritti”, in un “campo” non a caso aperto, con generazioni sfruttate da sempre. Assieme, africani e occidentali scoprono che contro di loro s’è scatenata – si sta già combattendo – “una lotta di classe che deve tornare a ripartire dal basso, dagli ultimi della scala sociale del nostro Paese”. E’ così che “tanti volontari” si sentono “mossi dalle stesse motivazioni di emancipazione dei migranti lavoratori” [p. 115] (2).

Visto da questo punto di vista, il libro è soprattutto la prova che in un mondo che va globalizzando la disperazione si può riuscire ” a creare momenti di forte mobilitazione come alla Masseria”, una mobilitazione che assume il significato di quelle “azioni cardini che consentono di credere che la crisi si può combattere anche così. Forse solo così”.(3).

Un concetto ormai quasi dimenticato torna spesso nel libro e assume un significato preciso: lotta di classe. L’urto sarà violento? Migranti e volontari vorrebbero che non fosse così e il movimento non lo è stato. Le curatrici, però, sanno che troppa gente è schiacciata e lucida è amara è la loro verità: la violenza è già in campo. E quella” di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti” [p. 135].
La partita non s’è chiusa a Nardò.

Note
1) Mario Desiati, La rivolta dei migranti in difesa della legalità, Repubblica, 11 marzo 2012.
2) Annamaria Sambucci, Bsa Tuscia.
3) Idem.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012.

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Un branco di australopitechi si sarebbe ribellato. Una tribù di trogloditi l’avrebbe cacciato via d’istinto e una comunità d’ominidi l’avrebbe punito, il ringhio vile: “fora d’i ball” sarebbe costato caro per sempre, ovunque e comunque, dal miocene all’età della pietra, dalla preistoria alla storia. L’istinto della bestia o l’onore del guerriero si sarebbero rivoltati e le femmine ne avrebbero fatto un punto d’onore: nessun genere di rapporto. Nulla, dalle necessità del sesso, alla carità d’una spidocchiata. Persino le pulci sarebbero saltate vie, nauseate dal sangue velenoso, e l’intero pianeta si sarebbe trovato unito in un universale e memorabile diluvio. Nulla sarebbe rimasto com’era.
L’evoluzione della specie, invece, qui da noi, oggi, s’è prima fermata, incerta e sospesa, poi ha scelto d’invertire il suo corso.

Duecentocinquanta esseri umani e, tra essi, numerosi cuccioli d’uomo, sono stati uccisi dal civilissimo Mediterraneo, inorridito di sé stesso, ma Nettuno chiama a testimone il fato e si discolpa: non è stato per sua scelta che l’onda mortale ha sommerso gli sventurati in cerca di scampo. E’ l’ordine delle cose che s’è sovvertito: gli dei non han colpe e non c’entrano nemmeno i diavoli e l’inferno. Tutto nasce da una disumana ferocia nel cuore d’un evo nuovo. L’ultimo, forse, che la storia consente.

Fora d’i ball” è la compiuta sintesi storica della civiltà dei consumi, nel trionfo della globalizzazione. L’ha scritta il degenerato discendente d’un innocente scimpanzé, capo d’una tribù di gorilla svergognati che, a disonore dei nobili antenati babbuini, non si rivoltano per istinto, non si indignano in nome d’un antico genoma, non si vergognano di se stessi e del genere che si dice umano.

C’è un’onda verde biliosa che avvelena la terra, appesta l’aria, ammorba l’acqua. Le femmine, contagiate, non inorridiscono per il seme del loro ventre ucciso; fanno sesso e spidocchiano, indifferenti, e i maschi si sottomettono a capi senza onore. Se non si leva subito, di villaggio in villaggio, un urlo di guerra, se il naturale amore per se stessi e la solidarietà che da sempre ci lega nella sventura non ci induce all’immediata rivolta, non c’è più futuro. Ci sono momenti della storia in cui la pace prende le armi e va in guerra, senza patria o bandiere. E’ la sola guerra “umanitaria” che si combatte in natura: quella, senza quartiere, della dignità negata.

Uscito il 7 aprile 2011 su “Fuoriregstro” e sul “Manifesto” il 9 aprile 2011

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Il prossimo anno scolastico in Molise mancheranno all’appello 600 studenti. Lo riconosce con disinteressato distacco Miur e lo conferma la Cgil, che rincara la dose: il calo è ben più grave, più di 2000 sono gli alunni “persi” negli ultimi anni. La faccenda non interessa nessuno: Viale Trastevere dorme, Gelmini, presa dalla crociata per la “terra santa”, s’è messa in adorazione del signore e il celebre giravite di Fioroni lavora per smontare il partito di Bersani, che attraversa come può lo scandalo delle primarie.
Il centro della vita politica ormai non è il Parlamento. Si vive di telefonate. Masi a Santoro per mettere in mora la libertà d’informazione, dio padre onnipotente a Gad Lerner per censurare i “postriboli” televisivi – da quale pulpito viene la predica! -, Emilio Fede per far la cresta sulla spesa e procurare prestiti d’onore a Lele Mora, la falsa nipote del dittatore Mubarak per gli inviti a cena a Villa Certosa, il Presidente del Consiglio alla Questura di Milano per risolvere il caso d’una sua amica minorenne accusata di furto e un eletto stuolo di fanciulle per il rituale passaggio dai riti di Dioniso all’impegno politico. Quanta parte del nostro ceto politico abbia imparato il mestiere negli ozi pompeiani della Villa dei Misteri, nelle periferie dei viados e nelle accoglienti camere da letto d’un apprendista tiranno, non è facile dire, ma non ci sono dubbi: i titoli per le “quote rosa” d’una battaglia tardo femminista li assicurano ormai gli audaci calendari delle modelle procaci, i casting di sculettanti ballerine di fila, le fotocamere di noti paparazzi e le ambite comparsate nel degrado televisivo. Dai banchi del governo, ai consigli regionali, il campionario dei “prodotti pregiati” è sotto gli occhi di tutti, ma lo scandalo che prende a schiaffi la nostra dignità non è fatto solo di alcove e festini. Scandalizza la miseria culturale e morale che esprime fatalmente il “Circo Barnum”, di travestiti della politica.
Il ministro Frattini, noto esportatore di democrazia all’italiana, s’è schierato col macellaio Mubarak contro un popolo in lotta per la libertà e il Parlamento non s’è levato in armi. Confortato dal successo dell’indecorosa sortita, l’imbarazzante ministro ha superato se stesso, portando al Senato i panni sporchi della sua famiglia. Meglio ha saputo fare, però, il degno compare Sacconi, arruolato da Marchionne nella lotta ai diritti e per un nuovo welfare, fondato sullo schiavismo auspicato dai padroni del vapore.
In questo clima, la repubblica delle escort va celebrando i funerali del sistema formativo. La riforma universitaria è appena entrata in vigore e già, coperta da scandali d’ogni genere, la polemica monta di nuovo. Gli studenti delle lauree triennali sono stati, infatti, esclusi dalle tesi di laurea sperimentali e dalla partecipazione ai progetti di ricerca. Non bastasse, gli scatti d’anzianità per i docenti sono stati bloccati e gli ultimi tre anni di servizio cancellati: c’è un “buco” di tre anni che forse non sarà possibile colmare. La pietra tombale la poggia sul feretro il rapporto del Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario, che ci colloca tra gli ultimi Paese al mondo per investimenti pubblici nell’istruzione universitaria. A dar retta agli “esperti” del nostro evanescente Parlamento, la scuola è un’azienda decotta, coi conti in rosso. Una zavorra di cui liberarsi.
I toni sprezzanti, tipici dei regimi autoritari, rimandano direttamente alle sponde del Mediterraneo in fiamme, al Nordafrica e ai Balcani dove, studenti e professori in testa, le popolazioni, stanche di subire, si sono ribellate. La “legalità” non è sinonimo di giustizia e spesso è vero il contrario. Il 14 dicembre, a Roma, la frattura tra legalità e giustizia è apparsa così intollerabile che i giovani hanno assalito i palazzi del potere. I moralisti a pagamento hanno subito puntato il dito su “terroristi” e “cattivi maestri”, sicuri che chiacchiere di pennivendoli, specialisti della disinformazione e forze antisommossa bastino a imporre l’ingiustizia. Tunisi e il Cairo, però, stanno lì a dimostrare che non è vero. A lungo andare, la globalizzazione dello sfruttamento suscita sdegno, unisce le piazze e chiama alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregitro” il 31 gennaio 2011. L’immagine è di Daniela Romano

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Anche oggi, la “libera” stampa cuce, scuce e rattoppa il quadro d’un Paese che non c’è. Ci hanno detto mille volte che la riforma Gelmini è passata, ma hanno “dimenticato” che ci sono centinaia di statuti da approvare e, al primo tentativo, ecco il CNR occupato. Se per ogni statuto si fanno barricate, la notizia vera non è che la legge è passata, tanto più che nelle scuole di Napoli e Torino la meritocrazia pezzente e la strisciante gerarchizzazione del personale docente sono fallite. Chi si ricorda di Roma il 14 dicembre, lo capisce bene: la notizia vera è che la prova di forza continua.

Se un governo la forza ce l’ha, e pensa di usarla, può andargli anche bene. Ma la forza governa un Paese?

Chi ha visto dai cellulari tunisini studenti e professori uccisi e un popolo insorto che urlava “non abbiamo paura” chiede ai fatti se la forza governa. E i fatti dicono no. Lì in Tunisia, dicono, non è solo rivolta della fame e, interrogati, spiegano che Ben Alì, l’amico di Frattini, Gelmini, Berlusconi e soci, il dittatore tunisino di cui grancassa e sordina coprono da vent’anni il romanzo criminale, è stato cacciato sì dalla fame, ma era soprattutto fame di diritti.

C’è fame e fame, dicono i fatti, e meglio sarebbe ascoltarli.

Diritti. Sì, certo, qui da noi la difesa è all’ordine del giorno. C’è un diluvio di “notizie iraniane” e ci sono i mille ripetuti appelli per la povera Sakinè. Siamo liberali e liberisti, noi, non c’è dubbio, ma siamo soprattutto “occidentali” e qui da noi la globalizzazione farà i conti con la civiltà. Così dice la stampa ad ogni piè sospinto. Sta di fatto, però, che abbiamo avuto vent’anni di Sakiné tunisine e i nostri pennivendoli, sbadati, striminziti, col loro misurato contagocce, con la loro scientifica avarizia, se ne sono stati rigorosamente zitti. Mai un attacco, mai una denuncia. Né sì né no. Solo da un po’ qualche . Ed è stato già molto.

A scuola, da noi, la Tunisia è solo un paese mediterraneo; confini, economia, l’indipendenza nel ’56, poi storia in pillole e tanto turismo. Del sistema politico, poco o niente, ma si sa: gli amici del regime da noi sono potenti. A ben vedere, la Tunisia s’è quasi persa nella coscienza nostra e l’avremmo dimenticata, se la grancassa non togliesse la sordina per il can can sugli immigrati e i clandestini stupratori e delinquenti, persi tra motovedette corsare nel Canal di Sicilia, i CIE di Maroni e le nostre civili galere: carne da macello per la lega di Bossi e Borghezio. Ovunque cerchi, nell’elenco liberale e liberista di “fatti tunisini” non c’è traccia dei settecento colleghi di Marchionne alleati del regime di Ben Alì per spolpare l’osso, come comanda l’etica del profitto.

Etica del profitto, certo. Se questa però è l’etica, ecco il senso reale della riforma Gelmini, ecco spiegata la volontà di sottomettere scuola e cultura al potere economico. Ecco, soprattutto, la saldatura della lotta per la cultura con quella per il lavoro. L’Italia che lotta nelle scuole e nelle università è la stessa che soffre a Mirafiori con la Fiat che “modernizza“. Diverso è il contesto, ma uguale l’origine della questione: la cosiddetta “globalizzazione“. Eccolo il problema. Di là, dal feticcio della globalizzazione, partono Gelmini, Sacconi e Marchionne, da una regola fissa: questo è, questo può e deve essere. Viste così, quale che sia l’angolo visuale, Italia e Tunisia diventano incredibilmente vicine: i giovani diplomati rapinati del futuro, i costi della “modernizzazione“, la difficile scelta tra vivere e sopravvivere che spinge in piazza e sconfigge la paura, i legami inconfessabili tra due governi complici nello sfruttamento delle risorse umane e materiali.

Lo sfruttamento. Non se ne parla più, ma esiste e cresce.

Ce l’hanno detto mille volte: a questo governo non c’è alternativa, come non c’è alternativa alla “globalizzazione“. La scelta è comunque tra fame e diritti. Da una parte ci sono il diritto al lavoro e il diritto allo studio, dall’altra la promessa d’un piatto di lenticchie. In ogni caso, scuola o lavoro, la condizione è una: rinuncia al diritto di avere diritti. Può darsi che sia così, può darsi che il civilissimo Occidente, geloso custode di una pretesa identità di fronte all’integralismo musulmano, sia al bivio fatale: o profitto o diritti. E’ la logica di Marchionne. E tuttavia, se quattrocento impiegati cinesizzano l’Italia, il modello Fiat nasce tunisino e, dopo Mirafiori, deciderà la piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 gennaio 2011

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Negli anni della nostra antica barbarie, quando Santa Romana Chiesa era croce di Cristo e suprema autorità secolare, il potere, a suo modo, tenne in tal conto la cultura, che scuole e università erano regno più o meno esclusivo d’ecclesiastici. Vi s’insegnavano “verità di fede” che si volevano scienza in un gergo da setta, incomprensibile ai più, che si definiva “lingua universale” ed era, in realtà, a un tempo, strumento d’esclusione del popolo dalla conoscenza, arma di repressione, e fondamento d’una gestione autoritaria della cosa pubblica. Furono tempi in cui la cultura era spesso pregiudizio o, se si vuole, opinione senza giudizio. “Dio esiste” – s’insegnava ai figli della povera gente da bambini – “e il conflitto è diabolico“. Per tutta la vita ci s’inchinava e, al prepotente, s’offriva l’altra guancia.
L’accademia, così come più tardi la scuola di Stato, nacque per bisogno d’emancipazione, in nome d’un principio nuovo che disprezzava le sciocchezze delle scuole clericali, anche se non giunse “a sollevarsi contro di loro“, come scrive lucidamente Voltaire, “perché ci sono sciocchezze che si rispettano, dal momento che hanno a che fare con cose rispettabili“. La riforma Gelmini – absit iniuria verbis, per dirlo nell’antico gergo – è un cumulo di sciocchezze scritte da persone fino a prova contraria rispettabili, che scambiano il giudizio per pregiudizio e definiscono scienza una “verità per fede“. Qual è la fede? Il liberismo, di cui riconoscono i principi e ignorano i disastri.
Ai neoplatonici che, bisturi alla mano, dimostravano con l’autopsia che la “centralina” del sistema nervoso non è il cuore ma il cervello, gli aristotelici opponevano che avrebbero creduto ai proprio occhi se il “Maestro” non avesse sostenuto il contrario. E chiudevano gli occhi. Ad occhi chiusi, i tolemaici guardarono il cielo che Galilei mostrava loro e gli minacciarono la vita; a Bruno, che vide Dio nelle cose, toccò morire sul rogo: il pregiudizio non consente opposizione e la ragion di Stato, che è cieco realismo, accusa di cecità l’utopia che pure vede il limite dell’esistente e prevede il cambiamento che verrà. A un simile, pernicioso “realismo necessario“, si rifanno i sostenitori e gli autori del disastro Gelmini e, in loro nome, Giavazzi, quando, ragionando di scuola, università e formazione, chiama dal “Corsera” alla difesa della riforma facendo appello alla “necessità“. In nome del bilancio – si dice – si tagliano i fondi e si aumentano le tasse d’accesso ma, come si sa bene una è trina è la natura divina e, per opera e virtù del Santo Spirito, ne nascerà un sostegno all’eccellenza. Certo, ci troveremo a far fronte fatalmente a una selezione che esclude il merito dei ceti subalterni, ma è noto a tutti, così funziona la meritocrazia: è il rovescio preciso della democrazia. Lo ha insegnato Young a chi ha voluto capirlo. In ragione del merito, si cancella il turnover ma ci soccorre la fede: quel che facevano bene cento giovani scienziati, meglio faranno dieci “miracolati. Da domani, l’ingresso ai ruoli universitari vedrà bussare alla porta dottori di ricerca senza borsa di studio, nemmeno l’assegno triennale di meno di mille euro al mese per gente tra i 25 e i 30 anni. Busserà chi ha beni di famiglia: l’accesso sarà per censo. Da domani, chi non soldi non potrà nemmeno conseguire una laurea. E se il dubbio è che un progetto politico, dietro questo disegno, intenda cancellare l’accademia per tornare all’università ecclesiastica della “verità per fede“, si tratta solo di un rigurgito di anticlericalismo.
Del valore dei laureati unico giudice è il cliente” scrive convinto il “cervello” dell’ignara Gelmini, sul “Corsera“, citando Einaudi, riducendo la scienza della valutazione al gradimento dell’acquirente e affidando a interessi privati le linee guida della ricerca. Torniamo a Tolomeo, che ben più mercato trovò di Galilei, e del grande pisano condividerà il destino domani un “galileiano” che veda nell’energia alternativa la tutela della salute, di fronte agli interessi del petrolio: non troverà un centesimo per andare avanti nelle sue ricerche.
Testimone diretto, e per molti versi protagonista, di questa sorta di psicodramma dei pensatori del capitalismo, Giavazzi, fermo agli anni Cinquanta del secolo scorso e inginocchiato davanti al suo altare, misura la qualità della vita sui parametri del Pil, vede la felicità del genere umano nell’andamento dell’indice Mibtel ed è fermamente convinto che la somma aspirazione di un uomo sia quella di subordinare le ragioni della vita alle necessità del mercato e alla logica del profitto. Ha visto e conosce l’esito tragico delle ricette liberiste, ma continua a credere che la sua medicina, dopo aver causato la malattia, possa e debba curarla. Certo, ha attorno un mondo che si dichiara in buona fede e c’è stato chi, come Fukuyama, gli ha prestato l’aiuto di Clio, profetizzando la “fine della Storia“. Benché il mondo sia terrorizzato dal male che il preteso realismo di Decleva, Giavazzi e compagni causa all’uomo del nostro tempo, come buoni sacerdoti arroccati attorno al tabernacolo ove si custodisce l’eucarestia, i teorici del capitalismo continuano a predicare la fatalità delle infrangibili leggi del mercato, cui subordinano fatalmente la scienza politica, in un’anacronistica guerra tra Papato e Impero.
Le pagine più tragiche della storia dell’uomo sono state scritte in nome di ragionevoli sciocchezze, ma giunge il tempo in cui la buona fede riconosce l’errore e volta pagina. Ieri, il mito del mercato che autoregolamenta tutto, persino le ragioni fondanti del patto sociale, e l’ideologia che cancella il futuro, in nome di un presunto “realismo“, sono stati difesi da Maroni coi blindati, i manganelli e i lacrimogeni. Un Parlamento di “nominati“, autoreferenziale e assediato, ha approvato una riforma che riduce la grande questione del sapere a miopi problemi di governance. Il fatto è che un’intera generazione di giovani ha mostrato ai sacerdoti della globalizzazione che le ragioni del Pil, del Mibtel, del mercato e del profitto sono in rotta di collisione con le ragioni della vita e che nella questione dell’università c’è la radice d’un pericolosissimo scontro sociale. Come neoplatonici, i giovani hanno mostrano a Giavazzi il cervello e, bisturi alla mano, gli hanno urlato: “i nervi sono qui, qui ci sono l’uomo e la libertà!“: Giavazzi ha chiuso gli occhi e ha chiamato a testimone i maestri: “è il sole che gira attorno alla terra“, ha risposto. “Questa è la scienza“. E continua a immaginare scuole e università che producano “eccellenza” senza avere in bilancio un quattrino. Con fede degna di miglior causa, dovendo scegliere tra concorsi truccati e corruttori che truccano, Giavazzi e la riforma che egli difende, aboliscono i concorsi e lasciano a piede libero, nei posti di comando, i trucchi e i corruttori. La formazione diventa, di fatto, proprietà privata. Chi ha soldi e potere ha diritto allo studio e gli altri si rassegnino: questo è il mondo, questa è la legge della vita.
Non è la fine della storia. E’ solo l’inizio di una nuova tragedia.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 dicembre 2010

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