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Posts Tagged ‘guerra umanitaria’

E’ uno stato d’ansia palpabile e giustificato. Basta ti guardi attorno e te ne accorgi: lo smarrimento è evidente. Ieri sera, al tg de La7, Mentana pareva addirittura spiritato. Non uno straccio di notizia d’agenzia. Niente. Giorgio Napolitano non ha parlato!

Un silenzio che inquieta e nessuno sa interpretare.

Il Presidente se n’è stato zitto e non s’è fatto notare: non ha chiesto nemmeno al Parlamento di finanziare la solita guerra umanitaria, con codicillo spiacevole di civili ammazzati dal “fuoco amico” e capi di Stato linciati o messi a morte da un vittorioso boia. Nulla. Inopinatamente Napolitano non ha “orientato” il lavoro delle opposizioni parlamentari, “invitandolecoram populo ad approvare senza neanche leggerlo il solito pacchetto d’infamie contrabbandato per una normale “manovra” economica, non ha “messo a posto” i redivivi sindacati che ancora si azzardano a tutelare gli incontentabili lavoratori, non ha intimato alla povera gente di accettare in dignitoso silenzio il tragico destino cui Monti la condanna, non ha benedetto il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, con Mazzini messo al bando e il trionfo del trasformismo.

Nulla. Silenzio di tomba.

Nessuno sa come abbia trascorso la giornata, ma a cinema e a teatro di certo non è andato, perché avrebbe subito “convocato” la solita squadra di pennivendoli e velinari disposti a sbandierare ai quattro venti l’evento commovente: un  democratico Presidente fa la fila come tutti i comuni mortali, finché – udite!, udite! – giunto al botteghino, paga il biglietto come fosse un pensionato da 500 euro mensili. Altro non può e per favore non pretendete troppo: non lo incontrerete mai dal medico della Mutua o in un affollato Pronto Soccorso, tra sventurati sistemati alla bell’e meglio su letti di fortuna nei corridoi d’un ospedale prossimo al fallimento e medici che non sanno a quale santo votarsi per andare avanti.

Lo stato di tensione si tocca con mano. Sono ormai ventiquattr’ore: Giorgio Napolitano non dice una parola, non dà notizia di sé, non presenta libri per la Confindustria, non parla alla stampa, non firma comunicati, non fa nulla di nulla.
Se può, Presidente, parli, per favore. Ci conduca nuovamente in guerra, mortifichi i sindacati, metta sullo stesso piano i cassintegrati e gli evasori fiscali, faccia qualcosa, se può.

Presidente, per carità, tranquillizzi il Paese!

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Un branco di australopitechi si sarebbe ribellato. Una tribù di trogloditi l’avrebbe cacciato via d’istinto e una comunità d’ominidi l’avrebbe punito, il ringhio vile: “fora d’i ball” sarebbe costato caro per sempre, ovunque e comunque, dal miocene all’età della pietra, dalla preistoria alla storia. L’istinto della bestia o l’onore del guerriero si sarebbero rivoltati e le femmine ne avrebbero fatto un punto d’onore: nessun genere di rapporto. Nulla, dalle necessità del sesso, alla carità d’una spidocchiata. Persino le pulci sarebbero saltate vie, nauseate dal sangue velenoso, e l’intero pianeta si sarebbe trovato unito in un universale e memorabile diluvio. Nulla sarebbe rimasto com’era.
L’evoluzione della specie, invece, qui da noi, oggi, s’è prima fermata, incerta e sospesa, poi ha scelto d’invertire il suo corso.

Duecentocinquanta esseri umani e, tra essi, numerosi cuccioli d’uomo, sono stati uccisi dal civilissimo Mediterraneo, inorridito di sé stesso, ma Nettuno chiama a testimone il fato e si discolpa: non è stato per sua scelta che l’onda mortale ha sommerso gli sventurati in cerca di scampo. E’ l’ordine delle cose che s’è sovvertito: gli dei non han colpe e non c’entrano nemmeno i diavoli e l’inferno. Tutto nasce da una disumana ferocia nel cuore d’un evo nuovo. L’ultimo, forse, che la storia consente.

Fora d’i ball” è la compiuta sintesi storica della civiltà dei consumi, nel trionfo della globalizzazione. L’ha scritta il degenerato discendente d’un innocente scimpanzé, capo d’una tribù di gorilla svergognati che, a disonore dei nobili antenati babbuini, non si rivoltano per istinto, non si indignano in nome d’un antico genoma, non si vergognano di se stessi e del genere che si dice umano.

C’è un’onda verde biliosa che avvelena la terra, appesta l’aria, ammorba l’acqua. Le femmine, contagiate, non inorridiscono per il seme del loro ventre ucciso; fanno sesso e spidocchiano, indifferenti, e i maschi si sottomettono a capi senza onore. Se non si leva subito, di villaggio in villaggio, un urlo di guerra, se il naturale amore per se stessi e la solidarietà che da sempre ci lega nella sventura non ci induce all’immediata rivolta, non c’è più futuro. Ci sono momenti della storia in cui la pace prende le armi e va in guerra, senza patria o bandiere. E’ la sola guerra “umanitaria” che si combatte in natura: quella, senza quartiere, della dignità negata.

Uscito il 7 aprile 2011 su “Fuoriregstro” e sul “Manifesto” il 9 aprile 2011

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E’ tardi, sì. Che vuoi che ti dica? S’è fat-to tar-di! – sillabò urlando Marco, per dar spessore sonoro all’ira che montava. Si fermò un attimo, rabbrividì sfilandosi la giacca bagnata, poi riprese, come un pupazzo a molla che s’è incantato:
E’ tardi, sì, hai ragione, però non ti ci mettere anche tu, per favore. Piove, il traffico è impazzito e, come tutti i santi giorni, l’immancabile corteo di nullafacenti protesta, perché, si sa, così nasce un mondo migliore. E l’occasione non gli manca mai.
Sollevò gli occhi al cielo, sospirò profondamente per non farsi travolgere dalla rabbia e ricominciò, aiutandosi col corpo, le mani e le pieghe espressive del volto, come un mimo:
Sciarpa arcobaleno, orecchini, tatuaggi, capelli di tutti i colori, slogan, bandiere e via. Oggi è il turno della guerra. Quattro gatti, il traffico in tilt e la polizia, vedessi la polizia! – urlò sdegnato – Li scorta, la polizia, li accompagna e sta a guardare!
Mutò tono d’un tratto, si fece ironico e sbottò:
In palestra oggi non ci vai, caro Luigi. No! Diventi umano, paghi un prezzo anche tu alla guerra umanitaria e non ci vai!
Quando qualcosa si metteva tra lui, il figlio e i suoi “incasinati programmi“, come li chiamava col vezzo un po’ snob di sfiorare la parolaccia girandoci attorno, Marco diventava una furia. Non solo gli tremava la voce, ma la bella fronte larga si segnava di linee sottili e rivelatrici e lui non faceva nulla per evitarlo, anzi, lasciava che guastassero il bel viso curato e perennemente abbronzato e non se ne importava. Un fiume in piena, col suo “linguaggio medico” forzato alla bisogna, ce n’era per tutti:
Accidenti alla paraldeide ipnotica di cui son imbottiti gli eterni sognatori, accidenti alla sinistra parafrenica, sempre in bilico tra cultura di governo e culto della rivoluzione, alla destra paralogica che s’è giocata la faccia per il potere, al governo paraculo, appeso alle faccende private del suo presidente, alla parafimosi dell’italiano, che strangola l’intelligenza con la furbizia e ha quel che si merita. Aveva ragione Mussolini: il “popolo puttana” sta col più forte.
Il linguaggio ha una sua logica e puttana era la parolaccia che col figlio si poteva lasciar scappare senza esitazioni.
Ci sono cose che vanno dette come sono, con nome, cognome e indirizzo, sosteneva. Pochi mesi prima, gli era tornata utile per comunicare a Luigi il naufragio del “Partito felicità“, come aveva voluto chiamare la sua piccola famiglia, che s’era disgregata in quattro e quattr’otto, il giorno in cui al suo fianco era apparsa una bionda vistosa che poteva essere sua figlia:
Tua madre è una puttana, gli aveva detto, tienilo a mente e trattala come merita.
Luigi s’era fatto pallido. C’è un momento della vita in cui, senza saperlo, qualcosa ci ruba l’innocenza. Luigi l’aveva persa così, mentre usciva dalla cuccia, s’accorgeva del corpo, cercava una via tra gli impulsi del sesso e i mutevoli e crudeli confini di ciò che si può fare e ciò che si fa e non si dice. Marco era troppo pieno di sé, per sentire il dramma che esplodeva, per capire che il naturale scontro tra le generazioni assumeva le dimensioni traumatiche d’un conflitto tra persone e si faceva odio. La fine del “partito felicità” somigliava troppo alla crisi del suo mondo di adolescente e alla confusione indecifrabile della “vita da adulto” che lo aspettava, perché Luigi non ci vedesse una sorta di diluvio universale e non si trincerasse in un’arca di disprezzo integralista e fanatico, che non consentiva tonalità di grigio tra il bianco dell’infanzia e il nero ingestibile del futuro. Non ne aveva coscienza piena, ma una domanda lo tormentava: che sarebbe stato di lui? Sarebbe diventato come suo padre che s’era stancato del copione e l’aveva cambiato? Basta col “Partito felicità“, s’era fatto il lifting, la macchina veloce e l’amante giovane, ma il coraggio delle sue responsabilità non ce l’aveva e perciò scaricava tutto sulla moglie.
Così non sarò mai.
Il rifiuto era la sola certezza d’un ragazzo cresciuto in fretta nel dolore e troppo solo per non covare vendetta, mentre Marco insisteva.
Non ci vai in palestra! E sai che ti dico? Prenditela con tua madre. Lei certamente sta con i pacifisti, i bastian contrari, che vivono di sogni e stanno coi dittatori pur di aver ragione. No alla guerra! E poi? Abbiamo il dovere morale di difendere i popoli oppressi. La guerra nostra è giusta. Questa guerra è la pace.
Luigi aveva occhi verdi che diventavano cobalto, quando dentro si scatenava la tempesta. E così, col mare in burrasca negli occhi, trovò il coraggio che gli era mancato, quando il padre se n’era venuto fuori con la storia della mamma puttana.
Tu parli di guerra perché sei lontano da dove si spara e si muore. Vorrei vedere il tuo coraggio se quelli dall’Africa cominciassero a bombardare noi. Scapperesti. Vacci tu, se ci credi a quello che dici, va, falla tu la tua guerra, fatela voi, tu e tutti quelli come te, che parlano, parlano e mandano avanti gli altri. Non ci vado in palestra, né stasera né mai. Con te non ci andrò mai più!
Quel giorno Luigi diventò uomo, nacque alla vita e si scoprì ribelle. Oltre il padre, oltre la solita “crisi di crescenza”. E’ così che accade. D’un tratto una generazione prende sulle sue spalle il peso del cambiamento. Dietro ci sono quelli che hanno lottato e perso per un mondo migliore, ma Luigi non sa. E’ una gemma che s’apre in fiore e diventa primavera della storia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 aprile 2011

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Se il punto vero fossero i diritti, tre morti al giorno in un anno, uccisi sul lavoro, e il dolore senza rimedio delle famiglie distrutte sarebbero il biglietto da visita più serio e più eloquente dell’ultima crociata all’italiana. Un oltraggio al pudore che le parole e la figura dell’onnipresente Larussa incarnano a meraviglia nei “salotti buoni“, dove i diritti spariscono e compaiono gli interessi. Al confronto Gheddafi non esce poi male e, non a caso, tra i due regimi vigeva, e in parte sopravvive, un trattato d’amicizia.

Del libico si dirà ch’è un delinquente, ma non c’è dubbio: l’associazione a delinquere ha funzionato bene fino al mistero glorioso d’una armata Brancaleone nata alla “rivoluzione” dalla sera al mattino, sostenuta e alimentata nell’ombra da qualche “zero sette” occidentale, il tempo utile a montare il “caso umanitario“, come anni fa le fantomatiche armi di “distruzione di massa“, e consentire alle armate della “democrazia” di macellare popoli indifesi. Dei mille scempi dei diritti umani di cui s’è macchiato Gheddafi, il peggiore l’ha compiuto senza ombra di dubbio su mandato italiano, tra il Mar Mediterraneo e il deserto del Sahara. Quanti siano stati i morti d’una strage premeditata, non sapremo mai, ma il dato è questo: l’Italia ha pagato Gheddafi perché massacrasse la disperazione africana. Quella disperazione che la nostra tragica storia di “potenza” coloniale ha contribuito a fa nascere. Se il mondo ce ne avesse chiesto conto, come avrebbe dovuto, la “guerra umanitaria” l’avrebbe fatta alla ferocia fascioleghista che ci governa e al silenzio complice di un Paese che lascia fare.

Si vive di miseria morale e questo è il capitale. D’altra parte, tra bandiere tricolori e becera retorica patriottarda, la nobile diplomazia italiana ha compiuto il suo ennesimo capolavoro. Dopo Sarajevo, tra il 1914 e il 1915, con una penosa capriola, dichiarammo guerra agli alleati austriaci e tedeschi; nel 1940, cominciammo la guerra al fianco dei tedeschi, pugnalando alla schiena la Francia messa in ginocchio dai nazisti, ma tre anni dopo, per salvare la pelle, passammo al nemico e finì che sparammo ai tedeschi, sicché dal disonore ci salvò la guerra partigiana che ora processiamo. Oggi, a conferma dell’infame solidità della tradizione, facciamo guerra all’alleato Gheddafi per “difendere” quei diritti umani che l’abbiamo spinto a violare per conto del razzismo della futura Padania, in cambio dei quattrini dei lavoratori, sottratti alle giovani generazioni, alla ricerca e alla salute degli italiani.
Questo è. Pane al pane e vino al vino, senza girarci attorno: guerra alla povera gente. La solita, ignobile guerra italiana.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 marzo 2011

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