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Posts Tagged ‘Egitto’

Abu_Ghraib_17aChe un cialtrone come Barak Obama si sia messo in testa di fare la lezione di democrazia a Putin, un manigoldo della sua stessa razza, non meraviglia nessuno. Il male è notoriamente banale e non ci sono cani di attori che recitino peggio dei cosiddetti “grandi” quando la malasorte dei popoli li chiama sul palcoscenico della storia. Stupisce, questo sì, che teste pagate a suon di milioni per imbottire di frottole la povera gente e suscitare attorno al caso Crimea un clima da “union sacrée”, non trovino di meglio che attaccarsi al tifo per una partita che non si gioca più: l’Unione Sovietica s’è sciolta come la neve al sole e il comunismo reale non esiste più.
Sarò solo un fortunato imbonitore, ma Grillo ha certamente ragione: la malafede, la sciatteria e la grossolana ignoranza della stampa tocca ormai livelli da fare invidia a specialisti come Mario Appelius e Teresio Interlandi. E’ vero che il mirabolante sistema formativo di marca anglosassone voluto da Berlinguer mira da tempo a creare scimuniti e tenta d’insegnare agli studenti la storia scritta dai padroni, però,  piaccia o meno ai criminali aguzzini di Guantanamo e al rinascente pangermanismo tedesco, qui da noi uno studente decentemente preparato conosce la “Questione degli Stretti” e sa che la “Grande madre Russia” ha un orgoglio nazionale. Lo capì  Napoleone in fuga sulla Beresina, lo scoprì a sue spese quell’Adolf Hitler, che, giova ricordarlo, scrisse una pagina di storia particolarmente istruttiva sulla “democratica” Germania, oggi pericolosamente guidata dalla teutonica rozzezza di Angela Merkell.
Qui da noi, uno studente di scuola superiore sa perfettamente che Barak Obama custodisce le chiavi di Guantanamo, il più atroce campo di concentramento partorito dalla ferocia umana dopo le glorie naziste. Perfino l’uomo della strada conosce i tragici nomi di Hiroshima e Nagasaki e c’è chi, stimolato, si ricorda ancora il Cile di Salvador Allende, quel delinquente  di Colin Powell che mostrava all’Onu le sue false prove sull’Iraq e sulle sue armi di distruzione di massa chimiche e biologiche. Qui da noi, c’è ancora chi ha abbastanza memoria per ricordarsi i Balcani fatti a pezzi, il Kosovo strappato alla Serbia, la Libia violentata, Gheddafi linciato e l’Egitto col suo presidente legalmente eletto e illegalmente deposto. Qui da noi c’è chi ricorda bene la confessione sfrontata di quel criminale di Wolfowitz, costretto a riconoscere che gli Usa avevano mentito spudoratamente sulle armi di distruzione di massa, che usarono poi per l’ennesima strage.
Lasci stare la Crimea, Barak Obama. Chiuda Guantanamo, piuttosto, se i padroni di cui è servo glielo consentiranno. Gli manca il fegato, ha paura di fare la fine di Kennedy? Si dimetta allora, in segno di vergogna e la pianti con le lezioni di democrazia. I lavoratori e gli sfruttati della Crimea non stanno con Putin e non vogliono la Merkell. Se ne sono andati coi russi perché Gli USA e l’Unione Europea hanno armato mercenari nazisti per destabilizzare l’Ucraina. Lo sanno bene, però: la loro autentica salvezza dipende solo dalla capacità che avranno di organizzarsi e imboccare la via della rivoluzione

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Un Paese ipnotizzato dal circo mediatico e dall’infinita querelle sulle vicende giudiziarie di Berlusconi, non presta molta attenzione alle mille, preziose notizie che la controinformazione riesce a far filtrare con intelligenza e coraggio attraverso le maglie del conformismo. Giorni fa, Iside Gjergji ci ha raccontato d’una scelta inquietante e rivelatrice del Presidente del Consiglio, che il 7 aprile “per consentire un efficace contrasto all’eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari nel territorio nazionale“, ha dichiarato per decreto lo “stato di emergenza umanitaria nel territorio del Nord Africa (G.U. n. 83 del 11-4-2011)“.
Tragica, nella sua essenza comica – non si capisce quale Paese sia il Nord Africa e l’Italia non può dichiarare lo stato di emergenza in un altro Stato – l’anomalia giuridica ha le mille ombre sulle quali acutamente si ferma la studiosa, ma è anche un fatto da archiviare a futura memoria. Un fatto, uno dei tanti sui quali prima o poi gli storici si affaticheranno, per tentare di leggere il tempo che viviamo. Cronaca drammatica che scandisce il senso della nostra esperienza umana, ma allo stesso momento storia, possibile chiave di lettura d’un futuro che non conosciamo e che sarà il presente di chi, dopo di noi, si troverà a pagare i nostri conti. Un fatto, la tessera d’un mosaico da comporre, di cui non vediamo il disegno complessivo, ma del quale s’intuiscono i volti enigmatici e le ombre. Fatti muti, che troveranno mille parole domani, quando lo storico potrà interrogarli. E ai fatti, non a caso, si appella da tempo, per tirarli da ogni parte, per metterli in ombra o sovraesporli, una classe dirigente decisa a chiudere i conti col futuro, manipolando il presente e mistificando il passato.
Mettiamola agli atti e cataloghiamola, la dichiarazione che segue, e teniamola in evidenza, perché anche di questo dovranno tener conto domani gli storici, quando interogheranno lo sfascio e ricostruiranno la miseria morale del tempo che viviamo: “Quello dei libri di testo è un tema che ricorre spesso; penso che, in generale, nei libri di testo non debba entrare la politica ma una visione oggettiva di fatti e soprattutto di eventi storici“. Lo afferma l’avvocato Gelmini e sarebbe facile l’ironia sui sacerdoti del merito, per domandare dove siano le conoscenze teoriche, le competenze specifiche e le esperienze maturate sul campo dal “ministro“, che fa sua la delirante “iniziativa della parlamentare Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici“, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca. Sarebbe facile, l’ironia, se l’anomalia del decreto sullo stato d’emergenza del Nord Africa e l’attacco a storici e docenti non fossero i rovesci d’una stessa medaglia e non costituissero un tentativo di avere mano libera quando si compiono misfatti e assicurasi un’impunità che vada ben oltre la questione giudiziaria. Un’impunità che superi di gran lunga i rischi d’una innocenza strappata illegalmente in tribunale. Un’impunità “orwelliana“, che privi di cittadinanza la “memoria storica” e tolga alle classi subalterne il fondamento stesso sul quale si costruisce l’intelligenza critica. Quel fondamento per cui la rabbia disperata diventa consapevolezza nella ribellione e talvolta si fa rivoluzione.
Qui non basta ricordare, come a buon diritto fa l’accademia, che la “Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea“, si occupa da tempo dei problemi dell’insegnamento della storia nella scuola e nell’università. Ne fanno fede i convegni, i dossier sulla storia nelle scuole, quello su storia contemporanea e autonomia didattica e, per citarne uno, il saggio sulla Storia Contemporanea tra scuola e università. Manuali, programmi, docenti, curato da Giuseppe Bosco e Claudia Mantovani e stampato da Rubettino nel 2004.
La questione vera sono i “fatti” e la democrazia sostanziale che essi contengono nel momento in cui si fanno materia di ricerca e depositari delle mille verità della storia. Mille, non una, senza proprietari esclusivi, senza padroni, senza preclusioni, senza verità di fede. “Politica“, come “politiche” sono, in senso lato, le attività del pensiero umano e con esse l’insegnamento,
Una classe dirigente, che muove guerra alla Costituzione e riduce il Canale di Sicilia a una trappola in cui annegare diritti umani e rabbia dei popoli oppressi, può provare a imbavagliare gli storici, ma non potrà cancellare la storia. Persegua, se può, il suo intento sanguinario, faccia a pezzi il diritto internazionale, perché, come scrive lucidamente la Gjergji, intende “depotenziare le rivolte e la spinta di cambiamento in Tunisia, Egitto e in tutto il Medio Oriente“. Ricordi, però: sono i fatti a raccontare la storia. I fratelli Rosselli, uccisi da ferro prezzolato, Gramsci incarcerato, superarono sbarre e confino politico, sconfissero malattia e morte e nessuno poté fermarne il pensiero. Non si ingabbiano le idee e un ragazzo lucidissimo l’altra sera, in un’assemblea, me l’ha ricordato: noi siamo pochi, ma pochi spesso hanno cambiato il mondo. Noi siamo pochi e diverremo molti. Non servirà a nulla addossare a storici e docenti la responsabilità della tragedia che state costruendo.
Avevamo un patto fondante, si chiamava Costituzione ed era “borghese” come s’era voluto che fosse. Bene o male, l’avevano scritta col sangue i nostri nonni sui monti partigiani e l’avete violata. Rifiutammo la guerra e voi la fate. Ci facemmo democrazia parlamentare e voi ci impedite di scegliere i deputati. Volemmo una scuola statale e l’avete distrutta. Fondammo la pace sociale sul lavoro e voi ce lo negate. Vi accettammo giudici, a patto che la vostra legge valesse per tutti nei vostri tribunali, e voi legate le mani ai vostri stessi giudici e negate persino la giustizia borghese. Raccontatela voi, fin quando potrete, la vostra storia, nei termini di una legalità che cambia di momento in momento col mutare dei vostri interessi. Noi interroghiamo i fatti e ci guida un’idea di giustizia, quella che vi fa dire che siamo comunisti: la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 aprile 2011

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Giuliano l’apostata l’avevo perso in quel ’68 alla rovescia che fu il 2008. Bottone giallo e slogan demenziale: “fate l’amore, non l’aborto“.
Il fondo l’ha toccato, m’ero detto.

L’ultima penosa conversione paolina, nata sulla via di Damasco, lì l’ha sepolto, a Damasco, e se n’è persa persino la memoria. La vita sa essere anche giusta e onore al merito di Diego Novelli, un galantuomo che, se gli dici Ferrara, ti domanda “quale?“. “Giuliano“, tu rispondi, “Giuliano Ferrara” e, di rimando, il vecchio comunista non ci pensa due volte: “Guarda, quando sento dire con tono ammirato e amichevole che Giuliano Ferrara, comunque, è una delle persone più intelligenti che io ho conosciuto, mi va la mosca al naso!“.
Più chiaro di così, si muore.

Sepolto dal ridicolo a Damasco, quel rivoluzionario di Giuliano è risorto dalle sue stesse ceneri ed è tornato prepotentemente sulla scena d’un Paese che non conosce limiti al degrado. Non sarà uno scoop, però voglio dirlo, anzi, gridarlo ai quattro venti. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi, annunciata nel ’94 e abortita di lì in poi per i sabotaggi delle toghe rosse, ha un “nuovo” profeta.  Giuliano Lazzaro, nemico dell’aborto. Giuliano, sì, morto, sepolto e ritornato in vita, uno che s’è fatto le ossa alla scuola della classe operaia torinese.
Un comunista pentito.
Certo, Novelli e compagni avrebbero di che interrogarsi – alla stessa scuola s’è formato Fassino – ma tant’è, prendiamone atto. Le cose stanno così.
Stretto da ogni parte da una boccaccesca questione di gonnelle e da questori di manica misteriosamente larga con minorenni border line  e vecchi satiri compiacenti, Berlusconi s’è deciso. La nobile rivoluzione di Gobetti, che riposa ignaro tra marmi e cipressi al Pére Lachais, è ora in mano all’equilibrio instabile di Giuliano Ferrara, passato inopinatamente dai bolscevichi ai crispini. Ognuno ha i profeti che merita e i tempi sono quelli che sono, perciò non trovo scandaloso quello che accade. No. M’indigna che la stampa tutta ora s’inchini alla saggezza del rinato Ferrara.

Guardiamoci attorno.
Un porcile.
La barca affonda nel fango e chi non ci sguazza con rivoltante cinismo, se ne sta zitto e prende la sua parte. Tutti levano le loro candide bandiere morali. Quelli di Berlusconi accusano i democratici che imbrogliano se stessi alle primarie, i democratici di Bersani puntano il dito sul presunto bordello d’Arcore, ma in Parlamento si prova a cancellare dall’articolo 41 della Costituzione la responsabilità morale che vincola le aziende –  si spiana così la via al massacro di Marchionne – e non c’è voce di dissenso: consentono tutti, maggioranza e opposizione.

C’è un tema che scotta: l’Egitto, Mubarak e la democrazia, quella che esportiamo a cannonate fino a Kabul e, qui, a un tiro di schioppo da noi, non solo lasciamo che muoia senza muovere un dito, ma prendiamo le difese del dittatore. Se non metti a ferro e fuoco il Parlamento per le bestialità di Frattini, come fai a contrastare la “rivoluzione liberale” di Giuliano?
Povero Gobetti.

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