Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘pacifisti’

E’ tardi, sì. Che vuoi che ti dica? S’è fat-to tar-di! – sillabò urlando Marco, per dar spessore sonoro all’ira che montava. Si fermò un attimo, rabbrividì sfilandosi la giacca bagnata, poi riprese, come un pupazzo a molla che s’è incantato:
E’ tardi, sì, hai ragione, però non ti ci mettere anche tu, per favore. Piove, il traffico è impazzito e, come tutti i santi giorni, l’immancabile corteo di nullafacenti protesta, perché, si sa, così nasce un mondo migliore. E l’occasione non gli manca mai.
Sollevò gli occhi al cielo, sospirò profondamente per non farsi travolgere dalla rabbia e ricominciò, aiutandosi col corpo, le mani e le pieghe espressive del volto, come un mimo:
Sciarpa arcobaleno, orecchini, tatuaggi, capelli di tutti i colori, slogan, bandiere e via. Oggi è il turno della guerra. Quattro gatti, il traffico in tilt e la polizia, vedessi la polizia! – urlò sdegnato – Li scorta, la polizia, li accompagna e sta a guardare!
Mutò tono d’un tratto, si fece ironico e sbottò:
In palestra oggi non ci vai, caro Luigi. No! Diventi umano, paghi un prezzo anche tu alla guerra umanitaria e non ci vai!
Quando qualcosa si metteva tra lui, il figlio e i suoi “incasinati programmi“, come li chiamava col vezzo un po’ snob di sfiorare la parolaccia girandoci attorno, Marco diventava una furia. Non solo gli tremava la voce, ma la bella fronte larga si segnava di linee sottili e rivelatrici e lui non faceva nulla per evitarlo, anzi, lasciava che guastassero il bel viso curato e perennemente abbronzato e non se ne importava. Un fiume in piena, col suo “linguaggio medico” forzato alla bisogna, ce n’era per tutti:
Accidenti alla paraldeide ipnotica di cui son imbottiti gli eterni sognatori, accidenti alla sinistra parafrenica, sempre in bilico tra cultura di governo e culto della rivoluzione, alla destra paralogica che s’è giocata la faccia per il potere, al governo paraculo, appeso alle faccende private del suo presidente, alla parafimosi dell’italiano, che strangola l’intelligenza con la furbizia e ha quel che si merita. Aveva ragione Mussolini: il “popolo puttana” sta col più forte.
Il linguaggio ha una sua logica e puttana era la parolaccia che col figlio si poteva lasciar scappare senza esitazioni.
Ci sono cose che vanno dette come sono, con nome, cognome e indirizzo, sosteneva. Pochi mesi prima, gli era tornata utile per comunicare a Luigi il naufragio del “Partito felicità“, come aveva voluto chiamare la sua piccola famiglia, che s’era disgregata in quattro e quattr’otto, il giorno in cui al suo fianco era apparsa una bionda vistosa che poteva essere sua figlia:
Tua madre è una puttana, gli aveva detto, tienilo a mente e trattala come merita.
Luigi s’era fatto pallido. C’è un momento della vita in cui, senza saperlo, qualcosa ci ruba l’innocenza. Luigi l’aveva persa così, mentre usciva dalla cuccia, s’accorgeva del corpo, cercava una via tra gli impulsi del sesso e i mutevoli e crudeli confini di ciò che si può fare e ciò che si fa e non si dice. Marco era troppo pieno di sé, per sentire il dramma che esplodeva, per capire che il naturale scontro tra le generazioni assumeva le dimensioni traumatiche d’un conflitto tra persone e si faceva odio. La fine del “partito felicità” somigliava troppo alla crisi del suo mondo di adolescente e alla confusione indecifrabile della “vita da adulto” che lo aspettava, perché Luigi non ci vedesse una sorta di diluvio universale e non si trincerasse in un’arca di disprezzo integralista e fanatico, che non consentiva tonalità di grigio tra il bianco dell’infanzia e il nero ingestibile del futuro. Non ne aveva coscienza piena, ma una domanda lo tormentava: che sarebbe stato di lui? Sarebbe diventato come suo padre che s’era stancato del copione e l’aveva cambiato? Basta col “Partito felicità“, s’era fatto il lifting, la macchina veloce e l’amante giovane, ma il coraggio delle sue responsabilità non ce l’aveva e perciò scaricava tutto sulla moglie.
Così non sarò mai.
Il rifiuto era la sola certezza d’un ragazzo cresciuto in fretta nel dolore e troppo solo per non covare vendetta, mentre Marco insisteva.
Non ci vai in palestra! E sai che ti dico? Prenditela con tua madre. Lei certamente sta con i pacifisti, i bastian contrari, che vivono di sogni e stanno coi dittatori pur di aver ragione. No alla guerra! E poi? Abbiamo il dovere morale di difendere i popoli oppressi. La guerra nostra è giusta. Questa guerra è la pace.
Luigi aveva occhi verdi che diventavano cobalto, quando dentro si scatenava la tempesta. E così, col mare in burrasca negli occhi, trovò il coraggio che gli era mancato, quando il padre se n’era venuto fuori con la storia della mamma puttana.
Tu parli di guerra perché sei lontano da dove si spara e si muore. Vorrei vedere il tuo coraggio se quelli dall’Africa cominciassero a bombardare noi. Scapperesti. Vacci tu, se ci credi a quello che dici, va, falla tu la tua guerra, fatela voi, tu e tutti quelli come te, che parlano, parlano e mandano avanti gli altri. Non ci vado in palestra, né stasera né mai. Con te non ci andrò mai più!
Quel giorno Luigi diventò uomo, nacque alla vita e si scoprì ribelle. Oltre il padre, oltre la solita “crisi di crescenza”. E’ così che accade. D’un tratto una generazione prende sulle sue spalle il peso del cambiamento. Dietro ci sono quelli che hanno lottato e perso per un mondo migliore, ma Luigi non sa. E’ una gemma che s’apre in fiore e diventa primavera della storia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 aprile 2011

Read Full Post »

Michele Giraudo non sapeva molto di nulla e conosceva poco di quasi tutto ma, dopo anni di catena di montaggio, nessuno gli dava torto quando sosteneva che ormai l’unico modello di successo prodotto dalla Fiat, era la confusione.
Ma quella non fa concorrenza! commentava.
Da tempo i discorsi di padroni e politici gli parevano tutti uguali e non li capiva. e, in quanto ai sindacalisti, se qualcuno glieli nominava allargava le braccia sconsolato:
Chi li capisce è bravo! Ripeteva. E peli sulla lingua non ne aveva. Per lui, dietro i toni polemici, i gesti teatrali e le reazioni sempre più scomposte, c’erano disaccordi che non capiva.
Qui del lavoro non interessa niente più a nessuno. Che pensa il padrone? Che dicono gli imprenditori? Di questo si tratta. E noi? Noi che pensiamo? Noi stiamo con le armi in mano, ma io sparo a te e tu a me. Uno trova disastrosa la strada che l’altro ritiene miracolosa. Il muro contro muro lo fanno tra loro i sindacati, la lotta ce la facciamo tra noi e così dividiamo i lavoratori.
E come dargli torto? Non s’erano mai visti tanti licenziamenti e la situazione si faceva di giorno in giorno più confusa.
E’ un gioco al massacro. Prima dicevi prete, soldato, pacifista, e sapevi bene di cosa parlavi. Ora no. Ora i preti sono per la guerra perché con quella si fa la pace e i pacifisti collaborano coi militari armati sino ai denti, ma non vogliono sentir parlare di guerra. Loro sono solo “operatori di pace”.
Chi? gli domandava Luigi, un giovane operaio meridionale che non sempre lo seguiva nelle sue sfuriate in stretto torinese, ma aveva un fiducia sconfinata nel “compagno Michele” che in assemblea non la faceva buona a nessuno. E Michele gli rispondeva con sperimentata pazienza, anche se uno più pronto di Luigi gli avrebbe visto negli occhi un malcelato lampo di compatimento:
Soldati e pacifisti. Poi scuoteva la testa tonda, folta, bruna e arruffata, e sembrava dire: che vuoi che ti dica? Ecco qua, sei uno dei migliori prodotti dell’ultimo modello Fiat. Così va il mondo ormai. La scuola s’è sfasciata davvero e qui, in fabbrica, la cultura operaia sta scomparendo.
Di una cosa era esperto, Michele, e ne sapeva più dei centomila “esperti” che ogni sera si accapigliavano in questo o quell’angolo del “piccolo schermo”, discutendo del “bene del paese”, che, urlavano tutti, dandosi sulla voce, “è il bene più prezioso dell’operaio e dell’azienda”. Una cosa conosceva bene: “lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” – come diceva, ironico e tagliente, quasi sillabando – visto però dalla parte di chi è sfruttato, non da quella dell’intellettuale che fa la teoria.
Te li raccomando gli intellettuali, Luigi. Brutta razza, dammi retta, Tienili alla larga.
Ma ora sono diventati “lavoratori della cultura”, non l’hai visto come difendono a scuola dello Stato? replicava Luigi sconcertato, ma a Michele le chiacchiere non piacevano e c’era una questione di solidarietà che lo mandava in bestia:
Già, lavoratori! – esclamava. Un attimo, poi esplodeva: ma la Gelmini ha licenziato centomila precari e che hanno fatto? Tu li hai sentiti parlare?
Beh, onestamente no…
E non li sentirai, sta tranquillo.
Luigi, giovane com’era, conosceva solo il “sindacato dei servizi” e di lotte non capiva nulla, ma il sangue nelle vene ce l’aveva, perciò stringeva occhi e labbra in un moto di genuino disgusto e, senza nemmeno sapere il perché, ritornava al punto centrale della questione:
Se tutti vogliono questo benedetto bene nostro, sbottava esasperato, perché non si trova mai la via che mette tutti d’accordo una volta e per sempre?
Perché? – replicava Michele, senza pensarci su – Perché è sbagliato il punto di partenza. Non sta in piedi questa teoria. Chi l’ha detto che il bene dell’operaio è sempre uguale a quello dell’azienda? Così hai voglia di cercarla una via che unisce. Non la trovi. Senza lottare per conquistare e difendere diritti, gli operai devono rassegnarsi: per stare bene, non solo devono vivere peggio dei padroni, ma devono riconoscere che meglio di questo “peggio” non potranno mai stare, anzi, se così peggio non basta, c’è il peggio del peggio. Questo è il mercato.
E allora che dobbiamo fare? Rispondeva Luigi intimorito ed eccitato.
Stare insieme, lottare e, se necessario, ribellarsi, caro Luigi. Ribellarsi. Quando non se ne può più, quando ti vogliono togliere tutto, anche la dignità, allora devi dire basta. Facci caso: quando si parla del bene dei lavoratori, la parola tocca a tutti. Parlano cani e porci ma l’operaio no, l’operaio non l’ascolta nessuno.
Luigi annuiva sconsolato, mentre guardava il compagno con evidente ammirazione. Col nonno e col padre, per tre generazioni, la sua famiglia, era stata alla Fiat. Il nonno era entrato al Lingotto sin dai tempi di Ugo Gobbato e c’era rimasto fino al 1939, quando era stato mandato a Mirafiori, Luigi l’aveva sentito mille volte raccontare la storia di quegli anni alla Fiat: era come parlassero assieme migliaia di operai.
Altro che operai fascisti, diceva Michele. queste cazzate le dicono i compagni intellettuali, che attaccano il somaro al carro del padrone. Qui, a Mirafiori, il 15 maggio del ‘39 venne Mussolini in persona per l’inaugurazione. I capoccioni del sindacato fascista gli avevano assicurato il trionfo, ma si trovò di fronte una massa di lavoratori muti. Fece domande, parlò agli operai, chiese risposte, ma niente. Gelo e silenzio: su molte migliaia di presenti, risposero solo quattro gatti. No, no, niente fascismo da noi.
Niente?
Niente, tranne i capi, i dirigenti e poche centinaia di scemi e venduti che si trovano in ogni tempo e in ogni paese.
Potresti fare il professore di storia, diceva talvolta Luigi e non aveva torto. Ma Michele, come sempre, era amaro e tagliente:
No, no. Agli studenti parlano i professori di storia, i compagni “lavoratori della cultura”, come li chiami tu, quelli che a Mirafiori gridavano viva il Duce e quando cadde il fascismo diventarono tutti socialisti e comunisti. La fabbrica è nostra, Luigi. Quelli come mio nonno lo sapevano bene ed erano pronti a lottare. Noi, no, noi non abbiamo più memoria, ce ne siamo dimenticati e questi qua ci fregano. Noi abbiamo detto no al fascismo dei padroni, noi abbiamo fatto gli scioperi nel ‘43. Noi siamo andati in montagna a fare i partigiani a difendere le fabbriche e a sabotare la produzione e dopo tutto questo ci hanno schedati tutti, ci hanno messo in galera e perseguitato peggio dei fascisti.

La sua cultura, Michele se l’era costruita così, legando il filo della sua esperienza di vita ai ricordi, ai racconti, ai mille piccoli e grandi fatti appresi dal nonno e dal padre. Questo per anni era stato il merito suo vero, quello che gli aveva conquistato la stima e la fiducia dei compagni. Michele ricordava e pazienza se nessuno gli dava la parola. La difendeva come poteva, la memoria, fuori del piccolo rettangolo luminoso da cui era escluso, la “memoria storica” della grande fabbrica italiana di automobili.
Grosso e tozzo, come viene su chi non conosce palestre e s’è abbrutito precocemente nella fatica, Michele portava con sé quel miracolo di scienza comune che era allo stesso tempo vicenda personale ed esperienza collettiva. Quando si discuteva, le sue parole avevano i tratti semplici della storia popolare che non sa di lucerna, non si scrive nel chiuso delle biblioteche o nella polvere degli archivi, non s’insegna e non s’insegnerà mai nelle scuole della repubblica, ma s’è trasmessa per cento e più anni di generazione in generazione, seguendo il filo rosso della fatica, delle lotte feroci e delle nobili speranze, sempre più spesso liquidate in tre paragrafi asciutti e reticenti in manuali di storia buoni per coprire di motivi nobili, gli ignobili interessi e le passioni inconfessabili che stanno dietro la sequela noiosa delle date, delle guerre e dei trattati. Dietro la storia dei padroni che cancella la vicenda umana.
Di questo, anche di questo Michele era in grado di discutere. Che i libri di storia stessero cambiando, non poteva saperlo, ma capiva bene ch’era cambiato il mondo e non era solo geloso custode dei sui ricordi. Per lui, ogni occasione era buona per raccontare.
E’ una ricchezza anche questa, gli aveva detto più volte il padre quando s’era accorto della fine precoce che lo sorprendeva, non è facile spenderla, però tienila da conto che può tornarti utile talvolta.
Se ne ricordò una sera, tornando dalla catena di montaggio, tra degrado e cantieri della nuova modernizzazione, quando raggiunse le due stanze che gli facevano da casa, tra il Doria e la Barriera di Milano, e si lasciò cadere sul divano davanti alla televisione. S’era portato in casa l’odore medievale delle concerie, dei battitori da panno, delle peste da canapa e da olio che il nonno gli aveva insegnato a sentire cinquanta e più anni prima, conservato misteriosamente nella testa degli operai fino a oggi, impastato nel cemento che si sbriciola dov’erano fabbriche e ci sono covili d’immigrati. E’ un fatto psicologico si diceva da una vita, ma quella sera, come per incanto, l’odore familiare aveva ceduto il posto alla puzza inconfondibile della menzogna. S’era guardato intorno e c’era poco da sbagliare: la puzza era lì, nel piccolo e vecchio apparecchio televisivo che tra danni materiali e morali, canone d’abbonamento, corrente e pubblicità ingannevoli e petulanti, gli costava così tanto, che aveva pensato più volte di chiudere il conto e, se non l’aveva mai fatto, era stato perché è un mondo, questo, in cui si paga tutto col tempo del lavoro che ti ruba il tempo della vita, sicché anche chiudere un conto, quale che sia, chiede a un operaio sacrifici impossibili. La verità era semplice e amara. In quel piccolo e maledetto schermo una qualche scemenza per passare il tempo la trovi, una partita di calcio, un filmetto tutto sogni americani, uno sballo di scazzottate parlamentari, le curve procaci delle veline, sia quel che sia, in qualche modo passi la serata, ché altrimenti sei solo, ti scoli la bottiglia delle grandi occasioni che non verranno mai o ti fai di spinelli. E poi non è che vivi meglio.
Qui ci vendiamo tutti, mormorò disgustato, ma accese ugualmente e sibilò: è una droga.
Michele non avrebbe saputo descriverlo bene – tra le parole “colte” si muoveva male – ma a puzzare era uno dall’aria tonta e bovina, più furbo e maligno che intelligente, pesante troppo, soprattutto per chi può permettersi palestre, e soprattutto sfuggente, incapace di guardare negli occhi e sempre obliquo. Uno, pensò subito l’operaio, che se lo metti stasera alla catena domani marca visita e poi si dà da fare coi capi per patteggiare protezioni.
Perché tanta puzza? Era la manfrina di sempre. Domande concordate risposte senza un cane che dicesse ma che stai dicendo? E continuava così. Ogni parola un colpo di rivoltella:
La Fiat non ha debiti col Paese, abbiamo restituito tutto…
Tutto?
Michele saltava su dal divanetto traballante e per poco non lo sfasciava. Tutto? Anche i morti fatti in guerra dalle mitragliatrici raffreddate ad acqua inceppate nel gelo della Siberia? E che si pagano i morti? E il fascismo? E Valletta? E la salute che se ne va alla catena? Che cazzo hai pagato? Che hai pagato?
Ma quello non poteva sentirlo e il giornalista annuiva concordando.
Il mercato globale è questo: il lavoro costa, fuori si paga meno e perciò meno pause, meno malattie, niente sciopero e in fabbrica solo il sindacato che è d’accordo…
E per il giornalista tutto giusto.
Michele non urlava più da solo. Nel buio della stanza ora c’erano il nonno e il padre.
Luigi tradirà, ma ci vuole pazienza…
A loro non gli basta vincere, pretendono di stravincere.
Il nonno sibilò: poi c’è chi si lamenta di Piazzale Loreto.
Il padre annuì. Col padre solo due parole: tutto questo parte da lontano. Io mi ricordo la bomba di Piazza Fontana.
E la televisione continuava a gracchiare:
Due sindacati hanno già firmato. L’altro cederà. Basta lacci e lotta di classe. E’ un gran bel momento per tutti quelli che hanno faticato. Un’intesa è raggiunta, va bene per i lavoratori e per il futuro dello stabilimento. Mirafiori inizia oggi una nuova fase della sua vita.
– La fase del ricatto, sibilò il nonno.
Poi i due vecchi svanirono nel nulla.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 gennaio 2011

Read Full Post »

Morto di freddo, stanco, i nervi a fior di pelle e la consapevolezza che, comunque vada, è sempre più difficile, per uno come me, stare tra i ragazzi senza correre il rischio di sembrare l’eterno “cattivo maestro“. In questo stato prendo la penna e scrivo. Faccio finta che ci sia chi me lo chieda, ma lo so: ho bisogno di domandare a me stesso che penso davvero, al di là di quello che dico nelle assemblee. Non mi sottraggo, come mi consiglia l’istinto. Non mi sottraggo e, tuttavia, per precauzione scrivo a me stesso e non provo a parlare. Senza fermarmi, come si fa quando in mano c’è la penna, mi riuscirebbe molto più difficile dire fino in fondo la mia incerta e problematica opinione.

Lascio da parte i pacifisti convinti e militanti. Ne ho un profondo rispetto. La dico come può vederla uno come me, che non ama il conflitto, ma lo ritiene parte integrante della vicenda umana e fatalmente ragiona senza scartare a priori le categorie della guerra “che è nelle cose“. Pace e guerra sono in contrasto tra loro, ma sono interdipendenti. Così voleva il filosofo antico. Metto nel conto il dissenso e la delusione. Mi capita spesso. Sono all’opposizione di me stesso, per ragioni di formazione e perché dalle presunte certezze nasce la maggior parte degli errori. Peggio sarebbe, molto più che deludente, una comoda menzogna. Di tutte, la peggiore, la più inaccettabile, sarebbe la versione annacquata d’un pensiero che nasce dal profondo e matura nel fuoco d’uno scontro. Non sono sereno. Ecco la prima verità che sento il bisogno di dire a me stesso. Non lo sono, non so esserlo. Tutta la serenità di cui sono capace si esaurisce nella discussione coi giovani, quando il senso della responsabilità prevale su tutto, anche sulla complessità d’una passione civile profonda e d’una concezione della vita che non può più registrare cambiamenti sostanziali, ma è ancora fortemente decisa a capire, ascoltare, soprattutto imparare.

La premessa è lunghissima, forse incomprensibile, certamente incompleta e incapace di spiegare la tempesta che mi porto dentro. Provo a partire da una convinzione che io e le mie contraddizioni possiamo condividere senza problemi di coscienza. Ci sono mostri costruiti ad arte da chi dall’esistenza dei mostri ricava cospicui vantaggi. Il fantomatico e ferocissimo Bin Laden, ad esempio, un mostro così consapevole della mostruosità di cui si fa portabandiera, da saper scegliere ripetutamente quando sparire con tempismo mirabile e quando resuscitare con precisione cronometrica: infallibile, ora, minuto e secondo. Abbiamo una vergogna da far passare come fatale necessità della storia? Bene. Un proclama di Bin Laden che chiama alla guerra santa ci toglie prontamente d’impaccio. I black blok sono i Bin Laden dello scontro sociale. Che il 14 potessero comparire a Roma – autentici o imitazioni grossolane, conta poco – era certo, com’è certo che domani, per arrestare un disgraziato maomettano da offrire in pasto alla folla fanatizzata e scatenare una convenientissima guerra tra i poveri, Bin Laden tornerà a lanciare un proclama. Questa è la rappresentazione mediatica. E questa diventa anche la verità in una società che mediatica e virtuale è ormai per costituzione.

Ch’è accaduto a Roma il 14 dicembre? Ti sbagli se dici che in Parlamento anche un cieco avrebbe visto che la classe dirigente non è all’altezza della drammatica situazione in cui versa il Paese? Puoi quantomeno sostenerlo con ragionevole probabilità di non dire sciocchezze: il cieco l’avrebbe visto, noi no. Noi non abbiamo visto, forse non vogliamo vederlo, ci fa male, è troppo desolante, che l’opposizione al berlusconismo è più berlusconiana di Berlusconi. Un idiota, un analfabeta della politica si sarebbe reso conto che c’è un’isola cieca e sorda in un mare in tempesta che la circonda; un’isola che non ha alcun collegamento con la terraferma e nella quale si “gioca alla democrazia“, ma si esercita di fatto un potere fuori controllo; un potere che cancella anche i diritti più elementari, in nome del mercato e del profitto. L’avrebbe visto un analfabeta della politica, noi no, noi vediamo un’isola diversa, ricca di collegamenti. Crediamo, o fingiamo di credere, che esista un dialogo tra chi affonda nella tempesta, senza speranza di toccare la terraferma, e l’isola che possiede una flotta in grado di soccorrere i naufraghi, ma le ordina di puntare le armi, stare a guardia del porto, a tutela dell’isola, e sparare a zero su chiunque s’avvicini. Anche la morte può servire alla vita e perciò, i naufraghi vadano a picco.

Roma il 14 era piena zeppa di “bamboccioni“. Così li abbiamo chiamati in maniera oltraggiosa. Da loro vorremmo senso di responsabilità, proteste pacifiche, discorsi politici, rispetto per le Istituzioni. Nel 1992, quando l’Europa delle banche prese il sopravvento su quella dei popoli, non erano nati ancora o erano bambini. Noi cominciammo a decidere che occorreva cambiare il calcolo delle pensioni e, senza domandargli come avrebbero fatto da vecchi, decidemmo di farle valere la metà delle nostre. Si sentì qualche voce di dissenso ci fu qualche battaglia – mi ricordo la mia onorata “carriera” di sindacalista finita nel fango – ma ci si disse che occorreva “realismo“. E in nome del realismo si cominciò a discutere senso e valore del lavoro a tempo indeterminato. Chi lo difese divenne subito un “conservatore“. Si misero al lavoro intelligenze sottili e cominciò la serie delle novità: co.co.co, lavoro interinale, lavoro in prestito e decidemmo insieme, senza informare i figli e i nipoti, che era ora di “piantarla coi privilegi“. Basta certezze, la concorrenza è l’anima del commercio e si fece commercio della vita. Poco ancora, poi decidemmo di spostare in avanti l’età pensionabile e cancellammo il conflitto dall’idea di sindacato. C’era lo sciopero, ma convenimmo che l’orario di un treno contava più d’un diritto violato. I treni continuarono a fare ritardo, a meno che non fossero quelli supercostosi che chi lavora non può permettersi e, tuttavia, lo sciopero s’era regolamentato. Non ci sembrò necessario chiedere un parere ai nostri ragazzi appena adolescenti. Diavolo, ne sapevamo molto più di loro, e li disarmammo, sostenendo che avremmo inventato nuove forme di lotta. Qui qualcosa si mosse e un manipolo di sindacalisti stanchi mollò la poltrona e tornò a lavorare, ma questo fu il massimo che sapemmo fare. Ci furono guerre, le chiamammo pace e le combattemmo. In verità, noi no. Noi eravamo vecchi. Andarono a morire i primi figli della nostra “rivoluzione liberale” e però fummo eroici: li decorammo. E ci giocammo la Costituzione. Se ripercorro la storia delle mie sconfitte, credo che corrisponda perfettamente al percorso che ci conduce a Roma, al 14 dicembre del 2010. Cominciò con un milione di persone condotte in piazza nella capitale contro Dini, ministro di Berlusconi passato poi con la sinistra, e ci ha portati ai centomila “black blok” che l’altro ieri hanno dato di piglio alla violenza. L’Isola dei famosi; o, se volete, Montecitorio, andava in scena in contemporanea. I docenti di ogni ordine e grado erano a casa, a casa erano i genitori e c’erano i terremotati dell’Aquila, perché feriti a morte, manipoli d’operai e qualche illuso che s’affida alle regole del gioco che non ci sono più e prende fischi per fiaschi, accusando i figli delle colpe dei padri.

La più terribile che ho ascoltato non è la faccenda dei provocatori e della violenza. Lo dico da docente. La più tremenda versione dei fatti che s’è provato a far passare è questa, onestamente incomprensibile e terribilmente fuorviante: senza il “manipolo” dei violenti brutti e cattivi, i nostri bravi giovani avrebbero salvato l’onore della scuola e dell’università. Lasciamolo perdere l’onore. Lasciamolo perdere ch’è meglio. Ognuno la legga come meglio gli pare, questa esplosione di rabbia, ma questo non è il ’68 – non si tratta di regole e nessuno si propone come classe dirigente “nel sistema“. La barzelletta dei black blok non fa ridere nessuno e quella dell’onore salvato è strumentale e autoassolutoria. Lasciamolo perdere l’onore e stiamo attenti. C’è un rischio grave. Criticando da vecchi saccenti le pratiche di lotte e chiamandosi fuori, si rischia di trasformare una battaglia contro i guasti del liberismo in un tremendo e inaccettabile scontro generazionale, col rischio fatale di un pericoloso isolamento dei nostri ragazzi. E sarebbe una catastrofe, perché in discussione ci siamo invece tutti: i cinquantenni precarizzati, gli immigrati deportati, i vecchi operai ridotti alla fame, le donne in mille modi violate e i ragazzi ricondotti a una condizione da prima rivoluzione industriale. S’è rotto un equilibrio. I giovani lottano per un futuro che abbiamo contribuito a cancellare. Delle pratiche di lotta in una realtà fortemente conflittuale, in una crisi economica e sociale che è crisi di sistema, si può discutere solo in un modo: lottando assieme, ritrovando il legame tra generazioni e lotte. Qui nascono, a un tempo, la legittimità di chi intende criticare e la possibilità di scambio tra visioni del mondo, esperienze e bisogni.

Il resto sono chiacchiere. Non tutte in buona fede.

Ecco. Ho scritto a me stesso, in una notte insonne. Quando mi leggerò, troverò che sono oscuro. Ma non è facile esser chiari, perché la storia conosce improvvise accelerazioni e brusche frenate. Questa fase come la leggi? E’ l’inizio di una sconfitta, il prezzo del passato, una di quelle “primavere della storia“; che non t’aspetti e giungono improvvise? Come fai a valutare? Tutto quello che puoi dire è che non immaginavi di doverla fare questa fatica; la fatica di misurare la tua rabbia per non innescare violenza su violenza. Non lo immaginavi. Affondano, i nostri ragazzi. Annaspano, ma vogliono riemergere e hanno ragioni da vendere. Seguirli onestamente, accompagnarli umilmente. Altro non so fare, ma credo che sia un dovere morale porgere l’altra guancia al loro ceffone. Hanno diritto di fare la loro battaglia e abbiamo il dovere di essere credibili. Poi dissentiremo, se serve, ma solo così li aiuteremo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 dicembre 2010.

Read Full Post »